LIII. — ALTO E BASSO DEI FONDI.

Qualche giorno dopo questo incontro Alberto di Morcerf andò a far

visita al conte di Monte-Cristo nella sua casa ai Campi-Elisi, che

aveva già preso quell’aspetto di palazzo, che il conte mercè le sue

immense ricchezze sapeva imprimere alle sue abitazioni anche più

passaggiere. Egli veniva a rinnovargli i ringraziamenti della sig.ª

Danglars che aveva già ricevuti in una lettera firmata baronessa

Danglars, nata Erminia di Servieux. Alberto era accompagnato da Luciano

Debray, il quale unì alle parole dell’amico qualche complimento, non al

certo ufficiale, ma di cui il conte mercè il suo fino colpo d’occhio

non poteva non sospettar la sorgente. Gli sembrò perfino che Luciano

venisse a visitarlo mosso da un doppio sentimento di curiosità, di

cui la metà emanasse dalla strada Chaussée-d’Antin; di fatto poteva

supporre, senza timore di sbagliarsi, che la sig.ª Danglars non potendo

coi suoi propri occhi ispezionare lo appartamento di un uomo che

regalava cavalli da 30 mila fr. ed andava all’_Opera_ con una greca che

portava il valore di un milione in diamanti, aveva incaricato gli occhi

per i quali era solita vedere, di darle su ciò qualche informazione; ma

il conte non parve sospettare la minima correlazione fra la visita di

Luciano e la curiosità della baronessa.

— Voi siete in rapporto quasi continuo col barone Danglars? domandò ad

Alberto.

— Sì, sig. conte, sapete ciò che vi ho detto.

— Dunque resta sempre fermo?

— Oggi più che mai, disse Luciano, è affar concluso.

E giudicando senza dubbio che questa parola mista alla conversazione

gli desse il diritto di restarne estraneo, si pose la lente legata in

tartaruga all’occhio, e col pomo del bastoncino in bocca, fe’ il giro

della camera esaminando e le armi ed i quadri.

— Ah! disse Monte-Cristo, ma a quanto mi diceste, non avrei creduto ad

una così sollecita soluzione.

— Che volete? le cose camminano da sè; quando voi non pensate a loro,

esse pensano a voi, e quando vi volgete, siete meravigliato del viaggio

che hanno fatto. Mio padre ed il sig. Danglars hanno servito insieme

in Ispagna, mio padre nell’esercito, Danglars nelle forniture. In

questo modo mio padre, rovinato dalle rivoluzioni, e Danglars che non

aveva mai avuto patrimonio, gettarono le prime fondamenta, mio padre

della sua fortuna politico-militare che è bella, Danglars della sua

politico-commerciale che è ammirabile.

— Sì, infatto, disse Monte-Cristo, credo che nella visita che gli ho

fatta, il sig. Danglars mi abbia parlato di ciò, e continuò dando uno

sguardo al lato dov’era Luciano che stava sfogliando un album, è bella

madamigella Eugenia?... perchè io credo di ricordarmi ch’ella si chiami

Eugenia.

— Molto bella, o piuttosto molto avvenente, disse Alberto, ma di una

bellezza che non apprezzo; sono un indegno.

— Ne parlate già come se foste suo marito.

— Oh! fece Alberto, dando anch’egli uno sguardo a ciò che faceva

Luciano.

— Sapete, disse Monte-Cristo abbassando la voce, che non mi sembrate

molto entusiasmato per questo matrimonio?

— Madamigella Danglars è troppo ricca per me, e ciò mi spaventa, disse

Morcerf.

— Baie! disse Monte-Cristo, questa poi è una bella ragione? E non siete

ricco voi pure?

— Mio padre ha qualche cosa... circa 50 mila lire di rendita, e

maritandomi me ne cederà forse 10 o 12.

— La cosa è alquanto modesta, particolarmente a Parigi; ma in questo

mondo il tutto non sta nelle ricchezze, e non è piccola cosa l’avere

un nome ed un’alta posizione in società. Il vostro nome è celebre, la

vostra posizione magnifica, e poi il conte di Morcerf è un soldato,

ed è cosa ricercata la integerrimità di Baiardo, e la povertà di

Duguesclin collegate insieme, il disinteresse è il più bel raggio

di sole al quale possa balenare una nobile spada. Al contrario trovo

questo matrimonio convenientissimo, voi nobiliterete la sig.ª Danglars,

ella vi arricchirà!

Alberto scosse la testa e rimase pensieroso.

— Vi sono ancora altre cose, diss’egli.

— Vi confesso, che non giungo a comprendere tanta ripugnanza per una

giovinetta ricca e bella.

— Oh! mio Dio! questa ripugnanza, se pur vi è, non viene tutta per

parte mia.

— Ma da qual parte dunque? perchè mi diceste che vostro padre

desiderava questo matrimonio.

— Per parte di mia madre, che ha un occhio prudente e sicuro. Ebbene

ella non sorride a quest’unione, ha una certa non so quale prevenzione

contro i Danglars.

— Oh! disse il conte con un tuono di voce un po’ caricato, ciò si

capisce; la sig.ª contessa di Morcerf che è la stessa distinzione,

aristocrazia, e delicatezza personificata, esita alquanto a toccare una

mano ordinaria, callosa e brutale.

— Non so se di fatto sia così, disse Alberto, ma quel che so si è, che

mi sembra che questo matrimonio, se si effettua, la renderà infelice.

Vi doveva già essere un congresso di famiglia sei settimane or sono per

parlare di affari, ma sono stato affetto talmente forte dall’emicrania.

— Vera! disse il conte sorridendo.

— Oh! sì, vera; la paura senza fallo... e la riunione fu aggiornata

a due mesi. Non v’è nulla che solleciti, come capite, non ho ancora

21 anno, ed Eugenia non ne ha che 17, ma i due mesi compiono nella

settimana ventura. Bisognerà sottoporvisi. Non potete immaginare, mio

caro conte, come io sia impacciato. Ah! quanto siete felice voi che

siete libero!

— Ebbene! restate libero voi pure; vi domando un poco chi ve lo

impedisce?

— Oh! questo sarebbe un troppo crudele disinganno per mio padre, se non

isposassi madamigella Danglars.

— Sposatela dunque, disse il conte con una particolare stretta di

spalle.

— Sì, disse Morcerf, ma questo per mia madre non sarà un disinganno ma

un dolore.

— Ed allora non la sposate, disse il conte.

— Vedrò, proverò, mi consiglierete, n’è vero? se vi è possibile, mi

torrete da quest’impaccio. Oh! per non procurare un dispiacere alla mia

ottima madre credo che mi disgusterei anche il padre.

Monte-Cristo si voltò, egli era commosso:

— Che! diss’egli a Debray ch’era seduto in una profonda seggiola

in un angolo del salotto, tenendo con una mano il lapis, coll’altra

un portafogli, e che fate dunque là? fate uno schizzo nel genere di

Poussin?

— Io, rispose tranquillamente, sì davvero uno schizzo! amo molto la

pittura per questo! Ma questa volta faccio all’opposto, scrivo dei

numeri. — Dei numeri!

— Sì, calcolo, e ciò riguarda voi indirettamente, visconte, calcolo

ciò che la casa Danglars ha dovuto guadagnare sull’ultima alzata dei

fondi di Haïti: da 206 i fondi sono saliti fino a 409 in tre giorni

ed il prudente banchiere ne aveva acquistati molti a 206. Deve averci

guadagnato 300 mila lire.

— Non è il suo più bel colpo, disse Morcerf; non ha guadagnato un

milione in quest’anno coi boni di Spagna?

— Ascoltate, mio caro, disse Luciano, qui vi è il sig. conte di

Monte-Cristo che vi dirà come dicono gl’italiani, _Denaro e santità,

Metà della metà_ — ed è ancora molto: per tal modo quando mi si

raccontano simili storie, mi stringo nelle spalle.

— Ma voi parlate d’Haïti? disse Monte-Cristo.

— Oh! Haïti è un’altra cosa, Haïti è il giuoco dell’_écarté_ pel

traffico usurario dei biglietti del commercio francese, si può amare

la _rollina_, prediligere il _Whist_, affollarsi al _boston_, ma

poi ognuno si stancherà sempre di tutti questi giuochi e si tornerà

all’_écarté_ che è un capo d’opera. Così il sig. Danglars ieri ha

venduto a 405 e si è intascato 300 mila fr. Se avesse aspettato fin

oggi i fondi ricadevano a 205 ed invece di guadagnare 300 mila fr. ne

avrebbe perduto 20 o 25 mila.

— E per qual motivo i fondi sonosi riabbassati da 409 a 205? vi chiedo

scusa, ma sono molto addietro nella conoscenza di quest’intrighi di

borsa.

— Perchè, rispose ridendo Alberto, le notizie si succedono, ma non si

rassomigliano.

— Ah! diavolo, fece il conte, il sig. Danglars arrischia di guadagnare

e di perdere 300 mila fr. in un giorno? Egli è dunque enormemente

ricco. — Non è lui, gridò con vivacità Luciano, è la sig.ª Danglars.

Ella è veramente intrepida!

— Ma voi, Luciano, che siete ragionevole e che conoscete la instabilità

delle notizie, poichè ne siete alla sorgente, dovreste impedirlo,

disse con un sorriso Morcerf. — Come potrò farlo io, se suo marito non

ci riesce? domandò Luciano; voi conoscete l’indole della baronessa,

nessuno ha influenza su lei, ed ella non fa che ciò che vuole.

— Oh! s’io fossi al vostro posto, disse Alberto.

— Ebbene?

— La guarirei; questo sarebbe un buon servizio da rendersi al suo

futuro genero. — E in qual modo?

— Oh! è ben facile; le darei una buona lezione.

— Una lezione?

— Sì, la vostra posiziono come segretario del ministro vi dà una grande

autorità per le notizie, voi non aprite la bocca che i sensali di

cambi non stenografizzino subito le vostre parole; fatele perdere un

centinaio di migliaia di fr. per volta, e ciò la renderà prudente.

— Non capisco, balbettò Luciano.

— Eppure la cosa è chiara, rispose il giovine con un’ingenuità

senz’affettazione, un bel mattino annunciatele qualche cosa d’inaudito,

una notizia telegrafica che voi solo possiate sapere; ciò farà salire

i fondi, ella giuocherà il suo colpo di borsa, e perderà certamente,

quando la dimane Beauchamp scriverà nel suo giornale: «È falso che

persone bene informate abbiano saputo la tale notizia, essa è del tutto

inesatta.»

Luciano si mise a ridere sull’estremità delle labbra. Monte-Cristo

sebbene apparentemente indifferente non aveva perduto una parola di

questo discorso, ed il suo sguardo penetrante aveva perfino preteso

di scoprire un segreto nell’impaccio del segretario intimo; da

quest’impaccio, ch’era pienamente sfuggito ad Alberto, risultò che la

visita fu abbreviata da Luciano, poichè non si sentiva più a suo agio.

Il conte accompagnandolo alla porta gli disse alcune parole a voce

bassa, alle quali rispose: — Ben volentieri, accetto.

Il conte ritornò dopo al giovine Morcerf.

— Non credete voi, riflettendovi bene, di avere avuto torto di parlar

così di vostra suocera in presenza di Debray?

— Conte, disse Morcerf, ve ne prego, non date alla baronessa questo

nome prima del tempo.

— Da vero adunque, e senz’esagerazione, la contessa è contraria a tal

punto a questo matrimonio?

— A tal punto che viene raramente dalla mia famiglia, e mia madre,

credo non sia stata più di una o due volte in sua vita a far visita

alla sig.ª Danglars.

— Allora, disse il conte, eccomi incoraggiato a parlarvi apertamente.

Il sig. Danglars è il mio banchiere, il sig. de Villefort mi ha

ricolmato di gentilezze in ringraziamento della fortunata combinazione

che mi ha messo al caso di potergli rendere un servizio. Indovino sotto

tutto ciò un buon numero di pranzi e di festini. Ora per non sembrare

d’intracciar tutto a bella posta, ed anche per prendere l’iniziativa

se così vi piace, ho ideato di riunire nel mio casino di campagna

d’Auteuil il sig. e la sig.ª Danglars, il sig. e la sig.ª di Villefort.

Se v’invito a questo pranzo unitamente al conte ed alla contessa di

Morcerf, non avrebbe questo l’apparenza di un convegno matrimoniale,

o almeno la contessa di Morcerf, non volterà la cosa in tal modo,

particolarmente se il barone Danglars mi fa l’onore di condurvi sua

figlia? Allora vostra madre mi prenderà in orrore ed io nol voglio

menomamente. Al contrario ho tutta la premura, e ditelo a lei ogni

qualvolta se ne presenti l’occasione, di conservarmi il meglio che sia

possibile nel suo spirito.

— In fede mia, disse Morcerf, vi ringrazio della franchezza che

adoperate meco ed accetto l’esclusione che mi proponete. Mi dite che

desiderate di conservarvi il meglio che sia possibile nel cuore di mia

madre, vi assicuro che vi siete già a meraviglia.

— Lo credete? disse Monte-Cristo con interessamento.

— Oh! ne sono sicuro; quando l’altro giorno ci lasciaste, abbiamo

parlato buona pezza di voi. Ma ritorniamo a ciò che dicevamo. Se mia

madre potesse sapere, ed arrischierò a dirglielo, questo riguardo che

le usate son certo che ve ne sarebbe grata, sebben mio padre dal canto

suo ne sarebbe furioso.

Il conte si mise a ridere. — Ebbene, eccovi avvisato. Ma vi rifletto,

non solo vostro padre sarà furioso; il sig. e la sig.ª Danglars mi

considereranno come uomo di cattivi modi. Sanno che fra noi passa una

certa intimità, che anzi siete la mia più antica conoscenza parigina,

e non ritrovandovi alla mia villa, mi chiederanno perchè non vi abbia

invitato. Pensate almeno a munirvi di un impegno anteriore che abbia

qualche apparenza di probabilità, e di cui mi darete avviso con un

bigliettino. Ben sapete che i banchieri non riconoscono valide che le

cose scritte.

— Farò anche meglio, disse Alberto, mia madre suole andare a respirare

l’aria del mare; in che giorno è fissato il vostro pranzo? — Per

sabato.

— Oggi è martedì, va bene, domani sera partiamo, dopo domani mattina

saremo a Tréport. Sapete, sig. conte, che siete un cortese amico

per mettere così le persone fuor di ogni intrigo? — Io? in verità mi

stimate più di quel che valgo, desidero farvi cosa grata, ecco tutto.

— In che giorno avete mandati gl’inviti? — Oggi stesso.

— Bene, corro dal sig. Danglars, gli annunzio che domani mia madre ed

io lasciamo Parigi. Non vi ho veduto, e per conseguenza non so nulla

del vostro pranzo.

— Pazzo che siete, ed il sig. Debray che vi ha veduto da me?

— Ah! è giusto. — Al contrario io vi ho veduto e vi ho invitato qui

senza cerimonie; e voi mi avete risposto candidamente che non potevate

essere mio convitato, perché domani partivate per Tréport. — Va bene;

ciò è concluso, ma verrete a visitare mia madre prima di domani?

— Prima di domani è difficile. Poi verrei a disturbare i vostri

preparativi di partenza.

— Dunque fate ancor meglio, voi non eravate che un uomo grazioso,

diventereste un uomo adorabile.

— E che debbo fare per giungere a questa sublimità?

— Oggi siete libero come l’aria, venite a pranzo con me. Noi saremo

in piccola brigata: voi, mia madre ed io. Avete appena veduto mia

madre, così la conoscerete da vicino. È una donna molto notevole, e mi

spiace solo che non ve ne sia una uguale con vent’anni di meno, poichè

vi assicuro che vi sarebbe presto una contessa ed una viscontessa

Morcerf. Quanto a mio padre non lo troverete in casa, egli fa parte

di una commissione, e pranza dal gran referendario. Venite, parleremo

di viaggi; voi che avete veduto il mondo intero ci racconterete le

vostre avventure, ci direte la storia di quella bella greca che dite

essere vostra schiava, e che trattate come una principessa. Andiamo,

accettate, mia madre ve ne saprà grado.

— Mille grazie, disse il conte; l’invito non può essere più bello,

e mi spiace vivamente di non poterlo accettare. Non sono libero come

credete, al contrario ho un convegno importantissimo.

— Ah! state in guardia, mi avete insegnato in qual modo, in fatto di

pranzi uno può disimpegnarsi da un invito disaggradevole. Mi abbisogna

una prova. Fortunatamente non sono un banchiere come Danglars, ma vi

prevengo che sono incredulo quanto lui.

— Ed io vi do subito la prova, disse il conte; e suonò.

— Hum! fece Morcerf ecco già due volte che ricusate di pranzare con mia

madre. Questa è una risoluzione stabilita.

Monte-Cristo rabbrividì:

— Ah! non lo credete, eppure, ecco la mia pruova.

Battistino entrò e si fermò sulla porta aspettando.

— Io non era stato prevenuto della vostra visita, n’è vero?

— Diamine, siete un uomo tanto straordinario, che non ne risponderei.

— Non poteva almeno immaginare che mi avreste invitato a pranzo?

— Oh! in quanto a ciò; è probabile.

— Ebbene! Ascoltate; Battistino, che vi ho detto questa mattina quando

vi ho chiamato nel mio gabinetto di studio?

— Di far chiudere la porta del palazzo appena suonate le cinque, disse

il cameriere. — E poi?

— Oh! sig. conte... disse Alberto.

— No, no voglio assolutamente tormi quella riputazione d’uomo

misterioso che mi avete fatta, mio caro visconte, è troppo difficile di

rappresentare sempre la parte di Manfredi. Voglio vivere in una casa di

cristallo... E poi, continuate Battistino.

— E poi di non ricevere che il sig. maggiore Bartolommeo Cavalcanti e

suo figlio.

— Capite, il maggiore Bartolommeo Cavalcanti; un uomo della più antica

nobiltà d’Italia, e di cui Dante si è preso la pena d’essere l’Hozier;

vi ricordate, o non vi ricordate, nel X canto dell’Inferno; di più, un

grazioso giovine della vostra età circa, e vostro stesso titolo, e che

fa il suo primo ingresso nel mondo parigino coi milioni di suo padre.

Il maggiore questa sera mi conduce suo figlio Andrea, il _contino_,

come noi diciamo in Italia; egli me lo affida; lo presenterò se ha

qualche merito, voi mi aiuterete, n’è vero?

— Senza dubbio. Il maggiore Cavalcanti è dunque un vostro antico amico?

chiese Alberto.

— Niente affatto: è un degno signore molto educato, modesto, e

discreto, come se ne trovano una quantità in Italia fra i discendenti

decaduti delle antiche famiglie. L’ho veduto più volte tanto a Bologna,

che a Firenze e Lucca, e mi ha avvisato del suo arrivo. Le conoscenze

di viaggio sono esigenti; ovunque reclamano quell’amicizia che loro

si è dimostrata una volta per caso; come se l’uomo incivilito, che sa

vivere un’ora senza curarsi di sapere con chi, non avesse sempre i suoi

riservati pensieri! Questo buon maggiore ritorna a rivedere Parigi che

non vide che di passaggio sotto l’impero, quando andò a gelare a Mosca.

Gli darò un buon pranzo, mi lascerà suo figlio, gli prometterò di

sorvegliarlo, ma gli lascerò fare tutte quelle follie che gli piacerà

di fare, e saremo pari.

— A meraviglia, m’accorgo che siete un prezioso mentore. Addio dunque,

ritorneremo domenica. A proposito, ho ricevuto notizie di Franz.

— Ah! davvero? disse Monte-Cristo; il soggiorno d’Italia gli piace

sempre?

— Credo di sì; però vi desidera. Dice che eravate il sole di Roma, e

che senza di voi vi fa buio; non so se giunge fino a dire che vi piova.

— Si è dunque ricreduto sul conto mio?

— Al contrario persiste a credervi un essere fantastico in primo grado;

ecco perchè vi desidera.

— Grazioso giovinotto, disse Monte-Cristo, e pel quale ho sentito una

viva simpatia fin dalla prima sera in cui lo vidi cercare una cena

qualunque, ed in cui volle accettare la mia. Egli è, credo, il figlio

del generale d’Épinay?

— Precisamente. — Lo stesso che fu così miserabilmente assassinato

nel 1815? — Dai bonapartisti. — È vero, in fede mia io l’amo! Non vi

è anche per lui qualche disegno di matrimonio? — Sì, deve sposare la

figlia del sig. de Villefort. — Davvero? — Come io devo sposare quella

del barone Danglars; riprese Alberto sorridendo.

— Voi ridete?

— Sì. — Perchè ridete?

— Rido, perchè mi sembra di vedere da quel lato tanta simpatia nel

matrimonio, quanta ne vedo da un altro lato fra madamigella Danglars e

me. Ma veramente, mio caro conte, parliamo delle donne, come le donne

degli uomini, questo è imperdonabile. — Alberto si alzò.

— Volete andarvene?

— La domanda è buona, sono due ore che vi assedio, e voi avete la

gentilezza di chiedermi se voglio andarmene? In verità, conte, siete

l’uomo più gentile della terra! La vostra servitù com’è educata!

Battistino particolarmente. Non ho mai potuto averne uno simile. I

miei sembrano tutti modellarsi su quelli del teatro francese, che

precisamente perchè non hanno che una parola da dire, vengono sempre

a dirla sulla scala. Se mai aveste a disfarvi di Battistino vi prego

darmi la preferenza.

— Resta stabilito, visconte.

— Ma qui non è tutto, aspettate, fate i miei complimenti al vostro

discreto Lucchese Cavalcante dei Cavalcanti; e se per caso avesse

intenzione di dar moglie a suo figlio, trovategli una donna molto

ricca, molto nobile almeno dal lato di sua madre, e baronessa dal lato

di suo padre, io vi aiuterò a trovarla.

— Oh! oh! rispose Monte-Cristo, da vero, siamo a questi termini?

— Sì. — In fede mia non bisogna giurare su niente.

— Ah! conte, gridò Morcerf, qual servizio mi rendereste! E come io

vi amerei cento volte di più ancora, se mercè vostra potessi restare

celibe, altri dieci anni almeno!

— Tutto è possibile, rispose con gravità Monte-Cristo.

E prendendo congedo da Alberto rientrò nel suo gabinetto, e battè

tre colpi sul campanello. Bertuccio comparve. — Bertuccio, sapete che

sabato ho ricevimento nel mio casino d’Auteuil.

Bertuccio ebbe un leggero fremito: — Bene, signore.

— Ho bisogno di voi, continuò il conte, perchè tutto sia disposto

convenientemente. Quella casa è bella, o per lo meno può diventare

bella.

— Per far ciò bisognerebbe cambiar tutto, sig. conte, ogni cosa è

invecchiata.

— Cambiate dunque tutto, ad eccezione di una camera sola, della camera

da letto di damasco rosso. Anzi, la lascerete assolutamente come si

trova. — Bertuccio s’inchinò.

— Non toccherete niente neppure nel giardino; ma del cortile per

esempio fatene tutto ciò che volete, gradirò anzi assaissimo se sarà

ridotto in modo da non essere più conosciuto.

— Farò il possibile perchè il sig. conte rimanga contento; sarei più

tranquillo però se volesse dirmi le sue intenzioni sul pranzo.

— In verità, disse il conte, da che siamo a Parigi vi trovo sconcertato

e tremante; dunque non mi conoscete più?

— Ma infine V. E. potrebbe dirmi chi riceve?

— Non so ancora niente, e voi pure non avete bisogno di saperlo.

Lucullo pranza da Lucullo; ecco tutto.

Bertuccio s’inchinò e partì.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 69 / 140 题