Se il conte di Monte-Cristo avesse vissuto da lungo tempo nella società
parigina avrebbe apprezzato in tutto il suo valore la dimostrazione che
gli faceva Villefort colla sua visita.
Ben veduto alla corte, tanto se regnava un re del ramo primogenito
o del ramo cadetto, tanto se governava un ministro dottrinario, che
liberale o conservatore; riputato abile da tutti, come si reputano
generalmente abili tutte le persone che non hanno mai provati sinistri
politici; odiato da molti ma caldamente protetto da certuni senza però
essere amato da alcuno, il sig. de Villefort teneva un alto posto nella
magistratura, e si teneva a questa altezza come un Harlay, o come un
Molè. Il suo salone, rimodernato da una giovane sposa e da una figlia
di primo letto dell’età appena di 18 anni, non era però uno di quei
saloni severi di Parigi, in cui si osserva il culto delle tradizioni,
e la religione dell’etichetta. La fredda cortesia, la fedeltà assoluta
ai principii del governo, un disprezzo profondo delle teorie e dei
teoretici, un odio grande alla ideologia, tali erano gli elementi della
vita interna e pubblica professati dal sig. de Villefort.
Egli non era solamente un magistrato, era quasi un diplomatico. Le
sue relazioni colla vecchia corte, di cui parlava sempre con dignità
e rispetto, lo facevano rispettare dalla nuova; sapeva tante cose, che
non solo era sempre blandito ma spesso ancora consultato; egli abitava
una fortezza inespugnabile. Questa fortezza era la sua carica di
procuratore del re, di cui si avvaleva meravigliosamente, e che avrebbe
lasciata soltanto per esser fatto deputato, e per cambiare così la
neutralità in opposizione.
In generale faceva o rendeva raramente visite, sua moglie le faceva
in sua vece, cosa accettata in questa società, ove si teneva conto
delle gravi e numerose occupazioni del magistrato, ciò che in realtà
non era che un calcolo d’orgoglio, una quint’essenza d’aristocrazia,
l’applicazione infine di quest’assioma: _fa mostra di stimarti e sarai
stimato_, assioma le mille volte più utile nella nostra società di
quello dei greci: _conosci te da te stesso_, sostituito ai nostri
giorni dall’arte meno difficile e più vantaggiosa del conoscere
gli altri. Pei suoi amici Villefort era un possente protettore; pei
suoi nemici un avversario sordo, ma accanito; per gl’indifferenti la
statua della legge fatta uomo: aspetto altero, fisonomia impassibile,
sguardo fosco ed appannato, o insolentemente penetrante e scrutatore;
tal era l’uomo di cui quattro rivoluzioni, abilmente ammassate
l’una sull’altra, avevano da prima costruito, poscia cementato il
piedistallo.
Il signor de Villefort aveva la riputazione d’essere l’uomo meno
curioso e meno allegro della Francia. Egli dava un ballo tutti gli
anni, ma non vi compariva che per un quarto d’ora, cioè 45 minuti di
meno che non fa il re ai suoi; egli non si vedeva mai nè ai teatri, nè
nei luoghi pubblici; qualche volta, ma raramente, faceva una partita
di _Whist_, ma allora avevasi cura di scegliergli giuocatori degni di
lui: qualche ambasciatore, qualche primo presidente o infine qualche
duchessa primogenita.
Ecco qual era l’uomo la cui carrozza si era fermata davanti alla porta
del conte di Monte-Cristo. Il cameriere annunziò il sig. de Villefort,
al momento in cui il conte, chinato sopra una gran tavola, seguiva sur
una carta geografica, un itinerario da Pietroburgo alla China.
Il procuratore del re entrò con quello stesso passo grave e misurato,
con cui era solito andare al tribunale; era lo stesso uomo, che noi
abbiamo veduto sostituto a Marsiglia. La natura, consentanea ai suoi
principi, nulla aveva cambiato in costui nel corso che aveva dovuto
seguire. Di snello egli era divenuto magro, di pallido giallo, gli
occhi infossati erano cavi, gli occhiali legati in oro appoggiati
sull’orbita, sembravano ora far parte del viso; eccettuata la cravatta
bianca tutto il rimanente del suo vestire era completamente nero;
e questo color funebre non era interrotto che dalla striscia della
fettuccia rossa che si mostrava impercettibilmente dall’occhiello del
suo abito, e che sembrava una linea di sangue tirata col pennello.
Per quanto Monte-Cristo fosse padrone di sè, esaminò con una visibile
curiosità, rendendogli il saluto, il magistrato che, diffidente per
abitudine, e poco credulo soprattutto alle maraviglie sociali, era più
disposto di vedere nel nobile straniero, chiamato Monte-Cristo, un
cavaliere d’industria che tentasse un nuovo teatro, o un malfattore
in istato di rottura di bando, di quello che un principe dello stato
romano, od un sultano delle _Mille ed una notte_.
— Signore, disse Villefort, con quel tuono lamentevole che assumono
i magistrati nei loro periodi oratori, e di cui non vogliono o non
possono disfarsi nella conversazione; signore, il servigio segnalato
che ieri avete reso a mia moglie ed a mio figlio mi fanno un dovere di
ringraziarvi. Vengo dunque a compiere questo dovere, e ad esprimervi
tutta la mia riconoscenza. — E nel pronunciare queste parole, l’occhio
severo del magistrato nulla aveva perduto della sua abituale arroganza.
Queste parole che aveva dette, le aveva articolate colla voce da
procurator generale, con quella rigidità inflessibile di collo e di
spalle, che faceva dire ai suoi adulatori, come noi lo ripetiamo,
ch’egli era la statua vivente della legge.
— Signore, disse il conte a sua volta con una freddezza di gelo, io
sono molto fortunato di aver potuto conservare un figlio a sua madre,
perchè si dice che il sentimento di maternità sia il più possente
com’è il più santo di tutti, e questa fortuna che mi sono procurata
vi dispensava, signore, dal compiere un dovere di cui la esecuzione
certamente m’onora, poichè so che il signor de Villefort non prodiga il
favore che mi fa, ma che, per quanto ciò sia prezioso non ostante non
vale per me la interna soddisfazione.
Villefort meravigliato di questa uscita cui non si aspettava, fremè
come un soldato che sente il colpo che gli viene dato, ad onta
dell’armatura di cui è coperto, ed una piega sdegnosa del suo labbro,
indicò che da bel principio egli non riteneva il conte di Monte-Cristo
per un gentiluomo bene educato. Girò gli occhi intorno a sè, come
per riattaccare su qualche cosa la conversazione che era già caduta
e che sembrava essersi infranta cadendo. Vide la carta che studiava
Monte-Cristo quando egli entrò, e riprese:
— Vi occupate di geografia, signore? Questo è un ricco studio, per
voi particolarmente, che, a quanto si assicura, avete già veduti tanti
paesi quanti ne sono incisi su quella carta.
— Sì, signore, rispose il conte; io ho voluto fare sulla specie umana
presa in massa ciò che voi fate ogni giorno sulle eccezioni, vale
a dire uno studio fisiologico. Ho pensato che mi sarebbe più facile
discendere dal tutto al particolare, che dal particolare salire al
tutto. È un assioma algebrico che vuole che si proceda dal conosciuto
allo sconosciuto e non dallo sconosciuto al conosciuto... Ma sedetevi
dunque, io ve ne supplico. — E Monte-Cristo indicò colla mano al
procuratore del Re una sedia, che questi dovette inoltrare da sè
stesso, nel mentre ch’egli non ebbe che quella di lasciarsi ricadere
sulla stessa, su cui era inginocchiato quando entrò il procuratore
del Re; in questo modo il conte si ritrovò per metà voltato verso il
suo visitatore avendo le spalle alla finestra ed il gomito appoggiato
alla carta geografica che pel momento formava il soggetto della
conversazione, la quale prendeva, come era accaduto da Morcerf e da
Danglars, una piega del tutto analoga se non alla situazione, almeno
al personaggio. — Ah! voi filosofate, riprese Villefort dopo un
momento di silenzio, durante il quale, come un atleta che incontra un
forte avversario, aveva riunite le sue forze. Ebbene! signore, parola
d’onore, se come voi non avessi nulla da fare, cercherei un’occupazione
men trista.
— È vero, signore, rispose Monte-Cristo, e l’uomo è un laido bruco se
si osserva col microscopio solare; ma voi avete detto, che io non ho
niente da fare. Vediamo, credereste per caso di aver voi qualche cosa
da fare? o, per parlare più chiaramente, signore, credete che ciò che
fate possa chiamarsi qualche cosa? — Lo stupore di Villefort raddoppiò
a questo secondo colpo così brutalmente vibrato dal suo strano
avversario; era gran tempo che il magistrato non si era sentito dire un
paradosso di questa forza, o piuttosto, per parlare più rettamente, era
la prima volta che lo sentiva.
Il procuratore del re si mise all’opera per rispondere.
— Signore, diss’egli, voi siete straniero, e, lo dite voi stesso, io
credo, una parte della vostra vita l’avete passata nei paesi orientali;
non sapete dunque come la giustizia umana, speditiva in quelle
contrade, ha presso noi un andamento prudente e misurato?
— Sia, signore, sia, è il _piede zoppo_ degli antichi. So tutto questo,
perchè è particolarmente della giustizia di tutti i paesi che mi
sono occupato, è la procedura criminale di tutte le nazioni che io ho
paragonata colla giustizia naturale; e debbo dirlo, signore, è ancora
la legge dei popoli primitivi, la legge del _taglione_ che ho ritrovata
la più conforme al bisogno e la più speditiva.
— Se questa legge fosse adottata semplificherebbe molto i nostri
codici, ed allora pel colpo che ne riceverebbero i nostri magistrati,
come dicevate or ora, non avrebbero più gran cosa da fare.
— Ciò accadrà forse nell’avvenire, disse Monte-Cristo; sapete che
le invenzioni umane progrediscono dal composto al semplice, e che il
semplice è sempre la perfezione.
— Mentre si aspetta questo avvenire però, disse il magistrato, vi sono
i nostri codici coi loro articoli contraddittorii tolti dai gallici
costumi, dalle leggi romane, e dagli usi franchi; ora la conoscenza
di tutte queste leggi, ne converrete, non si acquista che con lunghi
lavori ed abbisogna un lungo studio per acquistare tale conoscenza,
ed una grande possanza di testa perchè non si abbia a dimenticare, una
volta acquistata.
— Io sono del vostro parere, signore, ma tutto ciò che sapete in
riguardo a questo codice francese, lo so io pure, ma non solamente
riguardo a questo codice, ma a quello di tutte le nazioni: le leggi
indiane, turche, giapponesi mi sono tanto famigliari quanto le leggi
francesi; aveva dunque ragione di dire che relativamente (perchè tutto
è relativo) a tutto ciò che ho fatto io, voi avete fatto ben poco,
e che relativamente a quanto ho imparato io, voi avete ben molto da
imparare.
— Ma con quale scopo avete voi appreso tutto ciò? riprese Villefort
meravigliato.
Monte-Cristo sorrise: — Bene, signore, diss’egli; io vedo che ad onta
della reputazione per la quale si ritiene un uomo superiore agli altri,
voi vedete ogni cosa sotto il punto di vista materiale e volgare della
società, cominciando dall’uomo e terminando all’uomo, cioè sotto il
punto di vista più ristretto, più circoscritto che sia stato permesso
all’umana intelligenza d’abbracciare.
— Spiegatevi, disse Villefort sempre più maravigliato, non vi
capisco... molto bene.
— Dico, signore, che cogli occhi fissi sulla organizzazione sociale
delle nazioni, voi non vedete che le molle della macchina, e non
conoscete davanti a voi, e intorno a voi che i titolari dei posti,
i cui diplomi sono stati firmati dai ministri o dal re, e che gli
uomini che Iddio ha messo al di sopra dei titolati, dei ministri,
e dei re, dando loro una missione da compiere e non un posto da
occupare, io dico, che questi sfuggono alla vostra corta vista. Ciò
è proprio dell’umana debolezza, e degli organi deboli ed incompleti.
Tobia prendeva l’angiolo che doveva rendergli la vista per un giovine
comune; le nazioni prendevano Attila, che doveva annientarle, per un
conquistatore come tutti gli altri, e fu d’uopo che entrambi svelassero
la loro missione celeste perchè gli uomini la conoscessero. Abbisognò
che uno dicesse «io sono l’angelo del Signore» e l’altro «io sono il
martello di Dio,» perchè la missione divina d’entrambi fosse rivelata.
— Allora, disse Villefort con istupore sempre crescente, e credendo di
parlare ad un pazzo o ad un ispirato, voi vi considerate come uno di
questi esseri straordinari che avete nominato.
— E perchè no? disse freddamente Monte-Cristo.
— Perdonatemi, signore, riprese Villefort sbalordito, ma mi scuserete
se, presentandomi a voi, non sapeva di presentarmi ad un uomo, il cui
sapere ed il cui spirito sorpassavano di tanto il sapere e lo spirito
ordinario ed abituale degli uomini. Non è usanza, fra noi infelici
corrotti dall’incivilimento, che i gentiluomini possessori come voi di
un’immensa fortuna, almeno a ciò che mi si assicura, notate bene che
io non interrogo, ma ripeto soltanto ciò che ho inteso, non è usanza
fra noi, diceva, che questi privilegiati dalle ricchezze perdano il
loro tempo in ispeculazioni sociali, in astrazioni filosofiche, fatte
tutt’al più per consolare quelli che la sorte ha diseredati dei beni
della terra.
— Eh! signore, riprese il conte, siete voi dunque giunto al posto
eminente che occupate senza aver mai fatta, o incontrata qualche
eccezione? e non esercitate mai il vostro sguardo, che pure avrebbe
bisogno di molta finezza e sicurezza, ad indovinare con un sol colpo
chi è caduto sotto di questo sguardo? Un magistrato non dovrebb’egli
essere, non il migliore applicatore della legge, non il più furbo
interprete delle oscurità della cabala, ma uno specchio d’acciaio per
provare i cuori, una pietra di paragone per assaggiare l’oro che in
ciascun’anima si trova sempre misto a più o meno lega?
— Signore, disse Villefort, voi mi confondete, non ho mai inteso
parlare come fate voi.
— Egli è perchè siete sempre rimasto racchiuso fra il cerchio delle
condizioni generali, perchè non avete mai osato innalzarvi con
un batter d’ali nelle sfere superiori che sono popolate d’esseri
invisibili ed eccezionali.
— Ammettete dunque, signore, che vi sieno queste sfere, e che gli
esseri eccezionali ed invisibili si mischino a noi?
— E perchè no? vedete voi forse l’aria che respirate, e senza la quale
non potreste vivere?
— Allora non vediamo questi esseri di cui parlate?
— Voi li potete vedere ogni qual volta quegli esseri si materializzano;
voi li toccate allora, li urtate, parlate loro, essi vi rispondono. —
Ah! disse Villefort sorridendo, vi confesso che vorrei essere avvisato
quando uno di questi esseri si ritroverà meco in contatto. — Voi siete
stato servito a seconda del vostro desiderio, signore; poichè testè
siete stato avvisato, ed ora pure vi avviso.
— Così, voi stesso...
— Io sono uno di questi esseri eccezionali, sì, signore, io lo credo;
sino ad oggi nessun uomo si è ritrovato in una posizione simile alla
mia. I regni dei re sono circoscritti, sia dalle montagne, sia dai
fiumi, sia da un cambiamento di costumi o di favella. Il mio regno
è grande come il mondo, perchè non sono nè italiano, nè francese,
nè indiano, nè americano, nè spagnuolo: io sono cosmopolita. Nessuno
può dire di avermi veduto nascere, Dio solo sa quale terra mi vedrà
morire. Io adotto tutti i costumi, io parlo tutte le lingue; voi mi
credete francese, non è vero, perchè parlo il francese colla stessa
facilità e purezza di voi? Ebbene! Alì, il mio moro, mi crede Arabo;
Bertuccio, il mio intendente, mi crede Romano; Haydée, la mia schiava,
mi crede Greco. Dunque capirete, che non essendo di alcun paese, non
domandando protezione ad alcun governo, non riconoscendo alcun uomo per
mio fratello, non un solo scrupolo che arresta i potenti, non un solo
ostacolo che paralizza i deboli, può nè arrestarmi nè paralizzarmi. Non
ho che due avversarii, non dirò due vincitori, perchè li sottometto
colla persistenza; la distanza ed il tempo. Il terzo, ed è il più
terribile, sta nella mia condizione di mortale. Ciò solo può fermarmi
nella strada che percorro, e prima che abbia conseguito lo scopo a
cui miro; tutto il resto, l’ho calcolato. Ciò che gli uomini chiamano
capricci della fortuna, vale a dire la ruina, i cambiamenti, le
eventualità, le ho tutte prevedute, e se qualcuna può colpirmi, nessuna
può rovesciarmi. A meno che non muoia, sarò sempre ciò che sono, ecco
perchè vi dico cose che voi non avete mai intese, neppure dalla bocca
dei re, perchè i re hanno bisogno di voi, e gli altri uomini hanno
paura di voi. Chi è quegli che non supponga, in una società ordinata
tanto ridicolmente quanto la nostra: «forse un giorno posso aver che
fare col procuratore del re»?
— Ma voi stesso potete dir questo, perchè, dal momento che abitate la
Francia, siete naturalmente sottoposto alle leggi francesi.
— Lo so, signore, rispose Monte-Cristo, ma quando devo andare in un
paese, comincio dallo studiare, con mezzi che mi sono particolari,
tutti gli uomini dai quali posso avere qualche cosa da sperare o da
temere, e giungo a conoscerli molto bene, forse meglio ancora di quello
che non si conoscono da sè stessi. Ciò porta ad un resultato, che,
il procuratore del re, qualunque egli fosse, con cui avessi da fare
sarebbe certissimamente più impacciato di me.
— Ciò vuol dire, riprese con esitanza Villefort, che la natura umana
è debole, ed ogni uomo, secondo voi, ha commesso qualche... sbaglio.
— Sbaglio... o delitto, rispose negligentemente Monte-Cristo. — E che
voi solo fra gli uomini, che non riconosceste per fratelli, come avete
detto voi stesso, riprese Villefort con voce leggermente alterata, e
che voi solo siete perfetto.
— Non perfetto, rispose il conte, impenetrabile, ecco tutto. Ma
tronchiamo quest’argomento, signore; se la conversazione vi dispiace,
molto più che voi non vi trovate maggiormente minacciato dalla mia
doppia vista, di quello che io lo sia dalla vostra giustizia.
— No! signore, disse vivamente Villefort, che senza dubbio temeva
comparisse aver abbandonato il terreno; no! colla vostra brillante e
quasi sublime conversazione mi avete innalzato al di sopra dei livelli
ordinarii; noi non parliamo più, dissertiamo. Ora, voi sapete come i
professori in cattedra, ed i filosofi nelle loro dispute, si dicono
qualche volta delle crudeli verità. Fingiamo adunque di fare una
disputa sociale e filosofica, vi dirò dunque, per quanto vi sembri
duro: «Caro fratello voi sacrificate all’orgoglio; voi siete al di
sopra degli altri, ma al di sopra di voi sta Dio!»
— Al di sopra di tutti, signore, rispose Monte-Cristo con un accento
così profondo che Villefort ne fremette involontariamente. Ho il mio
orgoglio per gli uomini, serpenti sempre pronti a drizzarsi contro
colui che li sorpassa di fronte, senza schiacciarli col piede; ma lo
depongo davanti a Dio, che mi ha tolto dal niente per farmi quel che
sono.
— Allora, sig. conte, vi ammiro, disse Villefort che per la prima
volta, in questo strano dialogo, impiegava questa formula aristocratica
collo straniero, che fino allora aveva soltanto chiamato signore. Sì,
ve lo dico, se siete realmente forte, superiore, sano o impenetrabile,
ciò che torna la stessa cosa, siate superbo, questa è la legge della
dominazione. Ma voi pertanto avrete una qualche ambizione?
— Ne ho avuta una, signore.
— E quale?
— Ho ambito di essere fatto strumento della Provvidenza.
Villefort guardò Monte-Cristo con somma meraviglia.
— Signor conte, diss’egli, non avete voi parenti?
— No, signore, son solo in questo mondo.
— Tanto peggio!
— Perchè? domandò Monte-Cristo. — Perchè avreste potuto vedere uno
spettacolo atto ad infrangere il vostro orgoglio. Non temete che la
morte, diceste?
— Non dico di temerla; dico ch’ella sola può arrestarmi.
— E la vecchiaia?
— La mia missione sarà compita prima che sia vecchio.
— E la pazzia?
— Poco ha mancato che non diventassi pazzo, e voi sapete l’assioma,
_non due volte nello stesso, non bis in idem:_ è un assioma criminale,
e perciò della vostra sfera.
— Signore, vi è ancora un’altra cosa da temersi oltre la morte, la
vecchiaia, o la pazzia; vi è, per esempio, l’apoplessia, questo colpo
di fulmine che vi colpisce senza distruggervi, ma dopo il quale però
tutto è finito; siete sempre voi, e ciò non ostante non siete più
voi. Venite, se vi piace, a continuare questa conversazione, venite
in casa mia, sig. conte, un giorno che abbiate volontà d’incontrarvi
in un avversario capace di comprendervi ed avido di confutarvi, e vi
mostrerò mio padre, il sig. Noirtier de Villefort, uno dei più focosi
giacobini della rivoluzione francese, vale a dire la più brillante
audacia messa al servizio della più vigorosa organizzazione; un uomo
che, come voi, non aveva forse veduto tutti i regni della terra, ma
aveva aiutato a rovesciarne uno dei più forti; un uomo finalmente che,
come voi, pretendeva di essere un inviato da Dio, dall’Essere supremo,
dalla Provvidenza. Ebbene! signore, la rottura di un vaso sanguigno
in un lobo del cervello ha rovinato tutto questo; non in un giorno,
non in un’ora, ma in un secondo. Il giorno prima il sig. Noirtier,
antico giacobino, antico senatore, antico carbonaro, rideva della
ghigliottina, rideva del cannone, rideva del pugnale; il sig. Noirtier
che giuocava colle rivoluzioni, egli per cui la Francia non era che una
vasta scacchiera della quale pedine, torri, cavalli e regina dovevano
sacrificarsi perchè il re ricevesse scacco-matto, il sig. Noirtier
tanto temuto e temibile, era il giorno dopo quel povero Noirtier,
vecchio immobile, abbandonato alla volontà dell’essere più debole della
casa, vale a dire della sua nipote Valentina; infine un cadavere muto
ed agghiacciato, che vive senza gioie, e spero, senza soffrire.
— Ahimè! signore, questo spettacolo non è nuovo nè ai miei occhi, nè
al mio pensiero, disse Monte-Cristo; sono alcun poco medico, e qui
rammenterò che la Provvidenza si appalesa nei fatti che ci cadono
sotto gli occhi, e non potete negarlo. Cento autori, dopo Socrate,
dopo Seneca, hanno fatto in prosa ed in versi il ravvicinamento che
avete fatto voi; ciò non pertanto capisco che le sofferenze di un padre
possono operare grandi cangiamenti nello spirito del figlio; verrò,
signore, poichè mi v’impegnate, verrò a contemplare, a profitto della
mia umiltà, questo tristo spettacolo, che deve molto contristare la
vostra casa.
— Questo certamente sarebbe, se il cielo non mi avesse dato un largo
compenso. In faccia del vecchio che discende trascinandosi nella tomba,
sorgono due figli che entrano nella vita; Valentina figlia della mia
prima moglie Renata di Saint-Méran, ed Edoardo, quel fanciullo cui
avete salvata la vita.
— E che concludete da questo confronto, signore?
— Concludo, rispose Villefort, che mio padre, travolto dalle passioni,
ha commesso qualcuno di quegli errori che sfuggono all’umana giustizia,
ma che si attirano la giustizia di Dio!.... e che Dio non volendo
punire che un solo, non ha percosso che lui solo.
Monte-Cristo col sorriso sulle labbra, mandò nel profondo del cuore
un ruggito, che avrebbe fatto fuggire Villefort, se lo avesse inteso.
— Addio, signore, riprese il magistrato che si era alzato da qualche
tempo e parlava in piedi; io parto portando meco una memoria di voi
piena di stima e che, spero, vi potrà essere più aggradita quando
mi conoscerete meglio; poichè non sono un uomo leggero quanto può
credersi. D’altra parte vi siete formato della sig.ª de Villefort
un’amica eterna. — Il conte salutò, e si contentò di accompagnare
Villefort soltanto fino alla porta del gabinetto, questi raggiunse
la carrozza, preceduto da due lacchè, che, dietro un segno del loro
padrone, si affrettarono di fargli aprire. Indi quando il procuratore
del re fu disparso: — Andiamo, disse Monte-Cristo, cavando a stento un
sospiro dal petto oppresso; andiamo, abbiamo preso abbastanza di questo
veleno, ora che il cuore ne è pieno, andiamo a cercarne l’antidoto! — E
battè un colpo sul campanello sonoro. — Salgo dalla signora, diss’egli
ad Alì, che fra mezz’ora la carrozza sia pronta!