Frattanto Monte-Cristo, egli pure, era rientrato in città con Emmanuele
e Massimiliano. Il ritorno fu allegro. Emmanuele non dissimulava la
gioia di aver veduto succedere la pace alla guerra, e confessava
altamente i suoi gusti filantropici. Morrel, in un angolo della
carrozza, lasciava evaporare in parole l’allegria di suo cognato,
e conservava per sè una gioia altrettanto sincera, ma che brillava
soltanto dai suoi occhi. Alla barriera del Trono fu incontrato
Bertuccio; egli aspettava là, immobile come una sentinella al suo
posto. Monte-Cristo cavò la testa dallo sportello, cambiò con lui
qualche parola a bassa voce, e l’intendente disparve. — Sig. conte,
disse Emmanuele, giungendo vicino alla piazza Reale, fatemi smontare,
vi prego, alla mia porta affinchè mia moglie non abbia ad avere anche
un momento di più di pena nè per voi nè per me.
— Se non fosse ridicolo l’andare a far mostra del proprio trionfo,
disse Morrel, inviterei il sig. conte ad entrar da noi; ma il sig.
conte senza dubbio ha egli pure dei cuori tremanti da tranquillare.
Eccoci arrivati, Emmanuele, salutiamo il nostro amico, e lasciamolo
continuare la sua strada.
— Un momento, disse Monte-Cristo, non mi private così in un sol
punto dei miei due compagni; voi Emmanuele rientrate presso la
vostra graziosa moglie, alla quale v’incarico di presentare i miei
complimenti; e voi, Morrel, accompagnatemi fino ai Campi-Elisi.
— A meraviglia, disse Massimiliano; tanto più che ho alcune faccende
nel vostro quartiere, conte.
— Dobbiamo aspettarvi per fare la colazione? domandò Emmanuele.
— No, rispose il giovine. — Lo sportello si richiuse, e la carrozza
continuò la sua strada. — Guardate come io vi ho portato fortuna! disse
Morrel quando fu solo col conte. Non vi avete pensato?
— Sì, certo, disse Monte-Cristo, ed ecco perchè vorrei sempre tenervi
vicino a me.
— È miracoloso! continuò Morrel, rispondendo al suo proprio pensiero.
— Che cosa? disse Monte-Cristo.
— Quel che è accaduto.
— Sì, rispose il conte con un sorriso, voi avete usato del termine
conveniente, Morrel, è miracoloso!
— Perchè, riprese Morrel, Alberto è coraggioso.
— Coraggiosissimo, disse Monte-Cristo; l’ho veduto dormire mentre gli
stava sospeso sul capo il pugnale.
— Ed io so ch’egli si è battuto due volte, e si è battuto molto bene,
disse Morrel; conciliate dunque ciò colla sua condotta di questa
mattina!
— È stata la vostra influenza, riprese sorridendo Monte-Cristo. — È
fortuna per Alberto che non sia soldato.
— E perchè? — Fare delle scuse sul terreno! fece il giovine Capitano
scuotendo la testa.
— Andiamo, disse il conte con dolcezza, non andate a cadere nei
pregiudizi degli uomini ordinari, Morrel. Non converrete, poichè
Alberto è coraggioso, che egli non può esser vile? che bisogna ch’egli
abbia avuto una forte ragione per operare come ha fatto questa mattina,
e che, non pertanto, la sua condotta è piuttosto eroica che tutt’altro?
— Senza dubbio, rispose Morrel; ma dirò come lo spagnuolo: «oggi è
stato meno coraggioso di ieri.»
— Voi farete colazione meco, n’è vero Morrel? disse il conte per
troncare la conversazione.
— No, io vi lascio alle dieci.
— Il vostro ritrovo è dunque per far colazione?
Morrel sorrise e scosse la testa. — Eppure bisognerà bene che facciate
colazione in qualche luogo? riprese il conte.
— E se non avessi fame? disse il giovine.
— Oh! fece il conte, non conosco che due sentimenti che tolgono in tal
modo l’appetito; il dolore (ma siccome vi vedo abbastanza allegro,
fortunatamente non è questo) e l’amore. Ora, dopo ciò che mi avete
detto in proposito del vostro cuore, mi è permesso di credere...
— In fede mia! replicò gaiamente Morrel, non dico di no.
— E voi non mi raccontate nulla, Massimiliano? riprese il conte con
un tuono così vivo che si scorgeva il piacere che avrebbe preso a
conoscere questo segreto.
— Questa mattina vi ho fatto conoscere che aveva un cuore?
Per tutta risposta Monte-Cristo stese la mano al giovine.
— Ebbene! continuò questi, dappoichè questo cuore non è più con voi
al bosco di Vincennes, egli è andato ad un’altra parte, ed io vado a
cercarlo.
— Andate, disse lentamente il conte, andate, amico caro; ma di grazia,
se provaste qualche ostacolo, ricordatevi che ho qualche potere in
questo mondo, e che sono felice d’impiegarlo a profitto delle persone
che amo, ed io v’amo moltissimo, Morrel.
— Bene, disse il giovine, me ne sovverrò (come i fanciulli egoisti si
sovvengono dei loro parenti quando hanno bisogno di loro); quando avrò
bisogno di voi, e forse questo momento verrà, m’indirizzerò a voi,
conte.
— Bene, io ritengo la vostra parola. Addio dunque.
— A rivederci. — Erano giunti alla porta della casa dei Campi-Elisi.
Monte-Cristo aprì lo sportello, Morrel balzò sul pavimento, Bertuccio
aspettava sulla scalinata.
Morrel disparve all’ingresso di Marigny, e Monte-Cristo camminò
incontro a Bertuccio. — Ebbene? domandò egli.
— Ebbene! rispose l’intendente; ella lascia la casa.
— E suo figlio? — Florentin, suo cameriere, crede che faccia
altrettanto. — Venite. — Monte-Cristo condusse Bertuccio nel
suo gabinetto, scrisse la lettera che conosciamo, e la rimise
all’intendente.
— Andate, diss’egli, e fate con diligenza... A proposito fate avvisare
Haydée ch’io sono ritornato.
— Eccomi, disse la giovinetta, che al rumore della carrozza era già
discesa, e di cui il viso raggiava di gioia, nel rivedere il conte
salvo.
Bertuccio uscì. Tutti i trasporti di una figlia nel rivedere un padre
prediletto, tutti i delirii di un’amica nel rivedere l’amante adorato,
Haydée li provò nei primi momenti del ritorno da lei atteso con tanta
impazienza.
Certamente, quantunque meno espansiva, la gioia di Monte-Cristo non
era men grande; la gioia, pei cuori che hanno lungamente sofferto, è
simile alla rugiada delle terre disseccate dal sole; come le terre
assorbono la pioggia benefattrice che cade sovr’esse, e niente ne
appare al di fuori. Da qualche giorno Monte-Cristo capiva una cosa, che
da qualche tempo non osava credere, ed era, che v’erano due Mercedès al
mondo, e ch’egli poteva ancora essere felice su questa terra; il suo
occhio avido di felicità si immergeva avidamente negli umidi sguardi
d’Haydée, quando d’improvviso la porta si aprì. Il conte aggrottò il
sopracciglio. — Il sig. de Morcerf! disse Battistino, come se questa
sola parola racchiudesse tutta la sua scusa.
In fatto il viso del conte si rischiarò. — Quale? domandò egli, il
visconte o il conte? — Il conte.
— Mio Dio! gridò Haydée, non è ancora dunque finita?
— Non so se sia finita, fanciulla mia diletta, disse Monte-Cristo
prendendo le mani della figlia adottiva; ma ciò che so si è che tu non
hai nulla a temere.
— Oh! se frattanto il miserabile...
— Quest’uomo non ha alcun potere sopra di me Haydée, disse
Monte-Cristo; nè quando aveva a che fare con suo figlio vi era di che
temere.
— Oh! ciò che io ho sofferto, disse la giovinetta, tu non lo saprai
mai, mio signore.
Monte-Cristo sorrise. — Per la tomba di mio padre! ti giuro, Haydée,
che se accade disgrazia a qualcuno, non sarà a me.
— Io ti credo, mio signore, come se mi parlasse una voce dal cielo,
disse la giovinetta.
— Oh! mio Dio! mormorò il conte, permettereste voi che io potessi
ancora amare? Fate entrare il sig. conte de Morcerf nel salotto, —
diss’egli a Battistino mentre riconduceva la bella greca nelle sue
camere per la scala segreta.
Una parola di spiegazione su questa visita, attesa forse da
Monte-Cristo, ma inaspettata senza dubbio dai nostri lettori. Mentre
che Mercedès, come abbiamo detto, faceva nelle sue camere l’inventario
che Alberto aveva già fatto nelle proprie; mentre classificava i suoi
gioielli, chiudeva i cassetti, riuniva le chiavi, affine di lasciar
tutto nell’ordine più perfetto, ella non si era accorta che una testa
pallida e sinistra era comparsa alla invetriata di una porta che
lasciava passare la luce ad un corridore; di là non solo si poteva
vedere, ma si poteva ancora sentire. Questi che guardava così, senza
essere, secondo tutte le probabilità, nè veduto nè inteso, vide dunque
ed intese tutto ciò che accadeva presso la signora de Morcerf.
Da questa porta con vetri, l’uomo dal viso pallido si portò nella
camera da dormire del conte di Morcerf, e giunto là, sollevò con una
mano contratta la tendina della finestra che guardava nel cortile.
Per dieci minuti restò così immobile e muto, ascoltando i battiti del
proprio cuore. Per lui dieci minuti erano molto lunghi. Fu allora che
Alberto ritornò dal suo ritrovo, scoperse suo padre che stava alle
vedette sul suo ritorno dietro la tendina, e voltò la testa. L’occhio
del conte si dilatò: sapeva che l’insulto d’Alberto a Monte-Cristo era
stato terribile, che un simile insulto, in tutti i paesi del mondo,
trascinava ad un duello a morte. Ora, Alberto ritornava sano e salvo,
dunque il conte era vendicato. Un lampo di gioia indicibile illuminò
quel lugubre viso, come fa un ultimo raggio di sole prima di perdersi
nelle nubi, che sembrano meno il suo letto di quello che la sua tomba.
Ma, noi lo abbiamo detto, egli aspettava invano che il giovine salisse
nel suo appartamento per rendergli conto del suo trionfo. Che suo
figlio, prima di andarsi a battere, non avesse voluto vedere suo padre
di cui andava a vendicare l’onore, ciò si comprende; ma, una volta
questo onore vendicato, perchè questo figlio non veniva a gettarsi
fra le braccia di suo padre? Fu allora che il conte, non vedendo
venire Alberto, inviò a cercare il suo domestico. Si sa che Alberto
lo aveva autorizzato a non tener nascosta la verità a suo padre. Dieci
minuti dopo si vide comparire sulla scalinata il generale de Morcerf,
vestito in abito nero, col goletto alla militare, i calzoni neri, e
i guanti neri. A quanto pare, aveva già dati degli ordini anteriori,
poichè appena aveva egli toccato l’ultimo gradino della scala, che la
sua carrozza di già attaccata uscì dalla rimessa, e venne a fermarsi
dinanzi a lui: il suo cameriere vi gettò dentro un mantello alla
militare, instecchito per le due spade che avvolgeva; quindi, chiuso
lo sportello, si assise vicino al cocchiere, che s’inchinò davanti al
calesse per domandar l’ordine. — Ai Campi-Elisi, disse il generale, al
palazzo del conte di Monte-Cristo.
I cavalli si slanciarono sotto il colpo di frusta che li circondò;
cinque minuti dopo essi si fermarono alla casa del conte. Il sig.
de Morcerf aprì da sè lo sportello, la carrozza andava ancora, ed
egli saltò come un giovine, al cancello, suonò, e disparve dalla
porta aperta in compagnia del cameriere. Un minuto secondo dopo
Battistino annunciava al signor conte di Monte-Cristo, il conte de
Morcerf, e Monte-Cristo, riconducendo Haydée, dava l’ordine che il
conte de Morcerf fosse introdotto nel salotto. Il generale misurava
coi passi per la terza volta tutta la lunghezza del salotto, quando,
rivoltandosi, vide Monte-Cristo in piedi sulla soglia!
— Ah! è il sig. de Morcerf, disse tranquillamente Monte-Cristo; credeva
di aver male inteso.
— Sì, son io: disse il conte con una spaventevole contrazion di labbra
che gli impediva di articolar le parole.
— Ora dunque non mi resta che a sapere la causa, disse Monte-Cristo,
che mi procura il piacere di vedere il sig. de Morcerf così di
buon’ora.
— Questa mattina avete avuto un incontro con mio figlio?
— Voi sapete questo? rispose il conte.
— So pure che mio figlio aveva buone ragioni per desiderar di battersi
con voi, e di far tutto ciò che poteva per uccidervi.
— In fatto, signore, egli ne aveva di buonissime; ma voi vedete che,
ad onta di queste ragioni, non mi ha ucciso, ed anzi non si è neppure
battuto.
— E ciò non pertanto vi considerava come la causa del disonore di
suo padre, non meno che la causa della terribile rovina che in questo
momento opprime la mia famiglia.
— È vero, riprese Monte-Cristo colla sua calma spaventosa; causa
secondaria, per esempio, e non principale.
— Senza dubbio voi gli avrete fatta qualche scusa, e data qualche
spiegazione?
— Io non gli ho data nessuna spiegazione, ed è stato lui che mi ha
chiesto scusa.
— Ma a che cosa attribuite questa sua condotta?
— Probabilmente alla convinzione che in tutto questo affare vi era un
uomo più colpevole di me.
— E chi è quest’uomo? — Suo padre.
— Sia, disse il conte impallidendo; ma sapete che anche il più
colpevole non ama sentirsi convincere della sua reità.
— Lo so... così, io mi era preparato a ciò che accade in questo
momento. — Voi vi eravate preparato a ritrovare in mio figlio un vile?
gridò il conte.
— Alberto de Morcerf non è un vile! disse Monte-Cristo.
— Un uomo che tiene in mano una spada, un uomo che, alla portata di
questa spada, ha un nemico mortale; quest’uomo, se non si batte, è un
vile! A che non è egli qui? che io glie lo dica!
— Signore, rispose freddamente Monte-Cristo, io non presumo che voi
siate venuto a ritrovarmi per raccontarmi i vostri piccoli affari di
famiglia. Andate a dire tutto questo ad Alberto, forse sarà egli che vi
risponderà.
— Oh! no! no! replicò il generale con un sorriso che sparì non sì tosto
comparso; a noi! voi avete ragione, io non sono venuto qui per questo!
Io sono venuto per dirvi, che io pure vi riguardo per un mio nemico!
Sono venuto per dirvi che vi odio per istinto! che mi sembra d’avervi
sempre conosciuto, sempre odiato! e che finalmente, poichè i giovani
di questo secolo non si battono più, sta a noi il batterci... È questo
pure il vostro parere signore?
— Precisamente. Così, quando vi ho detto che mi era preparato a quanto
accade, m’intendeva di parlare dell’onore della vostra visita.
— Tanto meglio... i vostri preparativi son dunque fatti?
— Essi lo sono sempre, signore.
— Sapete che noi ci batteremo fino alla morte di uno di noi due! disse
il generale con i denti stretti per la rabbia.
— Fino alla morte di uno di noi due, ripetè il conte di Monte-Cristo
facendo un leggiero movimento di testa.
— Partiamo allora, non abbiamo bisogno di testimoni.
— In fatto, è inutile, ci conosciamo tanto bene!
— Al contrario, disse il conte, non ci conosciamo.
— Bah! disse Monte-Cristo colla stessa flemma da disperare, vediamo un
poco. Non siete voi il soldato Fernando che disertò la vigilia della
battaglia di Waterloo? Non siete voi il sotto-tenente Fernando che
ha servito di guida e di spia all’esercito francese in Ispagna? Non
siete voi il capitano Fernando che ha tradito, venduto, assassinato il
suo benefattore, Alì? E tutti questi Fernandi riuniti non hanno essi
formato il tenente generale conte de Morcerf, pari di Francia?
— Oh! gridò il generale colpito da queste parole come da un ferro
arroventato; oh! miserabile che mi rimproveri la mia onta, nel momento
forse in cui tu stai per uccidermi! no, non ti ho detto d’esserti
sconosciuto; so bene, demonio, che tu hai penetrato nella notte del
passato, e che tu hai letto al chiarore di qual fiaccola, io l’ignoro!
tutte le pagine della mia vita; ma forse ho ancora più onore, nel
mio obbrobrio, che tu sotto le tue pompose apparenze. No, no, io ti
sono conosciuto, lo so, ma sei tu che io non conosco, avventuriere
ricoperto d’oro e di gemme: tu ti sei fatto chiamare a Parigi conte di
Monte-Cristo; in Italia Sindbad il marinaio; a Malta che so io? l’ho
dimenticato. Ma è il tuo vero nome quello che ti domando, è il tuo vero
nome quello ch’io voglio sapere, fra i tuoi cento nomi, affinchè io lo
pronunci sul terreno del combattimento, nel punto in cui t’immergerò la
mia spada nel cuore.
Il conte di Monte-Cristo impallidì in un modo terribile, il suo occhio
bieco s’infuocò, fece uno sbalzo nel gabinetto attinente alla sua
camera, ed in men di un secondo, si strappò la cravatta, l’abito ed il
gilè, indossò una piccola giacca da marinaro, si mise un cappello da un
uomo di bastimento, sotto il quale si sciolsero i suoi lunghi capelli
neri. Ritornò così, spaventevole, implacabile, camminando colle braccia
incrociate incontro al generale, che l’aspettava, e che sentendo i suoi
denti stridere, e le sue gambe piegarglisi sotto, rinculò di un passo,
e non si fermò che trovando in una tavola un punto d’appoggio per la
sua mano increspata.
— Fernando, gli gridò il conte, dei miei cento nomi, non avrei bisogno
che di dirtene un solo per fulminarti: ma questo nome tu lo indovini,
non è vero? o piuttosto tu te lo ricordi? poichè ad onta di tutti i
miei dispiaceri, di tutte le mie torture, io oggi ti mostro un viso
che la felicità dalla vendetta ringiovanisce, un viso che tu devi
aver veduto molte volte nei tuoi sogni dopo il tuo matrimonio... con
Mercedès, mia fidanzata!
Il generale rimase colla testa rovesciata in addietro, le mani
stese, lo sguardo fisso, divorando in silenzio questo terribile
spettacolo; indi andando a cercare il muro, come per ritrovare un
punto d’appoggio, vi si strisciò lentamente fino alla porta, dalla
quale uscì all’indietro, lasciando sfuggire questo solo grido lugubre,
lamentevole, dilaniante.
— Edmondo Dantès! — Indi, con dei sospiri che nulla avevano dell’umano,
si trascinò fino al peristilio della casa, traversò il cortile come
un uomo ubbriaco, e cadde fra le braccia del suo cameriere mormorando
soltanto con voce inintelligibile: — A casa! a casa!
Cammin facendo, la freschezza dell’aria, e l’onta che gli causava
l’attenzione della sua servitù, lo rimisero in istato di raccogliere le
sue idee; ma il tragitto fu corto, e a seconda che si avvicinava alla
sua abitazione, il conte sentiva rinnovarsi tutte le sue angosce. A
qualche passo dalla casa fece fermare e discese. La porta del palazzo
era aperta in tutta la sua grandezza; una vettura da nolo sorpresa
di essere chiamata in quella magnifica dimora, stazionava in mezzo
al cortile; il conte la guardò con terrore, ma senza aver coraggio
d’interrogare alcuno, e si slanciò verso il suo appartamento. Due
persone discendevano la scala; egli non ebbe che il tempo di gettarsi
in un gabinetto per evitarle. Era Mercedès appoggiata al braccio di suo
figlio che abbandonavano la casa.
Essi passarono a due linee dal disgraziato, che nascosto dietro la
portiera di damasco, fu sfiorato in qualche modo dalla veste di seta di
Mercedès, e sentì il tiepido alito di queste parole pronunciate da suo
figlio:
— Coraggio, madre mia! venite, venite, noi qui non siamo più in casa
nostra. — Le parole si estinsero, i passi si allontanarono. Il generale
si raddrizzò tenendosi sospeso colle mani increspate alla portiera di
damasco; egli comprimeva il più orribile singulto che fosse mai uscito
dal petto di un padre, abbandonato ad un tempo dalla moglie, e dal
figlio. Ben presto intese sbattere lo sportello della carrozza, poi la
voce del cocchiere; indi la pesante macchina rintronò nei vetri; allora
si slanciò nella sua camera da dormire per vedere anche una volta
tutto ciò che aveva amato nel mondo; ma la carrozza partì, senza che la
testa di Mercedès o quella d’Alberto fosse comparsa al finestrello per
dare alla casa solitaria, per dare al padre ed allo sposo abbandonato,
l’ultimo sguardo, l’addio ed il rammarico, vale a dire il perdono.
Così, al momento stesso in cui le ruote della carrozza rintronavano sul
pavimento posto sotto la volta, s’intese un colpo di arme da fuoco, ed
un tetro fumo uscì da uno dei vetri di quella finestra della camera da
dormire, infranto dalla forza di quella esplosione.