LXXVIII. — LA LIMONATA.

Infatto Morrel era molto felice. Il sig. Noirtier lo aveva mandato

a cercare, ed aveva tanta fretta di sapere ciò che voleva, che non

aveva preso il _cabriolet_, fidandosi molto più delle sue gambe, che

di quelle di un cavallo di piazza; egli dunque era partito correndo

dalla strada Meslay, e si portava al sobborgo Sant’Onorato. Morrel

camminava con un passo ginnastico, ed il povero Barrois lo seguiva alla

meglio. Morrel aveva trentun’anno, Barrois ne aveva sessanta; Morrel

era ebbro d’amore, Barrois era alterato dallo eccessivo calore. Questi

due uomini, così divisi d’interessi e di età, rassomigliavano alle due

linee che formano un triangolo, allontanate alla base, e riunite alla

sommità.

La sommità era Noirtier, il quale aveva inviato a cercare Morrel,

raccomandandogli di far presto, raccomandazione che Morrel seguiva

alla lettera con gran disperazione di Barrois. Giungendo, Morrel non

era neppure riscaldato; l’amore somministra le ali; ma Barrois, che

da lungo tempo non era più innamorato, Barrois nuotava. Il vecchio

servitore fece entrare Morrel dalla porta segreta, chiuse quella

del gabinetto, e ben presto lo strofinare di una veste sul piancito

annunziò la visita di Valentina, bella da incantare sotto il suo abito

di lutto. Il sogno diveniva così dolce, che Morrel avrebbe fatto anche

a meno di conversare col sig. Noirtier; ma la poltrona del vecchio

rotolò ben presto sul pavimento, ed egli entrò. Noirtier accolse con

uno sguardo benevolo, i ringraziamenti che Morrel gli prodigava per

quella maravigliosa intervenzione che aveva salvati Valentina e lui

dalla disperazione. Indi lo sguardo di Morrel andava a provocare,

sul nuovo favore che gli veniva accordato, la giovinetta che, timida

e assisa lungi da Morrel, aspettava di essere costretta a parlare.

Noirtier la guardò anch’egli.

— Bisogna dunque che io dica ciò di che mi avete incaricata? domandò

ella.

— Sì, fece Noirtier.

— Sig. Morrel, il mio buon papà Noirtier aveva mille cose a dirvi,

che da tre giorni egli ha detto a me; oggi vi manda a cercare perchè

io ve le ripeta; ve le ripeterò adunque, poichè mi ha scelta per suo

interprete, senza cangiare una parola alle sue intenzioni.

— Oh! io ascolto con molta impazienza, rispose il giovine.

Valentina abbassò gli occhi; questo fu un presagio che parve dolce a

Morrel. Valentina non era debole che nella felicità. — Mio padre vuol

lasciare questa casa, diss’ella; Barrois si occupa di cercargli un

appartamento conveniente.

— Ma voi, madamigella, disse Morrel, voi che siete così cara, e così

necessaria al sig. Noirtier....?

— Io, riprese la giovanetta, non lascerò punto mio nonno, è una cosa

già convenuta fra lui e me. Il mio appartamento sarà vicino al suo; o

avrò il consenso del sig. de Villefort per andare ad abitare col nonno,

o me lo rifiuterà: nel primo caso parto fin da questo momento; nel

secondo, aspetto la mia maggior età, che viene fra dieci mesi. Allora

sarò libera, avrò una fortuna indipendente, e...

— E?... domandò Morrel. — E colla autorizzazione del mio nonno,

manterrò la promessa che vi ho fatta.

Valentina pronunciò queste ultime parole con voce sì bassa, che Morrel

non avrebbe potuto intenderle senza l’interesse che aveva a divorarle.

— Non è questo il vostro pensiero buon papà? aggiunse Valentina

indirizzandosi a Noirtier. — Sì, fece il vecchio.

— Una volta in casa del mio nonno, il sig. Morrel potrà venire a

vedermi in presenza di questo buono e degno protettore: se il legame

che unisce i nostri cuori, forse ignoranti o capricciosi, che aveva

cominciato a formare, sembra convenevole, e offre delle garenzie

di futura felicità alla nostra esperienza (ahimè! si dice, i cuori

infiammati dagli ostacoli si raffreddano nella sicurezza) allora il

sig. Morrel potrà domandarmi a me stessa, io lo aspetterò.

— Oh! gridò Morrel, tentato d’inginocchiarsi davanti al vecchio, oh!

che ho mai fatto di bene nella mia vita da meritarmi tanta felicità?

— Fin là, continuò la giovinetta con la sua voce pura e severa,

rispetteremo le convenienze, la stessa volontà dei nostri parenti,

purchè non tenda a separarci per sempre; in una parola, e io ripeto

questa parola perchè dice tutto, noi aspetteremo.

— Ed i sacrifici che questa parola impone, disse Morrel, io giuro di

compierli, non già con rassegnazione, ma con felicità.

— Così, continuò Valentina con uno sguardo dolce al cuore di

Massimiliano, non più imprudenze, amico mio, non mettete a cimento

quella che da questo momento si considera come destinata a portare

onorevolmente e degnamente il vostro nome. — Morrel si appoggiò la mano

sul cuore.

Frattanto Noirtier li guardava entrambi con tenerezza. Barrois, che

era rimasto nel fondo come un uomo a cui non si ha niente a nascondere,

sorrideva asciugandosi le grosse gocce d’acqua che gli cadevano dalla

calva fronte.

— Oh! mio Dio, come è riscaldato questo buon Barrois, disse Valentina.

— Ah! disse Barrois, è perchè ho corso bene, ma il sig. Morrel, debbo

rendergli questa giustizia, correva ancor più di me. — Noirtier indicò

coll’occhio una sottocoppa sulla quale era preparata una bottiglia di

limonata, ed un bicchiere.

Ciò che mancava nella bottiglia era stato bevuto mezz’ora prima dal

sig. Noirtier.

— Prendi, buon Barrois, disse la giovanetta, prendi che già vedo che tu

covi con gli occhi questa bottiglia smezzata.

— Il fatto è, disse Barrois, che muoio di sete, e che io beverò ben

volentieri un bicchiere di limonata alla vostra salute.

— Bevi dunque, disse Valentina, e ritorna subito.

Barrois portò via la sottocoppa, ed appena fu nel corridore, a traverso

alla porta che aveva dimenticato di chiudere, fu veduto rovesciare

indietro la testa per vuotare il bicchiere che Valentina gli aveva

empito. — Valentina e Morrel si facevano i loro addii in presenza

di Noirtier, quando s’intese risonare il campanello della scala di

Villefort.

Questo era il segnale di una visita. Valentina guardò l’orologio a

pendolo. — È mezzogiorno, diss’ella, e oggi è sabato buon papà, questi

senza dubbio è il dottore.

Noirtier fece segno indicante che di fatto doveva essere lui.

— Egli vien qui, bisogna che il sig. Morrel se ne vada, non è vero,

buon papà? — Sì, rispose il vecchio.

— Barrois! chiamò Valentina; Barrois! venite!

— Barrois vi accompagnerà fino alla porta, disse Valentina a Morrel;

ed ora ricordatevi una cosa, sig. ufficiale, ed è che il mio buon papà

vi raccomanda di non tentare alcuna dimostrazione capace di mettere a

rischio la nostra felicità.

— Ho promesso di aspettare, ed aspetterò.

In questo momento entrò Barrois.

— Chi ha suonato? domandò Valentina.

— Il sig. dottore d’Avrigny, disse Barrois traballando sulle gambe.

— Ebbene che avete dunque, Barrois? domandò Valentina.

Il vecchio non rispose, guardava il padrone con occhi stravolti, mentre

che con la sua mano increspata cercava un appoggio per rimanere in

piedi.

— Ma egli sta per cadere! gridò Morrel. In fatto il tremito da cui

Barrois era preso aumentava gradatamente; i tratti del viso, alterati

dai movimenti convulsivi dei muscoli della faccia, annunziavano un

assalto nervoso assai intenso.

Noirtier, vedendo Barrois così sconvolto, moltiplicava gli sguardi nei

quali si dipingevano, intelligibili e palpitanti, tutte le emozioni

che agitavano il cuore dell’uomo. Barrois fece qualche passo verso

il padrone. — Ah! mio Dio! mio Dio! signore! diss’egli, ma che ho

dunque?... io soffro.... non ci vedo più... mille punte di fuoco mi

attraversano il cranio. Oh! non mi toccate, non mi toccate!

Infatto gli occhi divennero sporgenti ed incerti, la testa si

rovesciava in dietro, mentre che la parte inferiore del corpo si

irrigidiva. Valentina spaventata mandò un grido, Morrel la prese nelle

braccia come per difenderla da un qualche sconosciuto periglio.

— Sig. d’Avrigny! sig. d’Avrigny! gridò Valentina con voce soffocata,

a noi! al soccorso! — Barrois girò su sè stesso, fece tre passi

in addietro, vacillò, e venne a cadere ai piedi di Noirtier, sul

ginocchio del quale appoggiò la mano gridando: — Mio padrone! mio

padrone! — In questo mentre il sig. de Villefort, attirato dalle

grida, comparve sulla soglia della camera. Morrel lasciò Valentina a

metà svenuta, e gettandosi in addietro, si nascose nell’angolo della

camera, e disparve dietro una tenda. Pallido come se avesse veduto

uno spettro sorgere davanti a sè, egli attaccò uno sguardo di ghiaccio

sull’infelice moribondo. Noirtier bolliva d’impazienza e di terrore;

la sua anima volava in soccorso al povero vecchio, suo amico piuttosto

che domestico. Si vedeva il combattimento terribile della vita e della

morte tradursi sopra la sua fronte dal gonfiamento delle vene e la

contrazione di qualche muscolo rimasto vivo intorno ai suoi occhi.

Barrois colla faccia agitata, gli occhi iniettati di sangue, il collo

rovesciato in addietro, giaceva battendo il pavimento con le mani,

mentre che al contrario le sue gambe intirizzite sembravano doversi

rompere piuttosto che piegarsi.

Una leggera schiuma gli colava dalle labbra e respirava affannosamente.

Villefort stupefatto restò un minuto cogli occhi fissi su questo

quadro, che attirò i suoi sguardi dal primo entrare nella camera. Egli

non vide Morrel: — Dottore! gridò slanciandosi verso la porta, venite

venite!

— Signora! signora! gridò Valentina chiamando sua matrigna, ed urtando

nelle pareti della scala, venite! e portate la vostra boccettina di

sali.

— Che cosa è? domandò la voce metallica e sostenuta della signora de

Villefort. — Oh! venite! venite!

— Ma dov’è dunque il dottore? gridò Villefort; dov’è?

La sig.ª de Villefort discese lentamente; si sentivano scricchiolare le

assi sotto i suoi piedi. Con una mano teneva il fazzoletto col quale si

asciugava il viso, coll’altra la boccettina del sale inglese. Il suo

primo sguardo giungendo alla porta fu per Noirtier, il suo sembiante,

salva l’emozione ben naturale in una simile congiuntura annunziava

una salute costante; il suo secondo colpo d’occhio si abbattè nel

moribondo. — Ha mangiato da poco? domandò la sig.ª de Villefort

eludendo la domanda.

— Ma in nome del cielo, signora; dov’è andato dunque il dottore? È

entrato da voi. Questa è una apoplessia, come vedete bene, che con una

cavata di sangue si può salvare. — Ella impallidì, ed il suo occhio

trabalzò, per così dire, dal servitore sul padrone. — Signora, disse

Valentina, egli non ha fatto colazione, ma ha corso molto questa

mattina per eseguire una commissione di cui l’avea incaricato mio

nonno. Al ritorno soltanto ha preso una limonata.

— Ah! fece la signora de Villefort, perchè non ha preso del vino? è

molto cattiva la limonata.

— La limonata era là sotto la sua mano, nella bottiglia del buon papà;

il povero Barrois aveva sete, ha bevuto ciò che ha trovato. — La sig.ª

de Villefort fremette, Noirtier la circondò di uno sguardo profondo.

— Egli ha il collo così corto! disse ella.

— Signora, disse Villefort, vi domando dov’è il sig. d’Avrigny, in nome

del cielo, rispondete!

— È nella camera di Edoardo che si trova un po’ incomodato, disse la

sig.ª de Villefort che non poteva eludere più lungamente. — Villefort

si slanciò per la scala per andarlo a cercare egli stesso. — Prendete,

disse la giovane sposa dando la boccettina a Valentina, risalgo nelle

mie stanze poichè non posso sopportare la vista del sangue.

Ed ella seguì suo marito. Morrel uscì dall’angolo oscuro dove si era

ritirato, ed ove non era stato veduto da alcuno, tanto era grande la

preoccupazione.

— Partite presto, Massimiliano! gli disse Valentina, ed aspettate che

io vi richiami. Andate!

Morrel consultò Noirtier con un gesto. Noirtier, che aveva conservato

tutta la sua prontezza d’animo gli fece segno di sì.

Egli si strinse la mano di Valentina contro il cuore, ed uscì dal

corridore nascosto. Nello stesso tempo Villefort ed il dottore

rientravano dalla parte opposta.

Barrois cominciava a ritornare in sè: la crisi era passata, la parola

ritornava gemente, ed egli si sollevava sur un gomito. D’Avrigny

e Villefort portarono Barrois sopra un sofà. — Che cosa ordinate,

dottore? domandò Villefort.

— Che mi si porti dell’acqua, e dell’etere. Ne avete in casa? — Sì. —

Che si corra a cercarmi dell’olio di trementina e dell’emetico.

— Andate! disse Villefort.

— E frattanto che tutti si ritirino, disse il dottore.

— Io pure? domandò timidamente Valentina.

— Sì, madamigella, voi sopra tutti! disse bruscamente il dottore. —

Valentina guardò il sig. d’Avrigny con meraviglia, baciò in fronte il

sig. Noirtier, ed uscì. Dietro a lei il dottore chiuse la porta con

aria cupa. — Osservate! osservate dottore, eccolo che rinviene; questo

non era che un attacco di poca importanza. — D’Avrigny, sorrise con

aria cupa:

— Come vi sentite, Barrois?

— Un poco meglio, signore.

— Potete bere un bicchier di etere?

— Mi proverò, ma non mi toccate. — Perchè?

— Perchè mi sembra che se mi toccaste, foss’anche colla sola punta di

un dito, l’accesso mi ritornerebbe.

— Bevete. — Barrois prese il bicchiere, se l’avvicinò alle labbra

violette, e ne vuotò circa la metà.

— Dove soffrite? domandò il dottore.

— Da per tutto; provo spaventosissimi crampi.

— Avete dei bagliori alla vista? — Sì.

— Del tintinnio alle orecchie? — Spaventoso.

— Quando vi è cominciato? — Momenti sono.

— Rapidamente? — Come il fulmine!

— Niente ieri? ieri l’altro? — Niente.

— Neppure sonnolenza? peso? — No.

— Che avete mangiato quest’oggi?

— Non ho mangiato niente, ho bevuto soltanto un po’ di limonata

del signore, ecco tutto. — E Barrois fece con la testa un segno per

indicare Noirtier, che immobile, nel suo seggio, contemplava questa

terribile scena, senza perderne un movimento, senza lasciare sfuggire

una parola.

— Dov’è la limonata? domandò vivamente il dottore.

— Nella caraffa in cucina.

— Volete che vada a cercarla? domandò Villefort.

— No, restate qui, e procurate di far bere al malato il restante di

questo bicchier d’acqua. — Ma questa limonata...

— Vi vado io stesso. — D’Avrigny fece un salto, aprì la porta, si

slanciò dalle scale, e poco mancò che non rovesciasse la sig.ª de

Villefort, che pur discendeva in cucina.

Ella mandò un grido. D’Avrigny non vi fece neppure attenzione,

trasportato come era dalla possanza di una sola idea; saltò i tre o

quattro ultimi scalini, e scoperse la bottiglia per tre quarti vuota

sulla sua sottocoppa.

Vi piombò sopra, come un’aquila sulla sua preda.

Anelante, risalì al pian terreno, e rientrò nella camera.

La sig.ª de Villefort risaliva lentamente la scala che conduceva da

lei. — Era veramente questa bottiglia quella che era qui? domandò

d’Avrigny. — Sì, signor dottore.

— Questa limonata è la stessa che avete bevuta?

— Lo credo.

— Che gusto ci avete sentito? — Un gusto amaro.

Il dottore versò qualche goccia di limonata nel concavo della mano,

l’aspirò colle labbra, e dopo averne sciacquata le bocca come si fa

quando si vuole gustare il vino, sputò il liquido nel caminetto.

— È la stessa, diss’egli. E voi sig. Noirtier ne avete bevuto?

— Sì, fece il vecchio. — Avete trovato il medesimo gusto amaro? — Sì,

fece il vecchio.

— Ah! signor dottore, gridò Barrois, ecco che mi riprende! mio Dio,

signore, abbiate pietà di me!

Il dottore corse al malato: — Questo emetico, Villefort, guardate se

viene.

Villefort si slanciò gridando: — L’emetico! l’emetico! l’hanno portato?

— Nessuno rispose. Il terrore più profondo regnava nella casa. — Se io

avessi un mezzo di soffiargli dell’aria nei polmoni, disse d’Avrigny,

guardando intorno a lui, avrei il mezzo di prevenire l’asfissia. Ma no!

niente, niente!

— Ah! signore, gridava Barrois, mi lascerete morire senza soccorso, oh!

io moro! mio Dio! io moro!

— Una penna! una penna! domandò il dottore; ne vide una sulla tavola.

Egli tentò d’introdurre la penna nella bocca del malato, che faceva in

mezzo alle sue convulsioni, inutili sforzi per vomitare; le mascelle

erano talmente strette che la penna non potè passarvi. Barrois era in

preda ad un assalto nervoso anche più intenso del primo. Era scivolato

dal sofà, e si contorceva sul pavimento.

Il dottore lo lasciò in preda a questo accesso, al quale non poteva

portare sollievo alcuno, e ritornando a Noirtier:

— Come vi sentite? gli disse precipitosamente, e sotto voce; bene? — Sì.

— Leggero di stomaco, o pesante? leggero? — Sì.

— Come quando pigliate la pillola che vi fo dare tutte le domeniche? —

Sì.

— Barrois ha fatto la vostra limonata? — Sì.

— Siete stato voi che l’avete sollecitato a beverne? — No.

— È stato il sig. de Villefort? — No.

— La signora? — No.

— Fu dunque Valentina allora? — Sì.

Un sospiro di Barrois, uno sbadiglio che gli faceva scricchiolare le

ossa della mascella, richiamarono l’attenzione di d’Avrigny; egli

lasciò il sig. Noirtier, e corse al malato: — Barrois, gli disse,

potete parlare?

Barrois balbettò qualche parola inintelligibile.

— Fate uno sforzo, amico mio. — Barrois riaprì gli occhi sanguinolenti.

— Chi ha fatto la limonata? — Io.

— L’avete subito portata al vostro padrone dopo di averla fatta? — No.

— L’avete lasciata in qualche luogo allora.

— In credenza; fui chiamato. — Chi la portò qui?

— Madamigella Valentina.

D’Avrigny si battè la fronte: — Oh! mio Dio! mio Dio!

— Dottore! gridò Barrois che sentiva avvicinarsi un terzo accesso.

— Ma non porteran dunque l’emetico? gridò il dottore.

— Eccone un bicchiere già preparato, disse Villefort rientrando. — Da

chi? — Dal giovane della farmacia che è venuto con me. — Bevete.

— Impossibile dottore, è troppo tardi; ho la gola che si restringe!

oh! il cuore! la testa... quale inferno!... e dovrò soffrir lungamente

così?

— No, disse il dottore, ben presto non soffrirete più.

— Ah! capisco! gridò il disgraziato; mio Dio! abbiate pietà di me!

— E gettando un grido, cadde rovesciato in addietro, come colpito

dal fulmine. D’Avrigny gli mise una mano sul cuore, gli avvicinò uno

specchio alle labbra.

— Ebbene? domandò Villefort.

— Andate a dire in cucina che mi portino subito dello sciroppo di

viole. — Villefort discese nel medesimo punto.

— Non vi spaventate sig. Noirtier, disse d’Avrigny; trasporto il malato

in un’altra camera per cavargli sangue; davvero questa sorte d’accessi

sono un tristo spettacolo da vedersi. — E prendendo Barrois per sotto

le braccia, lo trascinò in una camera vicina; ma subito dopo rientrò da

Noirtier per prendere il resto della limonata.

Noirtier chiuse l’occhio dritto. — Valentina, n’è vero? volete

Valentina? dico subito, che ve la mandino.

Villefort risaliva; d’Avrigny lo incontrò nel corridoio.

— Ebbene? domandò egli. — Venite, disse d’Avrigny.

E lo condusse nella camera.

— Sempre svenuto? domandò il procuratore del Re.

— Egli è morto. — Villefort dette addietro di due o tre passi,

congiunse le mani al disopra della testa, e con una commiserazione non

equivoca: — Morto così prontamente? diss’egli guardando il cadavere.

— Sì, molto prestamente, è vero! disse d’Avrigny; ma ciò non vi

deve maravigliare: il sig. e la sig.ª di Saint-Méran sono morti essi

pure così prestamente. Oh! si muore presto in vostra casa, sig. de

Villefort.

— Che! gridò il magistrato con un accento d’onore e di costernazione,

ritornate a questa terribile idea?

— Sempre, disse d’Avrigny con solennità, perchè essa non mi ha

abbandonato un momento; e perchè siate ben convinto che questa volta

non m’inganno ascoltatemi bene.

Villefort tremava convulsivamente.

— Vi è un veleno che ammazza senza quasi lasciare traccia veruna.

Questo veleno io lo conosco bene, l’ho studiato in tutti gli accidenti

che apporta, in tutti i fenomeni che produce. Questo veleno l’ho

riconosciuto poco fa in questo povero Barrois, come lo aveva egualmente

riconosciuto nella sig.ª di Saint-Méran: vi è un modo di osservarne la

presenza: egli ridona il colore blu alla carta di tornasole arrossita

con un acido, e tinge in verde lo sciroppo di violette. Noi non abbiamo

la carta di tornasole; ma osservate, ecco che portano lo sciroppo di

violette che ho domandato.

Infatto si sentivano dei passi nel corridoio; il dottore aprì alquanto

la porta, prese dalle mani della cameriera un vaso nel fondo del

quale vi erano due o tre cucchiai di sciroppo, e richiuse la porta.

— Guardate, diss’egli al procuratore del Re, a cui il cuore batteva

sì fortemente, che si sarebbe potuto sentire; ecco in questa tazza

lo sciroppo di violette, ed in questa bottiglia il rimanente della

limonata bevuta da Noirtier e Barrois. Se la limonata è pura ed

inoffensiva, lo sciroppo conserverà il suo colore; se è avvelenata, lo

sciroppo deve diventar verde. Osservate!

Il dottore versò lentamente qualche goccia di limonata nella tazza,

e si vide nello stesso punto formarsi nel fondo della stessa un

cambiamento di colore che da prima prese la gradazione del blu; poi

dal zaffiro passò all’opale, e dall’opale allo smeraldo. Giunto a

quest’ultimo colore, per così dire, si fissò; l’esperienza non lasciava

più alcun dubbio.

— L’infelice Barrois è stato avvelenato colla falsa angustura, o con

la noce di S. Ignazio, disse d’Avrigny; ora lo asserirei davanti agli

uomini, e davanti a Dio.

Villefort nulla disse; ma alzò le braccia al cielo, aprì gli occhi

stravolti, e cadde annientato sopra una sedia.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 96 / 140 题