La scusa dell’opera era tanto migliore ad addursi in quanto che
in quella sera vi era solennità per l’accademia reale di musica.
Lavasseur, dopo una lunga indisposizione, si riproduceva rappresentando
la parte di Bertram, e come accade sempre, l’opera del maestro di
moda aveva chiamata la più brillante società di Parigi. Morcerf,
come la maggior parte dei giovani ricchi, aveva il suo posto fisso in
orchestra, più dieci palchi di persone di sua conoscenza cui poteva
dimandare un posto, senza calcolare quello al quale aveva diritto
nel palco dei _lions_. Château-Renaud aveva il posto vicino al suo.
Beauchamp, nella qualità di giornalista, aveva posto da per tutto.
Quella sera Luciano Debray riteneva a sua disposizione il palco del
ministro, e lo aveva offerto al conte di Morcerf, il quale dietro il
rifiuto di Mercedès, lo aveva inviato a Danglars, facendogli dire che
quella sera avrebbe probabilmente fatto una visita alla baronessa ed
a sua figlia, se queste signore avessero accettato il palco che lor
proponeva. Queste dame eransi ben guardate dal rifiutare. Nessuno è
più ingordo di un palco che non costa niente, quanto un milionario. In
quanto a Danglars aveva dichiarato che i suoi principi politici, e la
qualità di deputato dell’opposizione, non gli permettevano di andare
nel palco del ministro.
In conseguenza la baronessa aveva scritto a Luciano di venirla a
prendere, dappoichè non poteva andare all’_Opera_ sola con Eugenia.
Infatto se le due dame vi fossero andate sole, sarebbesi ciò ritrovato
di cattivo gusto; mentre che nulla v’era a ridire, se madamigella
Danglars, andava all’_Opera_ con sua madre... bisogna pure prendere il
mondo come è fatto. Il sipario si alzò, come d’ordinario, col teatro
quasi vuoto. Questa è ancora una delle abitudini della società elegante
parigina, che va allo spettacolo quando è già cominciato; e ne risulta
che, per gli spettatori già arrivati, il primo atto passa senza esser
guardato ed ascoltato, ma nel vedere gli spettatori che giungono a non
ascoltare altro che il rumore delle porte e quello delle conversazioni.
— Guarda! disse d’improvviso Alberto, vedendo aprirsi un palco laterale
del prim’ordine, la contessa G***.
— E chi è questa contessa G***? domandò Château-Renaud.
— Oh! per bacco, barone, ecco una domanda che non vi perdono; chiedete
chi è la contessa G***?
— Oh! è vero, disse Château-Renaud, non è quella graziosa veneziana?
— Precisamente. — In questo momento la contessa G*** s’accorse
d’Alberto, e scambiò con lui un saluto accompagnato da un sorriso. — La
conoscete, disse Château-Renaud?
— Sì, fece Alberto, le fui presentato a Roma da Franz.
— Vorreste rendermi a Parigi lo stesso favore?
— Ben volentieri.
— Zitti, gridò il pubblico. — I due giovani continuarono la loro
conversazione, senza sembrare di menomamente inquietarsi del desiderio
che manifestava la platea di sentire la musica.
— Ella era alle corse del Campo di Marte, disse Château-Renaud.
— Di fatto oggi vi erano le corse, eravate impegnato?
— Oh! per una miseria, 50 luigi. — Chi ha vinto?
— _Nautilus_, io scommetteva per lui.
— Ma vi erano tre corse?
— Sì, vi era il premio del Jockey-Club, una coppa d’oro. Anzi è
accaduto una cosa bizzarra. — E quale?
— Zitti dunque, gridò il pubblico.
— Hanno vinto questa corsa un cavallo ed un jockey del tutto
sconosciuti. — Come?
— Oh! mio Dio, sì; nessuno aveva fatta attenzione ad un cavallo
inscritto sotto il nome di _Vampa_, e ad un jockey iscritto sotto il
nome _Job_, quando d’un subito si è veduto inoltrarsi un ammirabile
sauro, ed un jockey grosso come un pugno; sono stati costretti di
caricarlo di 20 libbre di piombo in saccoccia, cosa che non gli ha
impedito di giungere alla meta tre lunghezze di cavallo prima d’_Ariel_
e _Barbaro_ che correvano con lui.
— E non si è saputo a chi apparteneva il cavallo ed il jockey? — No.
— Diceste che il cavallo era iscritto sotto il nome di...
— _Vampa._
— Ne so più di voi, so a chi apparteneva il cavallo.
— Silenzio dunque, gridò per la terza volta la platea.
Questa volta gli urli erano sì grandi, che i due giovani si accorsero
finalmente ch’erano ad essi indirizzati dal pubblico. Si volsero un
momento, cercando in questa folla chi si rendesse garante di ciò che
essi consideravano come un’insolenza; ma nessuno reiterò l’invito, ed
essi si volsero verso la scena.
In questo mentre si apriva il palco del ministero, e la sig.ª Danglars
con la figlia e Luciano Debray prendevano i loro posti. — Ah! ah! disse
Château-Renaud, ecco delle persone di vostra conoscenza, visconte; che
diavolo guardate a dritta? siete cercato da quest’altra parte.
Alberto si volse ed i suoi occhi s’incontrarono in quelli della
baronessa Danglars, che gli fece un piccolo saluto col ventaglio. In
quanto a madamigella Eugenia, fu molto se i suoi occhi si abbassarono
fino all’orchestra. — In verità, mio caro, disse Château-Renaud, non
capisco, prescindendo dalla cattiva alleanza che non credo sia ciò che
vi preoccupi molto, quel che potete avere contro madamigella Danglars;
e pure in verità è una bellissima giovane.
— Bellissima certamente, disse Alberto, ma vi confesso che in fatto di
bellezza, amerei meglio qualche cosa di più dolce, di più soave, infine
di più femminino.
— Ecco i giovani che non si contentano mai, disse Château-Renaud, che
nella sua qualità di uomo di 30 anni assumeva un’aria paterna. E come,
mio caro, vi si ritrova una fidanzata costruita sul modello di Diana
cacciatrice, e non siete contento!
— Ebbene! precisamente l’avrei desiderata piuttosto del genere della
Venere di Milo, o di Capua. Questa Diana cacciatrice, sempre in
mezzo alle sue ninfe, mi spaventa un poco; ho paura che mi tratti
come Atteone. — Di fatto un colpo d’occhio che si fosse dato sulla
giovane, poteva quasi spiegare il sentimento che aveva esposto Morcerf.
Eugenia Danglars era bella, ma, come lo aveva detto Alberto, di una
bellezza un poco sostenuta, i capelli erano di un bel nero, ma nel loro
ondeggiamento naturale si rinveniva qualche cosa di restio alla mano
che voleva impor loro la sua volontà; gli occhi, neri come i capelli,
sottoposti a magnifiche sopracciglia, che non avevano che un difetto,
quello cioè di aggrottarsi qualche volta, erano particolarmente
notevoli per una espressione di fermezza ch’erasi meravigliati di
ritrovare in una donna; il naso aveva quelle proporzioni esatte che
un bravo scultore darebbe alla statua di Giunone, soltanto la bocca
era un po’ grande, ma guarnita di bei denti che facevano risaltare le
labbra il cui carminio troppo vivo risaltava sul pallore del viso;
finalmente un nero neo posto all’angolo della bocca e più largo di
quello che ordinariamente sono questi capricci della natura, compiva
di dare a questa fisonomia un’indole risoluta, ciò che spaventava alcun
poco Morcerf. Del rimanente tutto il restante della persona di Eugenia
corrispondeva a questa testa che abbiamo procurato di descrivere.
Essa era, come l’aveva detto Château-Renaud, la Diana cacciatrice,
ma con qualche cosa di più fermo e di più maschio nella sua bellezza.
In quanto all’educazione che aveva ricevuta, se vi era un rimprovero
a farsi era che sembrava in alcuni punti, come nella sua fisonomia
più propria dell’altro sesso. Difatto parlava due o tre lingue,
disegnava facilmente, faceva versi e componeva musica, era soprattutto
appassionata per quest’ultima arte, che studiava con una delle amiche
del conservatorio, giovanetta senza beni di fortuna, ma che a quanto
veniva assicurato aveva tutte le disposizioni possibili per divenire
una eccellente cantante; si diceva che un gran compositore portava
a questa giovanetta un interessamento quasi paterno, e la faceva
studiare nella speranza che un giorno avrebbe fatto una gran fortuna
con la sua voce. La possibilità che Luisa d’Armilly (era il nome
della giovane virtuosa) potesse un giorno andare sul teatro, faceva
sì che madamigella Danglars, quantunque la ricevesse in casa, non si
facesse vedere con essa in pubblico. Del resto senz’avere nella casa
del banchiere il posto indipendente di un’amica, Luisa godeva di una
posizione superiore a quella delle istitutrici ordinarie.
Qualche secondo dopo l’ingresso della sig.ª Danglars nel palco, era
calato il sipario, ed in grazia di quella facoltà data dalla lunghezza
degl’intermezzi fra un atto e l’altro, viene lasciato tutto il comodo
di andare a passeggiare nella scala o di fare delle visite per una
mezz’ora; i posti dell’orchestra si erano quasi del tutto vuotati.
Morcerf e Château-Renaud erano usciti pei primi. Per un momento la
sig.ª Danglars credette che questa sollecitudine di Alberto avesse per
iscopo di farle i suoi complimenti, e si era inclinata all’orecchio
della figlia per annunziarle questa visita; ma colei erasi contentata
di scuotere la testa, sorridendo, e nello stesso tempo, come per
provare quanto era fondata la negativa d’Eugenia, Morcerf comparve nel
palco di fianco del prim’ordine: era quello della contessa G***.
— Ah! eccovi qui, signor viaggiatore, disse questa stendendogli la
mano con tutta la cordialità di un’antica conoscenza, è un bel tratto
di amabilità per voi di avermi riconosciuta, e soprattutto d’avermi
accordata la preferenza della prima visita.
— Credetemi, signora, che se avessi conosciuto prima il vostro arrivo
in Parigi, ed avessi saputo il vostro indirizzo, non avrei aspettato
così tardi. Ma vogliate permettermi di presentarvi il sig. barone de
Château-Renaud, mio amico, uno dei pochi galantuomini che rimangano
ancora alla Francia, e dal quale ho saputo che voi eravate alle corse
del Campo di Marte. Château-Renaud salutò.
— Ah! voi eravate alle corse, signore, disse con vivacità la contessa.
— Sì signora. — Ebbene, riprese la contessa G***, sapreste dirmi di chi
era il cavallo che ha vinto il premio del Jockey-Club? — No signora,
e poco fa faceva la stessa interrogazione ad Alberto. — Vi avete molta
premura sig.ª contessa, domandò Alberto. — A che?
— A conoscere il padrone del cavallo. — Infinitamente...
immaginatevi... ma sapreste, visconte, chi egli sia?
— Signora, sembra che voleste contare una storia; avete detto
immaginatevi...
— Ebbene! immaginatevi che quel grazioso cavallo sauro e quel bello e
piccolo Jockey dalla casacca color di rosa, mi avevano a prima vista
inspirata una così vera simpatia che io faceva voti per l’uno e per
l’altro, come precisamente se avessi scommesso per loro la metà dei
miei beni; per cui quando essi giunsero alla meta, sorpassando gli
altri corridori di tre lunghezze di cavallo, ne fui così contenta, che
mi misi a battere le mani come una pazza. Figuratevi il mio stupore
allorchè rientrando in casa, ho incontrato per le scale il piccolo
Jockey color di rosa; credetti che il vincitore della corsa abitasse
per caso nella stessa casa, ove sono, quando aprendo la porta del
mio salotto, la prima cosa che vidi, fu la coppa d’oro che formava il
premio guadagnato dal cavallo e Jockey sconosciuti. Nella coppa v’era
un pezzetto di carta sul quale erano scritte queste parole: «Alla
contessa G***, Lord Ruthwen.»
— È precisamente lui, disse Morcerf.
— Come è precisamente lui, chi volete dire?
— Voglio dire che è lord Ruthwen in persona.
— Quale lord Ruthwen? — Il mostro, il vampiro, quello del teatro
Argentina. — Davvero, gridò la contessa egli è dunque qui? —
Precisamente. — E voi lo vedete, lo ricevete, andate da lui. — Egli
è mio amico intimo, ed anche il sig. di Château-Renaud ha l’onore di
conoscerlo.
— Ma che cosa può farvi credere che sia il vincitore?
— Il suo cavallo inscritto sotto il nome di _Vampa_.
— Ebbene avanti. — Non vi ricordate il nome di quel famoso bandito che
mi fece prigioniero? — Ah! è vero.
— E dalle mani del quale, il conte mi cavò miracolosamente? — È un
fatto.
— Egli si chiamava _Vampa_, vedete bene che è lui.
— Ma perchè ha inviata questa coppa a me?
— Primieramente sig.ª contessa, perchè gli aveva parlato molto di voi,
come potete ben crederlo, secondo perchè sarà rimasto soddisfatto di
aver qui ritrovato una compatriotta, e contento dell’interessamento che
questa compatriotta prendeva per lui.
— Spero bene che non gli avrete mai raccontate le pazzie che si sono
dette sul conto suo? — In fede mia non lo giurerei, e questo modo
d’offrirvi la coppa sotto il nome di lord Ruthwen.... — Ma è orribile,
l’avrà con me mortalmente! — Il suo procedere è quello di un nemico?
— No, lo confesso. — Ebbene! — Dunque egli è a Parigi?
— Sì. — E che sensazione ha fatta? — Se ne è parlato otto giorni, disse
Alberto, poi è succeduta l’incoronazione della Regina d’Inghilterra, ed
il rubamento dei diamanti di madamigella Mars, e non si è più parlato
che di questo.
— Mio caro, disse Château-Renaud, si vede bene che il conte è vostro
amico, e lo trattate come tale. Non credete sig.ª contessa a ciò che vi
dice Alberto, in tutta Parigi non si fa altro discorso che del conte di
Monte-Cristo. Egli ha cominciato a regalare alla sig.ª Danglars un paio
di cavalli che gli sono costati 30 mila fr., poi ha salvato la vita
alla sig.ª de Villefort, poi ha guadagnato, a quanto sembra, il premio
della corsa del Jockey-Club. Io sostengo al contrario, qualunque sia
l’opinione di Morcerf, che in questo momento tutti si occupano ancora
del conte, e che non si occuperanno per un buon mese ancora che di lui,
molto più se continua a fare delle eccentricità, le quali del resto
sembrano la sua buona maniera di vivere.
— È possibile, disse Morcerf, ma frattanto chi ha dunque ripreso il
palco dallo ambasciatore di Russia?
— Qual è? disse la contessa. — Quello fra l’intercolonio del
prim’ordine; mi sembra rimesso a nuovo del tutto.
— È vero, disse Château-Renaud; non v’era alcuno durante il primo atto?
— Dove? — In quel palco.
— No, riprese la contessa, non vi ho veduto alcuno; così, continuò,
ritornando alla prima conversazione, credete che il vostro conte di
Monte-Cristo, sia stato quello che ha guadagnato il premio? — Ne son
sicuro.
— E che mi ha inviato la coppa? — Senz’alcun dubbio.
— Ma io non lo conosco, ed ho volontà di rimandargliela.
— Oh! non lo fate, ve ne manderebbe un’altra tagliata in un qualche
zaffiro, o scavata in un qualche rubino. Questi sono i suoi modi
di operare; che volete, bisogna prenderlo com’è. — In questo mentre
s’intesero i campanelli che avvisavano che il secondo atto stava per
cominciare. Alberto si alzò per andare a prendere il suo posto.
— Vi rivedrò? domandò la contessa.
— Nell’intermezzo degli atti se lo permettete, verrò a sentire se posso
esservi utile in qualche cosa a Parigi.
— Signori, disse la contessa, il sabbato la sera sto in casa per
ricevere gli amici, strada di Rivoli n. 22. Entrambi siete avvisati. —
I due giovani salutarono ed uscirono.
Rientrando in platea videro tutti in piedi con gli occhi fissi
sopra un sol punto del teatro, i loro sguardi seguirono quelli della
direzione generale, e si fermarono sul palco che prima apparteneva
all’ambasciatore di Russia. Vi era entrato un uomo vestito di nero di
35 a 40 anni, con una donna che portava un costume orientale. La donna
era della più gran bellezza, ed il vestito di tale ricchezza che tutti
gli occhi, come si disse, si erano rivolti su lei.
— Ah! disse Alberto, è Monte-Cristo e la sua greca.
In fatti erano il conte ed Haydée. In meno di un momento la giovane
greca era l’oggetto dell’attenzione non solo della platea, ma di tutto
il teatro; le donne sporgevansi dai palchi per vedere risplendere al
chiarore dei lumi quella cascata di diamanti. Il secondo atto passò
in mezzo a quel sordo rumore che nelle riunioni ammassate indica un
grande avvenimento. Nessuno pensò a gridare silenzio. Questa donna così
bella, così giovane, così raggiante, era il più bello spettacolo che
si potesse vedere. Questa volta un segno della sig.ª Danglars indicò
chiaramente ad Alberto che la baronessa desiderava avere da lui visita,
finito l’atto.
Morcerf era di troppo buon gusto per non farsi aspettare, quando gli
veniva chiaramente indicato ch’era aspettato. L’atto finì, ed ei si
affrettò di salire al palco sul proscenio.
Salutò le due dame e stese la mano a Debray. La baronessa lo accolse
con un grazioso sorriso ed Eugenia colla sua freddezza abituale. — In
fede mia, mio caro, disse Debray, voi vedete un uomo al suo termine,
e che vi chiama in aiuto per sollevarlo. Ecco qui, la signora che mi
ammazza di interrogazioni sul conte, e che vuole ch’io sappia di dov’è,
di dove viene, ove va: in fede mia non sono Cagliostro, e per togliermi
d’impaccio, ho detto: «Domandate tutto ciò a Morcerf, egli conosce
sulla punta delle dita il suo Monte-Cristo»; allora vi hanno fatto
segno.
— Non è incredibile, disse la baronessa, che quando si ha un mezzo
milione di fondi segreti a sua disposizione, non si sia meglio istruiti
di lui?
— Signora, disse Luciano, vi prego di credere che se avessi mezzo
milione a mia disposizione, lo impiegherei in tutt’altro, che nel
prendere informazioni su Monte-Cristo, che ai miei occhi non ha altro
merito, se non quello di essere due volte ricco più di un nababbo: ma
ho ceduta la parola a Morcerf; accomodatevi con lui, in ciò non ho più
nulla a fare.
— Un nababbo non mi avrebbe al certo mandato a regalare un paio di
cavalli di 30 mila fr. con quattro diamanti da cinque mila fr. l’uno.
— Oh! disse ridendo Morcerf, i diamanti sono la sua manìa. Io credo
che, a guisa di Potemkin, ne abbia sempre in saccoccia, e che ne semini
lungo la strada, come il piccolo Poucet faceva dei sassolini.
— Ne avrà trovata qualche miniera, disse la signora; sapete che ha un
credito illimitato sul barone?
— Nol sapeva, ma dev’esser così, rispose Alberto.
— E che ha avvisato il sig. Danglars che conta di stare a Parigi un
anno e di spendervi sei milioni?
— Questi è lo _schach_ di Persia che viaggia in incognito.
— E quella donna, sig. Luciano, disse Eugenia, avete osservato quanto è
bella?
— In verità madamigella, non conosco che voi per far giustizia alle
persone del vostro sesso. — Luciano si accostò all’occhio l’occhialino:
— Graziosa! diss’egli.
— Ed il sig. de Morcerf sa chi sia quella signora?
— Madamigella, disse Alberto, rispondo a questa quasi diretta
interpellazione; ne so presso a poco, come di tutto ciò che riguarda il
personaggio misterioso di cui si parla. Quella signora è una greca.
— Ciò si conosce facilmente dal vestito, e non mi dite con ciò nulla di
più di quello che a quest’ora sa tutto il teatro.
— Sono mortificato, disse Morcerf, di essere un cicerone tanto
ignorante; ma debbo confessarvi che le mie cognizioni si limitano a
ciò solo. So di più ch’ella è amante di musica, perchè un giorno che
feci colazione dal conte, intesi il suono di una _guzla_ che certamente
veniva da lei.
— Il vostro conte riceve? domandò la sig.ª Danglars.
— In un modo assai splendido, ve lo giuro.
— Bisogna che io obblighi il sig. Danglars ad offrirgli un pranzo, un
ballo, affinchè ce lo restituisca.
— Come! andreste da lui, disse Debray ridendo.
— E perchè no? con mio marito!
— Ma questo misterioso conte è celibe.
— Vedete che non è vero, disse ridendo la baronessa mostrando la bella
greca.
— Quella donna è una schiava, a quanto ci ha detto: ve ne ricordate,
alla vostra colazione, Morcerf.
— Converrete mio caro Luciano, disse la baronessa, ch’ella ha piuttosto
l’aspetto di qualche principessa.
— Delle _mille e una notte._
— Non dico delle _mille e una notte_; ma che cosa forma la principessa,
caro mio? i diamanti; ed essa ne è ricoperta.
— Ella ne ha anche troppi, disse Eugenia; sarebbe ancor più bella
senza; perchè il collo ed i polsi, che sono di forme bellissime,
avrebbero maggior spicco.
— Oh! l’artista, sentite, disse la sig.ª Danglars, come è entusiasta.
— Amo tutto ciò che è bello, disse Eugenia.
— Ma che ne dite del conte, mi sembra che non ci sia male.
— Il conte, disse Eugenia, come se non avesse ancora pensato a
guardarlo; il conte è molto pallido.
— Di questo pallore precisamente, disse Morcerf, noi studiamo conoscere
la causa.
— La contessa G*** pretende, voi lo sapete, che sia un vampiro.
— È dunque di ritorno la contessa? domandò la baronessa.
— Nel palco di fianco, diss’Eugenia, quasi in faccia al nostro, quella
donna con quei bei capelli biondi, è lei.
— Ah! disse la sig.ª Danglars. Sapete ciò che dovreste fare Morcerf?
— Ordinate signora.
— Dovreste andare a fare una visita al vostro conte di Monte-Cristo e
condurcelo.
— Perchè farne? diss’Eugenia.
— Per parlare con lui, non sei tu curiosa di vederlo?
— Niente affatto. — Strana fanciulla, mormorò la baronessa. — Oh! disse
Morcerf, probabilmente verrà da sè. Osservate, vi ha veduta, signora,
e vi saluta. — La baronessa rese il saluto al conte accompagnandolo
con un grazioso sorriso. — Andiamo, disse Morcerf, io mi sacrifico, vi
lascio per andare a vedere se ci è modo di parlargli.
— Andate nel palco, la cosa è semplicissima.
— Ma io non sono stato presentato. — A chi?
— Alla bella greca. — Ma diceste essere una schiava?
— Sì, ma voi pretendete che sia una principessa... Spero che quando mi
vedrà uscire, uscirà anch’egli.
— È possibile, andate. — Vado. — Morcerf salutò ed uscì. Effettivamente
al momento che passava davanti al palco del conte, la porta si aprì: il
conte disse alcune parole in arabo ad Alì, che stava nel corridore, e
prese il braccio di Morcerf: Alì chiuse la porta, e si tenne in piedi
davanti ad essa; nel corridoio v’era una riunione di gente avanti al
moro. — In verità, disse Monte-Cristo, il vostro Parigi è una strana
città, ed i vostri Parigini una popolazione singolare. Si direbbe che
questa è la prima volta che vedano un moro; guardate come si affollano
intorno a questo povero Alì, che non sa che voglia dir questo. Vi dico
però che un Parigino può andare a Tunisi, a Costantinopoli, a Bagdad,
al Cairo e non gli faranno cerchio intorno.
— Ciò è perchè i vostri orientali sono persone sensate, e non guardano,
che ciò che merita la pena d’essere guardato: ma credetemi, Alì non
gode di questa popolarità se non perchè vi appartiene, ed in questo
momento voi siete l’uomo di moda.
— Davvero! E chi mi ha procurato questo favore?
— Per bacco voi stesso, voi regalate delle pariglie da migliaia di
luigi, salvate la vita alle mogli dei procuratori del re; fate correre
sotto il nome del maggiore Black dei cavalli di puro sangue, e dei
jockey grossi come formiche; finalmente vincete delle coppe d’oro, e le
mandate in regalo a delle belle donne.
— E chi diavolo vi ha raccontato tutte queste fole?
— Per bacco! la prima la sig.ª Danglars, che muore dalla volontà di
vedervi nel suo palco, o piuttosto di farvici vedere, la seconda il
giornale di Beauchamp; e la terza la mia propria immaginazione. Perchè
nominaste il vostro cavallo _Vampa_ se volevate conservare l’incognito?
— Ah! è vero! disse il conte, fu un’imprudenza. Ma ditemi dunque, il
conte di Morcerf non viene qualche volta all’_Opera_? L’ho cercato
dappertutto cogli occhi, ma non l’ho scorto da nessuna parte.
— Egli verrà questa sera. — E dove? — Nel palco della baronessa, credo.
— Quella graziosa giovane che è con lei è sua figlia? — Sì. — Ve ne
faccio i miei rallegramenti.
Morcerf sorrise: — Parleremo di ciò in altro momento, e con
particolarità, disse egli. Che ne dite della musica?
— Di quale musica? — Ma... di quella che avete intesa.
— Dico che è bellissima per musica composta da un compositore umano,
e cantata da uccelli bipedi, e senza penne come diceva Diogene. Quando
voglio sentire della musica quale non è stata mai sentita da orecchio
umano dormo.
— Ebbene! qui siete situato a meraviglia; dormite, dormite, l’_Opera_
non è stata inventata per altro scopo.
— No, in verità la vostra orchestra fa troppo rumore, perchè io possa
dormire del sonno di cui vi parlo, mi abbisogna calma, silenzio, ed una
certa preparazione...
— Ah! il famoso _hatchis_.
— Precisamente, visconte, quando vorrete sentire della musica venite a
cena da me.
— Ma ne ho già inteso venendovi a fare colazione, disse Morcerf.
— A Roma? — Sì. — Ah! sarà stata la _guzla_ di Haydée. Sì la povera
esiliata si diverte qualche volta a suonare delle arie del suo paese.
— Morcerf non insistè più; dalla sua parte il conte si tacque. In
questo momento suonarono i campanelli. — Voi mi scuserete? disse il
conte riprendendo la via del suo palco. — Come dunque! — Fate mille
complimenti alla Contessa G*** per parte del suo vampiro.
— Ed alla baronessa?
— Le direte che avrò l’onore, se mi permette, di andarle a protestare i
miei omaggi nella serata.
Il terz’atto cominciò. Durante lo stesso il conte de Morcerf venne come
aveva promesso a raggiungere la sig.ª Danglars.
Il conte non era uno di quegli uomini che fanno rivoluzione in un
teatro; per cui nessuno s’accorse del suo arrivo, meno quelli nel palco
dei quali venne a prendere posto. Ciò non ostante Monte-Cristo lo vide,
ed un leggero sorriso gli sfiorò le labbra. In quanto ad Haydée nulla
vide finchè il sipario rimase alzato; come tutte le nature primitive
ella adorava tutto ciò che parla all’orecchio ed agli occhi.
Il terzo atto passò come d’ordinario. Le madamigelle Noblet, Julia, e
Leroux eseguirono i loro soliti intermezzi; il principe di Granata fu
sfidato da Roberto-Mario; finalmente questo maestoso re che voi sapete,
fece il giro della scena, per mostrare il suo manto di velluto, tenendo
sua figlia per mano, poi calò il sipario, e la platea sgorgò nella sala
e nei corridori. Il conte uscì dal palco ed un momento dopo fu veduto
in quello della baronessa Danglars, la quale non potè contenere un
leggero grido di sorpresa misto a gioia:
— Ah! venite dunque, sig. conte, gridò ella, perchè in verità ho sommo
desiderio di unire i miei ringraziamenti verbali a quelli che vi ho già
scritti.
— Oh! signora, vi ricordate ancora di questa miseria, io l’aveva già
dimenticata.
— Sì!, ma ciò che non si dimentica, sig. conte si è che il giorno
seguente salvaste la mia buon’amica, la sig.ª de Villefort dal pericolo
che le facevano correre i miei cavalli.
— Questa volta pure io non merito i vostri ringraziamenti. Alì, il
mio moro ebbe la fortuna di rendere alla sig.ª de Villefort questo
importante servigio.
— Ma fu pure Alì, domandò il conte di Morcerf, che salvò mio figlio
dalle mani dei banditi romani?
— No, sig. conte, disse Monte-Cristo stringendo la mano che gli
stendeva il generale, questa volta accetto i ringraziamenti, per conto
mio, ma voi me li avete già fatti, li ho ricevuti, ed in verità sono
felice di ritrovarvi tanto riconoscente. Fatemi dunque l’onore, vi
prego, sig.ª baronessa, di presentarmi a madamigella vostra figlia.
— Oh! voi siete già presentato, almeno di nome, perchè sono due o tre
giorni che non si parla che di voi; Eugenia, continuò la baronessa
voltandosi verso sua figlia, il sig. conte di Monte-Cristo. — Il conte
s’inchinò, madamigella Danglars fece un leggero movimento con la testa:
— Voi siete in palco con una bellissima signora, sig. conte,
diss’Eugenia, è vostra figlia?
— No, madamigella, disse Monte-Cristo maravigliato da questa estrema
ingenuità, o da questa sorprendente destrezza! è una povera greca di
cui io sono il tutore.
— Come si chiama?... — Haydée, rispose Monte-Cristo.
— Una greca, mormorò il conte di Morcerf.
— Sì, conte, disse la sig.ª Danglars, e ditemi se alla corte
d’Alì-Tebelen, ove avete servito gloriosamente, avete mai veduto un
costume così ammirabile, quanto è quello che abbiamo innanzi agli
occhi.
— Ah! disse Monte-Cristo, voi avete servito a Giannina?
— Sono stato generale istruttore delle soldatesche del Pascià, rispose
Morcerf, e la mia piccola fortuna, non lo nascondo, mi viene dalla
liberalità di questo illustre capo albanese.
— Guardate dunque, insistè la sig.ª Danglars.
— E dove? balbettò Morcerf. — Osservate, disse Monte-Cristo. — E
circondando il conte col braccio, sporse con lui fuori del palco. In
questo momento Haydée che cercava cogli occhi il conte scoperse la sua
pallida testa vicino a quella di Morcerf che teneva abbracciato. Questa
vista produsse sulla giovanetta l’effetto della testa di Medusa; fece
un movimento colla testa in avanti, come per divorarli entrambi collo
sguardo; poi quasi subito si gettò in addietro, mandando un debole
grido, che fu però inteso dalle persone che le erano vicine, e da Alì
che aperse subito la porta.
— Osservate! disse Eugenia, che accade alla vostra pupilla, sig. conte?
si direbbe che si senta male.
— Sembra, disse il conte, ma non vi spaventate, madamigella Haydée è
molto nervosa, per conseguenza molto sensibile agli odori; un profumo
che le sia antipatico basta per farla svenire; ma, soggiunse il conte,
cavando una boccettina di saccoccia, ho qui il rimedio. E dopo avere
salutato la baronessa e la figlia, collo stesso e solo saluto strinse
nuovamente la mano a Morcerf e a Debray, ed uscì dal palco della sig.ª
Danglars. Quando rientrò nel suo, Haydée era ancora molto pallida;
appena gli strinse la mano, Monte-Cristo s’accorse essere fredda ad un
tempo ed umida.
— E con chi dunque parlavi, signore? domandò Haydée.
— Col conte di Morcerf, rispose Monte-Cristo, che è stato al servizio
del tuo illustre padre, e che confessa di dovergli la sua fortuna.
— Ah! miserabile, egli lo vendè ai Turchi; e questa fortuna fu il
premio del suo tradimento. Tu dunque non sapevi questo, mio caro
signore?
— Aveva sentito dire qualche parola su questo proposito in Epiro, disse
Monte-Cristo, ma ne ignoro i particolari; vieni, figlia mia, tu me li
racconterai, devono essere curiosi.
— Oh! sì vieni, vieni; mi sembra che morrei se dovessi stare più
lungamente in faccia di quest’uomo.
Ed Haydée s’alzò prestamente, s’inviluppò nella sua _burnous_ di
_cachemire_ bianco, orlata di perle e di corallo ed uscì al momento in
cui si alzava il sipario pel quarto atto.
— Guardate se quest’uomo fa nulla di quel che fanno gli altri! disse la
contessa G*** ad Alberto ch’era ritornato da lei, ascolta attentamente
il terzo atto del _Roberto_, e se ne va al momento che sta per
cominciare il quarto.