CVII. — IL GIUDICE.

Si ricorderà il lettore che l’abate Busoni era rimasto solo con

Noirtier nella camera mortuaria, e che il nonno ed il prete si

eran costituiti i guardiani del corpo della giovinetta. Forse le

esortazioni dell’abate, la sua dolce carità, la sua parola persuasiva

avevan reso il coraggio al vecchio; poichè dal momento ch’egli aveva

potuto conferire col prete, invece della disperazione che sulle prime

si era impadronita di lui, tutto annunziava in Noirtier una grande

rassegnazione, una calma grandemente sorprendente per tutti quelli

che si ricordavano l’affezione profonda portata da lui a Valentina.

Il sig. de Villefort non aveva più veduto il vecchio dalla mattina di

questa morte. Tutte le persone di servizio erano state rinnovate, un

altro cameriere era stato impegnato per lui, un altro servitore per

Noirtier; due donne erano entrate al servizio della sig.ª de Villefort;

tutti, perfino il portinaro ed il cocchiere offrivano visi nuovi che

si erano eretti, per così dire, fra i diversi padroni di questa casa

maledetta, ed avevano intercettate le relazioni di già molto fredde

che v’erano fra di loro. D’altra parte le sedute si aprivano fra

due o tre giorni, e Villefort, chiuso nel suo gabinetto, proseguiva

con una febbrile attività la procedura ordita contro l’assassino di

Caderousse. Quest’affare, come tutti quelli in cui Monte-Cristo si

ritrovava immischiato, aveva fatto gran rumore nella società parigina.

Le prove non erano convincenti, poichè si fondavano sopra alcune

parole scritte da un forzato moribondo, antico compagno di galera di

quello che veniva accusato, e che poteva accusare il suo compagno o per

odio o per vendetta: si era formata la sola coscienza del magistrato;

il procurator del Re aveva finito col dare a sè stesso la terribile

convinzione, che Benedetto era colpevole, e ch’egli doveva cavare da

questa difficile vittoria uno di quei godimenti di amor proprio, che

sol potevano risvegliare un poco le fibre del suo cuore agghiacciato.

Il processo adunque s’istruiva, mercè il lavoro incessante di

Villefort, che voleva con questo fare l’apertura delle vicine

sedute. Per cui era stato obbligato di star ritirato più che mai,

affin di evitare di rispondere alla prodigiosa quantità di domande

che gli venivano indirizzate per ottenere dei biglietti d’udienza.

E poi era scorso tanto poco tempo, da che la povera Valentina era

stata trasportata nella tomba; il dolore della famiglia era ancora

sì recente, che nessuno si maravigliava di vedere il padre così

rigorosamente assorto nel suo dovere, cioè nell’unica distrazione

ch’egli poteva provare nel dolore. Una sola volta, ed era la dimane del

giorno in cui Benedetto aveva ricevuto una seconda visita da Bertuccio,

nella quale questi aveva dovuto nominargli suo padre; la dimane di

questo giorno, (domenica) una sola volta, dicevamo, Villefort aveva

veduto suo padre: fu nel momento in cui il magistrato, infuocato dalla

fatica, era disceso nel giardino del suo palazzo; e cupo, curvo sotto

un implacabile pensiero, simile a Tarquinio quando faceva saltare in

aria colla sua bacchettina le teste dei papaveri più elevati, il sig.

de Villefort col suo bastone abbatteva i lunghi ed inariditi steli

delle rose d’ogni mese che ergevansi lungo i viali, come spettri di

quei fiori così brillanti nella stagione che era scorsa.

Già più d’una volta aveva percorso in lungo tutto il giardino, ed era

giunto a quel famoso cancello che metteva sul recinto abbandonato,

ritornando sempre per lo stesso viale, riprendendo sempre la sua

passeggiata col medesimo passo e con lo stesso gesto, quando i suoi

occhi si portarono macchinalmente verso la casa, nella quale sentiva

scherzare rumorosamente suo figlio, ritornato dal collegio per passare

la domenica ed il lunedì presso sua madre.

In questo movimento vide ad una delle finestre aperte, il sig.

Noirtier, che si era fatto trascinare nel suo seggiolone fin contro

questa finestra per goder degli ultimi raggi di un sole ancor caldo

che salutava i fiori morenti dei volubili, e le foglie arrossite delle

vergini viti che tappezzavano il muro ed oltrepassavano la finestra.

L’occhio del vecchio era fisso sur un punto solo che Villefort non

iscopriva che imperfettamente. Questo sguardo di Noirtier era così

pieno di odio, così selvaggio, così ardente di impazienza, che

il procuratore del Re, abile ad afferrare tutte le impressioni di

questo viso che tanto ben conosceva, si allontanò dalla linea che

percorreva, per vedere su qual cosa o su qual persona cadeva questo

significativo sguardo. Allora vide, sotto un gruppo di tigli coi rami

già quasi sguarniti, la sig.ª de Villefort che, assisa con un libro

in mano, interrompeva di tempo in tempo la sua lettura per sorridere

a suo figlio, o per ribalzargli la palla elastica, che ostinatamente

lanciava dalla sala nel giardino. Villefort impallidì, poichè capì

che cosa voleva dire il vecchio. Noirtier guardava sempre lo stesso

soggetto; ma all’improvviso il suo sguardo si portò dalla moglie al

marito, e Villefort stesso dovette allora soffrire l’attacco di quegli

occhi fulminanti, che nel cangiare di oggetto, avean pure cambiato

il linguaggio, senza tuttavolta perder niente della loro espressione

minacciosa.

La sig.ª de Villefort, estranea a tutte queste passioni i cui fuochi

incrociati passavano al di sopra della sua testa, riteneva in quel

momento la palla a suo figlio, facendogli cenno di venirla a prendere

con un bacio; ma Edoardo si fece pregare lungamente, la carezza

materna non gli sembrava probabilmente una ricompensa sufficiente per

l’incomodo che doveva prendersi; finalmente si risolvè, saltò dalla

finestra nel mezzo di un cespuglio di vainiglie e di margherite regine,

e corse alla sig.ª de Villefort colla fronte coperta di sudore: ella

gli asciugò la fronte, posò le sue labbra su questo quasi avorio,

e rimandò il fanciullo colla palla in una mano, e con un pugno di

confetti nell’altra.

Villefort attirato da una invincibile attrazione, come l’uccello

è attirato dal serpente, si avvicinò alla casa; e secondo che si

avvicinava, lo sguardo di Noirtier si abbassava seguendolo, ed il fuoco

delle sue pupille sembrava prendere un tal grado di incandescenza, che

Villefort si sentiva divorato da lui fino al fondo del cuore. Infatto

si leggeva in questo sguardo un sanguinoso rimprovero, e nello stesso

tempo una terribile minaccia. Allora le pupille e gli occhi di Noirtier

si alzarono al cielo come se ricordasse a suo figlio un giuramento

dimenticato. — Sta bene! signore, replicò Villefort dal fondo del

cortile, sta bene! abbiate pazienza anche per un giorno; ciò che ho

detto è detto.

Noirtier parve sedato da queste parole, e i suoi occhi si voltarono con

indifferenza da un’altra parte.

Villefort si sbottonò violentemente l’abito che lo soffocava, si

passò una mano livida sulla fronte e rientrò nel suo gabinetto. La

notte scorse fredda e tranquilla; tutti andarono a letto e dormirono

come d’ordinario in questa casa. Solo, come egualmente d’ordinario,

Villefort non andò in letto quando vi andarono gli altri, e lavorò

fino alle cinque del mattino, per riveder gli ultimi interrogatorii

fatti il giorno innanzi dai magistrati istruttori, e confrontare le

deposizioni dei testimonii, ed a spargere la chiarezza in tutto il suo

atto d’accusa, uno dei più energici, e dei più abilmente concepiti che

avesse mai esteso.

Era la dimane il lunedì in cui doveva aver luogo la prima seduta della

Corte delle _Assise_. Quel giorno, Villefort lo vide spuntare tetro e

sinistro, e la sua luce bluastra venne a far rilucere sulla carta le

linee tracciate con l’inchiostro rosso. Il magistrato che si era per

un momento addormito, mentre la sua lucerna mandava gli ultimi sospiri,

si risvegliò al crepitio del lucignolo che stava per ispegnersi, colle

dita umide ed imporporate come se le avesse intinte nel sangue: aprì la

finestra, una gran striscia color d’arancio traversava in lontano il

cielo e troncava in due l’ombra dei sottili pioppi che si disegnavano

sull’orizzonte. Nel campo del trifoglio, al di là del cancello dei

marroni, un’allodola saliva verso il cielo, facendo sentire il suo

canto chiaro e mattutino. L’aria umida dell’alba inondò la testa di

Villefort, e gli rinfrescò la memoria:

— Sarà per oggi, diss’egli con uno sforzo; oggi l’uomo che terrà la

spada della giustizia nella sua mano, deve colpire ovunque si ritrovano

dei colpevoli.

I suoi sguardi si portarono suo malgrado in traccia della finestra di

Noirtier, la finestra in cui il giorno innanzi aveva veduto il vecchio.

La tenda era tirata.

Eppure l’immagine di suo padre gli era talmente presente, che si voltò

a questa finestra chiusa come se fosse stata aperta, e tuttor vedesse

il vecchio in atto di minacciare.

— Sì, mormorò egli, sì, sii tranquillo.

La testa gli cadde sul petto, e colla testa così inchinata, fe’ il giro

del gabinetto, indi finalmente si gettò vestito sur un sofà, meno per

dormire che per ammorbidire le sue membra intirizzite dalla fatica, e

dal freddo del lavoro che penetra fin dentro la midolla delle ossa.

Un poco per volta tutti gl’individui della famiglia si risvegliarono:

Villefort, dal suo gabinetto, intese i successivi rumori che

costituiscono, per così dire, la vita della casa, le porte messe in

movimento, il tintinnio del campanello della sig.ª de Villefort che

chiamava la cameriera, i primi gridi del fanciullo che si alzava

allegro e contento, come sogliono fare tutti i fanciulli della sua età.

Villefort suonò egli pure. Il nuovo cameriere entrò da lui portandogli

i giornali ed una tazza di cioccolata.

— Che cosa mi portate? domandò Villefort.

— Una tazza di cioccolata. — Non l’ho domandata, chi si prende dunque

questa cura di me?

— La signora; ella ha detto che il signore oggi parlerà molto senza

dubbio nella causa dell’assassinio, e che avrà bisogno di rinforzarsi.

Ed il cameriere depose sulla tavola vicina al sofà, tavola come

tutte le altre sopraccaricata di carte, la tazza d’argento dorata. Il

cameriere uscì. Villefort guardò un momento la tazza con sembiante

cupo, indi d’un subito la prese con un movimento convulsivo, e ne

bevve d’un solo fiato il contenuto. Si sarebbe detto che egli sperava

che questa bevanda fosse stata mortale, e che chiamava la morte per

liberarlo da un dovere che gli comandava una cosa più difficile del

morire: indi si alzò e passeggiò pel suo gabinetto con una specie di

sorriso, terribile a vedersi. Il cioccolato era inoffensivo, ed il sig.

de Villefort non ne provò alcun danno. L’ora della colazione giunse,

ed il sig. de Villefort non comparve a tavola. Il cameriere rientrò

nel gabinetto. — La sig.ª fa avvisato il signore, disse egli, che sono

suonate le undici, e che l’udienza è per mezzogiorno.

— Ebbene! fece Villefort, avanti?

— La signora ha fatta la sua toletta: ella è pronta, e chiede se andrà

in compagnia del signore?

— E dove? — Al palazzo. — Per far che?

— La sig.ª dice che desidera assistere a questa seduta.

— Ah! fece Villefort con un accento quasi spaventoso, il desidera! —

Il domestico rinculò di un passo: — Se il signore desidera uscire solo,

andrò a dirlo alla signora.

Villefort restò un momento muto, egli si raschiava colle unghie

la pallida guancia circondata da una barba nera ebano. — Dite alla

signora, rispose egli finalmente, che io desidero di parlarle, e che la

prego di aspettarmi nelle sue camere. — Sì, signore. — Poi ritornate

per farmi la barba e per vestirmi. — Sul momento. — Il cameriere

disparve di fatto per ricomparire, fece la barba a Villefort, e lo

aiutò a vestirsi solennemente di nero. Indi quando ciò fu finito:

— La signora ha detto che ella aspettava il signore tosto che avesse

finito di vestirsi.

— Vi vado. — E Villefort, colle filze di carte sotto il braccio, col

cappello in mano, si diresse verso l’appartamento di sua moglie. Alla

porta egli si fermò, si asciugò col fazzoletto il sudore che gli colava

sulla livida fronte. Indi spinse la porta. La sig.ª de Villefort

era assisa sur un divano, sfogliando con impazienza dei giornali

e degli opuscoli che il giovine Edoardo si divertiva a mettere in

pezzi, prima ancora che sua madre avesse avuto il tempo di terminarne

la lettura. Ella era completamente vestita per uscire; il cappello

l’aspettava posto sopra una sedia, ella aveva messo i guanti. — Ah!

eccovi finalmente, disse colla sua voce naturale e tranquilla; mio

Dio! quanto siete pallido, signore! dunque lavorate tutta la notte?

perchè non siete venuto a far colazione con noi? Ebbene! mi condurrete

voi, o andrò sola con Edoardo? — La sig.ª de Villefort, come si vede,

aveva moltiplicate le domande per ottenere una risposta; ma il sig.

de Villefort era rimasto freddo e muto come una statua. — Edoardo,

disse Villefort fissando sul fanciullo uno sguardo imperativo, andate a

scherzare nella sala, bisogna che io parli a vostra madre. — La sig.ª

de Villefort vedendo questo freddo portamento, questo tuono risoluto,

questi preparativi preliminari assai strani, fremette. Edoardo aveva

alzata la testa, aveva guardato sua madre, vedendo che ella non

confermava l’ordine del sig. de Villefort, si era rimesso a tagliar la

testa ai suoi soldati di piombo. — Edoardo! gridò il sig. de Villefort

così rozzamente che il fanciullo balzò sul tappeto, mi capite? andate!

Il fanciullo, che non era abituato a questo trattamento, si alzò in

piedi ed impallidì, sarebbe stato difficile il dire se era la collera

o la paura. Suo padre andò da lui, lo prese per un braccio, e lo

baciò sulla fronte: — Va, diss’egli, figlio mio, va. — Il sig. de

Villefort andò alla porta e la chiuse dietro a lui con doppio giro

di chiave. — Oh! mio Dio, fece la giovano sposa guardando suo marito

fin nel profondo dell’anima, e sforzando un sorriso che agghiacciò

l’impassibilità di Villefort, che c’è dunque?

— Signora, dove mettete il veleno di cui vi servite ordinariamente? —

articolò chiaramente e senza preamboli il magistrato, postosi fra la

moglie e la porta. La sig.ª de Villefort provò ciò che deve provare

la lodola quando vede il falco restringere i suoi cerchi mortali sulla

testa. Un tuono rauco, tronco, che non era nè un grido nè un sospiro,

le sfuggì dal petto, ed ella impallidì fino a diventar livida.

— Signore, disse ella, io.... io non capisco. — E siccome si era

sollevata in un parossismo di terrore, in un secondo parossismo,

senza dubbio più forte del primo, si lasciò ricadere sul cuscino del

divano. — Io vi domandava, continuò Villefort con voce perfettamente

tranquilla, in qual luogo nascondete il veleno col quale avete ucciso

mio suocero il sig. di Saint-Méran, mia suocera, Barrois, e mia figlia

Valentina.

— Ah! gridò la sig.ª de Villefort giungendo le mani, che dite mai? —

Non appartiene a voi l’interrogarmi, a voi sta il rispondere!

— Al giudice o al marito? balbettò la sig.ª de Villefort.

— Al giudice, signora! al giudice! — Era uno spettacolo terribile

il vedere il pallore di questa donna, l’angoscia del suo sguardo, il

tremito di tutto il suo corpo.

— Ah! signore! mormorò ella, ah! signore!:.. e non disse altro.

— Voi non rispondete, signora! gridò il terribile interrogatore: indi

soggiunse, con un sorriso che spaventava ancor più della sua collera; è

vero però che non negate!

Ella fece un movimento.

— E non potreste negarlo, aggiunse Villefort, stendendo la mano verso

di lei come per afferrarla in nome della giustizia; avete compiti

questi diversi delitti con una impudente furberia, ma che però non

poteva ingannare le persone disposte per la loro affezione ad esser

cieche sul vostro conto. Fin dalla morte della sig.ª de Saint-Méran,

ho saputo che v’era un avvelenatore in casa mia, il sig. d’Avrigny me

ne aveva prevenuto; dopo la morte di Barrois, Dio mi perdoni, i miei

sospetti si son portati sopra un altro, sur un angelo! i miei sospetti,

che anche quando non vi è delitto, vegliano incessantemente accesi nel

fondo del mio cuore, ma dopo la morte di Valentina non vi è più alcun

dubbio per me, signora, e non solo per me, ma ancora per altri; così

il vostro delitto conosciuto ora da due persone, sospettato da molti,

diventerà pubblico, e, come vi diceva or ora, non è più un marito che

vi parla, è un giudice!

La giovane sposa nascose il viso fra le mani. — Oh! signore, ve ne

supplico, non credete alle apparenze.

— Sareste vile? gridò Villefort con un accento di disprezzo. In fatto

ho sempre notato che gli avvelenatori son sempre vili. Sareste vile,

voi che avete avuto l’orribile coraggio di vedere spirare davanti ai

vostri occhi due vecchi ed una giovanetta assassinata da voi?

— Signore! Signore!

— Sareste vile, continuò Villefort con una crescente esaltazione, voi

che avete contati uno a uno i minuti di quattro agonie? voi che avete

combinato i vostri disegni infernali, rimescolate le vostre infami

bevande con una abilità ed una precisione sì miracolosa? Voi che avete

sì ben calcolato tutto, avreste dimenticato di calcolare una cosa sola,

vale a dire che potevate essere condotta alla rivelazione dei vostri

delitti? Oh! questo è impossibile, ed avrete riserbato qualche veleno

più dolce, più sottile, e più mortale degli altri, per isfuggire alla

punizione che vi è dovuta... lo avrete fatto, almeno lo spero. — La

sig.ª de Villefort si contorse le mani, e cadde in ginocchio. — Lo so

bene.... lo so bene, disse egli, confessate; ma la confessione fatta ai

giudici, la confessione fatta nell’ultimo momento, la confessione fatta

quando non si può più negare, è una confessione che non diminuisce

niente la punizione che essi infliggono al colpevole!

— La punizione! gridò la sig.ª de Villefort, signore! avete pronunziato

due volte questa parola!

— Senza dubbio. Forse che per essere quattro volte colpevole avete

creduto di sfuggirla? forse che per essere la moglie di quello che

domanda la punizione degli altri rei, avete creduto che la vostra

punizione non vi sarebbe stata? No! signora, no! Chiunque sia, il

patibolo aspetta l’avvelenatore, se soprattutto, come vi diceva poco

fa, l’avvelenatore non ha avuto la cura di conservare per sè qualche

goccia del suo più sicuro veleno. — La sig.ª de Villefort mandò un

grido selvaggio, e lo schifoso ed indomabile terrore invase i suoi

lineamenti scomposti. — Oh! non temete il patibolo, signora, disse il

magistrato, se mi avete ben capito dovete avere capito che non potete

morire sopra un patibolo. — No, io non ho capito; cosa volete dire?

balbettò la disgraziata donna completamente atterrata.

— Voglio dire, che la moglie del primo magistrato della capitale

non macchierà colla sua infamia un nome rimasto senza macchia, e non

disonorerà nel medesimo tempo suo marito e suo figlio.

— No! oh! no? — Ebbene! signora, questa sarà una buona azione per parte

vostra, ed io ve ne ringrazio.

— Mi ringraziate, e di che? — Di ciò che avete detto.

— E che cosa ho io detto? ho perduto la testa; non comprendo più

niente, mio Dio! mio Dio! — Ed ella si alzò coi capelli sparsi,

e le labbra schiumose. — Voi avete risposto, signora, a quella

interrogazione che vi ho fatta entrando qui; dove avete il veleno di

cui d’ordinario vi servite? — La sig.ª de Villefort alzò le braccia al

cielo, e battè convulsivamente le mani l’una contro l’altra: — No, no,

vociferò ella; no, voi non volete questo.

— Ciò che io non voglio, signora, si è che compariate al patibolo,

capite? rispose Villefort.

— Oh! signore, grazia!

— Ciò che io voglio, è che sia fatta giustizia. Io sono sulla terra

per punire, signora, aggiunse egli con uno sguardo fiammeggiante, e

tutt’altra donna, fosse ancora una regina, io la manderei al carnefice;

ma per voi sarò misericordioso: vi ho detto: non avete voi, signora,

conservato qualche goccia del vostro veleno più dolce, più pronto, più

sicuro?

— Oh! perdonatemi, signore, lasciatemi vivere!

— Ella è vile, disse Villefort. — Pensate che son vostra moglie! — Io

penso che voi siete un’avvelenatrice. — In nome del cielo!.... — No! —

In nome dell’amore che avete avuto per me! — No! no!

— In nome di nostro figlio! ah! lasciatemi vivere!

— No! no! no! vi dico; se vi lascio vivere, verrà un giorno che

ucciderete lui come tutti gli altri.

— Io! uccidere mio figlio! gridò questa madre selvaggia slanciandosi

verso Villefort; io uccidere il mio Edoardo!... ah! ah! ah! — Ed un

riso spaventoso, un riso di demonio, un riso di pazza compì la frase e

si perdè in un rantolo sanguinoso. La sig.ª de Villefort era caduta ai

piedi di suo marito. Villefort si era avvicinato a lei: — Pensateci,

signora, diss’egli, se al mio ritorno non è stata fatta giustizia, vi

denunzio di mia propria bocca, e vi arresto colle mie proprie mani. —

Ella ascoltava anelante, abbattuta, oppressa; il suo occhio solo viveva

in lei e copriva un fuoco terribile. — Voi mi capite! disse Villefort;

vado alla seduta per chiedere la morte d’un’assassino... Se al mio

ritorno vi ritrovo viva, questa sera dormirete alla _Conciergerie_. —

La sig.ª de Villefort mandò un sospiro, i suoi nervi si distesero, ella

stramazzò sul tappeto. Il procurator del Re sembrò provare un movimento

di pietà, la guardò men severamente, ed inchinandosi leggermente ad

essa: — Addio, signora, diss’egli; addio! — Questo addio cadde come un

coltello mortale sul cuore della sig.ª de Villefort. Ella svenne. Il

procurator del Re uscì, e, nell’uscire, chiuse la porta a doppio giro.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 126 / 140 题