Monte-Cristo aveva osservato, nel discendere la scalinata, che
Bertuccio si era segnato al modo dei Corsi, vale a dire, fendendo
l’aria in croce col pollice, e che prendendo posto nella carrozza aveva
mormorata una breve preghiera. Tutt’altri che un uomo curioso avrebbe
avuto pietà della repugnanza che il degno intendente aveva manifestata
per questa passeggiata fuori delle mura, ideata dal conte. Ma a ciò
che sembrava, questi era troppo curioso per dispensare Bertuccio
da quel piccolo viaggio. In 20 minuti furono ad Auteuil. L’emozione
dell’intendente era stata sempre crescente. Nell’entrare nel villaggio,
Bertuccio raggruppato in un angolo della carrozza, cominciò a guardare
con un’emozione febbrile tutte le case avanti alle quali passavano.
— Farete fermare strada della Fontana, n. 28, disse il conte fissando
senza pietà lo sguardo sull’intendente al quale dava quest’ordine. Il
sudore salì al viso di Bertuccio, che non per tanto obbedì, e sporgendo
fuori della carrozza gridò al cocchiere. — Strada della Fontana N. 28.
Questo N. 28 era situato all’estremità opposta del villaggio. Durante
il viaggio era sopraggiunta la notte, o piuttosto una nube nera
carica di elettricità dava a quelle tenebre premature l’apparenza e la
solennità di un episodio drammatico, la carrozza si fermò, lo staffiere
si precipitò allo sportello che aprì. — Ebbene! disse il conte, non
discendete, Bertuccio? allora rimarrete in carrozza? Ma a che diavolo
pensate questa sera? — Bertuccio si precipitò dalla portiera e presentò
la spalla al conte, che questa volta vi si appoggiò, e discese ad uno
ad uno i tre gradini del montatore. — Picchiate, disse il conte, ed
annunciatemi.
Bertuccio bussò, la porta si aprì e comparve il portinaro.
— Chi è? domandò egli.
— È il nuovo padrone, brav’uomo, disse lo staffiere.
E stese al portinaro il biglietto di riconoscimento dato dal notaro. —
La casa è dunque venduta? domandò il portinaro, ed è questo signore che
viene ad abitarla?
— Sì, amico mio, disse il conte; farò in modo che non abbiate a
desiderar l’antico padrone.
— Ah! signore, non ho molto a desiderarlo, perchè lo vedevamo tanto
raramente; sono più di 5 anni che non è venuto, ed in fede mia, ha
fatto molto bene a vendere una casa che non gli fruttava niente.
— Come si chiamava il vostro antico padrone?
— Il marchese di Saint-Méran. Ah! non ha certamente venduto la casa per
quel che gli costava, ne sono ben sicuro.
— Il marchese di Saint-Méran! riprese Monte-Cristo, mi sembra
che questo nome non mi sia ignoto, disse il conte; il marchese di
Saint-Méran... — E parve cercare nella sua memoria.
— Un vecchio gentiluomo, continuò il portinaro, era servitore fedele
dei Borboni; aveva una figlia unica che maritò al sig. de Villefort,
stato procuratore del re a Nimes, e poi a Versailles. — Monte-Cristo
vibrò uno sguardo che incontrò Bertuccio, che aveva il viso più livido
del muro contro il quale si appoggiava per non cadere.
— E questa figlia non morì? domandò Monte-Cristo; mi sembra di averlo
inteso dire.
— Sì signore, è già vent’un anno; e d’allora non abbiamo più veduto che
tre volte il povero marchese.
— Grazie, grazie, disse Monte-Cristo, giudicando dalla prostrazione
dell’intendente non potere più lungamente toccare questa corda, senza
correre rischio di romperla; grazie! datemi un lume, brav’uomo.
— Vi accompagnerò io, signore?
— No, è inutile, Bertuccio mi farà lume.
E Monte-Cristo accompagnò queste parole col dono di due monete d’oro,
che causarono una esplosione di benedizioni e sospiri. — Ah! signore:
disse il portinaro, dopo aver cercato inutilmente sulla pietra
del caminetto e sui mobili vicini, la disgrazia è che qui non ho
candelieri.
— Prendete un fanale della carrozza, Bertuccio, e fatemi vedere gli
appartamenti. — L’intendente obbedì, senza osservazioni, ma era facile
lo scorgere, dal tremito della mano che portava il fanale, ciò che gli
costava l’obbedire.
Fu percorso un pian terreno molto vasto; un primo piano composto di
un salone, di una sala da bagno, e due camere da dormire, e giunsero
ad una scala a chiocciola che metteva in giardino. — Osservate! ecco
una scala secreta, disse il conte; questa è molto comoda. Fatemi lume,
Bertuccio, andate avanti, e vediamo dove essa ci condurrà.
— Signore, disse Bertuccio, mette al giardino.
— E come lo sapete? — Cioè, voleva dire, che deve mettervi. — Ebbene,
assicuriamocene. — Bertuccio mandò un sospiro, e andò avanti. La scala
metteva effettivamente in giardino. Alla porta esterna l’intendente si
fermò.
— Andiamo dunque, Bertuccio, disse il conte. — Ma quegli, al quale
erano dirette queste parole, si trovava assordito, stupidito,
annientato. Gli occhi stravolti cercavano intorno a lui le tracce di un
passato terribile, e colle mani irrigidite cercava di allontanare delle
spaventose rimembranze.
— Ebbene! insistè il conte.
— No, no; gridò Bertuccio, deponendo il fanale in un angolo del muro
interno; no signore, non andrò più avanti, è impossibile! — Sarebbe a
dire? articolò la voce irresistibile di Monte-Cristo.
— Ma vedete bene, signore, che questo non è naturale, gridò
l’intendente, che avendo una casa da comprare a Parigi, voi la
compriate precisamente ad Auteuil, e che comprandola ad Auteuil, questa
casa sia precisamente il N. 28 della strada Fontana. Ah! perchè mai
non vi ho tutto detto laggiù, signore! Voi certamente non mi avreste
ordinato di seguirvi. Io sperava che la casa del sig. conte fosse
tutt’altra che questa. Come se non vi fosse altra casa in Auteuil che
quella dell’assassinio!
— Oh! oh! disse Monte-Cristo, fermandosi; che villana parola avete voi
pronunciata? Diavolo d’uomo! Corso arrabbiato! sempre dei misteri, o
delle superstizioni! Vediamo, prendete questo fanale e visitiamo il
giardino, con me, spero che non avrete paura. — Bertuccio raccolse il
fanale, ed obbedì. La porta aprendosi, lasciò vedere un cielo cupo, nel
quale la luna si sforzava invano di lottare contro un mare di nubi che
la coprivano coi loro vapori oscuri, che illuminava per un momento, e
che in seguito si perdeva più cupa ancora, nel profondo dell’infinito.
— L’intendente voleva piegare sulla sinistra. — No, signore, e perchè
andare sotto i viali? disse Monte-Cristo, ecco qui un bel praticello,
andiamo diritto. — Bertuccio asciugò il sudore che gl’irrigava la
fronte, ma obbedì; ciò non ostante continuava a tenere sulla sinistra.
Monte-Cristo al contrario piegava a dritta; giunto presso un gruppo
d’alberi si fermò.
L’intendente non potè contenersi.
— Allontanatevi! signore, allontanatevi, gridò, voi siete precisamente
sul luogo! — E qual luogo?
— Sul luogo ov’egli cadde.
— Mio caro Bertuccio, ritornate in voi stesso, ve lo esorto, non siamo
qui nè a Sartena, nè a Corte. Questa non è una macchia, ma un giardino
inglese, mal custodito, ne convengo, ma che non pertanto non bisogna
calunniare.
— Signore, non rimanete là, ve ne supplico!
— Io credo che diventate pazzo, padron Bertuccio, disse freddamente il
conte; se così è, avvisatemene che vi farò rinchiudere in qualche casa
di salute, prima che succeda una disgrazia.
— Ahimè! eccellenza, disse Bertuccio scuotendo la testa, e piegando le
mani con un’attitudine che avrebbe fatto ridere il conte, se pensieri
di superiore importanza non lo avessero preoccupato in quel momento,
e reso molto attento alle più piccole espansioni di quella coscienza
timorosa. — Ahimè! la disgrazia è accaduta.
— Bertuccio, disse il conte, sono al caso di dirvi, che mentre
gesticolate, voi contorcete le braccia, e stralunate gli occhi come
un ossesso, dal corpo del quale il diavolo non voglia uscire; ora ho
sempre notato che il diavolo più ostinato ad uscire è un segreto. Io vi
sapeva Corso, vi conoscevo taciturno ruminando sempre qualche vecchia
storia di vendetta, e vi perdonava questo in Italia, sebbene anche in
Italia questa specie di cose non siano inezie; ma in Francia si tiene
sempre l’assassinio di assai cattivo genere; vi sono gendarmi che se
ne occupano, giudici che lo condannano, patiboli che lo vendicano. —
Bertuccio congiunse le mani, e, siccome nell’eseguire queste diverse
evoluzioni non lasciava il fanale, la luce venne a rischiarargli
il volto sconvolto. Monte-Cristo per un momento lo esaminò come a
Roma aveva osservato il supplizio di Andrea; indi con un tuono di
voce che fece scorrere un brivido pel corpo del povero intendente:
— L’abate Busoni mi ha dunque ingannato, diss’egli, quando, dopo il
suo viaggio in Francia nel 1829, v’inviò a me, munito di una lettera
di raccomandazione, nella quale mi lodava le vostre preziose qualità.
Ebbene! scriverò all’abate; lo renderò garante del suo protetto, ed
allora saprò senza dubbio che cosa è tutto questo affare di assassinio.
Vi prevengo soltanto, Bertuccio, che quando io vivo in un paese, ho
l’abitudine d’uniformarmi alle sue leggi, e che non ho punto volontà
d’intrigarmi per voi colla giustizia di Francia.
— Non fate questo, eccellenza; vi ho servito fedelmente, n’è vero?
gridò Bertuccio alla disperazione; sono stato un galantuomo, e per
quanto ho potuto, ho fatto ancora delle buone azioni.
— Non dico di no, rispose il conte, ma per che diavolo adunque siete
ora agitato in tal guisa? Questo è un cattivo segno; una coscienza pura
non porta tanta pallidezza sulle guance, tanta febbre nelle mani di un
uomo...
— Ma, sig. conte, interruppe con esitanza Bertuccio, non mi avete
detto voi stesso, che l’abate Busoni, che fu quello che raccolse la mia
confessione nelle carceri di Nimes, vi aveva prevenuto, inviandomi a
voi, avere io un forte rimprovero a farmi?
— Sì, ma siccome egli v’indirizzava a me dicendomi che avrei ritrovato
in voi un eccellente intendente, io credetti che voi aveste rubato,
ecco tutto!
— Oh! sig. conte! fece Bertuccio con dolore.
— Ovvero che, essendo voi Corso, non avevate potuto resistere al
desiderio di far la pelle a qualcuno, come vien detto nel vostro paese
per antifrasi, quando al contrario ne disfate una.
— Ebbene, sì, mio signore, sì, mio buon signore, è questo, gridò
Bertuccio gettandosi alle ginocchia del conte; sì, fu una vendetta, lo
giuro, una semplice vendetta.
— Capisco, ma ciò che non capisco si è, come questa casa vi galvanizzi
in tal modo.
— Eppure, la cosa è ben naturale, poichè in questa casa si compì la
vendetta.
— Che! in casa mia? — Oh! signore, essa non era ancora vostra, rispose
ingenuamente Bertuccio.
— Ma di chi era dunque? Del sig. marchese di Saint-Méran, ci ha detto,
credo il portinaro. Che diavolo adunque avevate da vendicarvi col
marchese di Saint-Méran?
— Ah! non fu di lui, signore, fu di un altro.
— Ecco una strana combinazione, disse Monte-Cristo, sembrando cedere
alle sue riflessioni: voi vi trovate in tal modo per caso, senza alcun
preparativo, in una casa ove è accaduta una scena che vi dà tanti
terribili rimorsi.
— Signore, disse l’intendente, pare che sia una specie di fatalità che
porta tutto questo, ne sono ben sicuro; primieramente voi comprate una
casa in Auteuil; questa casa è precisamente quella ove ho commesso
l’assassinio; discendete nel giardino, e giusto per la scala per
cui egli discese; vi fermate, e giusto nel luogo ov’egli ricevette
il colpo; a due passi da quest’albero era la fossa ov’egli aveva
seppellito il fanciullo; tutto ciò non può essere opera del caso.
— Ebbene! vediamo, sig. Corso, io suppongo sempre tutto ciò che si
vuole; d’altra parte bisogna saper fare delle concessioni agli spiriti
ammalati. Vediamo: richiamate il vostro spirito e raccontatemi ciò.
— Io non l’ho mai raccontato che una sola volta, signore, e fu
all’abate Busoni. Simili cose, soggiunse Bertuccio scuotendo la testa,
non si raccontano che sotto il suggello della confessione.
— Allora, mio caro Bertuccio, ritroverete giusto che io vi rimandi
al vostro confessore, vi farete con lui certosino o bernardino,
e ragionerete sui vostri segreti. Ma io, io ho paura di un ospite
spaventato da simili fantasmi, non amo che le mie genti non abbiano il
coraggio di passare di notte pel giardino. Poi, ve lo confesso, sarei
poco curioso di vedermi qualche visita del commissario di polizia;
poichè imparatelo bene Bertuccio, corre voce che in alcun luogo la
giustizia si paghi perchè si taccia; ma in Francia al contrario non si
paga mai che quando si parla. Peste! vi credeva bene un poco Corso, un
poco contrabbandiere, un bravo intendente, ma ora m’avveggo che avete
ancora altre corde al vostro arco. Voi perciò non siete più al mio
servizio, Bertuccio.
— Ah! signore signore! gridò l’intendente colpito dal terrore di questa
minaccia. Ah! se non dipende che da questo perchè io rimanga al vostro
servizio, parlerò, dirò tutto; e se vi lascio, sarà soltanto per andare
al patibolo!
— Adesso è un’altra cosa, disse Monte-Cristo, ma se voleste mentire
rifletteteci bene; non parlate affatto.
— No, signore, ve lo giuro sulla salute dell’anima mia, vi dirò tutto!
perchè lo stesso abate Busoni non ha saputo che una parte del segreto.
Ma prima, ve ne supplico, allontanatevi da questo platano; osservate,
la luna va a rischiarare quella nube, e là, posto come voi siete,
avvolto in quel mantello che mi nasconde la vostra corporatura, e che
rassomiglia a quello del sig. de Villefort...
— Come! gridò Monte-Cristo, fu de Villefort...
— V. E. lo conosce?
— Sì.
— Che ha sposata la figlia del marchese di Saint-Méran.
— Sì, e che negli uffici godeva la riputazione del più onest’uomo, del
più severo e del più rigido magistrato?
— Ebbene! signore, gridò Bertuccio; quest’uomo d’irreprensibile
reputazione...
— Ebbene!
— Era un infame.
— Bah! disse Monte-Cristo, impossibile!
— E ciò pertanto è come vi dico.
— Ah! veramente! disse Monte-Cristo, e ne avete le prove?
— Le aveva, almeno.
— E le avete perdute, malaccorto?
— Sì, ma cercando bene si possono ritrovare.
— In verità? disse il conte, raccontatemi ciò, Bertuccio! perchè
comincia ad importarmi da vero.
E il conte, cantarellando una piccola aria della _Lucia_, andò ad
assidersi sopra un banco, mentre che Bertuccio lo seguiva concentrando
la sua memoria, restando in piedi davanti a lui.