XXX. — IL 5 SETTEMBRE.

Questa dilazione accordata dal mandatario della casa Thomson e

French, al momento in cui Morrel meno se lo aspettava, parve al povero

armatore uno di quei ritorni di ben essere che annunziano all’uomo la

sorte essersi alla fine stancata di perseguitarlo. Lo stesso giorno

raccontò a sua figlia, e ad Emmanuele ciò che eragli accaduto; e un

poco di speranza, se non di tranquillità, rientrò nella famiglia.

Disgraziatamente però Morrel non aveva affari soltanto con la casa

Thomson e French che si era mostrata tanto facile ad un accomodamento;

com’egli lo aveva detto, nel commercio si hanno corrispondenti, e non

amici.

Allorchè vi pensava profondamente, non comprendeva neppur questa

condotta generosa della casa Thomson e French verso di lui, e non si

spiegava ciò, che con questa riflessione superlativamente egoista, che

questa casa doveva aver detto: val meglio sostenere quest’uomo che ci

deve quasi 300 mila fr., e avere questa somma in capo a tre mesi, di

quello che sollecitarne la rovina, e avere il sei o l’otto per cento

del capitale. Disgraziatamente, fosse odio, fosse acciecamento, tutti

i corrispondenti di Morrel non fecero la stessa riflessione, anzi

qualcuno fece la riflessione in contrario. Le cambiali sottoscritte da

Morrel furono presentate alla cassa con uno scrupoloso rigore, e, mercè

la dilazione accordata dall’inglese furono pagate a cassa aperta da

Coclite il quale continuò a rimanersi nella sua tranquillità fatidica.

Il solo Morrel vide con terrore, che se avesse dovuto rimborsare al 15

i 100 mila fr. di de Boville, e al 30 i 32,500 fr. di cambiali, per le

quali, come per quelle dell’Ispettore delle prigioni aveva ottenuta una

dilazione, sarebbe stato fin da quel mese un uomo perduto.

L’opinione di tutti i negozianti di Marsiglia era, che Morrel non

avrebbe potuto sostenere tutti i rovesci successivi che l’opprimevano.

Fu dunque grande la meraviglia allorchè vidersi compiere i pagamenti

della fine del mese coll’ordinaria esattezza. Ciò non pertanto nemmen

per questo ritornò fiducia negli animi, e fu giudicato a voce unanime,

che alla fine del venturo mese sarebbe stato depositato il bilancio

del disgraziato armatore. Tutto il mese passò dunque in isforzi

inauditi per parte di Morrel, onde riunire tutte le sue risorse. In

altri tempi le sue cedole, a qualunque data esse fossero, erano prese

con confidenza, ed anzi domandate. Morrel tentò di negoziare delle

cedole colla scadenza di 90 giorni, e trovò tutti i banchi chiusi.

Fortunatamente aveva egli pure qualche incasso, sul quale poteva

contare e questo fu fatto; così si trovò ancora in istato di far

fronte ai suoi obblighi quando giunse la fine di luglio. D’altra parte

il mandatario della casa Thomson e French non era più stato veduto a

Marsiglia. La dimane della sua visita a Morrel era sparito: or siccome

in Marsiglia non aveva avuto a trattare che col Sindaco, coll’Ispettore

delle prigioni, e con Morrel, così il suo passaggio non aveva lasciato

altra traccia che i ricordi diversi che ne conservavano queste tre

persone. In quanto ai marinari del _Faraone_ sembrava che avessero

ritrovato da impiegarsi, poichè essi pure erano spariti.

Il capitano Gaumard rimessosi dalla malattia che lo aveva trattenuto

a Palma ritornò egli pure: esitò a presentarsi al sig. Morrel; ma

questi, saputo il suo arrivo, andò di persona a ritrovarlo. Il degno

armatore sapeva di già pel racconto di Penelon la coraggiosa condotta

che aveva tenuta il capitano durante tutta questa avaria, e si sforzò

di consolarlo. Gli portò l’ammontare del suo soldo, che il capitano

Gaumard non avrebbe certamente osato di andare a riscuotere. Quando

Morrel discese la scala incontrò Penelon che saliva: questi aveva,

a quanto sembrava, fatto un buon uso del danaro, poichè era vestito

tutto di nuovo. Riconoscendo il suo armatore il degno timoniero parve

molto impacciato; si ritirò nell’angolo più lontano del pianerottolo,

masticando il tabacco a diritta e a sinistra, e girando due grossi

occhi spaventati, non rispose che con una timida pressione alla stretta

di mano che gli offerse Morrel colla sua ordinaria cordialità. Morrel

attribuì l’impaccio di Penelon all’eleganza del vestito; era evidente

che non era entrato di proprio conto in tanto lusso; e chiaramente

appariva trovarsi di già impegnato a bordo di un qualche altro

bastimento, e la sua vergogna venivagli da ciò che non aveva, se è

lecito esprimersi così, portato per un tempo maggiore il lutto del

_Faraone_. Forse ancora recavasi dal capitano Gaumard per metterlo a

parte della sua fortuna, e per fargli delle esibizioni per parte del

nuovo padrone.

— Brava gente! disse Morrel allontanandosi, possa il vostro nuovo

padrone amarvi come vi amava io, ed essere più felice di quel che io

non sono!...

Passò il mese d’agosto in tentativi, senza posa rinnovati da Morrel,

per rialzare il suo credito, o per aprirsene un nuovo. Il 20 agosto

seppesi a Marsiglia che aveva preso un posto nella _Malle-Poste_, e

allora tutti opinarono che alla fine del mese verrebbe depositato il

bilancio, e che Morrel era partito prima per non assistere a quest’atto

crudele, delegando senza dubbio il suo primo commesso Emmanuele, e

il cassiere Coclite. Ma contro ogni previsione allorchè giunse il 31

agosto, la cassa si aprì secondo il solito. Coclite apparve dietro la

inferriata, tranquillo come il giusto di Orazio, esaminò colla stessa

attenzione le cedole che gli vennero presentate, e pagò le tratte dalla

prima all’ultima colla stessa esattezza. Vennero parimente presentati

due rimborsi che erano stati preveduti da Morrel, e Coclite li pagò con

la medesima puntualità propria dell’armatore. Nessuno ne capiva niente,

ed i profeti delle cattive notizie con una particolare ostinazione

rimettevano il fallimento alla fine del settembre.

Morrel giunse il primo del mese. Era atteso da tutta la famiglia colla

più grande ansietà: mentre contavano sull’esito del suo viaggio a

Parigi come sull’ultima via di salute.

Morrel aveva pensato a Danglars, in oggi milionario, ed un giorno

suo sottoposto, poichè fu la raccomandazione di Morrel che fece

entrare Danglars al servizio del banchiere spagnuolo presso il quale

aveva cominciata la sua immensa fortuna. Si diceva che Danglars era

possessore di sei ad otto milioni, e che godeva un credito illimitato.

Danglars senza levarsi uno scudo di saccoccia poteva salvare Morrel:

non aveva che a garantire un imprestito, e Morrel era salvato. Morrel

da lungo tempo aveva pensato a Danglars; ma vi sono alcune istintive

ripulsioni di cui non sappiam farci padroni; egli aveva aspettato fino

a che gli era stato possibile, prima di ricorrere a quest’ultimo mezzo.

E ne aveva avuto ragione, poichè ritornava oppresso dall’umiliazione,

e dal rifiuto. Al ritorno non manifestò alcun lamento, non proferì

alcuna recriminazione; aveva stesa la mano amichevolmente ad Emmanuele,

si era chiuso nel gabinetto del secondo piano, e aveva chiesto di

Coclite. Dissero le due donne ad Emmanuele, noi siamo perdute. Quindi,

in un breve conciliabolo tenuto fra di loro, convennero che Giulia

avrebbe scritto al fratello, che era in guarnigione a Nimes, di venire

sul momento. Le povere donne sentivano di avere bisogno di tutte le

loro forze per sostenere il colpo che le minacciava; d’altra parte

Massimiliano Morrel, quantunque nell’età di 22 anni, aveva già una

grande influenza sopra suo padre. Egli era un giovine fermo, e destro.

Al momento in cui si era trattato di abbracciare una carriera, suo

padre non aveva voluto imporgli uno stato, ma aveva consultato il genio

del giovine Massimiliano. Questi allora dichiarò di voler seguire la

carriera militare; aveva per conseguenza fatti degli eccellenti studii,

era entrato per concorso nella scuola Politecnica, e n’era uscito

sottotenente al 53º di linea. Dopo un anno che occupava questo posto,

aveva di già la promessa che alla prima occasione verrebbe nominato

tenente. Nel reggimento, Massimiliano Morrel era citato come il più

rigido osservatore, non solo di tutti gli obblighi imposti al soldato,

ma ancora di tutti i doveri propri all’uomo, e non veniva chiamato

con altro nome, che con quello di stoico. Non fa mestieri dire che la

maggior parte di coloro che lo chiamavano con un tal soprannome lo

ripetevano per averlo inteso dire, ma non sapevano che cosa volesse

significare.

La madre e la sorella il chiamavano in loro soccorso per sostenerle

nella grave congiuntura che sentivano bene di esser prossime ad

incontrare. Esse non si erano ingannate sulla gravità di questa

congiuntura, perchè un momento dopo che Morrel era entrato nel suo

gabinetto con Coclite, Giulia vide uscire quest’ultimo pallido,

tremante, e col viso tutto sconvolto. Ella volle interrogarlo quando le

passò vicino; ma il bravo uomo continuò a discendere la scala con una

precipitazione che non eragli solita, e si contentò di gridare alzando

le braccia al cielo: — Oh! madamigella, madamigella! quale orribile

disgrazia, e chi avrebbe mai creduto questo!

Poco dopo, Giulia il vide risalire portando due, o tre grossi

registri, e un sacchetto di monete. Morrel consultò i registri, aprì

il portafogli, contò le monete. Tutte le sue risorse ascendevano a sei

o ottomila fr. I suoi crediti realizzabili fino al giorno 5, a quattro

o cinque mila; ciò che formava in contante, a dir molto, un attivo di

14 mila fr. per far fronte ad una cambiale di 287,500 fr. Non vi era

neppur mezzo di offrire una simil somma a conto. Però quando Morrel

discese per pranzare, sembrava assai tranquillo: il che spaventò le due

donne assai più che non avrebbe potuto fare il più grande abbattimento.

Dopo pranzo Morrel aveva l’abitudine di uscire; egli andava a prendere

il caffè al circolo dei Phocèens, o a leggere il _Sémaphore_: quel

giorno non uscì, risalì nel suo gabinetto. Quanto a Coclite, sembrava

completamente ebete. Durante una parte del giorno erasi trattenuto in

cortile, assiso sur una pietra, la testa nuda, esposto ad un sole di 30

gradi.

Emmanuele cercava di tranquillare le donne, ma non aveva sufficiente

eloquenza. Il giovine era troppo al corrente degli affari per non

conoscere che una grande catastrofe era imminente sulla famiglia

Morrel. Venne la notte; le due donne vegliarono nella speranza che

Morrel discendendo dal gabinetto sarebbe passato da loro; ma lo

intesero passare dalla loro porta, camminando sulla punta dei piedi,

per timore forse di essere chiamato: tesero le orecchie, e udirono che

entrò in camera sua, e si chiuse a molla per di dentro.

La sig.ª Morrel mandò sua figlia a dormire; quindi, mezz’ora dopo

che Giulia si era ritirata, si alzò, si tolse le scarpe, entrò nel

corridoio affine di vedere dalla serratura ciò che faceva suo marito;

s’accorse allora d’un’ombra che si ritirava. Era Giulia che, inquieta

anch’essa, aveva preceduto sua madre. La giovinetta le andò incontro

dicendole: — Egli scrive. — Le due donne avevano avuto lo stesso

pensiero senza esserselo comunicato. La sig.ª Morrel si abbassò al

buco della serratura. Infatto Morrel scriveva: ma ciò che non vide la

figlia, lo notò la madre; Morrel scriveva sopra carta bollata. Le venne

tosto la terribile idea che facesse il suo testamento; rabbrividì e non

ebbe forza di dire una parola.

La dimane Morrel sembrava perfettamente tranquillo; si fermò allo

scrittoio come d’ordinario, discese a far colazione, solo, dopo pranzo,

fe’ sedere sua figlia a sè vicino, strinse la testa della giovinetta

col suo braccio, e la tenne lungamente contro il petto. La sera, Giulia

disse a sua madre che per quanto in apparenza sembrasse tranquillo,

ella aveva notato che il cuore di suo padre batteva violentemente.

Nello stesso modo passarono gli altri due giorni. Il 4 settembre verso

sera, Morrel chiese a sua figlia la chiave del suo gabinetto. Giulia

rabbrividì a questa domanda che gli sembrò di cattivo augurio. Perchè

dunque suo padre domandavagli questa chiave che ella aveva sempre

avuto, e che non erale mai stata tolta, meno nell’infanzia in quei

giorni in cui volevasi castigare? La giovinetta guardò Morrel: — E che

ho fatto io di male, padre mio, diss’ella, perchè mi riprendiate questa

chiave?

— Niente, figlia mia, rispose lo sventurato Morrel a cui questa

semplice domanda fece sgorgare le lagrime dagli occhi, nulla; solo ne

ho bisogno. — Giulia finse di cercare la chiave. — L’avrò lasciata in

camera mia, diss’ella. — Uscì, ma invece di andare nella sua camera

discese a consigliarsi con Emmanuele. — Non restituite la chiave

a vostro padre, disse questi, e domattina, se è possibile, non lo

lasciate solo un momento. — Ella cercò invano di interrogare Emmanuele,

ma questi non sapeva altro, o non volle dire di più.

Durante tutta la notte del 4 al 5 settembre la sig.ª Morrel restò

coll’orecchio contro la bussola, fino a tre ore del mattino, intese

suo marito camminare con agitazione nella camera; solo dopo le tre si

gettò sul letto. Le due donne passarono insieme il resto della notte.

Fino dalla sera antecedente aspettavano Massimiliano. Alle otto Morrel

entrò nella loro camera: egli era tranquillo, ma gli si leggeva sul

viso pallido e smunto l’agitazione della notte. Le donne non osarono

di chiedergli se aveva riposato bene. Morrel fu più affabile con sua

moglie, più tenero con sua figlia di quel che nol fosse mai stato, egli

non si stancava di guardare ad abbracciare la povera ragazza. Giulia si

ricordò la raccomandazione di Emmanuele, e volle accompagnare il padre

quando uscì, ma questi la respinse con dolcezza, dicendole:

— Resta con tua madre; — Giulia volle insistere. — Io lo voglio, disse

Morrel — Era la prima volta che Morrel diceva a sua figlia: «io lo

voglio!!!» Ma egli lo disse con tale accento di paterna dolcezza, che

Giulia non osò di fare un passo più avanti. Ella rimase allo stesso

posto, ritta, muta ed immobile. Pochi momenti dopo la porta si aprì, ed

ella sentì due braccia che la circondavano ed un bacio che le veniva

impresso sulla fronte. Alzò gli occhi, e mandò un’esclamazione di

gioia. — Massimiliano! fratello mio! gridò ella.

A queste grida la sig.ª Morrel accorse, e si gettò fra le braccia del

figlio. — Madre mia! disse il giovine guardando alternativamente la

madre e la sorella; che avvenne? La vostra lettera mi ha spaventato

e io accorro! — Giulia, disse la sig.ª Morrel, facendo un segno

al figlio, va a dire a tuo padre che è giunto Massimiliano. — La

giovinetta si slanciò fuori dell’appartamento; ma sul primo gradino

della scala incontrò un uomo che teneva una lettera in mano. — Non

siete voi madamigella Giulia Morrel? disse quest’uomo con un accento

italiano il più puro. — Sì, rispose Giulia balbettando; ma che volete?

non vi conosco. — Leggete questa lettera, disse l’uomo, presentandole

il biglietto. — Giulia esitava. — Ne va della salute di vostro padre!

disse il messaggero. — La giovinetta gli tolse il biglietto dalle mani,

poi l’aprì e lesse con ansietà.

«Portatevi in questo medesimo punto ai viali di Meillan, entrate

nella casa N. 15; domandate al portinaro la chiave della camera

del quinto piano; entratevi; prendete sull’angolo del caminetto

una borsa di cordonetto di seta, rossa, recatela subito a vostro

padre. È indispensabile che l’abbia prima delle undici. Voi

mi avete promesso di obbedirmi ciecamente; invoco la vostra

promessa.»

«SINDBAD IL MARINARO»

La giovinetta gettò un grido di gioia, volle interrogare l’uomo che le

aveva rimesso il biglietto, ma questi era già disparso. Ella riportò

allora gli occhi sul biglietto per leggerlo una seconda volta, si

accorse che vi era un post scriptum; e lo lesse.

«È importante che adempiate questa missione in persona, e sola;

se verrete in compagnia o che altri si presenti in vece vostra,

il portinaro vi risponderà che non sa ciò che volete dire.»

Questo _post-scriptum_ fu una forte repressione alla gioia della

giovinetta. Aveva ella a temer qualche cosa? Poteva esser questo un

laccio che le si tendeva? la sua innocenza non le permetteva di sapere

quali erano i pericoli che poteva correre una giovinetta della sua età.

Ma non v’è bisogno di conoscere i pericoli per temerli; anzi vi è una

cosa notevole ed è che si temono precisamente di più i pericoli che non

si conoscono.

Giulia esitò; risolvè di domandar consiglio, ma per uno strano

sentimento non lo chiese nè a sua madre nè a suo fratello, ricorse ad

Emmanuele. Ella discese, gli raccontò l’accaduto nel giorno in cui il

mandatario della casa Thomson e French venne da suo padre; dissegli la

scena della scala, gli ripetè la promessa che aveva fatto, e gli mostrò

la lettera.

— Bisogna andarvi, madamigella, disse Emmanuele.

— Andarvi? mormorò Giulia. — Sì, vi accompagnerò.

— Ma non avete letto che debbo andarvi sola? — Voi sarete egualmente

sola; io vi aspetterò all’angolo della strada Musée, e se tardate in

modo da farmi nascere qualche inquietudine, verrò a raggiungervi, e ve

ne rispondo; disgraziati coloro di cui avrete a lamentarvi! — In tal

modo, Emmanuele, riprese esitando la giovinetta, il vostro consiglio

è che io mi porti a questo invito? — Sì, il messaggero non vi ha detto

che si tratta della salute di vostro padre?

— Ma, finalmente che pericolo corre mio padre? domandò la giovinetta.

— Emmanuele esitò un momento, ma il desiderio che la giovinetta si

risolvesse sul momento e senza ritardo la vinse. — Ascoltate diss’egli,

non è oggi il 5 settembre? — Sì. — Oggi alle undici vostro padre deve

pagare circa 300mila fr. — Sì, lo sappiamo. — Ebbene! disse Emmanuele,

egli non ne ha neppur 15mila in cassa.

— E allora, che avverrà?

— Avverrà che se oggi prima delle undici non ritrova qualcuno che gli

venga in aiuto, vostro padre sarà obbligato, a mezzodì, di dichiararsi

fallito. — Ah! venite, gridò la giovinetta trascinando seco Emmanuele.

In questo mentre la sig.ª Morrel aveva detto tutto a suo figlio. Il

giovine sapeva bene che in conseguenza delle successive disgrazie

sovraggiunte a suo padre, erano state introdotte molte modificazioni

nelle spese di casa; ma non sapeva che le cose fossero giunte a

tal segno. Rimase annichilito; quindi d’un subito si slanciò fuori

dell’appartamento, salì rapidamente le scale credendo di ritrovare

il padre nel gabinetto; ma battè invano. Mentre era alla porta sentì

che quella dell’appartamento si apriva, si volse e vide suo padre.

Invece di risalire direttamente al suo gabinetto, Morrel era rientrato

nella sua camera, e ne usciva allora soltanto; egli mandò un grido di

sorpresa scorgendo Massimiliano, poichè ne ignorava l’arrivo. Rimase

immobile al suo posto, strinse col braccio sinistro un oggetto che

teneva nascosto sotto l’abito. Massimiliano discese sollecitamente

la scala e si gettò al collo di suo padre; ma d’improvviso egli dette

addietro, lasciando soltanto la destra appoggiata al petto di Morrel.

— Padre mio, diss’egli diventando pallido come la morte, e perchè avete

un paio di pistole sotto l’abito?

— Oh! ecco ciò che io temeva, disse Morrel.

— Padre mio... padre mio! in nome del cielo, gridò il giovine, che

volete far di queste armi?

— Massimiliano, rispose Morrel tenendo lo sguardo fisso sul figlio, tu

sei un uomo ed un uomo d’onore; vieni, te lo dirò. — E Morrel salì con

passo sicuro fino al suo gabinetto, mentre che Massimiliano lo seguiva

barcollando: aprì di poi la porta, e la richiuse dopo che fu passato il

figlio, quindi traversò l’anticamera, s’avvicinò allo scrittoio, depose

le pistole sull’angolo della tavola, e mostrò a suo figlio colla punta

del dito un registro aperto; sur esso era fedelmente trasportato lo

stato esatto della sua situazione; Morrel doveva pagare fra mezz’ora

287,500 fr. ed in tutto ne possedeva 15,257.

— Leggi! disse Morrel. — Il giovine lesse e rimase un momento

annientato. Morrel non diceva una parola: che avrebbe egli potuto

dire o aggiungere all’inesorabile decreto delle cifre? — E voi, padre

mio, avete fatto tutto il possibile per prevenire questa disgrazia?

disse dopo breve silenzio il giovine. — Sì, rispose Morrel. — Non

contate sopra alcun rimborso? — No. — Avete esauste tutte le risorse? —

Tutte. — E fra mezz’ora... aggiunse egli con voce cupa, il nostro nome

sarà disonorato? — Il sangue lava il disonore, disse Morrel. — Avete

ragione, padre mio, ora vi comprendo. — Quindi stese la mano verso le

pistole.

— Ve n’è una per voi ed un’altra per me, diss’egli: grazie!

Morrel gli fermò la mano. — E tua madre... e tua sorella... chi le

nutrirà? — Un fremito corse per tutte le membra del giovine. — Padre

mio, diss’egli, pensate che con ciò che mi dite io possa vivere? —

Sì, te lo dico, riprese Morrel, perchè questo è il tuo dovere; tu

hai lo spirito tranquillo e forte, Massimiliano... tu non sei uno dei

soliti uomini; nulla ti comando, nulla io ti ordino, e sol ti dico:

«esamina la situazione come se tu vi fossi straniero, e giudicala da te

stesso.» — Il giovine riflettè un momento, quindi l’espressione della

più sublime rassegnazione passò nei suoi occhi; solo si tolse con un

movimento tristo e lento la spallina e la mozzetta, distintivi del

suo grado. — Sta bene, disse egli tendendo la mano a Morrel, morite in

pace, padre mio, io vivrò. — Morrel fece un movimento per gettarsi alle

ginocchia del figlio. Massimiliano lo raccolse fra le braccia, e per un

momento questi due nobili cuori batterono l’un contro l’altro.

— Tu sai che non è per mia colpa? disse Morrel.

Massimiliano sorrise. — So, padre mio, che siete l’uomo più onesto

che m’abbia mai conosciuto. — Sta bene, è detto tutto: ora ritorna da

tua madre e da tua sorella. — Padre mio, disse il giovine piegando un

ginocchio, beneditemi!

Morrel prese la testa di suo figlio fra le mani, l’avvicinò a sè, e

v’impresse molti baci dicendo: — Oh! sì, sì, ti benedico nel mio nome,

e nel nome di tre generazioni di uomini irreprensibili. Ascolta adunque

ciò che essi ti dicono colla mia voce: l’edifizio che la sventura ha

distrutto, può essere riedificato dalla divina Provvidenza. Sapendomi

morto in questo modo, i più inesorabili avranno pietà di me; a te forse

sarà accordata una dilazione che a me sarebbe stata negata; allora

cerca che la parola infame non sia pronunziata; mettiti all’opera,

lavora, giovine! lotta ardentemente e con coraggio; vivi tu, tua madre,

e tua sorella del puro necessario, affinchè giorno per giorno i beni di

coloro ai quali io devo, si aumentino e fruttifichino fra le tue mani.

Pensa che sarà un bel giorno, un gran giorno, un giorno solenne quello

della riabilitazione, il giorno in cui, da questo stesso scrittoio, tu

potrai dire: «mio padre è morto perchè non poteva fare ciò che ho fatto

io, ma egli è morto tranquillo, perchè morendo sapeva che io lo avrei

fatto.»

— Oh! padre mio, padre mio, gridò il giovine, se pure poteste vivere.

— Se io vivo tutto è perduto: se io vivo, la premura si cambia in

dubbio, la pietà in accanimento; se io vivo, non sono più che un uomo

che ha mancato alla sua parola, che ha fallito i suoi impegni, non ho

più in fine che una bancarotta. Se muoio, al contrario, pensateci bene

Massimiliano, il mio cadavere non è più che quello di un onest’uomo

disgraziato. Vivo, i miei migliori amici evitano la mia casa: morto,

Marsiglia intera mi seguirà piangendo fino all’ultima mia dimora. Vivo,

tu avresti onta del mio nome; morto, puoi alzare la testa e dire ad

alta voce: «sono il figlio di colui che si è ucciso, perchè è stato

costretto di dover per la prima volta mancare alla sua parola.»

Il giovine mandò un gemito, ma parve rassegnato. Era la seconda volta

che la convinzione rientrava nel suo cuore, ma non nel suo spirito. —

Ora, disse Morrel, lasciami solo, e cerca di allontanare le donne. —

Non volete rivedere mia sorella? domandò Massimiliano. — Un’ultima e

sorda speranza era nascosta pel giovine in questo incontro, ecco perchè

lo proponeva. Morrel scosse la testa. — L’ho veduta questa mattina,

diss’egli, e le ho detto addio.

— Non avete voi alcuna raccomandazione particolare da farmi, padre mio?

domandò Massimiliano con voce alterata.

— Sì figlio mio, una raccomandazione sacra.

— Dite, padre mio.

— La casa Thomson e French è la sola che per umanità, o forse per

egoismo (ma non sta a me il leggere nel cuore degli uomini) è la

sola che abbia avuto pietà di me. Il suo mandatario, quello che fra

dieci minuti si presenterà per riscuotere una tratta di 287,500 fr.,

egli, non dirò mi abbia accordato, ma mi ha offerta una dilazione di

tre mesi; questa casa sia rimborsata per la prima, figlio mio, che

quest’uomo ti sia sacro.

— Sì, padre mio, disse Massimiliano.

— Ed ora, anche una volta, addio: disse Morrel; va, va; ho bisogno di

restar solo; troverai il mio testamento nello scrigno della camera da

letto. — Il giovine rimase in piedi ed inerte, senza avere che la forza

della volontà, ma non quella dell’esecuzione. — Ascolta, Massimiliano,

disse suo padre, supponi che io sia un soldato come te, che abbia

ricevuto l’ordine di dar la scalata ad un bastione, e che tu sapessi

che vado incontro ad una certa morte nell’assalirlo, non mi diresti

tu come mi dicevi poco fa: «andate padre mio perchè vi disonorereste

restando, e val meglio la morte che l’onta»?

— Sì sì, disse il giovine, sì; e stringendo convulsivamente tra le

braccia il padre: — Coraggio, padre mio, diss’egli.

E si slanciò verso il gabinetto.

Quando il figlio fu uscito Morrel rimase un momento in piedi cogli

occhi fissi sulla porta, quindi tese la mano, tirò la corda del

campanello e suonò. Di lì a poco, comparve Coclite. Non era più l’uomo

di prima, questi tre giorni di convinzione lo avevano atterrato. Il

pensiero che la casa Morrel sospendeva i pagamenti lo curvava al suolo

più che non avrebbero fatto altri vent’anni accumulati sul suo capo. —

Mio buon Coclite, disse Morrel con un accento di cui sarebbe difficile

dire l’espressione, tu resterai nell’anticamera. Quando verrà quel

signore che venne già or son tre mesi, lo conosci? il mandatario della

casa Thomson e French, verrai ad annunziarmelo. — Coclite non rispose;

fe’ un segno affermativo colla testa, andò a sedersi nell’anticamera

ed aspettò. Morrel ricadde sulla sedia, gli occhi si volsero verso

l’orologio: gli rimanevano ancora sette minuti in tutto; la lancetta

camminava con una rapidità incredibile, gli sembrava vederla andare.

Ciò che in quel momento passò nello spirito di quest’uomo, che,

giovine ancora, in conseguenza di un ragionamento falso in sè stesso,

quantunque tal non sembrasse in apparenza, stava per prepararsi

a dividersi da tutto ciò che di più caro aveva al mondo, e per

abbandonare una vita piena per lui di tutte le dolcezze della famiglia,

è impossibile poterlo spiegare; sarebbe stato mestieri esservi presente

per averne un’idea, la fronte era ricoperta di sudore, e ciò nonostante

rassegnata, gli occhi bagnati di lagrime, ma pur rivolti al cielo.

La lancetta camminava sempre: le pistole erano cariche; allungò la

mano, ne prese una e mormorò il nome di sua figlia; depose l’arma

mortale, prese la penna e scrisse alcune parole. Gli sembrava di

non avere ancora detto abbastanza addio a questa figlia prediletta;

ritornò a guardar l’orologio; egli non contava più i minuti, ma i

secondi. Riprese l’arma colla bocca semi-aperta e gli occhi fissi alla

pendola; poi rabbrividì al rumore che egli stesso faceva nel caricar

l’acciarino. In questo momento un sudore più freddo gli passò sulla

fronte, un’ansia più mortale gli strinse il cuore; intese la porta

delle scale cigolare sui gangheri, aprirsi quella del suo gabinetto;

l’orologio stava per battere le undici. Morrel non si volse, aspettava

che Coclite pronunciasse le fatali parole: «Il mandatario della casa

Thomson e French»; avvicinò l’arme alla bocca... d’improvviso invece

della voce di Coclite intese un grido... era la voce di sua figlia...

si volse allora e riconobbe Giulia; la pistola gli sfuggì di mano.

— Padre mio! gridò la giovinetta ansante, e quasi morente di gioia,

salvato! voi siete salvato! e gli si gettò fra le braccia, alzando in

alto colla mano la borsa di cordonetto di seta rossa.

— Salvato! figlia mia, che vuoi tu dire?

— Sì, salvato! guardate, guardate, disse la giovinetta.

Morrel prese la borsa e rabbrividì, perchè una lontana rimembranza gli

ricordava che quell’oggetto eragli in altro tempo appartenuto. Da una

parte era la cambiale dei 287,500 fr., già _quietanzata_, dall’altra vi

era un diamante della grossezza di una nocciuola con queste tre parole

scritte sopra un po’ di pergamena: «dote di Giulia.»

Morrel si passò la mano sulla fronte: credeva sognare.

Nel medesimo punto l’orologio battè le 11. Il martello battè per lui

come se ciascun colpo avesse ripercosso sul cuore. — Raccontami, figlia

mia, diss’egli, spiegati. Ove ritrovasti tu questa borsa? — Nella casa

N. 15 dei viali di Meillan, sull’angolo di un caminetto di una meschina

cameretta del quinto piano.

— Ma, gridò Morrel: questa borsa non è tua.

Giulia presentò allora a suo padre la lettera che aveva ricevuta la

mattina. — E sei andata sola in quella casa? disse Morrel dopo averla

letta.

— Emmanuele mi accompagnava, egli doveva aspettarmi all’angolo della

strada _Museé_; ma cosa strana, al mio ritorno non v’era più.

— Sig. Morrel? gridò una voce dalle scale, sig. Morrel!

— Questa è la sua voce, disse Giulia. Nel medesimo tempo entrò

Emmanuele col viso sconvolto dalla gioia e dalla emozione. — Il

_Faraone!_ gridò egli; il _Faraone!_

— Ebbene che, il _Faraone_! siete pazzo, Emmanuele? sapete bene che

colò a fondo.

— Il _Faraone_,! signore, il fanale ha dato il segnale del _Faraone_!

il _Faraone_ entra in questo momento nel porto.

Morrel ricadde sulla sedia; le forze gli mancarono; la sua intelligenza

non era capace ad ordinare questa serie di avvenimenti incredibili,

inauditi e favolosi. Suo figlio entrò a sua volta. — Padre mio, gridò

Massimiliano, che dicevate dunque che il _Faraone_ era perduto? il

fanale lo ha segnalato, ed entra in porto in questo momento. — Amici

miei, disse Morrel, se ciò fosse, bisognerebbe credere ad un miracolo!

Ma è impossibile! impossibile!

Tuttociò, quantunque sembrasse incredibile, era pur vero, la borsa che

teneva in mano, la cambiale _quietanzata_, ed il magnifico diamante.

— Ah! signore, disse Coclite a sua volta, e che vuol dir questo? il

_Faraone_! — Andiamo, figli miei, disse Morrel alzandosi, andiamo

a vedere, che il cielo abbia pietà di noi se questa fosse una falsa

nuova. — Essi discesero; a metà delle scale aspettava la sig.ª Morrel;

la poveretta non aveva avuto il coraggio di salire. In un momento

furono alla Cannebière. Una gran folla era sul porto. Tutta questa

folla si divise per lasciar libero il passaggio alla famiglia Morrel.

— Il _Faraone_! il _Faraone_! dicevasi da ogni lato, da ogni bocca.

Infatto cosa maravigliosa, inaudita, dirimpetto alla torre S. Giovanni

un bastimento portava sulla poppa queste parole scritte a grandi

lettere bianche «_Faraone: Morrel e figlio di Marsiglia_» Questo

bastimento era assolutamente della stessa portata e della stessa

forma dell’altro _Faraone_, ed era carico egualmente d’indaco e di

cocciniglia, gettò l’ancora, ammainò le vele; sul ponte il capitano

Gaumard dava i suoi ordini, e Penelon faceva segnali a Morrel. Non

v’era più da dubitarne, eravi la testimonianza dei sensi, e quella di

diecimila e più persone. Mentre Morrel e suo figlio si abbracciavano

fra gli applausi di tutta la città, testimone di questo prodigio,

un uomo, il cui viso era per metà coperto da una barba nera, e che,

nascosto dietro il casotto di una sentinella, contemplava questa scena

di tenerezza, mormorava queste parole: — Nobil cuore, sii felice; sii

benedetto per tutto ciò che ancora farai, e la mia riconoscenza resti

nell’oscurità come il tuo benefizio.

E con un sorriso che rivelava la gioia e la felicità, abbandonò il

luogo dove si era nascosto, e senza essere osservato da alcuno, tanto

tutti erano occupati dell’avvenimento della giornata, discese una

di quelle piccole gradinate che servono di scalo, e chiamò — Jacopo!

Jacopo! Jacopo!

Allora un battello venne a lui, lo ricevette a bordo, e lo trasportò

ad un _yacht_ riccamente guarnito, sul ponte del quale ei balzò colla

leggerezza d’un marinaro; di là, guardò ancora una volta Morrel, che

piangendo di gioia distribuiva amichevoli strette di mano a tutta

quella folla, ringraziando con uno sguardo singolare l’invisibile

benefattore che gli sembrava dover cercare in cielo. — Ora, disse

l’uomo sconosciuto, addio bontà, addio umanità, addio riconoscenza...

addio a tutti quei sentimenti che inteneriscono il cuore!...

A queste parole fe’ un segnale, e, come se non avesse atteso che ciò

per partire, il _yacht_ prese tosto il mare.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 41 / 140 题