XLI. — BERTUCCIO.

In questo mentre il conte era giunto alla sua abitazione; aveva

impiegati sei minuti a percorrere la distanza, il che era stato

sufficiente, perchè fosse veduto da una ventina di giovani che,

conoscendo il prezzo dell’equipaggio che non avevano potuto acquistare

essi stessi, avevano messe le loro cavalcature al galoppo, per vedere

lo splendido signore che aveva cavalli da 10 mila fr. l’uno. La

casa scelta da Alì, e che doveva servire per residenza di città a

Monte-Cristo, era situata a destra salendo ai Campi-Elisi, posta fra

il cortile ed il giardino; un gruppo di ramosi alberi che s’innalzava

in mezzo al cortile, copriva una parte della facciata; intorno a questo

gruppo si partivano a guisa di due braccia, due viali che dal cancello

portavano le carrozze ad una doppia scalinata, sopra ciascun gradino

della quale era un vaso di porcellana pieno di fiori. Questa casa

isolata nel centro di un vasto spazio, oltre l’ingresso principale,

aveva pure un’altra entrata sulla strada Ponthieu.

Prima ancora che il cocchiere avesse data la voce al portinaro, il

robusto cancello girò sopra i suoi gangheri; era stato veduto giungere

il conte, ed a Parigi, come a Roma, e come ovunque, era servito colla

rapidità del fulmine. Il cocchiere adunque entrò, descrisse il mezzo

cerchio senza rallentare la corsa, ed il cancello era già richiuso,

quando le ruote rumoreggiavano ancora sulla sabbia del viale.

La carrozza si fermò alla parte sinistra della scalinata, due uomini

comparvero allo sportello; uno era Alì, che sorrise al suo padrone con

una incredibile gioia, e che si trovò pago di un semplice sguardo di

Monte-Cristo.

L’altro salutò umilmente, ed offrì il braccio al conte per aiutarlo a

discendere di carrozza. — Grazie, Bertuccio, disse il conte, saltando

leggermente i tre scalini; ed il notaro?

— È nel salotto, eccellenza, rispose Bertuccio.

— Ed i viglietti di visita che vi ho ordinato di fare stampare appena

avuto il numero della casa?

— Sig. conte, è fatto tutto; sono stato dal migliore incisore del

Palazzo Reale, che ha eseguito il rame in mia presenza, e, tirato il

primo viglietto, giusta i vostri ordini, fu nel medesimo punto portato

al sig. Danglars, deputato, strada Chaussée-d’Antin n. 7; gli altri

sono sul caminetto della camera da dormire di vostra eccellenza.

— Va bene: che ora è? — Le quattro.

Monte-Cristo consegnò il cappello, i guanti, ed il bastone allo stesso

staffiere francese che si era slanciato fuori dell’anticamera del conte

de Morcerf per fare inoltrare la carrozza, quindi passò nel piccolo

salotto, condotto da Bertuccio, che gl’insegnava la strada.

— Ecco dei mobili meschini in quest’anticamera, spero bene che ne verrò

presto spacciato, disse Monte-Cristo.

Bertuccio s’inchinò. Come lo aveva detto l’intendente, il notaro

aspettava nel piccolo salotto. Era un’onesta figura di secondo

_chierico_ di Parigi, elevato alla dignità insuperabile di notaro

distrettuale.

— Il signore è il notaro incaricato di vendere la casa di campagna che

voglio comprare? domandò Monte-Cristo.

— Sì, sig. conte, rispose il notaro. — L’atto di vendita è disteso? —

Sì, signor conte. — L’avete con voi?

— Eccolo qui. — Perfettamente. E dove è situata questa casa che compro?

domandò negligentemente Monte-Cristo per metà al notaro e per metà a

Bertuccio.

L’intendente fece un gesto che indicava, non lo so.

Il notaro guardò il conte con istupore: — Come? diss’egli, il sig.

conte non sa ove sia posta la casa che compra?

— No, in fede mia, disse il conte. — Il sig. conte non la conosce?

— E come diavolo la posso conoscere? Giungo da Cadice questa mattina,

non sono mai stato a Parigi, ed è la prima volta che metto il piede in

Francia.

— Allora è tutt’altro, rispose il notaro; la casa che compra il sig.

conte è situata ad Auteuil. — A queste parole Bertuccio impallidì

visibilmente. — E dove è Auteuil? chiese Monte-Cristo. — A pochi

passi di qui, signor conte, disse il notaro, poco dopo Passy, in una

bellissima posizione, nel centro del bosco di Boulogne.

— Tanto vicino! disse Monte-Cristo; ma questa non è una campagna.

Come diavolo siete andato a scegliermi una casa alle porte di Parigi,

Bertuccio?

— Io! gridò l’intendente con una strana sollecitudine, no certamente;

non sono stato io l’incaricato del sig. conte per pigliare una casa:

prego il sig. conte a risovvenirsene bene, e ad interrogare i suoi

ricordi.

— Ah! è giusto, disse Monte-Cristo; ora mi ricordo, ho letto

quest’annunzio in un giornale, e mi sono lasciato sedurre dal titolo

menzognero di _Casa di campagna_.

— Siete ancora in tempo, disse con vivacità Bertuccio, e se V. E. vuole

incaricarmi di cercare un altro luogo, io gli troverò ciò che vi ha di

meglio, sia ad Enghien, sia a Fontenay-aux-Roses, sia a Bellevue

— No, in fede mia, disse con trascuranza Monte-Cristo; poichè ho

questa, la conserverò.

— Il signore ha ragione, disse prestamente il notaro che temeva di

perdere le sue propine, questa è una graziosa proprietà: acque vive,

boschi folti, abitazione aggradevole, quantunque abbandonata da lungo

tempo, senza calcolare la mobilia, che, sebbene vecchia, ha del valore,

particolarmente in oggi che si cercano le anticaglie. Perdono, ma credo

bene che il sig. conte avrà il gusto della sua epoca.

— Dunque è conveniente? soggiunse Monte-Cristo.

— Ah signore, è ancora meglio, è magnifica.

— Presto! non ci lasciamo sfuggire l’occasione, disse Monte-Cristo. Il

contratto sig. notaro? — Ed egli sottoscrisse sollecitamente dopo di

aver data un’occhiata nella parte dell’atto ove stavano segnati i nomi

dei proprietari, e la situazione della villa.

— Bertuccio, diss’egli, date 55 mila fr. al signore.

L’intendente uscì con passo mal fermo, e ritornò con un pacchetto di

biglietti di banca che il notaro contò nel modo che fanno gli uomini

che hanno l’abitudine di non ricevere il danaro che dopo la tara

legale.

— Ed ora, domandò il conte, sono adempite tutte le formalità? — Tutte,

signor conte.

— Avete le chiavi?

— Sono nelle mani del portinaro che custodisce la casa; ma ecco

l’ordine che gli ho dato d’installare il signore nella sua nuova

proprietà.

— Va benissimo. — E Monte-Cristo fece al notaro un segno colla testa,

che voleva dire: — Signore, non ho più bisogno di voi, andatevene.

— Ma, disse l’onesto notaro, mi sembra che il sig. conte abbia

sbagliato; non sono che 50 mila fr. tutto compreso.

— E i vostri onorari?

— Vengono pagati colla stessa somma, sig. conte.

— Ma disse, non siete venuto qui da Auteuil?

— Sì, senza dubbio.

— Ebbene! bisogna compensare il vostro incomodo, disse il conte. E lo

congedò con un gesto.

Il notaro uscì andando all’indietro, e salutando fino a terra; era

la prima volta, dal giorno in cui aveva presa la sua iscrizione, che

trovava un simile cliente.

— Accompagnate il signore, disse il conte a Bertuccio.

E l’intendente uscì dietro il notaro. Appena il conte fu solo, cavò

di tasca un portafogli con serratura, lo aprì con una chiavetta che

portava al collo, e che non lasciava mai.

Dopo aver cercato un momento si fermò sopra un foglietto su cui erano

segnate alcune annotazioni, le confrontò coll’atto di vendita deposto

sulla tavola, e raccogliendo la memoria: — Auteuil, strada della

Fontana n. 28; è questa, diss’egli: ora mi debbo attenere ad una

confessione ottenuta per mezzo dell’idea religiosa, o strappata dal

terrore fisico? Del rimanente fra un’ora saprò tutto. Bertuccio! gridò

egli battendo un colpo con una specie di piccolo martello a manico

elastico sopra di un campanello, che rese un suono acuto e prolungato

simile a quello del _tam-tam_. L’intendente comparve sulla soglia.

— Bertuccio, non mi avete voi detto altra volta aver viaggiato in

Francia?

— In alcune parti della Francia, sì, eccellenza.

— Conoscerete senza dubbio i dintorni di Parigi?

— No, eccellenza, no, rispose l’intendente con una specie di tremito

nervoso, che Monte-Cristo, grande conoscitore in fatto di emozioni,

attribuì con ragione ad una viva inquietudine.

— Mi rincresce che non abbiate visitati i dintorni di Parigi, perchè

voglio questa stessa sera vedere la mia nuova proprietà, e venendo con

me, mi avreste dato senza dubbio utili informazioni.

— Ad Auteuil? gridò Bertuccio, il cui colorito colore di rame divenne

quasi livido. Io andare ad Auteuil!

— Ebbene, che vi ha di meraviglioso, che venghiate ad Auteuil, ve

lo domando? Quando io dimorerò ad Auteuil, bisognerà bene che vi

venghiate, poichè fate parte della famiglia.

Bertuccio abbassò la testa davanti allo sguardo imperioso del padrone,

restò immobile, e senza rispondere.

— Ebbene! che vi accade? Voi mi obbligherete dunque di suonare una

seconda volta per la carrozza? disse Monte-Cristo col tuono con

cui Luigi XIV pronunciò il suo famoso: «poco ha mancato che io non

aspettassi!»

Bertuccio non fece che uno sbalzo dal piccolo salotto all’anticamera, e

gridò con voce rauca: — I cavalli di S. E.

Monte-Cristo scrisse due o tre lettere, e mentre sigillava l’ultima,

l’intendente ricomparve.

— La carrozza di S. E. è alla porta, diss’egli.

— Ebbene prendete i vostri guanti ed il cappello.

— È dunque vero che vengo con S. E., gridò Bertuccio.

— Senza dubbio, bisogna bene che diate i vostri ordini, mentre conto

d’abitare quella casa. — Sarebbe stato senza esempio che si fosse fatta

una replica a ciò che ingiungeva il conte; per cui l’intendente, senza

fare alcuna obbiezione, seguì il padrone che montò in carrozza, e gli

fece segno di fare altrettanto. L’intendente si assise rispettosamente

nel sedile davanti.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 56 / 140 题