LV. — ANDREA CAVALCANTI.

Il conte di Monte-Cristo entrò nel salotto vicino, che Battistino

aveva indicato col nome di salotto blu, e dov’era stato preceduto da

un giovine di portamento disinvolto vestito con sufficiente eleganza,

che mezz’ora prima era stato gettato alla porta del palazzo da un

_cabriolet_ di piazza.

Battistino non aveva penato a riconoscerlo; era realmente quel giovine

alto coi capelli biondi, colla tinta vermiglia sopra una candidissima

pelle, come gli era stato contradistinto dal padrone. Il giovine

era negligentemente steso sur un sofà percuotendosi lo stivale con

un sottile bastoncino a pomo d’oro; scorgendo Monte-Cristo si alzò

prestamente. — Il signore è il conte di Monte-Cristo?

— Sì signore, rispose questi, e credo di aver l’onore di parlare al

sig. conte Andrea Cavalcanti.

— Il conte Andrea Cavalcanti, riprese il giovine accompagnando queste

parole con un saluto di disinvoltura.

— Dovete avere una lettera che vi accredita meco?

— Non ve ne parlavo per cagione della firma che mi è sembrata strana. —

Sindbad il marinaro, non è così?

— Precisamente, or siccome non ho mai conosciuto altro Sindbad il

marinaro che quello delle _mille e una notte_...

— Ebbene! egli è uno dei suoi discendenti, uno dei miei amici, molto

ricco, un inglese, qualche cosa più che stravagante, quasi pazzo, il

cui vero nome è Lord Wilmore.

— Ah! ecco ciò che mi spiega ogni cosa, disse Andrea, allora tutto

va a meraviglia. Egli è quello stesso inglese che conobbi... a... sì;

benissimo, sig. conte, vi son servo.

— Se ciò che avete l’onore di dirmi è vero, spero che vorrete favorirmi

dei particolari sulla vostra famiglia.

— Volentieri, rispose il giovine con una volubilità che provava la

sicurezza della sua memoria. Io sono, come diceste, il conte Andrea

Cavalcanti, figlio del maggiore Bartolommeo, discendente dai Cavalcanti

iscritti al libro d’oro di Firenze. La nostra famiglia quantunque

ancora ricca, poichè mio padre gode di mezzo milione di rendita, ha

provato moltissimi infortuni, ed io stesso, signore, all’età di 5

anni sono stato rapito da un aio infedele, di modo che da 19 anni

non ho più riveduto l’autore dei miei giorni. Dacchè ho l’età della

ragione, dacchè sono libero e padrone di me, lo cerco, ma inutilmente.

Finalmente questa lettera del nostro amico Sindbad mi annunzia, ch’egli

è a Parigi, e mi permette d’indirizzarmi a voi per averne notizia.

— In verità, signore, tutto ciò che mi raccontate è molto importante,

disse il conte che guardava con una tetra soddisfazione questa

fisonomia disinvolta, marcata di una beltà simile a quella dell’angelo

cattivo; ed avete fatto benissimo a conformarvi in tutto e per tutto

all’invito del buon amico Sindbad, perchè vostro padre in fatto è qui e

vi cerca.

Il conte fin dal suo entrare nel salotto non aveva perduto di vista

il giovine, ne aveva ammirato la sicurezza dello sguardo e della voce,

ma a queste parole tanto naturali, _vostro padre è qui e vi cerca_, il

giovine Andrea fece uno sbalzo gridando: — Mio padre! mio padre qui?

— Senza dubbio, rispose Monte-Cristo, vostro padre il maggiore

Bartolommeo Cavalcanti. — L’impressione di terrore sparsa sui tratti

del giovine si cancellò quasi subito.

— Ah! sì è vero, il maggiore Bartolommeo Cavalcanti. E voi dite, sig.

conte, ch’egli è qui, questo caro padre?

— Sì, signore, aggiungerò ancora che l’ho lasciato in questo punto;

la storia che mi ha raccontata di questo prediletto figlio altra volta

perduto, mi ha molto commosso, in verità, i suoi dolori, i timori, le

speranze su tal soggetto formerebbero un poema commovente. Finalmente

un giorno ricevette notizie che gli annunziavano che i rapitori di suo

figlio offrivano di renderlo o d’indicare ove egli era mercè una forte

somma. Ma niuna cosa ritenne questo buon padre, la somma fu inviata

alle frontiere del Piemonte unitamente ad un passaporto regolare per

l’Italia. Voi eravate nel mezzogiorno della Francia, credo?

— Sì signore, rispose Andrea con impaccio; era nel mezzogiorno della

Francia.

— Una vettura doveva aspettarvi a Nizza?

— Precisamente così, signore, essa mi condusse da Nizza a Genova,

da Genova a Torino, da Torino a Chambery, da Chambery a Pont-de

Beauvoisin, e di lì a Parigi.

— A meraviglia, sperava sempre rincontrarvi in cammino, poichè questa

era la strada che faceva egli stesso, ecco perchè il vostro itinerario

era stato in tal modo tracciato.

— Ma, disse Andrea, se questo caro padre mi avesse incontrato temo che

non mi avrebbe riconosciuto; sono qualche poco cangiato da che l’ho

perduto di vista.

— Oh! la voce del sangue, disse Monte-Cristo.

— Ah! sì è vero, riprese il giovine, io non pensava alla voce del

sangue!

— Ora, riprese Monte-Cristo, una sola cosa agita il marchese

Cavalcanti, ed è ciò che avete fatto durante la vostra lontananza, ed

il modo col quale siete stato trattato dai vostri persecutori; è il

desiderio di sapere se hanno avuto per la vostra nascita i riguardi

che le si dovevano, finalmente se per le sofferenze morali alle quali

siete stato esposto, sofferenze cento volte peggiori delle fisiche,

le vostre facoltà di cui siete stato dotato largamente dalla natura

abbian sofferto qualche indebolimento, e se voi stesso credete poter

rispondere e sostenere nella società il rango che vi appartiene.

— Signore, balbettò il giovine stordito, spero che nessun falso

rapporto...

— Intesi parlare di voi per la prima volta dal mio amico Wilmore,

il filantropo. Seppi che vi aveva ritrovato in una posizione molto

dolorosa, però non so quale, non avendogli fatta alcun’interrogazione,

essendo poco curioso. Le vostre disgrazie lo hanno interessato, dunque

voi eravate in istato di potere inspirare interessamento. Mi disse

che voleva rendervi nel mondo la posizione che avevate perduta, che

cercava vostro padre, e che lo avrebbe ritrovato, a quanto sembra

poichè è di là: finalmente mi ha prevenuto ieri del vostro arrivo,

dandomi ancora alcune istruzioni relative alle vostre ricchezze: ecco

tutto; so che questo mio buon amico Wilmore è un originale, ma nello

stesso tempo siccome è un uomo sicuro, ricco quanto una miniera d’oro,

e che per conseguenza può soddisfare le sue originalità senza ch’esse

lo rovinino, ho promesso di seguire le sue istruzioni. Ora, signore,

non vi offendete della mia domanda; siccome sarò obbligato di farvi un

poco da padre, desidererei sapere se le disgrazie che vi sono accadute,

disgrazie indipendenti dalla vostra volontà, e che non diminuiscono in

alcun modo la stima che vi porto, vi abbiano reso estraneo alquanto a

questo mondo nel quale le vostre ricchezze vi chiamano a fare una così

buona figura.

— Signore, rispose il giovine riprendendo il suo contegno sicuro, a

seconda che il conte parlava, rassicuratevi su questo punto: i rapitori

che mi hanno allontanato da mio padre, e che senza dubbio avevano per

iscopo di rendermi a lui più tardi, come hanno fatto, hanno calcolato

che per cavare un buon partito da me, bisognava lasciarmi tutto il

mio valore personale, ed anzi aumentarlo ancora, se era possibile:

ho dunque ricevuto una buona educazione e sono stato trattato dai

miei rapitori, nello stesso modo circa con cui nell’Asia minore erano

trattati gli schiavi dai loro maestri che erano o grammatici, o medici,

o filosofi, per venderli ad un più caro prezzo nel mercato di Roma.

Monte-Cristo sorrise con soddisfazione; egli non aveva sperato tanto

dal sig. Andrea Cavalcanti, a quanto sembrava.

— D’altra parte, riprese il giovine, se vi fosse qualche difetto

nella mia educazione o piuttosto nelle abitudini di società, si avrà,

suppongo, l’indulgenza di scusarmi in considerazione delle disgrazie

che hanno accompagnato la mia nascita, e perseguitata la mia gioventù.

— Ebbene! disse Monte-Cristo negligentemente; farete ciò che vorrete,

conte, perchè voi siete il padrone, e ciò spetta a voi; ma non direi

un motto di tutte queste avventure; la vostra storia è un romanzo, ed

il mondo che adora i romanzi chiusi fra due copertine di carta gialla,

diffida stranamente di quelli che vede legati in carta velina vivente,

fossero puranche dorati come potete esserlo voi. Ecco la difficoltà che

mi permetterò di farvi notare; tosto che avrete raccontata a qualcuno

la vostra commovente storia essa verrà del tutto snaturata nella

società. Non sarete più un giovine ritrovato, ma un giovine perduto.

Sarete obbligato di prendere la posizione di Antony, ed il tempo degli

Antony è un poco passato. Forse avreste un incontro di curiosità, ma

tutti non amano farsi centro di osservazioni, argomento di commentarii,

ciò forse vi stancherebbe ancor troppo.

— Credo che abbiate ragione, sig. conte, disse il giovine impallidendo

suo malgrado sotto l’influenza dello sguardo di Monte-Cristo, questo è

un grande inconveniente.

— Oh! non bisogna però esagerarselo, disse Monte-Cristo, perchè allora

per evitare un errore si cadrebbe in una follia. No, non si tratta che

di stabilire un disegno di condotta, e per un uomo intelligente come

voi, esso è tanto più facile ad adottarsi in quanto che è conforme ai

vostri interessi; bisognerà combattere con testimonianze ed onorevoli

amicizie tutto ciò che può avere di oscuro la vostra vita passata.

Andrea perdè visibilmente il coraggio.

— Mi offrirò volentieri per voi come garante, disse Monte-Cristo, ma in

me è un’abitudine morale di dubitare sempre dei miei migliori amici,

ed un bisogno di cercare di far dubitare gli altri; per tal modo io

rappresenterei una parte fuori del mio carattere come dicono i tragici,

e mi esporrei a farmi fischiare, il che è inutile.

— Pure, sig. conte, disse Andrea con audacia, in riguardo a Lord

Wilmore che mi ha raccomandato a voi...

— Sì, certamente, rispose Monte-Cristo; ma Lord Wilmore non mi ha

lasciato ignorare, caro sig. Andrea, che avete avuto una gioventù

alquanto procellosa... Oh! disse il conte vedendo il movimento che

faceva Andrea, non vi domando delle confessioni, d’altra parte perchè

non aveste ad aver bisogno di alcuno, fu fatto venire da Lucca il sig.

marchese Cavalcanti vostro padre.

— Ah! voi mi tranquillate signore; l’ho lasciato da sì lungo tempo che

non avevo più di lui alcuna rimembranza.

— E poi sapete che le molte ricchezze fanno chiudere un occhio sopra

varie cose.

— Mio padre è dunque realmente ricco, signore?

— Milionario... 500 mila lire di rendita.

— Allora, domandò il giovine con ansietà, mi troverò ben presto in una

posizione... aggradevole?

— Delle più aggradevoli, mio caro signore, vi assegna 50 mila lire di

rendita per ogni anno durante il tempo che resterete a Parigi.

— Ma... in questo caso vi resterò sempre?

— Oh! chi può rispondere delle congiunture, mio caro signore? l’uomo

propone ed Iddio dispone.

Andrea mandò un sospiro: — Ma finalmente per tutto il tempo che resterò

a Parigi e... che nessuna occasione mi sforzerà di abbandonare; questo

danaro di cui mi parlavate poco fa mi sarà assicurato?

— Oh! perfettamente.

— Da mio padre? domandò Andrea con inquietudine.

— Sì, ma garantito da Lord Wilmore, che ha sulla domanda di vostro

padre aperto un credito di 5 mila fr. il mese presso il sig. Danglars,

uno dei più sicuri banchieri di Parigi.

— E mio padre conta di restare lungamente a Parigi?

— Soltanto qualche giorno, rispose Monte-Cristo, il suo servizio non

gli permette di assentarsi più di due o tre settimane. — Oh! che caro

padre! disse Andrea visibilmente incantato per questa pronta partenza.

— Per cui, soggiunse Monte-Cristo facendo sembiante d’ingannarsi

sull’accento di queste parole, per cui non voglio ritardare più oltre

di un solo momento la vostra riunione. Siete preparato ad abbracciare

questo degno sig. Cavalcanti?

— Spero che non ne dubiterete. — Ebbene, entrate dunque nel salotto,

mio giovine amico e vi troverete vostro padre che vi aspetta. —

Andrea fece un profondo saluto al conte ed entrò nel salotto. — Il

conte lo seguì con lo sguardo ed avendolo veduto sparire, spinse una

molla corrispondente ad un quadro che scostandosi dal muro lasciava

penetrare la vista nell’interno del salotto, per mezzo d’una fessura

maestrevolmente disposta. Andrea chiuse la porta dietro a sè, e si

avanzò verso il maggiore, che si alzò appena inteso il rumore dei passi

che si avvicinavano.

— Ah! signore e caro padre, disse Andrea ad alta voce, ed in modo che

il conte lo sentisse al di là della porta chiusa, siete veramente voi?

— Buon giorno, caro figlio, disse con gravità il maggiore.

— Dopo tanti anni di separazione, ripetè Andrea, continuando a guardare

dal lato della porta, quale fortuna di rivederci!

— Difatto la separazione è stata lunga.

— E non ci abbracciamo signore? riprese Andrea.

— Come vi piace, figlio mio, soggiunse il maggiore.

E i due uomini si abbracciarono al modo degli attori del teatro

francese, cioè situando la testa al disopra delle spalle.

— Eccoci dunque riuniti, disse Andrea. — Eccoci riuniti, ripetè il

maggiore. — Per non più separarci?

— Sia; però credo, mio caro figlio, che ora considerate la Francia come

la vostra seconda patria.

— Il fatto è che sarei disperato se dovessi lasciar Parigi.

— Ed io, capirete, non saprei vivere fuori di Lucca; ritornerò dunque

in Italia appena il potrò.

— Ma, caro padre, prima di partire mi consegnerete, n’è vero, le carte

con le quali contestar possa la mia nascita?

— Senza dubbio, son venuto espressamente per questo ed ho già

molto sofferto per ritrovarvi, da non farlo una seconda volta; ciò

occuperebbe il restante dei miei giorni.

— E le carte? — Eccole. — Andrea afferrò avidamente la fede di

matrimonio di suo padre e quella della sua nascita, e le percorse con

una rapidità ed abitudine che dinotavano un colpo d’occhio esercitato,

ed un vivo interessamento; appena terminato, un’indefinibile gioia gli

brillò sulla fronte, e guardando il maggiore con uno strano sorriso:

— E che! diss’egli in buon toscano, non vi son più galere in Italia?

Il maggiore si raddrizzò: — E perchè? diss’egli.

— Perchè vi si fabbricano impunemente certificati simili; per la metà

di questo, caro padre, in Francia vi manderebbero a respirare per

cinque anni l’aria di Tolone.

— Come sarebbe a dire? sclamò il Lucchese sforzandosi d’assumere un

tuono maestoso.

— Mio caro sig. Cavalcanti, disse Andrea stringendo il braccio al

maggiore, quanto vi pagano per essere mio padre...

Il maggiore volea parlare; ma Andrea soggiunse abbassando la voce: —

Zitto, sarò il primo a darvi l’esempio di confidenza, a me danno 50

mila fr. l’anno per esser vostro figlio; per conseguenza capirete bene,

che non sarò mai disposto a negare che voi siete mio padre.

Il maggiore guardò con inquietudine a sè dintorno.

— Eh! state pur tranquillo, siamo soli, disse Andrea; e d’altra parte

noi parliamo in italiano.

— Ebbene! ripetè il Lucchese, a me danno 50 mila fr. per una sola

volta. — Sig. Cavalcanti, credete ai racconti delle fate? — Prima non

vi credeva, ma adesso bisogna che vi creda. — Avete dunque avuto delle

prove? — Il maggiore cavò dal taschino un pugno di monete d’oro: —

Palpabili, come vedete. — Credete dunque, ch’io possa aggiustar fede

alle promesse fatte? — Lo credo.

— E questo brav’uomo del conte le manterrà?

— Sicuramente, ma capirete che per giungere allo scopo, bisogna che noi

rappresentiamo bene la parte impostane.

— In qual modo dunque? — Io di tenero padre. — Ed io di figlio

rispettoso, dapoicchè essi desiderano che io discenda da voi? — Chi

essi? — Diavolo nol so, quelli che vi hanno scritto, non avete ricevuta

una lettera?

— Da un certo abate Busoni.

— Che non conoscete?

— Che non ho mai veduto. — Che diceva questa lettera?

— Voi al certo non mi tradirete?

— Me ne guarderei bene; abbiamo eguali interessi.

— Allora tenete; ed il maggiore presentò la lettera al giovine. —

Andrea lesse a voce bassa:

«Voi siete povero, un’infelice vecchiaia vi attende; volete

diventare, se non ricco, almeno indipendente? Partite sul momento

per Parigi, per reclamare dal conte di Monte-Cristo, Campi-Elisi

n. 30, il figlio che avete avuto con la marchesa Corsinari, e che

vi fu rapito nell’età di 5 anni.

«Egli chiamasi Andrea Cavalcanti. Perchè non abbiate alcun

dubbio sulle intenzioni che il sottoscritto ha di rendersi a voi

vantaggioso, troverete qui unite:

«1. Un bono di 2400 lire toscane pagabili dal sig. Gozzi in

Firenze.

«2. Una lettera di presentazione pel sig. di Monte-Cristo sul

quale vi apro un credito della somma di 48 mila fr.

«Siate dal conte li 26 maggio alle sette p. m.»

Il Conte di Monte-Cristo · 第 71 / 140 题