XLVIII. — HAYDÉE.

Si ricorderanno i nostri lettori quali erano le recenti, o per meglio

dire le antiche conoscenze del conte di Monte-Cristo, che abitavano in

via Meslay: Massimiliano, Giulia, ed Emmanuele. La speranza di questa

buona visita che voleva fare, quei pochi momenti che avrebbe passati,

da questa luce di paradiso sdrucciolando nell’inferno in che si era

volontariamente posto, avevano sparsa la più graziosa serenità sul viso

del conte, dal momento che Villefort era partito, e che Alì, il quale

era accorso al noto tocco, erasi ritirato sulla punta dei piedi. Era

mezzo giorno, il conte si era riserbata un’ora per salire da Haydée.

La giovane greca era, come abbiamo detto, in un appartamento

interamente separato da quello del conte, per intero ammobiliato

all’uso orientale; vale a dire i pavimenti coperti di fitti tappeti

di Turchia, stoffe di broccato cadevano lungo i muri, ed in ciascuna

camera un largo divano girava intorno con pile di cuscini che si

spostavano a volontà di quelli che se ne servivano. Haydée aveva

tre donne francesi ed una greca. Le tre francesi stavano nella prima

camera, pronte ad accorrere al suono di un piccolo campanello d’oro, e

ad obbedire agli ordini della schiava greca, la quale sapeva abbastanza

il francese per trasmettere la volontà della sua padrona alle tre

cameriere, cui Monte-Cristo aveva raccomandato di avere per Haydée i

riguardi che si sarebbero potuti avere per una regina. Ella era nella

camera più remota del suo appartamento, cioè in una specie di gabinetto

rotondo, che prendeva lume soltanto dall’alto, e la luce passava per

cristalli colorati in rosa: seduta per terra sopra cuscini di seta blu

broccata in argento, circondando la testa col braccio destro mollemente

rotondeggiante, mentre che il sinistro teneva fisso alle labbra il

tubo di corallo al quale era incassata la canna flessibile di una pipa

turca, che non lasciava giungere alla bocca il vapore, se non dopo di

essere stato profumato dall’acqua di benzoino a traverso la quale la

sua dolce inspirazione lo sforzava di passare. Quanto al vestito era

quello delle donne dell’Epiro, cioè, calzoni di seta bianca ricamati a

fiori di rose, che lasciavano scoperti due piedi da fanciullo che si

sarebber creduti di marmo di Paros, se non si fossero veduti agitare

due piccoli zandali colla punta ricurva, orlati d’oro e di perle; una

veste a lunghe righe blu e bianche, con larghe maniche aperte per le

braccia con ricami d’argento, e bottoni di perle; finalmente una specie

di corsaletto che si allacciava al di sotto del seno con tre bottoni di

diamanti. Quanto alla parte inferiore del corsaletto, e superiore dei

calzoni, essa era perduta in una di quelle cinture, a vivi colori e a

larghe frange, che in oggi formano l’ambizione delle nostre eleganti

parigine. La testa era acconciata con una piccola calotta d’oro, orlata

di perle, inclinata sopra un lato, e al disotto della callotta, dalla

parte su cui era inclinata, una bella rosa naturale color porpora,

spiccava intrecciata a capelli così neri che sembravano blu.

In quanto alla bellezza del viso, era la bella greca in tutta la

purezza del suo tipo, coi grandi occhi neri vellutati, la fronte di

marmo, il naso dritto, le labbra di corallo, e i denti di perle. E su

questo grazioso insieme, il fiore della gioventù era sparso con tutto

il suo splendore e profumo.

Haydée poteva avere 19, o 20 anni.

Monte-Cristo chiamò la sua schiava greca, e fece domandare ad Haydée

il permesso di entrare da lei. Per sola risposta, Haydée fece segno

alla schiava di rimuovere la portiera. Monte-Cristo s’avanzò. Ella si

sollevò sul gomito del braccio che teneva la pipa, e stendendo al conte

la mano, lo accolse con un sorriso. — Perchè, diss’ella nella lingua

sonora delle figlie di Sparta e d’Atene, perchè mi fai tu domandare il

permesso d’entrare da me? Non sei più il mio padrone? non son più la

tua schiava?

Monte-Cristo sorrise a sua volta: — Haydée, non sapete?...

— Perchè non mi dici _tu_, come d’ordinario? interruppe la giovane

greca; ho dunque commesso qualche mancanza? in questo caso bisogna

punirmi, ma non dirmi _voi_.

— Haydée, disse il conte, tu sai che siamo in Francia, e per

conseguenza che sei libera?

— Libera di far che? domandò la giovane.

— Libera di lasciarmi. — Di lasciarti!... e perchè dovrei lasciarti? —

Che so io?... vedremo gente...

— Non voglio vedere nessuno. — E se in mezzo ai bei giovani che

incontrerai, qualcuno ti piacesse, non sarò tanto ingiusto... — Non ho

veduto altri, che mio padre e te.

— Povera fanciulla, disse Monte-Cristo; ti ricordi di tuo padre,

Haydée? — La giovane sorrise: — Egli è qua, è qua, diss’ella mettendo

la mano sul cuore e sugli occhi.

— Ora, Haydée, tu sai che sei libera, che sei padrona, regina; puoi

conservare il tuo costume, o lasciarlo a tuo capriccio; resterai

qui quanto vuoi restarvi, uscirai quando il vuoi; vi sarà sempre una

carrozza attaccata per te; Alì e Myrtho t’accompagneranno ovunque, e

saranno ai tuoi ordini. Soltanto di una sola cosa ti prego; conserva

il segreto della tua nascita, non dire una parola del tuo passato; non

pronunziare in alcuna occasione il nome dell’illustre tuo padre, nè

quello della tua povera madre.

— Te l’ho già detto, non voglio vedere nessuno.

— Ascolta, Haydée, questa reclusione del tutto orientale forse sarà

impossibile a Parigi; continua ad apprendere il genere di vita dei

nostri paesi del Nord, come lo hai fatto a Roma, a Firenze, a Milano,

e a Madrid; ciò ti servirà sempre, tanto se continui a vivere qui,

come se ritorni in Oriente. — La giovane alzò gli occhi sul conte, e

rispose:

— E che ritorniam forse in Oriente, n’è vero, mio signore?

— Sì, disse Monte-Cristo. Ma credi tu che ti abituerai qui? — Ebbene!

che mi domandi, signore? — Temo che tu non ti annoi.

— No, signore, perchè quando sono sola ho grandi ricordi, rivedo

immensi quadri, mi si presentano grandi orizzonti col Pindo e

coll’Olimpo in lontananza. Poi ho nel cuore tre sentimenti coi quali

uno non si annoia mai: la malinconia, l’amore, e la riconoscenza.

— Sei una degna figlia dell’Epiro; Haydée, graziosa e poetica, si vede

che discendi da quella famiglia di dee che è nata nel tuo paese. Sii

dunque tranquilla.

Il conte disposto in tal modo alla visita che voleva fare a Morrel ed

alla sua famiglia, partì mormorando alcuni versi di Pindaro.

Secondo i suoi ordini, la carrozza era preparata, vi salì, e questa

come sempre, partì al galoppo.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 64 / 140 题