Si ricorderà il lettore che l’abate Busoni era rimasto solo con
Noirtier nella camera mortuaria, e che il nonno ed il prete si
eran costituiti i guardiani del corpo della giovinetta. Forse le
esortazioni dell’abate, la sua dolce carità, la sua parola persuasiva
avevan reso il coraggio al vecchio; poichè dal momento ch’egli aveva
potuto conferire col prete, invece della disperazione che sulle prime
si era impadronita di lui, tutto annunziava in Noirtier una grande
rassegnazione, una calma grandemente sorprendente per tutti quelli
che si ricordavano l’affezione profonda portata da lui a Valentina.
Il sig. de Villefort non aveva più veduto il vecchio dalla mattina di
questa morte. Tutte le persone di servizio erano state rinnovate, un
altro cameriere era stato impegnato per lui, un altro servitore per
Noirtier; due donne erano entrate al servizio della sig.ª de Villefort;
tutti, perfino il portinaro ed il cocchiere offrivano visi nuovi che
si erano eretti, per così dire, fra i diversi padroni di questa casa
maledetta, ed avevano intercettate le relazioni di già molto fredde
che v’erano fra di loro. D’altra parte le sedute si aprivano fra
due o tre giorni, e Villefort, chiuso nel suo gabinetto, proseguiva
con una febbrile attività la procedura ordita contro l’assassino di
Caderousse. Quest’affare, come tutti quelli in cui Monte-Cristo si
ritrovava immischiato, aveva fatto gran rumore nella società parigina.
Le prove non erano convincenti, poichè si fondavano sopra alcune
parole scritte da un forzato moribondo, antico compagno di galera di
quello che veniva accusato, e che poteva accusare il suo compagno o per
odio o per vendetta: si era formata la sola coscienza del magistrato;
il procurator del Re aveva finito col dare a sè stesso la terribile
convinzione, che Benedetto era colpevole, e ch’egli doveva cavare da
questa difficile vittoria uno di quei godimenti di amor proprio, che
sol potevano risvegliare un poco le fibre del suo cuore agghiacciato.
Il processo adunque s’istruiva, mercè il lavoro incessante di
Villefort, che voleva con questo fare l’apertura delle vicine
sedute. Per cui era stato obbligato di star ritirato più che mai,
affin di evitare di rispondere alla prodigiosa quantità di domande
che gli venivano indirizzate per ottenere dei biglietti d’udienza.
E poi era scorso tanto poco tempo, da che la povera Valentina era
stata trasportata nella tomba; il dolore della famiglia era ancora
sì recente, che nessuno si maravigliava di vedere il padre così
rigorosamente assorto nel suo dovere, cioè nell’unica distrazione
ch’egli poteva provare nel dolore. Una sola volta, ed era la dimane del
giorno in cui Benedetto aveva ricevuto una seconda visita da Bertuccio,
nella quale questi aveva dovuto nominargli suo padre; la dimane di
questo giorno, (domenica) una sola volta, dicevamo, Villefort aveva
veduto suo padre: fu nel momento in cui il magistrato, infuocato dalla
fatica, era disceso nel giardino del suo palazzo; e cupo, curvo sotto
un implacabile pensiero, simile a Tarquinio quando faceva saltare in
aria colla sua bacchettina le teste dei papaveri più elevati, il sig.
de Villefort col suo bastone abbatteva i lunghi ed inariditi steli
delle rose d’ogni mese che ergevansi lungo i viali, come spettri di
quei fiori così brillanti nella stagione che era scorsa.
Già più d’una volta aveva percorso in lungo tutto il giardino, ed era
giunto a quel famoso cancello che metteva sul recinto abbandonato,
ritornando sempre per lo stesso viale, riprendendo sempre la sua
passeggiata col medesimo passo e con lo stesso gesto, quando i suoi
occhi si portarono macchinalmente verso la casa, nella quale sentiva
scherzare rumorosamente suo figlio, ritornato dal collegio per passare
la domenica ed il lunedì presso sua madre.
In questo movimento vide ad una delle finestre aperte, il sig.
Noirtier, che si era fatto trascinare nel suo seggiolone fin contro
questa finestra per goder degli ultimi raggi di un sole ancor caldo
che salutava i fiori morenti dei volubili, e le foglie arrossite delle
vergini viti che tappezzavano il muro ed oltrepassavano la finestra.
L’occhio del vecchio era fisso sur un punto solo che Villefort non
iscopriva che imperfettamente. Questo sguardo di Noirtier era così
pieno di odio, così selvaggio, così ardente di impazienza, che
il procuratore del Re, abile ad afferrare tutte le impressioni di
questo viso che tanto ben conosceva, si allontanò dalla linea che
percorreva, per vedere su qual cosa o su qual persona cadeva questo
significativo sguardo. Allora vide, sotto un gruppo di tigli coi rami
già quasi sguarniti, la sig.ª de Villefort che, assisa con un libro
in mano, interrompeva di tempo in tempo la sua lettura per sorridere
a suo figlio, o per ribalzargli la palla elastica, che ostinatamente
lanciava dalla sala nel giardino. Villefort impallidì, poichè capì
che cosa voleva dire il vecchio. Noirtier guardava sempre lo stesso
soggetto; ma all’improvviso il suo sguardo si portò dalla moglie al
marito, e Villefort stesso dovette allora soffrire l’attacco di quegli
occhi fulminanti, che nel cangiare di oggetto, avean pure cambiato
il linguaggio, senza tuttavolta perder niente della loro espressione
minacciosa.
La sig.ª de Villefort, estranea a tutte queste passioni i cui fuochi
incrociati passavano al di sopra della sua testa, riteneva in quel
momento la palla a suo figlio, facendogli cenno di venirla a prendere
con un bacio; ma Edoardo si fece pregare lungamente, la carezza
materna non gli sembrava probabilmente una ricompensa sufficiente per
l’incomodo che doveva prendersi; finalmente si risolvè, saltò dalla
finestra nel mezzo di un cespuglio di vainiglie e di margherite regine,
e corse alla sig.ª de Villefort colla fronte coperta di sudore: ella
gli asciugò la fronte, posò le sue labbra su questo quasi avorio,
e rimandò il fanciullo colla palla in una mano, e con un pugno di
confetti nell’altra.
Villefort attirato da una invincibile attrazione, come l’uccello
è attirato dal serpente, si avvicinò alla casa; e secondo che si
avvicinava, lo sguardo di Noirtier si abbassava seguendolo, ed il fuoco
delle sue pupille sembrava prendere un tal grado di incandescenza, che
Villefort si sentiva divorato da lui fino al fondo del cuore. Infatto
si leggeva in questo sguardo un sanguinoso rimprovero, e nello stesso
tempo una terribile minaccia. Allora le pupille e gli occhi di Noirtier
si alzarono al cielo come se ricordasse a suo figlio un giuramento
dimenticato. — Sta bene! signore, replicò Villefort dal fondo del
cortile, sta bene! abbiate pazienza anche per un giorno; ciò che ho
detto è detto.
Noirtier parve sedato da queste parole, e i suoi occhi si voltarono con
indifferenza da un’altra parte.
Villefort si sbottonò violentemente l’abito che lo soffocava, si
passò una mano livida sulla fronte e rientrò nel suo gabinetto. La
notte scorse fredda e tranquilla; tutti andarono a letto e dormirono
come d’ordinario in questa casa. Solo, come egualmente d’ordinario,
Villefort non andò in letto quando vi andarono gli altri, e lavorò
fino alle cinque del mattino, per riveder gli ultimi interrogatorii
fatti il giorno innanzi dai magistrati istruttori, e confrontare le
deposizioni dei testimonii, ed a spargere la chiarezza in tutto il suo
atto d’accusa, uno dei più energici, e dei più abilmente concepiti che
avesse mai esteso.
Era la dimane il lunedì in cui doveva aver luogo la prima seduta della
Corte delle _Assise_. Quel giorno, Villefort lo vide spuntare tetro e
sinistro, e la sua luce bluastra venne a far rilucere sulla carta le
linee tracciate con l’inchiostro rosso. Il magistrato che si era per
un momento addormito, mentre la sua lucerna mandava gli ultimi sospiri,
si risvegliò al crepitio del lucignolo che stava per ispegnersi, colle
dita umide ed imporporate come se le avesse intinte nel sangue: aprì la
finestra, una gran striscia color d’arancio traversava in lontano il
cielo e troncava in due l’ombra dei sottili pioppi che si disegnavano
sull’orizzonte. Nel campo del trifoglio, al di là del cancello dei
marroni, un’allodola saliva verso il cielo, facendo sentire il suo
canto chiaro e mattutino. L’aria umida dell’alba inondò la testa di
Villefort, e gli rinfrescò la memoria:
— Sarà per oggi, diss’egli con uno sforzo; oggi l’uomo che terrà la
spada della giustizia nella sua mano, deve colpire ovunque si ritrovano
dei colpevoli.
I suoi sguardi si portarono suo malgrado in traccia della finestra di
Noirtier, la finestra in cui il giorno innanzi aveva veduto il vecchio.
La tenda era tirata.
Eppure l’immagine di suo padre gli era talmente presente, che si voltò
a questa finestra chiusa come se fosse stata aperta, e tuttor vedesse
il vecchio in atto di minacciare.
— Sì, mormorò egli, sì, sii tranquillo.
La testa gli cadde sul petto, e colla testa così inchinata, fe’ il giro
del gabinetto, indi finalmente si gettò vestito sur un sofà, meno per
dormire che per ammorbidire le sue membra intirizzite dalla fatica, e
dal freddo del lavoro che penetra fin dentro la midolla delle ossa.
Un poco per volta tutti gl’individui della famiglia si risvegliarono:
Villefort, dal suo gabinetto, intese i successivi rumori che
costituiscono, per così dire, la vita della casa, le porte messe in
movimento, il tintinnio del campanello della sig.ª de Villefort che
chiamava la cameriera, i primi gridi del fanciullo che si alzava
allegro e contento, come sogliono fare tutti i fanciulli della sua età.
Villefort suonò egli pure. Il nuovo cameriere entrò da lui portandogli
i giornali ed una tazza di cioccolata.
— Che cosa mi portate? domandò Villefort.
— Una tazza di cioccolata. — Non l’ho domandata, chi si prende dunque
questa cura di me?
— La signora; ella ha detto che il signore oggi parlerà molto senza
dubbio nella causa dell’assassinio, e che avrà bisogno di rinforzarsi.
Ed il cameriere depose sulla tavola vicina al sofà, tavola come
tutte le altre sopraccaricata di carte, la tazza d’argento dorata. Il
cameriere uscì. Villefort guardò un momento la tazza con sembiante
cupo, indi d’un subito la prese con un movimento convulsivo, e ne
bevve d’un solo fiato il contenuto. Si sarebbe detto che egli sperava
che questa bevanda fosse stata mortale, e che chiamava la morte per
liberarlo da un dovere che gli comandava una cosa più difficile del
morire: indi si alzò e passeggiò pel suo gabinetto con una specie di
sorriso, terribile a vedersi. Il cioccolato era inoffensivo, ed il sig.
de Villefort non ne provò alcun danno. L’ora della colazione giunse,
ed il sig. de Villefort non comparve a tavola. Il cameriere rientrò
nel gabinetto. — La sig.ª fa avvisato il signore, disse egli, che sono
suonate le undici, e che l’udienza è per mezzogiorno.
— Ebbene! fece Villefort, avanti?
— La signora ha fatta la sua toletta: ella è pronta, e chiede se andrà
in compagnia del signore?
— E dove? — Al palazzo. — Per far che?
— La sig.ª dice che desidera assistere a questa seduta.
— Ah! fece Villefort con un accento quasi spaventoso, il desidera! —
Il domestico rinculò di un passo: — Se il signore desidera uscire solo,
andrò a dirlo alla signora.
Villefort restò un momento muto, egli si raschiava colle unghie
la pallida guancia circondata da una barba nera ebano. — Dite alla
signora, rispose egli finalmente, che io desidero di parlarle, e che la
prego di aspettarmi nelle sue camere. — Sì, signore. — Poi ritornate
per farmi la barba e per vestirmi. — Sul momento. — Il cameriere
disparve di fatto per ricomparire, fece la barba a Villefort, e lo
aiutò a vestirsi solennemente di nero. Indi quando ciò fu finito:
— La signora ha detto che ella aspettava il signore tosto che avesse
finito di vestirsi.
— Vi vado. — E Villefort, colle filze di carte sotto il braccio, col
cappello in mano, si diresse verso l’appartamento di sua moglie. Alla
porta egli si fermò, si asciugò col fazzoletto il sudore che gli colava
sulla livida fronte. Indi spinse la porta. La sig.ª de Villefort
era assisa sur un divano, sfogliando con impazienza dei giornali
e degli opuscoli che il giovine Edoardo si divertiva a mettere in
pezzi, prima ancora che sua madre avesse avuto il tempo di terminarne
la lettura. Ella era completamente vestita per uscire; il cappello
l’aspettava posto sopra una sedia, ella aveva messo i guanti. — Ah!
eccovi finalmente, disse colla sua voce naturale e tranquilla; mio
Dio! quanto siete pallido, signore! dunque lavorate tutta la notte?
perchè non siete venuto a far colazione con noi? Ebbene! mi condurrete
voi, o andrò sola con Edoardo? — La sig.ª de Villefort, come si vede,
aveva moltiplicate le domande per ottenere una risposta; ma il sig.
de Villefort era rimasto freddo e muto come una statua. — Edoardo,
disse Villefort fissando sul fanciullo uno sguardo imperativo, andate a
scherzare nella sala, bisogna che io parli a vostra madre. — La sig.ª
de Villefort vedendo questo freddo portamento, questo tuono risoluto,
questi preparativi preliminari assai strani, fremette. Edoardo aveva
alzata la testa, aveva guardato sua madre, vedendo che ella non
confermava l’ordine del sig. de Villefort, si era rimesso a tagliar la
testa ai suoi soldati di piombo. — Edoardo! gridò il sig. de Villefort
così rozzamente che il fanciullo balzò sul tappeto, mi capite? andate!
Il fanciullo, che non era abituato a questo trattamento, si alzò in
piedi ed impallidì, sarebbe stato difficile il dire se era la collera
o la paura. Suo padre andò da lui, lo prese per un braccio, e lo
baciò sulla fronte: — Va, diss’egli, figlio mio, va. — Il sig. de
Villefort andò alla porta e la chiuse dietro a lui con doppio giro
di chiave. — Oh! mio Dio, fece la giovano sposa guardando suo marito
fin nel profondo dell’anima, e sforzando un sorriso che agghiacciò
l’impassibilità di Villefort, che c’è dunque?
— Signora, dove mettete il veleno di cui vi servite ordinariamente? —
articolò chiaramente e senza preamboli il magistrato, postosi fra la
moglie e la porta. La sig.ª de Villefort provò ciò che deve provare
la lodola quando vede il falco restringere i suoi cerchi mortali sulla
testa. Un tuono rauco, tronco, che non era nè un grido nè un sospiro,
le sfuggì dal petto, ed ella impallidì fino a diventar livida.
— Signore, disse ella, io.... io non capisco. — E siccome si era
sollevata in un parossismo di terrore, in un secondo parossismo,
senza dubbio più forte del primo, si lasciò ricadere sul cuscino del
divano. — Io vi domandava, continuò Villefort con voce perfettamente
tranquilla, in qual luogo nascondete il veleno col quale avete ucciso
mio suocero il sig. di Saint-Méran, mia suocera, Barrois, e mia figlia
Valentina.
— Ah! gridò la sig.ª de Villefort giungendo le mani, che dite mai? —
Non appartiene a voi l’interrogarmi, a voi sta il rispondere!
— Al giudice o al marito? balbettò la sig.ª de Villefort.
— Al giudice, signora! al giudice! — Era uno spettacolo terribile
il vedere il pallore di questa donna, l’angoscia del suo sguardo, il
tremito di tutto il suo corpo.
— Ah! signore! mormorò ella, ah! signore!:.. e non disse altro.
— Voi non rispondete, signora! gridò il terribile interrogatore: indi
soggiunse, con un sorriso che spaventava ancor più della sua collera; è
vero però che non negate!
Ella fece un movimento.
— E non potreste negarlo, aggiunse Villefort, stendendo la mano verso
di lei come per afferrarla in nome della giustizia; avete compiti
questi diversi delitti con una impudente furberia, ma che però non
poteva ingannare le persone disposte per la loro affezione ad esser
cieche sul vostro conto. Fin dalla morte della sig.ª de Saint-Méran,
ho saputo che v’era un avvelenatore in casa mia, il sig. d’Avrigny me
ne aveva prevenuto; dopo la morte di Barrois, Dio mi perdoni, i miei
sospetti si son portati sopra un altro, sur un angelo! i miei sospetti,
che anche quando non vi è delitto, vegliano incessantemente accesi nel
fondo del mio cuore, ma dopo la morte di Valentina non vi è più alcun
dubbio per me, signora, e non solo per me, ma ancora per altri; così
il vostro delitto conosciuto ora da due persone, sospettato da molti,
diventerà pubblico, e, come vi diceva or ora, non è più un marito che
vi parla, è un giudice!
La giovane sposa nascose il viso fra le mani. — Oh! signore, ve ne
supplico, non credete alle apparenze.
— Sareste vile? gridò Villefort con un accento di disprezzo. In fatto
ho sempre notato che gli avvelenatori son sempre vili. Sareste vile,
voi che avete avuto l’orribile coraggio di vedere spirare davanti ai
vostri occhi due vecchi ed una giovanetta assassinata da voi?
— Signore! Signore!
— Sareste vile, continuò Villefort con una crescente esaltazione, voi
che avete contati uno a uno i minuti di quattro agonie? voi che avete
combinato i vostri disegni infernali, rimescolate le vostre infami
bevande con una abilità ed una precisione sì miracolosa? Voi che avete
sì ben calcolato tutto, avreste dimenticato di calcolare una cosa sola,
vale a dire che potevate essere condotta alla rivelazione dei vostri
delitti? Oh! questo è impossibile, ed avrete riserbato qualche veleno
più dolce, più sottile, e più mortale degli altri, per isfuggire alla
punizione che vi è dovuta... lo avrete fatto, almeno lo spero. — La
sig.ª de Villefort si contorse le mani, e cadde in ginocchio. — Lo so
bene.... lo so bene, disse egli, confessate; ma la confessione fatta ai
giudici, la confessione fatta nell’ultimo momento, la confessione fatta
quando non si può più negare, è una confessione che non diminuisce
niente la punizione che essi infliggono al colpevole!
— La punizione! gridò la sig.ª de Villefort, signore! avete pronunziato
due volte questa parola!
— Senza dubbio. Forse che per essere quattro volte colpevole avete
creduto di sfuggirla? forse che per essere la moglie di quello che
domanda la punizione degli altri rei, avete creduto che la vostra
punizione non vi sarebbe stata? No! signora, no! Chiunque sia, il
patibolo aspetta l’avvelenatore, se soprattutto, come vi diceva poco
fa, l’avvelenatore non ha avuto la cura di conservare per sè qualche
goccia del suo più sicuro veleno. — La sig.ª de Villefort mandò un
grido selvaggio, e lo schifoso ed indomabile terrore invase i suoi
lineamenti scomposti. — Oh! non temete il patibolo, signora, disse il
magistrato, se mi avete ben capito dovete avere capito che non potete
morire sopra un patibolo. — No, io non ho capito; cosa volete dire?
balbettò la disgraziata donna completamente atterrata.
— Voglio dire, che la moglie del primo magistrato della capitale
non macchierà colla sua infamia un nome rimasto senza macchia, e non
disonorerà nel medesimo tempo suo marito e suo figlio.
— No! oh! no? — Ebbene! signora, questa sarà una buona azione per parte
vostra, ed io ve ne ringrazio.
— Mi ringraziate, e di che? — Di ciò che avete detto.
— E che cosa ho io detto? ho perduto la testa; non comprendo più
niente, mio Dio! mio Dio! — Ed ella si alzò coi capelli sparsi,
e le labbra schiumose. — Voi avete risposto, signora, a quella
interrogazione che vi ho fatta entrando qui; dove avete il veleno di
cui d’ordinario vi servite? — La sig.ª de Villefort alzò le braccia al
cielo, e battè convulsivamente le mani l’una contro l’altra: — No, no,
vociferò ella; no, voi non volete questo.
— Ciò che io non voglio, signora, si è che compariate al patibolo,
capite? rispose Villefort.
— Oh! signore, grazia!
— Ciò che io voglio, è che sia fatta giustizia. Io sono sulla terra
per punire, signora, aggiunse egli con uno sguardo fiammeggiante, e
tutt’altra donna, fosse ancora una regina, io la manderei al carnefice;
ma per voi sarò misericordioso: vi ho detto: non avete voi, signora,
conservato qualche goccia del vostro veleno più dolce, più pronto, più
sicuro?
— Oh! perdonatemi, signore, lasciatemi vivere!
— Ella è vile, disse Villefort. — Pensate che son vostra moglie! — Io
penso che voi siete un’avvelenatrice. — In nome del cielo!.... — No! —
In nome dell’amore che avete avuto per me! — No! no!
— In nome di nostro figlio! ah! lasciatemi vivere!
— No! no! no! vi dico; se vi lascio vivere, verrà un giorno che
ucciderete lui come tutti gli altri.
— Io! uccidere mio figlio! gridò questa madre selvaggia slanciandosi
verso Villefort; io uccidere il mio Edoardo!... ah! ah! ah! — Ed un
riso spaventoso, un riso di demonio, un riso di pazza compì la frase e
si perdè in un rantolo sanguinoso. La sig.ª de Villefort era caduta ai
piedi di suo marito. Villefort si era avvicinato a lei: — Pensateci,
signora, diss’egli, se al mio ritorno non è stata fatta giustizia, vi
denunzio di mia propria bocca, e vi arresto colle mie proprie mani. —
Ella ascoltava anelante, abbattuta, oppressa; il suo occhio solo viveva
in lei e copriva un fuoco terribile. — Voi mi capite! disse Villefort;
vado alla seduta per chiedere la morte d’un’assassino... Se al mio
ritorno vi ritrovo viva, questa sera dormirete alla _Conciergerie_. —
La sig.ª de Villefort mandò un sospiro, i suoi nervi si distesero, ella
stramazzò sul tappeto. Il procurator del Re sembrò provare un movimento
di pietà, la guardò men severamente, ed inchinandosi leggermente ad
essa: — Addio, signora, diss’egli; addio! — Questo addio cadde come un
coltello mortale sul cuore della sig.ª de Villefort. Ella svenne. Il
procurator del Re uscì, e, nell’uscire, chiuse la porta a doppio giro.