S’indovinerà facilmente che cosa aveva da fare Morrel, e con chi aveva
ritrovo. Morrel dunque, lasciando Monte-Cristo, s’incamminò lentamente
verso la casa di de Villefort. Noi diciamo lentamente, perchè Morrel
aveva più di mezz’ora, per fare cinquecento passi; ma ad onta di questo
tempo più che sufficiente, si era affrettato a lasciare Monte-Cristo,
avendo desiderio di rimaner solo coi suoi pensieri. Egli sapeva bene
la sua ora: l’ora nella quale Valentina, assistendo alla colazione di
Noirtier, era sicura di non essere disturbata in questo pietoso dovere.
Noirtier e Valentina gli avevano accordato due visite la settimana,
ed egli veniva ad approfittar dei suoi diritti: alla per fine giunse,
Valentina lo aspettava. Inquieta, quasi astratta, lo prese per la mano
e lo condusse davanti a suo nonno.
Questa inquietudine spinta, come lo diremo, fin quasi alla follia,
veniva dal rumore che aveva fatta l’avventura di Morcerf; nel
_gran mondo_, si sapeva (il gran mondo sa sempre tutto) l’avventura
dell’_Opera_. In casa di de Villefort nessuno dubitava che questa non
fosse seguita da un duello; Valentina, col suo istinto di donna, aveva
indovinato che Morrel sarebbe stato il testimonio di Monte-Cristo, e
col coraggio ben cognito del giovine, con quell’amicizia profonda,
che ella conosceva in lui pel conte, temeva, che non si sarebbe
limitato alla semplice parte passiva di testimonio, che gli era stata
assegnata. Si comprenderà adunque con quale avidità furono domandati
i particolari, dati e ricevuti, e Morrel potè leggere una indicibile
gioia negli occhi della sua diletta, quando ella seppe che questo
terribile affare aveva avuto uno scioglimento non meno felice che
inatteso.
— Ora, disse Valentina facendo segno a Morrel di sedersi accanto al
vecchio, e sedendo ella stessa sullo scanno ove riposavano i piedi di
lui, ora parliamo un poco dei nostri affari. Voi sapete Massimiliano
che il mio buon nonno aveva avuto per un momento l’idea di abbandonare
la casa, e di prendere un appartamento fuori del palazzo del sig. de
Villefort?
— Sì, certo, disse Massimiliano, io mi ricordo questo disegno, e vi
aveva ancora molto applaudito.
— Ebbene! disse Valentina, applaudite ancora, Massimiliano, poichè il
buon nonno lo rinnova.
— Bravo! disse Massimiliano.
— E sapete, disse Valentina, qual ragione dà il buon nonno per lasciare
la casa? — Noirtier guardava la fanciulla per imporle silenzio con
l’occhio; ma Valentina non guardava punto Noirtier; i suoi occhi, il
suo sguardo, il suo sorriso erano tutti per Morrel. — Oh! qualunque
sia la ragione che addurrà il sig. Noirtier, gridò Morrel, dichiaro che
ella è buona.
— Eccellente, disse Valentina; egli pretende che l’aria del sobborgo
Sant’Onorato non val niente per la mia salute.
— Infatto, disse Morrel, ascoltate, Valentina; il sig. Noirtier
potrebbe realmente aver ragione; da quindici giorni ritrovo che la
vostra salute si è alterata.
— Sì, un poco, è vero, rispose Valentina; così il buon nonno si è
costituito mio medico, e siccome sa di tutto, ho la più gran confidenza
in lui.
— Ma finalmente è dunque vero che voi soffrite, Valentina? domandò
sollecitamente Morrel.
— Oh! mio Dio, questo non si chiama soffrire: risento un mal essere
generale, ecco tutto; ho perduto l’appetito e mi sembra che il mio
stomaco sostenga una lotta per abituarsi a qualche cosa. — Noirtier non
perdeva una delle parole di Valentina. — E quale è la cura che seguite
per questa sconosciuta malattia?
— Oh! semplicissima, disse Valentina, prendo tutte le mattine una
cucchiaiata della mistura che si porta a mio nonno; quando dico
una cucchiaiata, intendo che ho incominciato col prenderne una; ora
però ne prendo di già quattro; mio nonno pretende che questa sia una
panacea universale. — Valentina sorrideva; ma vi era qualche cosa di
tristo e sofferente in questo sorriso. Massimiliano ebbro di amore la
guardava in silenzio: ella era bella, ma il suo pallore aveva preso
una tinta più bianca, i suoi occhi brillavano di un fuoco ardente più
che d’ordinario, e le sue mani, che ordinariamente erano di un bianco
d’avorio, sembravano di cera con una velatura giallastra, che le
copriva nello stesso tempo.
Da Valentina il giovine portò gli occhi su Noirtier; questi considerava
con quella strana e profonda intelligenza la giovinetta assorbita
nel suo amore; ma egli pure, come Morrel, scorgeva queste tracce di
un sordo soffrire, così poco visibile che era sfuggito agli occhi di
tutti, eccetto che a quelli dell’amante e del nonno.
— Ma, disse Morrel, questa mistura di cui siete giunta a prender
quattro cucchiai, io la credeva un medicamento per il sig. Noirtier?
— Io so che è molto amara, rispose Valentina, tanto amara, che tutto
ciò che bevo dopo di essa, mi sembra avere lo stesso gusto. — Noirtier
guardò sua nipote in modo da interrogarla. — Sì, buon nonno, disse
Valentina, è così, come vi diceva. Or ora, prima di venire da voi,
ho bevuto un bicchier d’acqua inzuccherata; ebbene! ne ho lasciata la
metà, tanto quest’acqua mi è sembrata amara.
Noirtier impallidì, e fece segno che voleva parlare.
Valentina si alzò per andare a cercare il dizionario.
Noirtier la seguiva cogli occhi, e con una visibile angoscia. Difatto
il sangue saliva alla testa della giovinetta, e le guance le si
coloravano. — Osserva! diss’ella senza perder nulla della sua allegria,
è singolare: un abbagliamento! È dunque il sole che mi ha percosso
negli occhi?...
Ed ella si appoggiò al parapetto della finestra.
— Non vi è sole, disse Morrel inquieto anche più della espressione del
viso di Noirtier, che della indisposizione di Valentina. Egli corse a
Valentina.
La giovinetta sorrise. — Rassicuratevi, buon papà, disse ella a
Noirtier, rassicuratevi, Massimiliano, non è niente, e la cosa è già
passata; ma ascoltate!... non è il rumore di una carrozza quello che io
sento nel cortile?
Ella aprì la porta di Noirtier, corse ad una finestra del corridoio,
e ritornò precipitosamente. — Sì, disse ella, è la sig.ª Danglars con
sua figlia che vengono a farci una visita. Addio, mi salvo, perchè
verrebbero a cercarmi qui, o piuttosto, a rivederci, restate presso il
nonno, sig. Massimiliano, vi prometto di non far nulla per trattenerle.
Morrel la seguì con gli occhi, la vide chiudere la porta, e la sentì
salire la piccola scala che metteva ad un tempo nella camera della
sig.ª de Villefort e nelle sue. Dal momento che disparve, Noirtier
fece segno a Morrel di prendere il dizionario. Morrel obbedì; guidato
da Valentina, si era prestamente abituato a capire il vecchio. Però,
per quanto si fosse abituato, siccome bisognava passare in rivista
una gran parte delle lettere dell’alfabeto e ritrovare ciascuna parola
nel dizionario, non fu che in capo a dieci minuti che il pensiero del
vecchio fu tradotto in queste parole.
«Cercate il bicchier d’acqua e la bottiglia che sono in camera di
Valentina.» — Morrel suonò subito pel domestico che aveva sostituito
Barrois, ed in nome di Noirtier gli dette quest’ordine. Il domestico
ritornò un momento dopo.
La bottiglia ed il bicchiere erano completamente vuoti.
Noirtier fece segno che voleva parlare: — Perchè il bicchiere e la
bottiglia son vuoti? domandò egli. Valentina ha detto che non avea
bevuto che la metà.
La traduzione di questa nuova domanda occupò ancora altri cinque
minuti: — Io non so, disse il domestico; ma la cameriera è
nell’appartamento di madamigella Valentina, forse sarà stata ella che
l’avrà vuotata.
— Domandatele il perchè, disse Morrel, traducendo questa volta il
pensiero di Noirtier collo sguardo.
Il domestico uscì, e quasi subito dopo rientrò.
— Madamigella Valentina è passata per la sua camera per portarsi in
quelle della sig.ª de Villefort, disse egli; e nel passare, siccome
aveva sete, ha bevuto ciò che rimaneva nel bicchiere; in quanto alla
bottiglia, il sig. Edoardo l’ha vuotata per fare un laghetto alle sue
anitre.
Noirtier alzò gli occhi al cielo come fa un giuocatore che giuoca in un
punto tutto ciò che possede.
Da quel momento gli occhi del vecchio si fissarono sulla porta e non
lasciarono più questa direzione.
Era difatto la sig.ª Danglars e sua figlia che Valentina avea vedute;
erano state condotte nella camera della sig.ª de Villefort, che aveva
detto di riceverle nel suo appartamento; ecco perchè Valentina era
passata per le stanze di lei, essendo la sua camera allo stesso piano
di quella di Valentina, e le due camere non erano divise che da quella
di Edoardo.
Le due signore entrarono nel salotto con quella sostenutezza officiale
che presagisce una comunicazione.
Fra persone della stessa società una gradazione è presto presa.
La sig.ª de Villefort rispose a questa solennità con altrettanta
solennità. Ed in questo momento Valentina entrò, e le riverenze
ricominciarono da capo:
— Cara amica, disse la baronessa, mentre che le due giovinette si
prendevano per la mano, vengo con Eugenia ad annunziarvi per la prima
il vicinissimo matrimonio di mia figlia col principe Cavalcanti. — Il
banchiere popolare aveva ritrovato che questo titolo stava meglio che
quello di conte.
— Allora permettete che io vi faccia i miei sinceri rallegramenti,
rispose la sig.ª de Villefort. Il sig. principe Cavalcanti sembra un
giovine di rare qualità.
— Ascoltate, disse la baronessa sorridendo; se noi parliamo come due
amiche, debbo dirvi che il principe non ci sembra ancora quel che sarà.
Egli ha in sè un po’ di quella stravaganza, che a noi francesi ci fa
riconoscere al primo colpo d’occhio un gentiluomo italiano o tedesco.
Però annunzia molto buon cuore, molta acutezza di spirito, ed in quanto
alle convenienze, il sig. Danglars pretende che la sua fortuna sia
_maestosa_: questa è la sua parola.
— E poi, disse Eugenia nello sfogliare l’album della sig.ª de
Villefort, aggiungete, signora, che voi avete una inclinazione
particolare per questo giovine.
— Eh, disse la sig.ª de Villefort, non ho bisogno di domandarvi se voi
prendete parte a questa inclinazione?
— Io! rispose Eugenia colla sua serietà ordinaria, oh! niente affatto,
signora; la mia propria vocazione non è d’incatenarmi colle cure di
famiglia, e coi capricci di un uomo qualunque si sia. La mia vocazione
era di essere artista, e per conseguenza libera nel cuore, nel
pensiero, e nelle azioni.
Eugenia pronunziò queste parole con un accento così vibrato e così
fermo, che il rossore salì al viso di Valentina. La timida fanciulla
non poteva comprendere questa natura vigorosa, che null’aveva di comune
colle solite timidezze della donna. — Del resto, continuò ella, poichè
sono destinata ad essere maritata di buona o di cattiva voglia, debbo
ringraziare la Provvidenza che mi abbia procurato il disprezzo del sig.
Alberto de Morcerf; senza questa Provvidenza, oggi sarei la moglie di
un uomo perduto nell’onore.
— È pur troppo vero, disse la baronessa con quella strana ingenuità
che qualche volta si ritrova nelle gran signore; è pur troppo vero,
senza questa esitanza dei Morcerf, mia figlia avrebbe sposato il
sig. Alberto; il generale vi aveva molta premura; era anzi venuto
per costringere il sig. Danglars a dare la sua parola; noi l’abbiamo
scappata bella.
— Ma, disse timidamente Valentina, forse che l’onta del padre ricade
sul figlio? Il sig. Alberto mi sembra innocente di tutti questi
tradimenti del generale.
— Perdono, cara amica, disse l’implacabile giovinetta, il sig. Alberto
ne reclama, e ne merita la sua parte: pare che dopo avere ieri sera
provocato Monte-Cristo all’Opera, oggi gli abbia fatto le sue scuse sul
terreno.
— Impossibile! disse la sig.ª de Villefort.
— Ah! mia cara, disse la sig.ª Danglars, con quella stessa ingenuità
che abbiamo segnalata; la cosa è certa, io la so dal sig. Debray, che
era presente alle spiegazioni.
Valentina pure sapeva la verità, ma non rispose. Respinta da una
parola nelle sue rimembranze, si ritrovava col pensiero nella camera di
Noirtier, ove Morrel l’aspettava.
Immersa in questa specie di contemplazione, Valentina aveva da qualche
minuto cessato di prender parte alla conversazione; le sarebbe stato
perfino impossibile di ripetere ciò ch’ella aveva detto pochi minuti
prima, quando d’improvviso la mano della sig.ª Danglars, appoggiandosi
sur un braccio di lei la tolse da questa distrazione.
— Che c’è signora? disse Valentina rabbrividendo al contatto delle dita
della sig.ª Danglars.
— C’è, che voi, disse la baronessa, state senza dubbio male.
— Io? fece la giovinetta passandosi la mano sull’ardente fronte.
— Sì; guardatevi in questo specchio, avete arrossito ed impallidito tre
o quattro volte nello spazio di un minuto.
— Infatto, gridò Eugenia, tu sei molto pallida.
— Oh! non te ne inquietare, Eugenia, io sono così da qualche giorno. —
E per quanto la giovinetta fosse poco astuta, capì che quella era una
buona occasione per uscire. D’altra parte la sig.ª de Villefort venne
in suo soccorso:
— Ritiratevi, Valentina, diss’ella, voi soffrite realmente e queste
signore vorranno perdonarvi; bevete un bicchiere d’acqua e ciò vi
rimetterà. — Valentina abbracciò Eugenia, salutò la sig.ª Danglars di
già in piedi per partire, ed uscì.
— Questa povera ragazza, disse la sig.ª de Villefort quando Valentina
andò via, mi tiene in grandissima pena per la sua salute, e non mi
meraviglierei che le accadesse qualche grave accidente. — Frattanto
Valentina, con una specie d’esaltazione di cui non sapeva rendersi
conto, aveva traversata la camera d’Edoardo senza rispondere non so a
quale impertinenza del fanciullo, e dalla sua camera aveva raggiunta
la scaletta. Aveva già discesi tutti gli scalini, meno gli ultimi
tre; ella sentiva già la voce di Morrel, allorquando una nube le passò
davanti gli occhi, il piede irrigidito sbagliò lo scalino, le mani non
ebbero più forza per sostenersi al mantegno, e, rasente la ringhiera,
rotolò anzi che discendere dall’alto dei tre ultimi gradini. Morrel
non fece che uno sbalzo, aprì la porta, e trovò Valentina stesa sul
pianerottolo.
Rapido come il lampo, l’alzò fra le braccia, ed andò a deporla sopra un
seggio. Valentina riaprì gli occhi.
— Oh! quanto sono mal destra, diss’ella con una febbrile volubilità;
non so io dunque più tenermi ritta! dimenticava che vi sono tre scalini
prima del pianerottolo.
— Vi siete forse ferita, Valentina? gridò Morrel, oh! mio Dio! mio
Dio!... — Valentina guardò intorno a sè; vide il più profondo spavento
espresso dagli occhi di Noirtier.
— Rassicurati, nonno mio, diss’ella sforzandosi di sorridere; non è
niente, non è niente... ho avuto un capo giro.
— Anche un altro sbalordimento! disse Morrel giungendo le mani, fateci
attenzione, Valentina, ve ne supplico.
— Ma no, disse Valentina, ma no, vi dico che tutto è passato, e che
non è niente. Ora lasciate, che vi dia una notizia: fra otto giorni
Eugenia si marita, e fra tre giorni vi è una specie di gran festino,
un trattenimento di sponsali. Noi siamo tutti invitati, mio padre, la
sig.ª de Villefort, ed io... Almeno a quanto mi è sembrato di capire.
— E quando avverrà che tocchi a noi l’occuparci di questi particolari?
Oh! Valentina, voi che avete tanto potere sul vostro buon nonno,
cercate che vi risponda: _ben presto_.
— Così, domandò Valentina, contate su di me, per stimolare la lentezza,
e per risvegliare la memoria del nonno?
— Sì, gridò Morrel, mio Dio! mio Dio! fate presto. Fino a che voi non
sarete mia, Valentina, mi sembrerà sempre che possiate sfuggirmi.
— Oh! rispose Valentina con un movimento convulsivo, oh! in verità,
Massimiliano, siete troppo timoroso per essere un uffiziale, per essere
un soldato che, dicesi, non ha mai conosciuto che cosa sia paura. Ah!
ah! ah! — Ed ella scoppiò in una risata stridula e dolorosa, le braccia
si torsero e si contorsero, la testa si rovesciò sul seggio, e rimase
senza movimenti: il grido di terrore che Iddio incatenava sulle labbra
di Noirtier, scaturì dal suo sguardo.
Morrel lo comprese, si trattava di chiamare soccorso. Il giovine
si attaccò al campanello, la cameriera che era nell’appartamento di
Valentina, ed il domestico accorsero simultaneamente. Valentina era
così pallida, così fredda, così inanimata, che senza ascoltare ciò
che loro dicevasi, la paura che vegliava in questa maledetta casa li
assalse, ed essi si slanciarono nel corridoio gridando soccorso.
La sig.ª Danglars ed Eugenia uscivano in questo momento, esse furono in
tempo da essere informate della causa di tutto questo susurro. — Se lo
aveva predetto! gridò la sig.ª de Villefort; povera ragazza!