XCI. — Il SUICIDIO.

Frattanto Monte-Cristo, egli pure, era rientrato in città con Emmanuele

e Massimiliano. Il ritorno fu allegro. Emmanuele non dissimulava la

gioia di aver veduto succedere la pace alla guerra, e confessava

altamente i suoi gusti filantropici. Morrel, in un angolo della

carrozza, lasciava evaporare in parole l’allegria di suo cognato,

e conservava per sè una gioia altrettanto sincera, ma che brillava

soltanto dai suoi occhi. Alla barriera del Trono fu incontrato

Bertuccio; egli aspettava là, immobile come una sentinella al suo

posto. Monte-Cristo cavò la testa dallo sportello, cambiò con lui

qualche parola a bassa voce, e l’intendente disparve. — Sig. conte,

disse Emmanuele, giungendo vicino alla piazza Reale, fatemi smontare,

vi prego, alla mia porta affinchè mia moglie non abbia ad avere anche

un momento di più di pena nè per voi nè per me.

— Se non fosse ridicolo l’andare a far mostra del proprio trionfo,

disse Morrel, inviterei il sig. conte ad entrar da noi; ma il sig.

conte senza dubbio ha egli pure dei cuori tremanti da tranquillare.

Eccoci arrivati, Emmanuele, salutiamo il nostro amico, e lasciamolo

continuare la sua strada.

— Un momento, disse Monte-Cristo, non mi private così in un sol

punto dei miei due compagni; voi Emmanuele rientrate presso la

vostra graziosa moglie, alla quale v’incarico di presentare i miei

complimenti; e voi, Morrel, accompagnatemi fino ai Campi-Elisi.

— A meraviglia, disse Massimiliano; tanto più che ho alcune faccende

nel vostro quartiere, conte.

— Dobbiamo aspettarvi per fare la colazione? domandò Emmanuele.

— No, rispose il giovine. — Lo sportello si richiuse, e la carrozza

continuò la sua strada. — Guardate come io vi ho portato fortuna! disse

Morrel quando fu solo col conte. Non vi avete pensato?

— Sì, certo, disse Monte-Cristo, ed ecco perchè vorrei sempre tenervi

vicino a me.

— È miracoloso! continuò Morrel, rispondendo al suo proprio pensiero.

— Che cosa? disse Monte-Cristo.

— Quel che è accaduto.

— Sì, rispose il conte con un sorriso, voi avete usato del termine

conveniente, Morrel, è miracoloso!

— Perchè, riprese Morrel, Alberto è coraggioso.

— Coraggiosissimo, disse Monte-Cristo; l’ho veduto dormire mentre gli

stava sospeso sul capo il pugnale.

— Ed io so ch’egli si è battuto due volte, e si è battuto molto bene,

disse Morrel; conciliate dunque ciò colla sua condotta di questa

mattina!

— È stata la vostra influenza, riprese sorridendo Monte-Cristo. — È

fortuna per Alberto che non sia soldato.

— E perchè? — Fare delle scuse sul terreno! fece il giovine Capitano

scuotendo la testa.

— Andiamo, disse il conte con dolcezza, non andate a cadere nei

pregiudizi degli uomini ordinari, Morrel. Non converrete, poichè

Alberto è coraggioso, che egli non può esser vile? che bisogna ch’egli

abbia avuto una forte ragione per operare come ha fatto questa mattina,

e che, non pertanto, la sua condotta è piuttosto eroica che tutt’altro?

— Senza dubbio, rispose Morrel; ma dirò come lo spagnuolo: «oggi è

stato meno coraggioso di ieri.»

— Voi farete colazione meco, n’è vero Morrel? disse il conte per

troncare la conversazione.

— No, io vi lascio alle dieci.

— Il vostro ritrovo è dunque per far colazione?

Morrel sorrise e scosse la testa. — Eppure bisognerà bene che facciate

colazione in qualche luogo? riprese il conte.

— E se non avessi fame? disse il giovine.

— Oh! fece il conte, non conosco che due sentimenti che tolgono in tal

modo l’appetito; il dolore (ma siccome vi vedo abbastanza allegro,

fortunatamente non è questo) e l’amore. Ora, dopo ciò che mi avete

detto in proposito del vostro cuore, mi è permesso di credere...

— In fede mia! replicò gaiamente Morrel, non dico di no.

— E voi non mi raccontate nulla, Massimiliano? riprese il conte con

un tuono così vivo che si scorgeva il piacere che avrebbe preso a

conoscere questo segreto.

— Questa mattina vi ho fatto conoscere che aveva un cuore?

Per tutta risposta Monte-Cristo stese la mano al giovine.

— Ebbene! continuò questi, dappoichè questo cuore non è più con voi

al bosco di Vincennes, egli è andato ad un’altra parte, ed io vado a

cercarlo.

— Andate, disse lentamente il conte, andate, amico caro; ma di grazia,

se provaste qualche ostacolo, ricordatevi che ho qualche potere in

questo mondo, e che sono felice d’impiegarlo a profitto delle persone

che amo, ed io v’amo moltissimo, Morrel.

— Bene, disse il giovine, me ne sovverrò (come i fanciulli egoisti si

sovvengono dei loro parenti quando hanno bisogno di loro); quando avrò

bisogno di voi, e forse questo momento verrà, m’indirizzerò a voi,

conte.

— Bene, io ritengo la vostra parola. Addio dunque.

— A rivederci. — Erano giunti alla porta della casa dei Campi-Elisi.

Monte-Cristo aprì lo sportello, Morrel balzò sul pavimento, Bertuccio

aspettava sulla scalinata.

Morrel disparve all’ingresso di Marigny, e Monte-Cristo camminò

incontro a Bertuccio. — Ebbene? domandò egli.

— Ebbene! rispose l’intendente; ella lascia la casa.

— E suo figlio? — Florentin, suo cameriere, crede che faccia

altrettanto. — Venite. — Monte-Cristo condusse Bertuccio nel

suo gabinetto, scrisse la lettera che conosciamo, e la rimise

all’intendente.

— Andate, diss’egli, e fate con diligenza... A proposito fate avvisare

Haydée ch’io sono ritornato.

— Eccomi, disse la giovinetta, che al rumore della carrozza era già

discesa, e di cui il viso raggiava di gioia, nel rivedere il conte

salvo.

Bertuccio uscì. Tutti i trasporti di una figlia nel rivedere un padre

prediletto, tutti i delirii di un’amica nel rivedere l’amante adorato,

Haydée li provò nei primi momenti del ritorno da lei atteso con tanta

impazienza.

Certamente, quantunque meno espansiva, la gioia di Monte-Cristo non

era men grande; la gioia, pei cuori che hanno lungamente sofferto, è

simile alla rugiada delle terre disseccate dal sole; come le terre

assorbono la pioggia benefattrice che cade sovr’esse, e niente ne

appare al di fuori. Da qualche giorno Monte-Cristo capiva una cosa, che

da qualche tempo non osava credere, ed era, che v’erano due Mercedès al

mondo, e ch’egli poteva ancora essere felice su questa terra; il suo

occhio avido di felicità si immergeva avidamente negli umidi sguardi

d’Haydée, quando d’improvviso la porta si aprì. Il conte aggrottò il

sopracciglio. — Il sig. de Morcerf! disse Battistino, come se questa

sola parola racchiudesse tutta la sua scusa.

In fatto il viso del conte si rischiarò. — Quale? domandò egli, il

visconte o il conte? — Il conte.

— Mio Dio! gridò Haydée, non è ancora dunque finita?

— Non so se sia finita, fanciulla mia diletta, disse Monte-Cristo

prendendo le mani della figlia adottiva; ma ciò che so si è che tu non

hai nulla a temere.

— Oh! se frattanto il miserabile...

— Quest’uomo non ha alcun potere sopra di me Haydée, disse

Monte-Cristo; nè quando aveva a che fare con suo figlio vi era di che

temere.

— Oh! ciò che io ho sofferto, disse la giovinetta, tu non lo saprai

mai, mio signore.

Monte-Cristo sorrise. — Per la tomba di mio padre! ti giuro, Haydée,

che se accade disgrazia a qualcuno, non sarà a me.

— Io ti credo, mio signore, come se mi parlasse una voce dal cielo,

disse la giovinetta.

— Oh! mio Dio! mormorò il conte, permettereste voi che io potessi

ancora amare? Fate entrare il sig. conte de Morcerf nel salotto, —

diss’egli a Battistino mentre riconduceva la bella greca nelle sue

camere per la scala segreta.

Una parola di spiegazione su questa visita, attesa forse da

Monte-Cristo, ma inaspettata senza dubbio dai nostri lettori. Mentre

che Mercedès, come abbiamo detto, faceva nelle sue camere l’inventario

che Alberto aveva già fatto nelle proprie; mentre classificava i suoi

gioielli, chiudeva i cassetti, riuniva le chiavi, affine di lasciar

tutto nell’ordine più perfetto, ella non si era accorta che una testa

pallida e sinistra era comparsa alla invetriata di una porta che

lasciava passare la luce ad un corridore; di là non solo si poteva

vedere, ma si poteva ancora sentire. Questi che guardava così, senza

essere, secondo tutte le probabilità, nè veduto nè inteso, vide dunque

ed intese tutto ciò che accadeva presso la signora de Morcerf.

Da questa porta con vetri, l’uomo dal viso pallido si portò nella

camera da dormire del conte di Morcerf, e giunto là, sollevò con una

mano contratta la tendina della finestra che guardava nel cortile.

Per dieci minuti restò così immobile e muto, ascoltando i battiti del

proprio cuore. Per lui dieci minuti erano molto lunghi. Fu allora che

Alberto ritornò dal suo ritrovo, scoperse suo padre che stava alle

vedette sul suo ritorno dietro la tendina, e voltò la testa. L’occhio

del conte si dilatò: sapeva che l’insulto d’Alberto a Monte-Cristo era

stato terribile, che un simile insulto, in tutti i paesi del mondo,

trascinava ad un duello a morte. Ora, Alberto ritornava sano e salvo,

dunque il conte era vendicato. Un lampo di gioia indicibile illuminò

quel lugubre viso, come fa un ultimo raggio di sole prima di perdersi

nelle nubi, che sembrano meno il suo letto di quello che la sua tomba.

Ma, noi lo abbiamo detto, egli aspettava invano che il giovine salisse

nel suo appartamento per rendergli conto del suo trionfo. Che suo

figlio, prima di andarsi a battere, non avesse voluto vedere suo padre

di cui andava a vendicare l’onore, ciò si comprende; ma, una volta

questo onore vendicato, perchè questo figlio non veniva a gettarsi

fra le braccia di suo padre? Fu allora che il conte, non vedendo

venire Alberto, inviò a cercare il suo domestico. Si sa che Alberto

lo aveva autorizzato a non tener nascosta la verità a suo padre. Dieci

minuti dopo si vide comparire sulla scalinata il generale de Morcerf,

vestito in abito nero, col goletto alla militare, i calzoni neri, e

i guanti neri. A quanto pare, aveva già dati degli ordini anteriori,

poichè appena aveva egli toccato l’ultimo gradino della scala, che la

sua carrozza di già attaccata uscì dalla rimessa, e venne a fermarsi

dinanzi a lui: il suo cameriere vi gettò dentro un mantello alla

militare, instecchito per le due spade che avvolgeva; quindi, chiuso

lo sportello, si assise vicino al cocchiere, che s’inchinò davanti al

calesse per domandar l’ordine. — Ai Campi-Elisi, disse il generale, al

palazzo del conte di Monte-Cristo.

I cavalli si slanciarono sotto il colpo di frusta che li circondò;

cinque minuti dopo essi si fermarono alla casa del conte. Il sig.

de Morcerf aprì da sè lo sportello, la carrozza andava ancora, ed

egli saltò come un giovine, al cancello, suonò, e disparve dalla

porta aperta in compagnia del cameriere. Un minuto secondo dopo

Battistino annunciava al signor conte di Monte-Cristo, il conte de

Morcerf, e Monte-Cristo, riconducendo Haydée, dava l’ordine che il

conte de Morcerf fosse introdotto nel salotto. Il generale misurava

coi passi per la terza volta tutta la lunghezza del salotto, quando,

rivoltandosi, vide Monte-Cristo in piedi sulla soglia!

— Ah! è il sig. de Morcerf, disse tranquillamente Monte-Cristo; credeva

di aver male inteso.

— Sì, son io: disse il conte con una spaventevole contrazion di labbra

che gli impediva di articolar le parole.

— Ora dunque non mi resta che a sapere la causa, disse Monte-Cristo,

che mi procura il piacere di vedere il sig. de Morcerf così di

buon’ora.

— Questa mattina avete avuto un incontro con mio figlio?

— Voi sapete questo? rispose il conte.

— So pure che mio figlio aveva buone ragioni per desiderar di battersi

con voi, e di far tutto ciò che poteva per uccidervi.

— In fatto, signore, egli ne aveva di buonissime; ma voi vedete che,

ad onta di queste ragioni, non mi ha ucciso, ed anzi non si è neppure

battuto.

— E ciò non pertanto vi considerava come la causa del disonore di

suo padre, non meno che la causa della terribile rovina che in questo

momento opprime la mia famiglia.

— È vero, riprese Monte-Cristo colla sua calma spaventosa; causa

secondaria, per esempio, e non principale.

— Senza dubbio voi gli avrete fatta qualche scusa, e data qualche

spiegazione?

— Io non gli ho data nessuna spiegazione, ed è stato lui che mi ha

chiesto scusa.

— Ma a che cosa attribuite questa sua condotta?

— Probabilmente alla convinzione che in tutto questo affare vi era un

uomo più colpevole di me.

— E chi è quest’uomo? — Suo padre.

— Sia, disse il conte impallidendo; ma sapete che anche il più

colpevole non ama sentirsi convincere della sua reità.

— Lo so... così, io mi era preparato a ciò che accade in questo

momento. — Voi vi eravate preparato a ritrovare in mio figlio un vile?

gridò il conte.

— Alberto de Morcerf non è un vile! disse Monte-Cristo.

— Un uomo che tiene in mano una spada, un uomo che, alla portata di

questa spada, ha un nemico mortale; quest’uomo, se non si batte, è un

vile! A che non è egli qui? che io glie lo dica!

— Signore, rispose freddamente Monte-Cristo, io non presumo che voi

siate venuto a ritrovarmi per raccontarmi i vostri piccoli affari di

famiglia. Andate a dire tutto questo ad Alberto, forse sarà egli che vi

risponderà.

— Oh! no! no! replicò il generale con un sorriso che sparì non sì tosto

comparso; a noi! voi avete ragione, io non sono venuto qui per questo!

Io sono venuto per dirvi, che io pure vi riguardo per un mio nemico!

Sono venuto per dirvi che vi odio per istinto! che mi sembra d’avervi

sempre conosciuto, sempre odiato! e che finalmente, poichè i giovani

di questo secolo non si battono più, sta a noi il batterci... È questo

pure il vostro parere signore?

— Precisamente. Così, quando vi ho detto che mi era preparato a quanto

accade, m’intendeva di parlare dell’onore della vostra visita.

— Tanto meglio... i vostri preparativi son dunque fatti?

— Essi lo sono sempre, signore.

— Sapete che noi ci batteremo fino alla morte di uno di noi due! disse

il generale con i denti stretti per la rabbia.

— Fino alla morte di uno di noi due, ripetè il conte di Monte-Cristo

facendo un leggiero movimento di testa.

— Partiamo allora, non abbiamo bisogno di testimoni.

— In fatto, è inutile, ci conosciamo tanto bene!

— Al contrario, disse il conte, non ci conosciamo.

— Bah! disse Monte-Cristo colla stessa flemma da disperare, vediamo un

poco. Non siete voi il soldato Fernando che disertò la vigilia della

battaglia di Waterloo? Non siete voi il sotto-tenente Fernando che

ha servito di guida e di spia all’esercito francese in Ispagna? Non

siete voi il capitano Fernando che ha tradito, venduto, assassinato il

suo benefattore, Alì? E tutti questi Fernandi riuniti non hanno essi

formato il tenente generale conte de Morcerf, pari di Francia?

— Oh! gridò il generale colpito da queste parole come da un ferro

arroventato; oh! miserabile che mi rimproveri la mia onta, nel momento

forse in cui tu stai per uccidermi! no, non ti ho detto d’esserti

sconosciuto; so bene, demonio, che tu hai penetrato nella notte del

passato, e che tu hai letto al chiarore di qual fiaccola, io l’ignoro!

tutte le pagine della mia vita; ma forse ho ancora più onore, nel

mio obbrobrio, che tu sotto le tue pompose apparenze. No, no, io ti

sono conosciuto, lo so, ma sei tu che io non conosco, avventuriere

ricoperto d’oro e di gemme: tu ti sei fatto chiamare a Parigi conte di

Monte-Cristo; in Italia Sindbad il marinaio; a Malta che so io? l’ho

dimenticato. Ma è il tuo vero nome quello che ti domando, è il tuo vero

nome quello ch’io voglio sapere, fra i tuoi cento nomi, affinchè io lo

pronunci sul terreno del combattimento, nel punto in cui t’immergerò la

mia spada nel cuore.

Il conte di Monte-Cristo impallidì in un modo terribile, il suo occhio

bieco s’infuocò, fece uno sbalzo nel gabinetto attinente alla sua

camera, ed in men di un secondo, si strappò la cravatta, l’abito ed il

gilè, indossò una piccola giacca da marinaro, si mise un cappello da un

uomo di bastimento, sotto il quale si sciolsero i suoi lunghi capelli

neri. Ritornò così, spaventevole, implacabile, camminando colle braccia

incrociate incontro al generale, che l’aspettava, e che sentendo i suoi

denti stridere, e le sue gambe piegarglisi sotto, rinculò di un passo,

e non si fermò che trovando in una tavola un punto d’appoggio per la

sua mano increspata.

— Fernando, gli gridò il conte, dei miei cento nomi, non avrei bisogno

che di dirtene un solo per fulminarti: ma questo nome tu lo indovini,

non è vero? o piuttosto tu te lo ricordi? poichè ad onta di tutti i

miei dispiaceri, di tutte le mie torture, io oggi ti mostro un viso

che la felicità dalla vendetta ringiovanisce, un viso che tu devi

aver veduto molte volte nei tuoi sogni dopo il tuo matrimonio... con

Mercedès, mia fidanzata!

Il generale rimase colla testa rovesciata in addietro, le mani

stese, lo sguardo fisso, divorando in silenzio questo terribile

spettacolo; indi andando a cercare il muro, come per ritrovare un

punto d’appoggio, vi si strisciò lentamente fino alla porta, dalla

quale uscì all’indietro, lasciando sfuggire questo solo grido lugubre,

lamentevole, dilaniante.

— Edmondo Dantès! — Indi, con dei sospiri che nulla avevano dell’umano,

si trascinò fino al peristilio della casa, traversò il cortile come

un uomo ubbriaco, e cadde fra le braccia del suo cameriere mormorando

soltanto con voce inintelligibile: — A casa! a casa!

Cammin facendo, la freschezza dell’aria, e l’onta che gli causava

l’attenzione della sua servitù, lo rimisero in istato di raccogliere le

sue idee; ma il tragitto fu corto, e a seconda che si avvicinava alla

sua abitazione, il conte sentiva rinnovarsi tutte le sue angosce. A

qualche passo dalla casa fece fermare e discese. La porta del palazzo

era aperta in tutta la sua grandezza; una vettura da nolo sorpresa

di essere chiamata in quella magnifica dimora, stazionava in mezzo

al cortile; il conte la guardò con terrore, ma senza aver coraggio

d’interrogare alcuno, e si slanciò verso il suo appartamento. Due

persone discendevano la scala; egli non ebbe che il tempo di gettarsi

in un gabinetto per evitarle. Era Mercedès appoggiata al braccio di suo

figlio che abbandonavano la casa.

Essi passarono a due linee dal disgraziato, che nascosto dietro la

portiera di damasco, fu sfiorato in qualche modo dalla veste di seta di

Mercedès, e sentì il tiepido alito di queste parole pronunciate da suo

figlio:

— Coraggio, madre mia! venite, venite, noi qui non siamo più in casa

nostra. — Le parole si estinsero, i passi si allontanarono. Il generale

si raddrizzò tenendosi sospeso colle mani increspate alla portiera di

damasco; egli comprimeva il più orribile singulto che fosse mai uscito

dal petto di un padre, abbandonato ad un tempo dalla moglie, e dal

figlio. Ben presto intese sbattere lo sportello della carrozza, poi la

voce del cocchiere; indi la pesante macchina rintronò nei vetri; allora

si slanciò nella sua camera da dormire per vedere anche una volta

tutto ciò che aveva amato nel mondo; ma la carrozza partì, senza che la

testa di Mercedès o quella d’Alberto fosse comparsa al finestrello per

dare alla casa solitaria, per dare al padre ed allo sposo abbandonato,

l’ultimo sguardo, l’addio ed il rammarico, vale a dire il perdono.

Così, al momento stesso in cui le ruote della carrozza rintronavano sul

pavimento posto sotto la volta, s’intese un colpo di arme da fuoco, ed

un tetro fumo uscì da uno dei vetri di quella finestra della camera da

dormire, infranto dalla forza di quella esplosione.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 109 / 140 题