L’affare di Benedetto, come si diceva allora al Palazzo e nella
società, aveva prodotto una enorme sensazione. Uno dei frequentatori
del Caffè di Parigi, del baluardo di Gand, e del bosco di Boulogne,
il falso Cavalcanti, durante il tempo che era rimasto a Parigi, e nei
due o tre mesi in cui aveva fatto un mondo di conoscenze. I giornali
avevano raccontato le diverse stazioni del prevenuto nella sua
vita di galera; ne risultava la più viva curiosità, in tutti coloro
particolarmente che avevan conosciuto di persona il principe Andrea
Cavalcanti; per cui questi erano soprattutto risoluti ad arrischiare
qualunque cosa per andare a vedere sul banco degli accusati il sig.
Benedetto, l’assassino del suo compagno di catena. Per molte persone,
Benedetto era se non una vittima, almeno un errore della giustizia:
si era veduto a Parigi il sig. Cavalcanti padre, e si aspettava di
vederlo di nuovo comparire per reclamare il suo illustre rampollo. Un
buon numero di persone che non avevano mai inteso parlare del famoso
soprabito alla polacca col quale era sbarcato presso il conte di
Monte-Cristo, si erano sentiti colpire dall’aria di dignità, dalla
nobiltà, e dalla scienza di mondo che aveva mostrato il vecchio
patrizio, il quale, bisogna dirlo, sembrava un signore perfetto, tutte
le volte che non parlava o non faceva calcoli d’aritmetica.
In quanto allo stesso accusato, molte persone si ricordavano di
averlo veduto così amabile, così bello, così prodigo, ch’essi amavan
meglio credere qualche macchinazione per parte di un nemico, come se
ne trova in questo mondo, in cui le grandi fortune elevano i mezzi
di fare il male ed il bene all’altezza del maraviglioso ed alla
potenza dell’inaudito. Ciascuno accorse adunque alla seduta della
Corte delle Assise, gli uni per gustare lo spettacolo, gli altri per
commentarlo. Fin dalle sette del mattino si faceva la fila al cancello,
ed un’ora prima dell’apertura della seduta, la sala era già piena
di persone privilegiate. Prima dell’ingresso della Corte, e qualche
volta anche dopo, una sala d’udienza nei giorni dei grandi processi
rassomiglia molto ad una sala di conversazione, in cui molte persone si
riconoscono, si parlano, quando sono abbastanza vicini da non perdere i
loro posti, si fanno segni quando son separati da un troppo gran numero
di popolo, d’avvocati e di gendarmi. Era una di quelle magnifiche
giornate di autunno che qualche volta ci compensano di un’estate
assente o accorciata; le nubi che il sig. de Villefort aveva vedute la
mattina velare il sole nascente, si erano dissipate come per magìa, e
lasciavano risplendere in tutta la sua purezza uno degli ultimi, uno
dei più bei giorni di settembre.
Beauchamp, uno dei re della stampa e che per conseguenza ha il suo
trono da per tutto, guardava coll’occhialino a dritta e a sinistra.
Egli scoperse Château-Renaud e Debray che eran giunti a guadagnarsi le
buone grazie di un sergente di città, e lo avevano risoluto a mettersi
dietro di loro invece di stargli davanti, come sarebbe stato di suo
diritto. Il degno messo aveva odorato il segretario intimo del ministro
ed il milionario; egli si mostrò pieno di riguardi per i suoi nobili
vicini, e lor permise anche di andare a fare una visita a Beauchamp,
promettendo di conservare loro i posti. — Ebbene! disse Beauchamp, noi
dunque veniamo a vedere il nostro amico!
— Eh! mio Dio! sì! rispose Debray, questo degno principe; vadano al
diavolo tutti i principi senza principato.
— Un uomo che ha avuto Dante per genealogista, e che rimonta alla
_Divina Commedia_!
— Nobiltà da corda, disse flemmaticamente Château-Renaud. — Egli sarà
condannato, n’è vero? domandò Debray.
— Eh! caro mio, rispose il giornalista, è a voi, mi sembra, che bisogna
domandarlo: voi conoscete meglio di noi l’aria degli uffizii; avete
veduto il presidente all’ultima _soirée_ del vostro ministro?
— Sì. — E che vi ha detto? — Una cosa che vi maraviglierà.
— Ah! parlate dunque presto, amico caro, è tanto tempo che non abbiam
più detto niente su questo argomento.
— Ebbene! mi ha detto che Benedetto, che si ritiene come una fenice
di astuzia, come un gigante di furberia, non è che un borsaiolo molto
subalterno, molto stupido, e del tutto indegno delle esperienze che si
faranno, dopo la sua morte sopra i suoi organi frenologici.
— Bah! fece Beauchamp; egli però rappresentava molto passabilmente la
parte di principe.
— Per voi Beauchamp, che detestate questi disgraziati principi e che
siete incantato ogni qual volta potete ritrovare in loro dei modi
cattivi; ma non per me che adoro per istinto la nobiltà, e che rilevo
una famiglia aristocratica, qualunque ella sia, da vero bracco del
blasone.
— Così, non avete mai creduto al suo principato?
— Alla sua aria da principe, sì... al suo principato no.
— Non c’è male, disse Debray; vi assicuro che per tutt’altri che per
voi poteva passare; l’ho veduto dai ministri.
— Ah! sì, disse Château-Renaud; sì davvero che i nostri ministri se ne
intendono di principi!
— Vi è del buon senso in quanto dite Château-Renaud, rispose Beauchamp
ridendo clamorosamente; la frase è corta, ma bella: vi chiedo il
permesso di poterne usare nel mio rendi-conto.
— Prendetela, mio caro Beauchamp, disse Château-Renaud, vi regalo la
mia frase per quanto vale.
— Ma, disse Debray a Beauchamp, se ho parlato al presidente, voi dovete
aver parlato al procuratore del Re?
— Impossibile! da otto giorni il sig. de Villefort si tien celato; ciò
è naturale: questa strana sequela di dispiaceri domestici, coronati
dalla morte non meno strana di sua figlia...
— Morte strana! che dite dunque Beauchamp?
— Ah! sì, fate dunque l’interrogatore, sotto il pretesto che ciò
che accade fra la nobiltà di toga non lo sapete, disse Beauchamp
applicandosi la lente all’occhio e sforzandosi di tenerla ferma col
solo sopracciglio.
— Mio caro signore, disse Château-Renaud, permettetemi di dirvi che,
per tenere così la lente voi non siete della forza di Debray. Debray,
date dunque una lezione al sig. Beauchamp.
— Osservate, disse Beauchamp, non mi sbaglio.
— Che è dunque? — È lei. — Chi è? — La si diceva partita. — Madamigella
Eugenia? domandò Château-Renaud, sarebbe di già ritornata?
— No, ma sua madre. — La sig.ª Danglars?
— Andiamo, disse Château-Renaud, è impossibile; dieci giorni dopo
la fuga di sua figlia, tre giorni dopo il fallimento di suo marito!
— Debray arrossì leggermente e seguì la direzione dello sguardo di
Beauchamp.
— Andiamo diss’egli, è una donna velata, una donna sconosciuta, qualche
principessa straniera, forse anche la madre del principe Cavalcanti;
ma voi dicevate o piuttosto volevate dire una cosa molto interessante,
Beauchamp, mi sembra.
— Io? — Sì, parlavate della strana morte di Valentina.
— Ah! è vero: ma perchè la sig.ª de Villefort non è qui?
— Povera e cara donna! disse Debray, ella senza dubbio è occupata
a distillare l’acqua di melissa, per gli ospedali, ed a comporre
dei cosmetici per sè e per le sue amiche: sapete che ella ha speso
per questo divertimento due o tre mila scudi per anno, a quanto si
assicura. Veniamo al fatto, avete ragione, perchè non è qui la sig.ª de
Villefort? l’avrei veduta con molto piacere, amo molto questa donna.
— Ed io, disse Château-Renaud, la detesto.
— Perchè? — Non so niente. Perchè si ama e perchè si detesta? la
detesto per antipatia. — O sempre per istinto.
— Può darsi... ma torniamo a ciò che dicevate, Beauchamp.
— Ebbene? non siete curiosi di saper perchè si muore così spesso ed
all’improvviso in casa Villefort?
— Spesso! la parola è bella, disse Château-Renaud.
— La parola è vera in casa del sig. de Villefort, ma torniamo a lui.
— In fede mia! disse Debray, vi confesso che non perdo di vista questa
casa apparata a lutto da tre mesi, e ieri l’altro ancora, a proposito
della morte di Valentina, la sig.ª *** me ne parlava.
— E chi è la sig.ª ***? domandò Château-Renaud.
— La moglie del ministro; per bacco!
— Ah! perdono, disse Château-Renaud, io non vado dai ministri, lascio
andarvi i principi.
— Voi non eravate che bello, ora diventate fulminante, caro barone;
abbiate pietà di noi, altrimenti ci brucerete come un altro Giove.
— Non dirò più niente, disse Château-Renaud; ma che diavolo! abbiate
pietà di me, non mi date la replica.
— Vediamo, cerchiamo di giungere alla meta del nostro dialogo,
Beauchamp; vi diceva dunque che ieri l’altro la sig.ª *** mi domandava
delle informazioni su questo argomento; istruitemi, ed io istruirò lei.
— Ebbene! signori, se si muore così spesso, io mantengo la frase, nella
casa Villefort, ciò è perchè nella casa vi è un assassino. — I giovani
rabbrividirono poichè già più d’una volta era loro venuta la stessa
idea.
— E chi è questo assassino? domandarono tutti ad un tempo.
— Il giovine Edoardo. — Uno scoppio di risa dei due uditori non
isconcertò in alcun modo l’oratore, che continuò:
— Sì, signori, il giovine Edoardo, fanciullo fenomeno-logico che uccide
già come il padre e la madre.
— Questo è uno scherzo?
— Niente affatto; ieri ho preso uno dei domestici che è uscito dalla
casa del sig. de Villefort: ascoltate bene questo.
— Noi ascoltiamo.
— E che io licenzio domani, perchè mangia enormemente per rimettersi
dal digiuno di terrore che si era imposto in quella casa. Ebbene?
sembra che questo caro fanciullo abbia messo la mano su qualche
boccetta di droghe di cui egli usa di tempo in tempo contro quelli
che gli dispiacciono. Primieramente toccò al nonno ed alla nonna
Saint-Méran, che gli dispiacquero, e loro versò alcune gocce del
suo elixir: tre gocce bastano; indi toccò al bravo Barrois, vecchio
servitore del Nonno Noirtier, il quale sgridava a quando a quando
l’amabile monello; ei gli versò tre gocce del suo elixir; e fu fatta;
così accadde pure alla povera Valentina, che non lo sgridava, ma di cui
egli era geloso: le versò tre gocce del suo elixir, e per essa come per
tutti gli altri tutto fu finito.
— Ma che diavol di racconto ci fate? disse Château-Renaud. — Sì, disse
Beauchamp, un racconto dell’altro mondo n’è vero? — È un’assurdità,
disse Debray.
— Ah! riprese Beauchamp, ecco che già cercate mezzi dilatorii! che
diavolo, domandatelo al mio domestico, o piuttosto a quello che domani
non sarà più mio domestico; questa è la voce che corre in tutta la
famiglia.
— Ma questo elixir, dov’è? qual è? — Diamine! il fanciullo lo nasconde.
— Dove l’ha preso? — Nel laboratorio di sua madre.
— Sua madre ha dunque dei veleni nel suo laboratorio?
— Lo so io forse? mi fate delle domande da procurator del Re: ripeto
ciò che mi è stato detto, ecco tutto; vi cito nome ed autore: non posso
far di più; il povero diavolo non mangiava più dallo spavento.
— È incredibile!
— Ma, no, mio caro, ciò non è incredibile del tutto: avete veduto
l’anno scorso quel fanciullo della strada Richelieu che si divertiva ad
uccidere i suoi fratelli e le sue sorelle immergendo loro delle spille
nelle orecchie mentre dormivano. La generazione che viene dopo di noi,
è molto precoce, mio caro!
— Caro mio, disse Château-Renaud, scommetto che voi non credete una
parola di tutto ciò che ci avete raccontato... Ma non vedo il conte di
Monte-Cristo; come mai non è qui?
— Egli è degenerato, fece Debray; e poi non vorrà comparire davanti a
tutti, che è stato ingannato da tutti questi Cavalcanti i quali sono
venuti a lui con delle false lettere credenziali, di modo che egli si
trova allo scoperto di un centinaio di migliaia di franchi, ipotecati
sul suo principato.
— A proposito, domandò Beauchamp, come sta Morrel?
— In fede mia, disse il gentiluomo, sono stato tre volte in casa sua, e
non l’ho mai ritrovato, però sua sorella non mi è sembrata inquieta, e
mi ha detto, con molto buon viso, che non lo ha più veduto da due o tre
giorni, ma che è certa ch’egli sta bene.
— Ah! ora che vi penso! il conte di Monte-Cristo non può venire nella
sala! disse Beauchamp.
— E perchè? — Perchè egli è attore nel dramma.
— Ma forse egli pur ha assassinato qualcuno? domandò Debray.
— Ma no, è lui, al contrario, che hanno voluto assassinare: sapete bene
che uscendo dalla sua casa quel degno signore di Caderousse è stato
assassinato dal suo giovine amico Benedetto: sapete bene che in casa
sua fu trovato quel famoso gilè nel quale era la lettera che venne a
sconvolgere la sottoscrizione del contratto di matrimonio: vedetelo,
è là tutto insanguinato come capo di convinzione. — Ah! molto bene! —
Zitti! signori, ecco la Corte; ai nostri posti!
Infatto si fece sentire un gran rumore nel pretorio; il sergente
di città chiamò i due protetti con un _hem!_ energico, e l’usciere
comparendo sulla soglia della sala delle deliberazioni, gridò
con quella voce aspra che gli uscieri avevano fin dal tempo di
Beaumarchais: — La corte, signori!