XLVII. — IDEOLOGIA.

Se il conte di Monte-Cristo avesse vissuto da lungo tempo nella società

parigina avrebbe apprezzato in tutto il suo valore la dimostrazione che

gli faceva Villefort colla sua visita.

Ben veduto alla corte, tanto se regnava un re del ramo primogenito

o del ramo cadetto, tanto se governava un ministro dottrinario, che

liberale o conservatore; riputato abile da tutti, come si reputano

generalmente abili tutte le persone che non hanno mai provati sinistri

politici; odiato da molti ma caldamente protetto da certuni senza però

essere amato da alcuno, il sig. de Villefort teneva un alto posto nella

magistratura, e si teneva a questa altezza come un Harlay, o come un

Molè. Il suo salone, rimodernato da una giovane sposa e da una figlia

di primo letto dell’età appena di 18 anni, non era però uno di quei

saloni severi di Parigi, in cui si osserva il culto delle tradizioni,

e la religione dell’etichetta. La fredda cortesia, la fedeltà assoluta

ai principii del governo, un disprezzo profondo delle teorie e dei

teoretici, un odio grande alla ideologia, tali erano gli elementi della

vita interna e pubblica professati dal sig. de Villefort.

Egli non era solamente un magistrato, era quasi un diplomatico. Le

sue relazioni colla vecchia corte, di cui parlava sempre con dignità

e rispetto, lo facevano rispettare dalla nuova; sapeva tante cose, che

non solo era sempre blandito ma spesso ancora consultato; egli abitava

una fortezza inespugnabile. Questa fortezza era la sua carica di

procuratore del re, di cui si avvaleva meravigliosamente, e che avrebbe

lasciata soltanto per esser fatto deputato, e per cambiare così la

neutralità in opposizione.

In generale faceva o rendeva raramente visite, sua moglie le faceva

in sua vece, cosa accettata in questa società, ove si teneva conto

delle gravi e numerose occupazioni del magistrato, ciò che in realtà

non era che un calcolo d’orgoglio, una quint’essenza d’aristocrazia,

l’applicazione infine di quest’assioma: _fa mostra di stimarti e sarai

stimato_, assioma le mille volte più utile nella nostra società di

quello dei greci: _conosci te da te stesso_, sostituito ai nostri

giorni dall’arte meno difficile e più vantaggiosa del conoscere

gli altri. Pei suoi amici Villefort era un possente protettore; pei

suoi nemici un avversario sordo, ma accanito; per gl’indifferenti la

statua della legge fatta uomo: aspetto altero, fisonomia impassibile,

sguardo fosco ed appannato, o insolentemente penetrante e scrutatore;

tal era l’uomo di cui quattro rivoluzioni, abilmente ammassate

l’una sull’altra, avevano da prima costruito, poscia cementato il

piedistallo.

Il signor de Villefort aveva la riputazione d’essere l’uomo meno

curioso e meno allegro della Francia. Egli dava un ballo tutti gli

anni, ma non vi compariva che per un quarto d’ora, cioè 45 minuti di

meno che non fa il re ai suoi; egli non si vedeva mai nè ai teatri, nè

nei luoghi pubblici; qualche volta, ma raramente, faceva una partita

di _Whist_, ma allora avevasi cura di scegliergli giuocatori degni di

lui: qualche ambasciatore, qualche primo presidente o infine qualche

duchessa primogenita.

Ecco qual era l’uomo la cui carrozza si era fermata davanti alla porta

del conte di Monte-Cristo. Il cameriere annunziò il sig. de Villefort,

al momento in cui il conte, chinato sopra una gran tavola, seguiva sur

una carta geografica, un itinerario da Pietroburgo alla China.

Il procuratore del re entrò con quello stesso passo grave e misurato,

con cui era solito andare al tribunale; era lo stesso uomo, che noi

abbiamo veduto sostituto a Marsiglia. La natura, consentanea ai suoi

principi, nulla aveva cambiato in costui nel corso che aveva dovuto

seguire. Di snello egli era divenuto magro, di pallido giallo, gli

occhi infossati erano cavi, gli occhiali legati in oro appoggiati

sull’orbita, sembravano ora far parte del viso; eccettuata la cravatta

bianca tutto il rimanente del suo vestire era completamente nero;

e questo color funebre non era interrotto che dalla striscia della

fettuccia rossa che si mostrava impercettibilmente dall’occhiello del

suo abito, e che sembrava una linea di sangue tirata col pennello.

Per quanto Monte-Cristo fosse padrone di sè, esaminò con una visibile

curiosità, rendendogli il saluto, il magistrato che, diffidente per

abitudine, e poco credulo soprattutto alle maraviglie sociali, era più

disposto di vedere nel nobile straniero, chiamato Monte-Cristo, un

cavaliere d’industria che tentasse un nuovo teatro, o un malfattore

in istato di rottura di bando, di quello che un principe dello stato

romano, od un sultano delle _Mille ed una notte_.

— Signore, disse Villefort, con quel tuono lamentevole che assumono

i magistrati nei loro periodi oratori, e di cui non vogliono o non

possono disfarsi nella conversazione; signore, il servigio segnalato

che ieri avete reso a mia moglie ed a mio figlio mi fanno un dovere di

ringraziarvi. Vengo dunque a compiere questo dovere, e ad esprimervi

tutta la mia riconoscenza. — E nel pronunciare queste parole, l’occhio

severo del magistrato nulla aveva perduto della sua abituale arroganza.

Queste parole che aveva dette, le aveva articolate colla voce da

procurator generale, con quella rigidità inflessibile di collo e di

spalle, che faceva dire ai suoi adulatori, come noi lo ripetiamo,

ch’egli era la statua vivente della legge.

— Signore, disse il conte a sua volta con una freddezza di gelo, io

sono molto fortunato di aver potuto conservare un figlio a sua madre,

perchè si dice che il sentimento di maternità sia il più possente

com’è il più santo di tutti, e questa fortuna che mi sono procurata

vi dispensava, signore, dal compiere un dovere di cui la esecuzione

certamente m’onora, poichè so che il signor de Villefort non prodiga il

favore che mi fa, ma che, per quanto ciò sia prezioso non ostante non

vale per me la interna soddisfazione.

Villefort meravigliato di questa uscita cui non si aspettava, fremè

come un soldato che sente il colpo che gli viene dato, ad onta

dell’armatura di cui è coperto, ed una piega sdegnosa del suo labbro,

indicò che da bel principio egli non riteneva il conte di Monte-Cristo

per un gentiluomo bene educato. Girò gli occhi intorno a sè, come

per riattaccare su qualche cosa la conversazione che era già caduta

e che sembrava essersi infranta cadendo. Vide la carta che studiava

Monte-Cristo quando egli entrò, e riprese:

— Vi occupate di geografia, signore? Questo è un ricco studio, per

voi particolarmente, che, a quanto si assicura, avete già veduti tanti

paesi quanti ne sono incisi su quella carta.

— Sì, signore, rispose il conte; io ho voluto fare sulla specie umana

presa in massa ciò che voi fate ogni giorno sulle eccezioni, vale

a dire uno studio fisiologico. Ho pensato che mi sarebbe più facile

discendere dal tutto al particolare, che dal particolare salire al

tutto. È un assioma algebrico che vuole che si proceda dal conosciuto

allo sconosciuto e non dallo sconosciuto al conosciuto... Ma sedetevi

dunque, io ve ne supplico. — E Monte-Cristo indicò colla mano al

procuratore del Re una sedia, che questi dovette inoltrare da sè

stesso, nel mentre ch’egli non ebbe che quella di lasciarsi ricadere

sulla stessa, su cui era inginocchiato quando entrò il procuratore

del Re; in questo modo il conte si ritrovò per metà voltato verso il

suo visitatore avendo le spalle alla finestra ed il gomito appoggiato

alla carta geografica che pel momento formava il soggetto della

conversazione, la quale prendeva, come era accaduto da Morcerf e da

Danglars, una piega del tutto analoga se non alla situazione, almeno

al personaggio. — Ah! voi filosofate, riprese Villefort dopo un

momento di silenzio, durante il quale, come un atleta che incontra un

forte avversario, aveva riunite le sue forze. Ebbene! signore, parola

d’onore, se come voi non avessi nulla da fare, cercherei un’occupazione

men trista.

— È vero, signore, rispose Monte-Cristo, e l’uomo è un laido bruco se

si osserva col microscopio solare; ma voi avete detto, che io non ho

niente da fare. Vediamo, credereste per caso di aver voi qualche cosa

da fare? o, per parlare più chiaramente, signore, credete che ciò che

fate possa chiamarsi qualche cosa? — Lo stupore di Villefort raddoppiò

a questo secondo colpo così brutalmente vibrato dal suo strano

avversario; era gran tempo che il magistrato non si era sentito dire un

paradosso di questa forza, o piuttosto, per parlare più rettamente, era

la prima volta che lo sentiva.

Il procuratore del re si mise all’opera per rispondere.

— Signore, diss’egli, voi siete straniero, e, lo dite voi stesso, io

credo, una parte della vostra vita l’avete passata nei paesi orientali;

non sapete dunque come la giustizia umana, speditiva in quelle

contrade, ha presso noi un andamento prudente e misurato?

— Sia, signore, sia, è il _piede zoppo_ degli antichi. So tutto questo,

perchè è particolarmente della giustizia di tutti i paesi che mi

sono occupato, è la procedura criminale di tutte le nazioni che io ho

paragonata colla giustizia naturale; e debbo dirlo, signore, è ancora

la legge dei popoli primitivi, la legge del _taglione_ che ho ritrovata

la più conforme al bisogno e la più speditiva.

— Se questa legge fosse adottata semplificherebbe molto i nostri

codici, ed allora pel colpo che ne riceverebbero i nostri magistrati,

come dicevate or ora, non avrebbero più gran cosa da fare.

— Ciò accadrà forse nell’avvenire, disse Monte-Cristo; sapete che

le invenzioni umane progrediscono dal composto al semplice, e che il

semplice è sempre la perfezione.

— Mentre si aspetta questo avvenire però, disse il magistrato, vi sono

i nostri codici coi loro articoli contraddittorii tolti dai gallici

costumi, dalle leggi romane, e dagli usi franchi; ora la conoscenza

di tutte queste leggi, ne converrete, non si acquista che con lunghi

lavori ed abbisogna un lungo studio per acquistare tale conoscenza,

ed una grande possanza di testa perchè non si abbia a dimenticare, una

volta acquistata.

— Io sono del vostro parere, signore, ma tutto ciò che sapete in

riguardo a questo codice francese, lo so io pure, ma non solamente

riguardo a questo codice, ma a quello di tutte le nazioni: le leggi

indiane, turche, giapponesi mi sono tanto famigliari quanto le leggi

francesi; aveva dunque ragione di dire che relativamente (perchè tutto

è relativo) a tutto ciò che ho fatto io, voi avete fatto ben poco,

e che relativamente a quanto ho imparato io, voi avete ben molto da

imparare.

— Ma con quale scopo avete voi appreso tutto ciò? riprese Villefort

meravigliato.

Monte-Cristo sorrise: — Bene, signore, diss’egli; io vedo che ad onta

della reputazione per la quale si ritiene un uomo superiore agli altri,

voi vedete ogni cosa sotto il punto di vista materiale e volgare della

società, cominciando dall’uomo e terminando all’uomo, cioè sotto il

punto di vista più ristretto, più circoscritto che sia stato permesso

all’umana intelligenza d’abbracciare.

— Spiegatevi, disse Villefort sempre più maravigliato, non vi

capisco... molto bene.

— Dico, signore, che cogli occhi fissi sulla organizzazione sociale

delle nazioni, voi non vedete che le molle della macchina, e non

conoscete davanti a voi, e intorno a voi che i titolari dei posti,

i cui diplomi sono stati firmati dai ministri o dal re, e che gli

uomini che Iddio ha messo al di sopra dei titolati, dei ministri,

e dei re, dando loro una missione da compiere e non un posto da

occupare, io dico, che questi sfuggono alla vostra corta vista. Ciò

è proprio dell’umana debolezza, e degli organi deboli ed incompleti.

Tobia prendeva l’angiolo che doveva rendergli la vista per un giovine

comune; le nazioni prendevano Attila, che doveva annientarle, per un

conquistatore come tutti gli altri, e fu d’uopo che entrambi svelassero

la loro missione celeste perchè gli uomini la conoscessero. Abbisognò

che uno dicesse «io sono l’angelo del Signore» e l’altro «io sono il

martello di Dio,» perchè la missione divina d’entrambi fosse rivelata.

— Allora, disse Villefort con istupore sempre crescente, e credendo di

parlare ad un pazzo o ad un ispirato, voi vi considerate come uno di

questi esseri straordinari che avete nominato.

— E perchè no? disse freddamente Monte-Cristo.

— Perdonatemi, signore, riprese Villefort sbalordito, ma mi scuserete

se, presentandomi a voi, non sapeva di presentarmi ad un uomo, il cui

sapere ed il cui spirito sorpassavano di tanto il sapere e lo spirito

ordinario ed abituale degli uomini. Non è usanza, fra noi infelici

corrotti dall’incivilimento, che i gentiluomini possessori come voi di

un’immensa fortuna, almeno a ciò che mi si assicura, notate bene che

io non interrogo, ma ripeto soltanto ciò che ho inteso, non è usanza

fra noi, diceva, che questi privilegiati dalle ricchezze perdano il

loro tempo in ispeculazioni sociali, in astrazioni filosofiche, fatte

tutt’al più per consolare quelli che la sorte ha diseredati dei beni

della terra.

— Eh! signore, riprese il conte, siete voi dunque giunto al posto

eminente che occupate senza aver mai fatta, o incontrata qualche

eccezione? e non esercitate mai il vostro sguardo, che pure avrebbe

bisogno di molta finezza e sicurezza, ad indovinare con un sol colpo

chi è caduto sotto di questo sguardo? Un magistrato non dovrebb’egli

essere, non il migliore applicatore della legge, non il più furbo

interprete delle oscurità della cabala, ma uno specchio d’acciaio per

provare i cuori, una pietra di paragone per assaggiare l’oro che in

ciascun’anima si trova sempre misto a più o meno lega?

— Signore, disse Villefort, voi mi confondete, non ho mai inteso

parlare come fate voi.

— Egli è perchè siete sempre rimasto racchiuso fra il cerchio delle

condizioni generali, perchè non avete mai osato innalzarvi con

un batter d’ali nelle sfere superiori che sono popolate d’esseri

invisibili ed eccezionali.

— Ammettete dunque, signore, che vi sieno queste sfere, e che gli

esseri eccezionali ed invisibili si mischino a noi?

— E perchè no? vedete voi forse l’aria che respirate, e senza la quale

non potreste vivere?

— Allora non vediamo questi esseri di cui parlate?

— Voi li potete vedere ogni qual volta quegli esseri si materializzano;

voi li toccate allora, li urtate, parlate loro, essi vi rispondono. —

Ah! disse Villefort sorridendo, vi confesso che vorrei essere avvisato

quando uno di questi esseri si ritroverà meco in contatto. — Voi siete

stato servito a seconda del vostro desiderio, signore; poichè testè

siete stato avvisato, ed ora pure vi avviso.

— Così, voi stesso...

— Io sono uno di questi esseri eccezionali, sì, signore, io lo credo;

sino ad oggi nessun uomo si è ritrovato in una posizione simile alla

mia. I regni dei re sono circoscritti, sia dalle montagne, sia dai

fiumi, sia da un cambiamento di costumi o di favella. Il mio regno

è grande come il mondo, perchè non sono nè italiano, nè francese,

nè indiano, nè americano, nè spagnuolo: io sono cosmopolita. Nessuno

può dire di avermi veduto nascere, Dio solo sa quale terra mi vedrà

morire. Io adotto tutti i costumi, io parlo tutte le lingue; voi mi

credete francese, non è vero, perchè parlo il francese colla stessa

facilità e purezza di voi? Ebbene! Alì, il mio moro, mi crede Arabo;

Bertuccio, il mio intendente, mi crede Romano; Haydée, la mia schiava,

mi crede Greco. Dunque capirete, che non essendo di alcun paese, non

domandando protezione ad alcun governo, non riconoscendo alcun uomo per

mio fratello, non un solo scrupolo che arresta i potenti, non un solo

ostacolo che paralizza i deboli, può nè arrestarmi nè paralizzarmi. Non

ho che due avversarii, non dirò due vincitori, perchè li sottometto

colla persistenza; la distanza ed il tempo. Il terzo, ed è il più

terribile, sta nella mia condizione di mortale. Ciò solo può fermarmi

nella strada che percorro, e prima che abbia conseguito lo scopo a

cui miro; tutto il resto, l’ho calcolato. Ciò che gli uomini chiamano

capricci della fortuna, vale a dire la ruina, i cambiamenti, le

eventualità, le ho tutte prevedute, e se qualcuna può colpirmi, nessuna

può rovesciarmi. A meno che non muoia, sarò sempre ciò che sono, ecco

perchè vi dico cose che voi non avete mai intese, neppure dalla bocca

dei re, perchè i re hanno bisogno di voi, e gli altri uomini hanno

paura di voi. Chi è quegli che non supponga, in una società ordinata

tanto ridicolmente quanto la nostra: «forse un giorno posso aver che

fare col procuratore del re»?

— Ma voi stesso potete dir questo, perchè, dal momento che abitate la

Francia, siete naturalmente sottoposto alle leggi francesi.

— Lo so, signore, rispose Monte-Cristo, ma quando devo andare in un

paese, comincio dallo studiare, con mezzi che mi sono particolari,

tutti gli uomini dai quali posso avere qualche cosa da sperare o da

temere, e giungo a conoscerli molto bene, forse meglio ancora di quello

che non si conoscono da sè stessi. Ciò porta ad un resultato, che,

il procuratore del re, qualunque egli fosse, con cui avessi da fare

sarebbe certissimamente più impacciato di me.

— Ciò vuol dire, riprese con esitanza Villefort, che la natura umana

è debole, ed ogni uomo, secondo voi, ha commesso qualche... sbaglio.

— Sbaglio... o delitto, rispose negligentemente Monte-Cristo. — E che

voi solo fra gli uomini, che non riconosceste per fratelli, come avete

detto voi stesso, riprese Villefort con voce leggermente alterata, e

che voi solo siete perfetto.

— Non perfetto, rispose il conte, impenetrabile, ecco tutto. Ma

tronchiamo quest’argomento, signore; se la conversazione vi dispiace,

molto più che voi non vi trovate maggiormente minacciato dalla mia

doppia vista, di quello che io lo sia dalla vostra giustizia.

— No! signore, disse vivamente Villefort, che senza dubbio temeva

comparisse aver abbandonato il terreno; no! colla vostra brillante e

quasi sublime conversazione mi avete innalzato al di sopra dei livelli

ordinarii; noi non parliamo più, dissertiamo. Ora, voi sapete come i

professori in cattedra, ed i filosofi nelle loro dispute, si dicono

qualche volta delle crudeli verità. Fingiamo adunque di fare una

disputa sociale e filosofica, vi dirò dunque, per quanto vi sembri

duro: «Caro fratello voi sacrificate all’orgoglio; voi siete al di

sopra degli altri, ma al di sopra di voi sta Dio!»

— Al di sopra di tutti, signore, rispose Monte-Cristo con un accento

così profondo che Villefort ne fremette involontariamente. Ho il mio

orgoglio per gli uomini, serpenti sempre pronti a drizzarsi contro

colui che li sorpassa di fronte, senza schiacciarli col piede; ma lo

depongo davanti a Dio, che mi ha tolto dal niente per farmi quel che

sono.

— Allora, sig. conte, vi ammiro, disse Villefort che per la prima

volta, in questo strano dialogo, impiegava questa formula aristocratica

collo straniero, che fino allora aveva soltanto chiamato signore. Sì,

ve lo dico, se siete realmente forte, superiore, sano o impenetrabile,

ciò che torna la stessa cosa, siate superbo, questa è la legge della

dominazione. Ma voi pertanto avrete una qualche ambizione?

— Ne ho avuta una, signore.

— E quale?

— Ho ambito di essere fatto strumento della Provvidenza.

Villefort guardò Monte-Cristo con somma meraviglia.

— Signor conte, diss’egli, non avete voi parenti?

— No, signore, son solo in questo mondo.

— Tanto peggio!

— Perchè? domandò Monte-Cristo. — Perchè avreste potuto vedere uno

spettacolo atto ad infrangere il vostro orgoglio. Non temete che la

morte, diceste?

— Non dico di temerla; dico ch’ella sola può arrestarmi.

— E la vecchiaia?

— La mia missione sarà compita prima che sia vecchio.

— E la pazzia?

— Poco ha mancato che non diventassi pazzo, e voi sapete l’assioma,

_non due volte nello stesso, non bis in idem:_ è un assioma criminale,

e perciò della vostra sfera.

— Signore, vi è ancora un’altra cosa da temersi oltre la morte, la

vecchiaia, o la pazzia; vi è, per esempio, l’apoplessia, questo colpo

di fulmine che vi colpisce senza distruggervi, ma dopo il quale però

tutto è finito; siete sempre voi, e ciò non ostante non siete più

voi. Venite, se vi piace, a continuare questa conversazione, venite

in casa mia, sig. conte, un giorno che abbiate volontà d’incontrarvi

in un avversario capace di comprendervi ed avido di confutarvi, e vi

mostrerò mio padre, il sig. Noirtier de Villefort, uno dei più focosi

giacobini della rivoluzione francese, vale a dire la più brillante

audacia messa al servizio della più vigorosa organizzazione; un uomo

che, come voi, non aveva forse veduto tutti i regni della terra, ma

aveva aiutato a rovesciarne uno dei più forti; un uomo finalmente che,

come voi, pretendeva di essere un inviato da Dio, dall’Essere supremo,

dalla Provvidenza. Ebbene! signore, la rottura di un vaso sanguigno

in un lobo del cervello ha rovinato tutto questo; non in un giorno,

non in un’ora, ma in un secondo. Il giorno prima il sig. Noirtier,

antico giacobino, antico senatore, antico carbonaro, rideva della

ghigliottina, rideva del cannone, rideva del pugnale; il sig. Noirtier

che giuocava colle rivoluzioni, egli per cui la Francia non era che una

vasta scacchiera della quale pedine, torri, cavalli e regina dovevano

sacrificarsi perchè il re ricevesse scacco-matto, il sig. Noirtier

tanto temuto e temibile, era il giorno dopo quel povero Noirtier,

vecchio immobile, abbandonato alla volontà dell’essere più debole della

casa, vale a dire della sua nipote Valentina; infine un cadavere muto

ed agghiacciato, che vive senza gioie, e spero, senza soffrire.

— Ahimè! signore, questo spettacolo non è nuovo nè ai miei occhi, nè

al mio pensiero, disse Monte-Cristo; sono alcun poco medico, e qui

rammenterò che la Provvidenza si appalesa nei fatti che ci cadono

sotto gli occhi, e non potete negarlo. Cento autori, dopo Socrate,

dopo Seneca, hanno fatto in prosa ed in versi il ravvicinamento che

avete fatto voi; ciò non pertanto capisco che le sofferenze di un padre

possono operare grandi cangiamenti nello spirito del figlio; verrò,

signore, poichè mi v’impegnate, verrò a contemplare, a profitto della

mia umiltà, questo tristo spettacolo, che deve molto contristare la

vostra casa.

— Questo certamente sarebbe, se il cielo non mi avesse dato un largo

compenso. In faccia del vecchio che discende trascinandosi nella tomba,

sorgono due figli che entrano nella vita; Valentina figlia della mia

prima moglie Renata di Saint-Méran, ed Edoardo, quel fanciullo cui

avete salvata la vita.

— E che concludete da questo confronto, signore?

— Concludo, rispose Villefort, che mio padre, travolto dalle passioni,

ha commesso qualcuno di quegli errori che sfuggono all’umana giustizia,

ma che si attirano la giustizia di Dio!.... e che Dio non volendo

punire che un solo, non ha percosso che lui solo.

Monte-Cristo col sorriso sulle labbra, mandò nel profondo del cuore

un ruggito, che avrebbe fatto fuggire Villefort, se lo avesse inteso.

— Addio, signore, riprese il magistrato che si era alzato da qualche

tempo e parlava in piedi; io parto portando meco una memoria di voi

piena di stima e che, spero, vi potrà essere più aggradita quando

mi conoscerete meglio; poichè non sono un uomo leggero quanto può

credersi. D’altra parte vi siete formato della sig.ª de Villefort

un’amica eterna. — Il conte salutò, e si contentò di accompagnare

Villefort soltanto fino alla porta del gabinetto, questi raggiunse

la carrozza, preceduto da due lacchè, che, dietro un segno del loro

padrone, si affrettarono di fargli aprire. Indi quando il procuratore

del re fu disparso: — Andiamo, disse Monte-Cristo, cavando a stento un

sospiro dal petto oppresso; andiamo, abbiamo preso abbastanza di questo

veleno, ora che il cuore ne è pieno, andiamo a cercarne l’antidoto! — E

battè un colpo sul campanello sonoro. — Salgo dalla signora, diss’egli

ad Alì, che fra mezz’ora la carrozza sia pronta!

Il Conte di Monte-Cristo · 第 63 / 140 题