«Guido _Spada_.
— Ebbene! capite finalmente? disse Faria.
— È la dichiarazione di Guido Spada, è il testamento che fu cercato per
sì gran tempo, disse Edmondo ancora incredulo.
— Sì, mille volte sì.
— E chi l’ha ricostruito in tal modo?
— Io che coll’aiuto del frammento restato, ho indovinato il resto
misurando la lunghezza delle linee con quella della carta e penetrando
nel senso nascosto col mezzo visibile, come uno si guida in un
sotterraneo con un residuo di luce che gli venga dall’alto.
— E che faceste quando avete creduto di acquistare questa cognizione?
— Voleva partir subito, ed anzi sono partito sul momento, portando meco
il principio della mia grand’opera filosofica, ma la polizia imperiale
che conosceva i miei principi teneva gli occhi aperti sopra di me. La
mia partenza precipitata, della quale non poteva conoscere la causa,
svegliò dei sospetti, e al momento in cui io stava per imbarcarmi a
Piombino, venni arrestato... Ora, continuò Faria, guardando Dantès con
un’espressione quasi paterna, ora, amico mio, voi ne sapete quanto me.
Se noi ci salviamo insieme la metà del mio tesoro è vostra; se io muoio
qui, e che voi vi salviate solo, vi appartiene in totalità.
— Ma, domandò Dantès con esitazione, questo tesoro non ha egli nel
mondo possessori più legittimi di noi?
— No, no, rassicuratevi; la vera famiglia Spada è estinta
compiutamente. D’altra parte l’ultimo dei conti Spada mi ha dichiarato
suo erede, e nel lasciarmi per legato questa Bibbia simbolica mi ha
pur lasciato tutto ciò che conteneva. No, no, tranquillizzatevi, se noi
un giorno potremo metter le mani sopra questa fortuna, potremo goderne
senza rimorsi.
— E dite voi che questo tesoro racchiude...
— Due milioni di scudi romani, circa 13 milioni di franchi.
— Impossibile! disse Dantès, spaventato dall’enormità della somma.
— Impossibile e perchè? rispose il vecchio. La famiglia Spada era una
delle più antiche e delle più possenti famiglie del secolo XV. D’altra
parte in quei tempi, in cui era sospesa ogni speculazione ed ogni
industria, non erano rari questi ammassi di oro e di pietre; anche
oggi giorno in Roma vi sono delle famiglie che muoiono di fame, e che
hanno quasi un milione in diamanti e pietre preziose trasmesse per
maggiorasco, che non possono essere alienate.
(Edmondo che credeva sognare, ondeggiava fra l’incredulità e la gioia).
— Io non ho custodito per sì lungo tempo tal segreto con voi, continuò
Faria, se non perchè prima volessi mettervi alla pruova e poi farvi una
sorpresa. Se noi fossimo evasi prima del mio accesso di catalessi, vi
avrei condotto a Monte-Cristo; ora, aggiunse egli con un sospiro, siete
voi che mi condurrete.... Ebbene! Dantès, non mi ringraziate?
— Questo tesoro è vostro, amico mio, disse Dantès; egli appartiene
a un solo, ed io non vi ho alcun diritto; io non sono neppure vostro
parente.
— Voi siete mio figlio, Dantès! gridò il vecchio, voi siete il figlio
della mia prigionia. Dedito interamente agli studi, mi era condannato
al celibato; Dio vi ha inviato a me per consolare l’uomo che non è
stato padre, e il prigioniero che non poteva esser libero. — E Faria
tese il braccio che gli restava, al giovine, che gli si gettò al collo
piangendo.