FAMIGLIA SAINT-MÉRAN E VILLEFORT

Perchè tale era stata l’ultima volontà della povera Renata madre di

Valentina. Era dunque verso il Padre-Lachaise che s’incamminava il

pomposo corteggio, partito dal sobborgo Sant’Onorato. Fu traversato

tutto Parigi, fu preso pel sobborgo del Tempio, indi pei baluardi

esterni fino al cimitero. Più di 50 carrozze padronali seguivano venti

carrozze di lutto, e dietro a queste 50 carrozze, più di 500 persone

ancora camminavano a piedi. Erano quasi tutti giovinetti che questa

morte di Valentina aveva colpiti come un fulmine, e che, ad onta del

vapore ghiacciale del secolo, e del prosaismo del tempo soffrirono

l’influenza poetica di questa bella, di questa casta, di questa

adorabile giovanetta, divelta nel suo fiore. All’uscire di Parigi si

vide giungere rapidamente una carrozza trasportata da quattro cavalli,

che d’improvviso si fermarono, irrigidendo i loro nervosi garetti, come

fossero state suste d’acciaio: era il sig. di Monte-Cristo. Il conte

discese di carrozza, e venne a confondersi fra la folla che camminava

a piedi dietro il carro funebre. Château-Renaud lo scoperse, discese

subito dal suo _coupé_ e venne ad unirsi a lui, Beauchamp egualmente

lasciò il _cabriolet_ di rimessa nel quale si ritrovava. Il conte

guardava attentamente fra tutti gli interstizii che lasciava la folla;

egli cercava visibilmente qualcuno; finalmente non potè più contenersi.

— Ov’è Morrel? domandò egli. Qualcuno di voi, signori, sa niente ove

sia?

— Ci siam già fatti questa domanda fin dalla casa mortuaria, disse

Château-Renaud, poichè nessun di noi lo ha scorto.

Il conte tacque, ma continuò a guardare intorno a sè. Finalmente si

giunse al cimitero. L’occhio penetrante di Monte-Cristo guardò in tutti

i boschetti, e ben presto perdè tutte le inquietudini: un’ombra aveva

strisciato sotto i neri cipressi, e Monte-Cristo senza dubbio scopriva

in essa l’oggetto che cercava. Si sa che cosa è un seppellimento in

questa città di morti: gruppi neri disseminati nei bianchi viali,

un silenzio del cielo e della terra, rotto soltanto dal rumore dello

spezzarsi di qualche ramo, dell’affondarsi di qualche siepe intorno

alla tomba; poi il canto malinconico dei preti al quale viene qua e

là mischiato un singhiozzo sfuggito da un cespuglio di fiori, sotto

il quale si vede qualche donna prostrata con le mani giunte. L’ombra

che aveva notata Monte-Cristo traversò rapidamente il sentiero che

passava dietro la tomba di Abelardo ed Eloisa e venne a situarsi,

cogli assistenti ai becchini alla testa dei cavalli che trascinavano

il corpo, e del medesimo passo pervenne alla direzione scelta per la

sepoltura. Ciascuno guardava qualche cosa. Monte-Cristo non guardava

che quest’ombra appena osservata da quelli che l’avvicinavano.

Due volte il conte uscì dalle file per vedere se le mani di quest’uomo

cercavano qualche arma nascosta nei propri abiti. Quest’ombra, quando

il corteo si fermò, fu riconosciuta esser quella di Morrel che,

coll’abito nero abbottonato fino al collo, la fronte livida, le guance

solcate, il cappello ammaccato in più posti dalle sue mani convulsive,

si era appoggiato ad un albero situato sur un rialto che dominava il

mausoleo, in modo da non perdere alcuno dei particolari della funebre

cerimonia che si compiva. Tutto terminò secondo l’uso. Alcuni uomini,

e, come sempre, erano i meno impressionati, alcuni uomini pronunciarono

dei discorsi. Gli uni compiansero questa morte prematura; gli altri

si estesero sul dolore di suo padre; ve ne furono degl’ingegnosi per

ritrovar che questa giovanetta aveva più di una volta sollecitato il

sig. de Villefort in favor di quei colpevoli sulla testa dei quali

egli teneva alzata la spada della giustizia; finalmente si terminarono

le metafore fiorite ed i periodi dolorosi, cementando in tutti i modi

le sentenze di Malherbe e Duperier. Monte-Cristo nulla ascoltava,

nulla vedeva, o piuttosto non vedeva che Morrel, di cui la calma e

l’immobilità formavano uno spettacolo spaventoso per colui che solo

poteva leggere ciò che accadeva nel fondo del cuore del giovine

ufficiale.

— Osserva, disse d’improvviso Beauchamp a Debray, ecco là Morrel!

dove diavolo si è andato a cacciare! — Ed essi lo fecero notare a

Château-Renaud. — Come è pallido! disse questi fremendo.

— Avrà freddo, replicò Debray.

— No, disse lentamente Château-Renaud, credo che sia commosso: egli è

un uomo impressionabilissimo.

— Bah! disse Debray, appena conosceva madamigella de Villefort; l’avete

detto voi stesso.

— È vero. Però, mi ricordo che al ballo della sig.ª de Morcerf

ha ballato tre volte con lei; sapete, conte, che a quel ballo voi

produceste un grande effetto?

— No, non lo so, rispose Monte-Cristo, senza sapere a che rispondeva,

nè a chi, tanto era occupato a sorvegliare Morrel, le cui guance

si animavano come accade a quelli che comprimono realmente la loro

respirazione.

— I discorsi son finiti; addio, signori, disse bruscamente il conte.

— E dette il segnale della partenza, sparendo senza saper per dove

fosse passato. La festa mortuaria era terminata, e gli assistenti

ripresero la strada di Parigi. Château-Renaud solo cercò un momento

Morrel con gli occhi; ma, mentre aveva seguito il conte con gli occhi

al punto che si allontanava, Morrel aveva lasciato il suo posto, e

Château-Renaud, dopo averlo invano cercato, aveva seguito Debray e

Beauchamp. Monte-Cristo si era gettato fra i tigli, e nascosto dietro

una larga tomba, spiava fino il più piccolo movimento di Morrel, che

a poco a poco si accostò al Mausoleo, abbandonato prima dai curiosi e

poi dagli operai. Morrel guardò d’intorno a lui lentamente e vagamente,

ma al momento in cui il suo sguardo abbracciava la parte di cerchio

opposta alla sua, Monte-Cristo si riavvicinò ancora di una diecina di

passi senza essere stato veduto. Il giovine s’inginocchiò. Il conte

col collo teso, l’occhio fisso e dilatato, i calcagni piegati come

per islanciarsi al primo segnale, continuava ad avvicinarsi a Morrel.

Morrel chinò la fronte fin sulla pietra, abbracciò il cancello con ambe

le mani, e mormorò: — Oh! Valentina! — Il cuore del conte fu spezzato

dalla esplosione di queste due sole parole; egli fece anche un passo,

e battendo sulla spalla di Morrel: — Siete voi, amico caro, disse egli;

io vi cercava. — Monte-Cristo si aspettava rimproveri e recriminazioni:

egli s’ingannava. Morrel si voltò dalla sua parte e con una calma

apparente: — Il vedete, disse egli, io pregava! — Lo sguardo scrutatore

di Monte-Cristo percorse il giovine dai piedi alla testa. Dopo questo

esame sembrò più tranquillo. — Volete che vi riconduca a Parigi? disse

egli.

— No, grazie. — Finalmente desiderate qualche cosa?

— Lasciatemi pregare. — Il conte si inginocchiò senza fare una sola

obbiezione, ma fu per prendere un nuovo posto di dove egli non perdeva

un sol gesto di Morrel, che finalmente si alzò, si pulì i ginocchi

imbianchiti dalla polvere, e riprese la strada di Parigi, senza voltare

una sola volta la testa. Massimiliano discese lentamente la strada

della Roquette. Il conte rimandò la carrozza, che stazionava alla porta

del cimitero, e lo seguì a cento passi di distanza.

Massimiliano traversò il canale, e rientrò nella strada Meslay per

la parte dei baluardi. Cinque minuti dopo che la porta fu chiusa da

Morrel, ella si riaprì per Monte-Cristo.

Giulia era all’entrata del giardino, ove guardava colla più profonda

attenzione mastro Penelon che, prendendo la sua professione di

giardiniere sul serio, lavorava intorno ad un rosaio del Bengal. — Ah!

sig. conte di Monte-Cristo! gridò ella con quella gioia che manifestava

d’ordinario ciascun membro della famiglia, quando Monte-Cristo faceva

visita nella strada Meslay.

— Massimiliano è entrato ora, n’è vero, signora? dimandò il conte.

— Credo di averlo veduto passare, sì, riprese la giovine sposa; ma vi

prego, chiamate Emmanuele.

— Perdono, signora, bisogna che io salga al momento da Massimiliano,

replicò Monte-Cristo; ho da dirgli qualche cosa della più alta

importanza.

— Andate dunque, fece ella, accompagnandolo con suo grazioso sorriso

fin che non fu disparso per le scale.

Monte-Cristo raggiunse ben presto il secondo piano, che separava il

pian terreno dall’appartamento di Massimiliano. Giunto sul pianerottolo

ascoltò, nessun rumore si faceva sentire. Come nella maggior parte

delle case antiche abitate da un sol padrone, il pianerottolo non era

chiuso che da una sola porta coi vetri, alla quale non v’era chiave.

Massimiliano si era rinchiuso per di dentro, ed era impossibile

penetrare al di là della porta, una tendina di seta rossa foderava i

vetri. L’ansietà del conte si manifestò per mezzo di un vivo rossore,

sintomo di emozione poco ordinario presso questo uomo impassibile.

— Che fare? mormorò egli. — E riflettè un minuto: — Suonare? riprese

egli; Oh! no! spesso il rumore di un campanello, vale a dire di una

visita, accelera la risoluzione di quelli che si ritrovano nella

situazione in cui dev’essere Massimiliano in questo momento ed allora

al rumore del campanello risponde un altro rumore. — Monte-Cristo

fremette dalla testa ai piedi, e siccome in lui la risoluzione aveva

la rapidità del lampo, dette un colpo col gomito contro un cristallo

della invetrata, che andò in pezzi, indi sollevò la tendina, e vide

Morrel davanti ad uno scrittoio con una penna in mano, che aveva

fatto uno sbalzo sulla sua sedia al rumore del cristallo rotto. — Non

è niente, disse il conte, mille perdoni! caro amico, ho scivolato, e

nello scivolare ho percosso col gomito sul cristallo; poichè è rotto

me ne approfitto per entrare da voi, non v’incomodate. — E passando

il braccio dal vano prodotto per la rottura del vetro, il conte aprì

la porta. Morrel si alzò evidentemente contrariato, e venne incontro

a Monte-Cristo più per barricargli il passaggio che per andarlo a

ricevere: — In fede mia; disse Monte-Cristo strofinandosi il gomito, la

colpa è dei vostri domestici, i vostri pianciti sono lisciati come gli

specchi.

— Vi siete ferito, signore? domandò freddamente Morrel.

— Non so. Ma che facevate dunque là? scrivevate? — Io?

— Voi avete le dita macchiate d’inchiostro.

— Sì, è vero, rispose Morrel, ciò mi accade qualche volta, quantunque

io sia militare. — Monte-Cristo fece qualche passo nell’appartamento,

e Massimiliano fu obbligato di lasciarlo passare, ma lo seguì. — Voi

scrivevate? riprese Monte-Cristo con uno sguardo impacciante per la sua

immobilità.

— Ho già avuto l’onore di dirvi di sì, disse Morrel.

Il conte gettò uno sguardo intorno a sè. — Le vostre pistole di fianco

al calamaio? disse egli, mostrando col dito a Morrel le armi poste sul

suo scrittoio.

— Parto per un viaggio, rispose con dispetto Massimiliano.

— Amico mio! disse Monte-Cristo con una voce piena di una infinita

dolcezza. — Signore?

— Amico mio, non fate risoluzioni estreme, ve ne supplico.

— Io risoluzioni estreme! disse Morrel stringendo le spalle, che

ritrovate di risoluzione estrema in un viaggio?

— Massimiliano, disse Monte-Cristo, deponiamo ciascun di noi la

maschera che in questo momento portiamo. Massimiliano, non abusate di

questa calma di comando più di quello che non abuso di voi colla mia

frivola sollecitudine. Capirete bene, che per aver fatto ciò che ho

fatto, per aver rotto un vetro, violato il segreto della camera di un

amico, bisognava che avessi una reale inquietudine, o piuttosto una

terribile convinzione? Morrel, voi volevate uccidervi.

— Bah! disse Morrel fremendo. Di dove cavate queste idee?

— Vi dico che volevate uccidervi, continuò il conte col medesimo

tuono di voce, ed eccone la pruova. — Ed avvicinandosi allo scrittoio,

sollevò il foglio bianco che il giovine aveva gettato sulla lettera

incominciata, e prese la lettera. Morrel si slanciò per levargliela di

mano. Ma Monte-Cristo prevedeva il movimento, e lo prevenne afferrando

Massimiliano per un polso e fermandolo come la catena di acciaio ferma

la molla nel mezzo della sua evoluzione.

— Vedete bene, che volevate uccidervi, Morrel, disse il conte; ciò sta

scritto!

— Ebbene! gridò Morrel, passando senza transizione dall’apparenza della

calma alla espressione della violenza; ebbene! quando ciò fosse, quando

avessi risoluto di voltar su di me la canna di questa pistola, chi

me lo impedirà? chi avrà il coraggio d’impedirmelo? quando io dirò:

Tutte le mie speranze sono rovinate; il mio cuore è spezzato, la mia

vita è estinta, non vi è più che lutto e disgusto intorno a me; la

terra è divenuta cenere, ogni voce umana mi dilania; quando dirò; è

una pietà lasciarmi morire, perchè se non mi lasciate morire, perdo la

ragione, diventerò pazzo! Vediamo, dite, signore, quando dirò così,

quando si vedrà che lo dico con le angosce e le lagrime del cuore,

mi si risponderà forse; avete torto? Mi si impedirà di non esser più

infelice? dite, signore, dite; avreste forse voi questo coraggio?

— Sì, Morrel, fece il conte con una voce, la cui calma contrastava

stranamente colla esaltazione del giovine.

— Voi! gridò Morrel, con una espressione crescente di collera e di

rimprovero; voi che mi avete ingannato con una assurda speranza, che mi

avete trattenuto, cullato, addormito con vane promesse, mentre avrei

potuto con qualche colpo rumoroso, con qualche estrema risoluzione,

salvarla, o almeno vederla morir fra le mie braccia; voi che affettate

tutti gli espedienti dell’intelligenza, tutte le potenze della materia;

voi che rappresentate, o che almeno fate sembiante di rappresentar

sulla terra un emissario della Provvidenza, e che non avete neppur il

potere di dare un contraveleno ad una giovanetta avvelenata! ah! in

verità, signore, mi fareste pietà, se non mi fareste orrore!

— Morrel!...

— Sì, mi avete detto di deporre la maschera, ebbene! siate soddisfatto,

la depongo. Sì, quando mi avete seguito al cimitero, sì ho ancora

risposto, perchè il mio cuore è buono; quando siete entrato qui, vi

ho lasciato venire fin qui... Ma poichè venite a bravare fin dentro la

mia camera, ove mi era ritirato come dentro una tomba; poichè apportate

una nuova tortura a me, che credeva di averle stancate tutte, conte di

Monte-Cristo, mio preteso benefattore, conte di Monte-Cristo, salvatore

universale, siate soddisfatto, vedrete morire il vostro amico.

E Morrel, col sorriso della demenza sulle labbra, si slanciò una

seconda volta verso le pistole. Monte-Cristo, pallido come uno spettro,

ma coll’occhio abbagliante di luce, stese la mano sulle armi, e disse

all’insensato:

— Ed io, ed io vi ripeto che non vi ucciderete!

— Impeditemelo dunque! replicò Morrel con un ultimo slancio, che come

il primo, venne ad infrangersi contro il braccio d’acciaio del conte.

— Ve lo impedirò!

— Ma chi siete dunque per arrogarvi questo tirannico diritto verso le

creature viventi e pensanti?

— Chi sono io? ripetè Monte-Cristo. Ascoltate, sono il solo uomo al

mondo che abbia il diritto di dirvi: Morrel, non voglio che oggi muoia

il figlio di tuo padre. — E Monte-Cristo, maestoso, trasfigurato,

sublime, si avanzò colle due braccia incrociate verso il giovine, che

palpitante suo malgrado per la possanza di quest’uomo, rinculò di un

passo!

— Perchè parlate di mio padre? balbettò egli, perchè mischiate la

rimembranza di mio padre con ciò che mi accade oggi?

— Perchè io son quello che salvò la vita a tuo padre, un giorno che

voleva uccidersi come oggi il vuoi tu; perchè io sono quell’uomo che

mandò la borsa alla tua giovane sorella, ed il _Faraone_ al vecchio

Morrel; perchè io sono Edmondo Dantès che ti ha fatto scherzare sulle

sue ginocchia, quando eri fanciullo! — Morrel fece ancora un passo in

addietro vacillante, anelante, soffocato, oppresso; indi d’un subito

le sue forze lo abbandonarono, e, con un grido, cadde prosternato ai

piedi di Monte-Cristo: poscia in quella ammirabile natura si fece un

movimento di rigenerazione improvvisa e compiuta: si rialzò, balzò

fuori della camera, e si precipitò nella scala gridando con tutta la

forza della sua voce: — Giulia! Giulia! Emmanuele! Emmanuele!

Monte-Cristo volle slanciarsi a sua volta, ma Massimiliano si sarebbe

piuttosto fatto uccidere che lasciare la maniglia della porta che

tirava a sè il conte. Alle grida di Massimiliano, Giulia, Emmanuele ed

alcuni domestici accorsero spaventati. Morrel li prese per le mani, e

riaprendo la porta: — In ginocchio! gridò egli con voce soffocata dai

singulti; in ginocchio! questi è il salvatore, questi è il benefattore

di nostro padre! egli è..., stava per dire: egli è Edmondo Dantès! —

Il conte lo fermò afferrandogli un braccio. Giulia si slanciò sulla

mano del conte, Emmanuele lo abbracciò come un nume tutelare; Morrel

cadde per la seconda volta alle sue ginocchia e battè colla fronte la

terra. Allora l’uomo di bronzo sentì il suo cuore dilatarsi nel petto,

un getto di fiamma divorante si partì dalla sua gola, e gli salì agli

occhi, chinò la testa, e pianse.

Avvenne in questa camera, e per alcuni momenti, un concerto di lagrime

e di gemiti sublimi. Giulia fu appena rimessa dalla profonda emozione

che aveva provata, che balzò fuori della camera, discese un piano,

corse alla sala con gioia ineffabile, e sollevò la campana di cristallo

che ricopriva la borsa data dallo sconosciuto nella casa dei viali

di Meillan. In questo mentre Emmanuele con voce interrotta diceva al

conte: — Oh! sig. conte, come mai, sentendoci parlare così spesso del

nostro sconosciuto benefattore, come mai vedendoci ricordare la sua

memoria con tanta riconoscenza ed adorazione, come mai avete aspettato

fino ad oggi per farvi riconoscere? Oh! questa è crudeltà verso di noi,

ed oserei quasi dire, sig. conte, verso di voi medesimo.

— Ascoltate, amico mio, disse il conte, ed io posso chiamarvi così,

poichè, senza che voi lo pensaste, siete amico mio da undici anni;

la scoperta di questo segreto è stata la conseguenza di un grande

avvenimento, che voi dovete ignorare. Dio mi è testimonio, che avrei

desiderato tenerlo nascosto nel fondo del mio cuore per tutto il tempo

della mia vita. Vostro fratello Massimiliano me lo ha strappato per

mezzo di violenze di cui si pente, ne sono sicuro.

Indi vedendo Massimiliano che si era gettato in un angolo contro un

sofà, restando però sempre in ginocchio:

— Vegliate su lui, soggiunse a bassa voce Monte-Cristo, stringendo in

modo significativo la mano di Emmanuele.

— Perchè questo? domandò il giovine meravigliato.

— Non posso dirvi di più; ma vegliate su lui.

Emmanuele girò per la camera uno sguardo circolare, e scoperse le

pistole di Morrel. I suoi occhi si fissarono spaventati su queste armi,

ch’egli designò a Monte-Cristo, levando lentamente un dito alla loro

altezza.

Monte-Cristo chinò la testa. Emmanuele fece un movimento verso le

pistole: — Lasciate, disse il conte.

Indi andando da Morrel, lo prese per la mano; i movimenti tumultuosi

che avevano per un momento scosso il cuore del giovine, avevan ceduto

il posto ad uno stupore profondo. Giulia risalì, ella teneva in mano

la borsa di seta, e due lagrime brillanti e gioiose le rilucevano sulle

guance, come due gocce di mattutina rugiada.

— Ecco la reliquia, diss’ella; non crediate ch’essa mi sia men cara

dopo che mi è stato rivelato il salvatore.

— Figlia mia, rispose Monte-Cristo arrossendo, permettetemi di

riprendere questa borsa; dopo che voi conoscete i lineamenti del mio

viso, non voglio essere ricordato alla vostra memoria che per mezzo

dell’affezione che vi prego d’accordarmi.

— Oh! disse Giulia stringendo la borsa sul suo cuore, no, no, ve

ne supplico, perchè un giorno potete lasciarci, perchè un giorno

disgraziatamente, ci lascerete, non è vero?

— Ci avete indovinato, signora rispose Monte-Cristo sorridendo; fra

otto giorni, avrò lasciata questa città, ove tante persone che avevano

meritata la vendetta celeste vivevano felici, mentre mio padre moriva

di fame e di dolore.

Annunziando la sua vicina partenza, Monte-Cristo teneva gli occhi

fissi su Morrel, e notò che queste parole, avrò lasciata questa città,

erano state dette senza togliere Morrel dal suo letargo; capì allora

che bisognava sostenere un’ultima lotta col dolore del suo amico, e

prendendo le mani di Giulia e di Emmanuele, ch’egli riunì stringendole

fra le sue, disse loro colla dolce autorità di un padre:

— Miei buoni amici, vi prego di lasciarmi solo con Massimiliano. —

Questo era un mezzo per Giulia di portar via questa preziosa reliquia,

di cui Monte-Cristo dimenticava di parlare. Ella trascinò vivamente

seco suo marito:

— Lasciamoli, diss’ella. — Il conte rimase solo con Morrel, che restava

immobile come una statua.

— Vediamo, disse il conte toccandogli una spalla col suo dito di

fiamma, Massimiliano, ritornate finalmente un uomo?

— Sì, perchè comincio nuovamente a soffrire.

La fronte del conte si corrugò, abbandonato, come il sembrava, ad una

cupa esitazione:

— Massimiliano! Massimiliano! queste idee in cui t’ingolfi sono indegne

di un cristiano.

— Oh! tranquillatevi, amico, disse Morrel rialzando la testa e

mostrando al conte un sorriso di una ineffabile tristezza, non son più

io che cercherò la morte.

— Così, non più armi, non più disperazione?

— No, poichè ho di meglio, per guarirmi dal mio dolore, che la canna di

una pistola o la punta di un coltello.

— Povero pazzo!... che avete dunque?

— Ho lo stesso mio dolore che mi ucciderà.

— Amico, disse Monte-Cristo con una malinconia eguale alla sua,

ascoltatemi. Un giorno in un momento di disperazione, io, come te,

volli uccidermi. Tuo padre un giorno egualmente disperato, ha pure

voluto uccidersi. Se qualcuno avesse voluto dire a tuo padre, nel

momento che dirigeva la canna della pistola verso la sua fronte; se

qualcuno mi avesse voluto dire, quando rigettavo dal mio letto il

pane del prigioniero che non aveva toccato da tre giorni; se qualcuno

finalmente in quei supremi momenti ci avesse voluto dire: Vivete, e

verrà un giorno in cui sarete felici, ed in cui benedirete la vita; da

qualunque parte ci fosse venuta questa voce, noi l’avremmo accolta col

sorriso del dubbio o coll’angoscia della incredulità; eppure quante

volte tuo padre abbracciandoti, non ha benedetta la vita? quante volte

io stesso...

— Ah! gridò Morrel interrompendo il conte, voi non avevate perduta che

la vostra libertà, mio padre non aveva perdute che le sue ricchezze; e

io? io ho perduto Valentina.

— Guardami, Morrel, disse Monte-Cristo con quella solennità che in

certe occasioni lo faceva così grande e persuasivo; guardami, non ho

nè lagrime sugli occhi, nè febbre nelle vene; eppure ti vedo soffrire,

Massimiliano, vedo soffrir te, che amo come amerei un mio figlio.

Ebbene! ciò non ti dice, Morrel, che il dolore è come la vita, e che

al di là vi è sempre qualche cosa di sconosciuto? Ora se ti prego, se

ti ordino di vivere, Morrel, è nella convinzione che un giorno tu mi

ringrazierai di averti conservata la vita.

— Mio Dio! gridò il giovine, che mi dite mai, conte, fate attenzione,

forse non avete mai amato?

— Fanciullo! rispose il conte.

— Con amore, riprese Morrel, io m’intendo. Io sono soldato da che sono

uomo, sono giunto fino ai 29 anni senza amare, perchè nessuna delle

sensazioni che ho provato fin là merita di chiamarsi amore. Ebbene! a

29 anni ho veduto Valentina; dunque l’amo da quasi due anni; ho potuto

leggere tutte le virtù di figlia e di donna scritte dalla mano stessa

del Signore in quel cuore aperto per me come un libro. Conte, vi era

per me, con Valentina, una felicità infinita, immensa, sconosciuta; una

felicità troppo grande, troppo superiore a questo mondo, poichè questo

mondo non me l’ha data; ciò è quanto dire che, senza Valentina, non vi

è per me sulla terra che disperazione e desolazione.

— Io vi dico di sperare, ripetè il conte.

— State guardingo, allora, ripeterò io pure, disse Morrel, perchè

voi cercate a persuadermi, e mi farete perdere la ragione; perchè mi

fareste credere ch’io posso rivedere Valentina. — Il conte sorrise.

— Amico mio, padre mio, gridò Morrel, esaltato, state in guardia,

vi ripeterò per la terza volta, poichè l’ascendente che prendete

su di me mi spaventa: state in guardia sul senso delle vostre

parole, perchè ecco qua, i miei occhi si rianimano, il mio cuore si

riaccende e rinasce. State in guardia, perchè mi farete credere a

cose soprannaturali. Io vi obbedirei se mi comandaste di rialzare la

pietra sepolcrale della figlia della vedova; camminerei sulle onde come

l’apostolo, se mi faceste segno colla mano di camminare sui flutti;

state in guardia perchè io obbedirei!

— Spera, amico mio, ripetè il conte.

— Ah! disse Morrel ricadendo da tutta l’altezza della sua esaltazione

nell’abisso della sua tristezza, ah! vi prendete giuoco di me: fate

come queste buone madri, o per meglio dire, come queste madri egoiste

che calmano con parole melliflue i dolori del fanciullo, perchè le

sue grida le stancano. No, amico mio, no, io aveva torto di dirvi di

stare in guardia, no, non temete di niente, seppellirò il mio dolore

con tanta cura nel più profondo del petto, lo renderò così oscuro e

segreto, che non avrete neppur la pena di compiangermi. Addio, amico

mio; addio!

— Al contrario, disse il conte, da questo momento, Massimiliano, tu

vivrai vicino a me, e con me, e non mi lascerai più, e fra otto giorni

avremo lasciata dietro di noi la Francia.

— E mi dite sempre di sperare?

— Ti dico sempre di sperare, perchè so il mezzo di guarirti.

— Conte, voi mi rattristate anche di più, se è possibile: non vedete

come resultato del colpo che mi percuote se non che un dolore sciocco,

e credete consolarmi con un mezzo sciocco, un viaggio.

E Morrel scosse la testa con una sdegnosa incredulità.

— Che vuoi che ti dica? riprese Monte-Cristo. Ho fiducia nelle mie

promesse, lasciami fare l’esperienza.

— Conte, voi prolungate la mia agonia, ecco tutto.

— Così, disse il conte, debole cuore che sei, non hai la forza di

regalare al tuo amico qualche giorno per la prova che vuol tentare!

Vediamo, sai di che cosa è capace il conte di Monte-Cristo? sai che

egli comanda molte potenze terrestri? sai che egli ha abbastanza fede

in Dio per ottenere dei miracoli da colui che ha detto che l’uomo colla

fede, può sollevare una montagna? ebbene! questo miracolo che io spero,

aspettalo, oppure...

— Oppure... ripetè Morrel.

— Oppure guardati, Morrel, ti chiamerò ingrato.

— Conte, abbiate pietà di me.

— Ho talmente pietà di te, Massimiliano, ascoltami bene, ho talmente

pietà di te, che se non guarisci dentro un mese, giorno per giorno,

ora per ora, rammenta bene le mie parole, Morrel, io stesso ti metterò

davanti alla canna di due pistole cariche, o ad una tazza del più

sicuro veleno d’Italia, di un veleno più infallibile, più pronto,

credimi, di quello che ha uccisa Valentina.

— Me lo promettete?

— Sì, perchè io pure sono un uomo, io pure ho sofferto, io pure come ti

ho detto, volli morire, e spesso, anche dopo che si è allontanato da me

l’infortunio, io pure ho pensato alle delizie del sonno eterno.

— Voi dunque mi promettete ciò con sicurezza, conte?

— Non tel prometto, ma tel giuro, disse Monte-Cristo.

— Fra un mese, sul vostro onore, se non sarò consolato, mi lascerete

libero della mia vita, e qualunque cosa io faccia, non mi chiamerete

ingrato?

— Fra un mese, in questo stesso giorno, Massimiliano, fra un mese, in

questa stessa ora, la data è sacra, Massimiliano, oggi siamo al 5 di

settembre; ed oggi son dieci anni che io salvai tuo padre che voleva

morire.

Morrel afferrò le mani del conte e le baciò; il conte lo lasciò fare,

come se avesse conosciuto che questo tratto gli era dovuto. — Fra un

mese, continuò Monte-Cristo, tu avrai sulla tavola, davanti alla quale

saremo entrambi assisi, delle buone armi ed una morte dolce; ma in

compenso mi prometti di aspettar fino a quell’ora e di vivere?

— Oh! a mia volta, gridò Morrel, ve lo giuro!

Monte-Cristo attirò il giovine sul suo cuore e ve lo tenne lungamente:

— Ed ora, disse egli, da questo giorno tu verrai a dimorar meco;

prenderai l’appartamento di Haydée, e una figlia almeno sarà sostituita

da mio figlio.

— Haydée! disse Morrel; e che è dunque avvenuto di lei?

— Ella è partita questa notte. — Per lasciarvi?

— Per aspettarmi... tienti dunque pronto a venirmi a raggiungere alla

strada dei Campi-Elisi, e fammi uscire di qui senza che io sia veduto

da alcuno. — Massimiliano abbassò la testa ed obbedì, come un fanciullo

o come un apostolo.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 123 / 140 题