XVIII. — IL TESORO.

Allorchè Dantès la dimane rientrò nella camera del suo compagno di

prigionia, trovò Faria assiso, col viso sereno sotto il raggio che

penetrava attraverso la stretta finestra della sua cella. Egli teneva

aperto nella mano sinistra, la sola di cui gli era rimasto l’uso, un

po’ di carta che per l’abitudine di restare avvolta sempre nello stesso

modo aveva preso la forma di un cilindro ribelle a stendersi, e ch’ei

mostrò a Dantès senza dire una parola.

— Che è ciò? domandò questi.

— Guardate bene, disse Faria sorridendo.

— Io lo sto osservando attentamente, disse Dantès, ma non vedo altro

che un po’ di carta mezzo bruciata e sulla quale sono tracciati dei

caratteri gotici con un inchiostro particolare.

— Questa carta, amico mio, disse Faria, è, ora ve lo posso confessare

perchè vi ho sperimentato, questa carta è il mio tesoro, di cui da

questo momento la metà è vostra!

Un freddo sudore passò sulla fronte di Dantès. Fino a quel giorno, e

per uno spazio sì lungo di tempo, egli aveva sempre evitato di parlare

a Faria di questo tesoro, origine dell’accusa di pazzia che gravava sul

povero amico. Colla sua istintiva delicatezza, Edmondo aveva preferito

di non toccare questa corda dolorosa; e Faria per sua parte si era

taciuto; egli aveva preso il silenzio del vecchio per un ritorno alla

ragione. Or quelle poche parole sfuggite a Faria, dopo una crisi così

penosa, sembravano annunziare una grave ricaduta d’alienazione mentale.

— Vostro tesoro, balbettò Dantès. — (Faria sorrise).

— Sì, diss’egli; in ogni occasione voi siete un nobil cuore, Edmondo, e

dal vostro pallore e dal vostro fremito comprendo ciò che passa per la

vostra mente in questo punto. No, siate tranquillo, io non sono pazzo,

questo tesoro c’è, Dantès, e se non mi è stato concesso di possederlo,

voi lo possederete in mia vece. Nessuno ha voluto darmi ascolto, nè

aggiustarmi fede perchè fui giudicato pazzo; ma voi dovete sapere che

tal non sono, ascoltatemi, e dopo credetemi se vi piace.

— Ahimè! mormorò Edmondo fra sè stesso, il malato ricade; mi mancava

questa disgrazia. Indi alzando la voce:

— Amico mio, diss’egli a Faria, il vostro accesso forse vi ha stancato,

non vorreste un po’ di riposo? domani se voi così desiderate, sentirò

la vostra istoria; ma oggi pensate alla vostra salute; d’altra parte

continuò egli sorridendo, un tesoro non deve ora importarci gran fatto.

— Deve importarci moltissimo, Edmondo, rispose il vecchio, chi sa

che domani o doman l’altro non giunga il terzo accesso; allora tutto

sarebbe finito... Sì, è vero, io qualche volta ho pensato con un amaro

piacere a queste ricchezze che farebbero la fortuna di dieci famiglie;

perdute per coloro che mi perseguitano: quest’idea mi serviva di

vendetta ed io l’assaporava lentamente nella oscurità della mia segreta

e nella disperazione della mia prigionia: ma ora che vi vedo giovine

e pieno di speranza, ora che penso a tutto quel che può resultarne

di felicità a voi in conseguenza della mia rivelazione, io fremo pel

ritardo, e tremo di non potere assicurare un proprietario tanto degno

quanto voi il siete a queste immense ricchezze nascoste.

(Edmondo volse altrove la testa sospirando).

— Voi persistete nella vostra incredulità, Edmondo, continuò Faria;

la mia voce non vi ha convinto. Vedo che vi abbisognano delle prove.

Ebbene leggete questo foglio che non ho fatto mai vedere ad alcuno.

— Domani, amico mio, disse Edmondo, bramando schivarsi a secondare la

follia del vecchio. Io credeva che fosse già stabilito fra noi di non

parlarne che domani?

— Ebbene, ne parleremo domani, ma oggi leggete questo foglio.

— Non l’irritiamo di più, pensò Edmondo. E prendendo la carta di

cui mancava la metà, che sembrava essere stata consunta da qualche

accidente, egli lesse...

— Ebbene? disse Faria, quando il giovine ebbe finita la lettura.

— Ma, rispose Dantès, non leggo che righe troncate, che parole senza

senso; i caratteri sono interrotti dall’azione del fuoco e restano

inintelligibili.

— Per voi, amico mio, che li leggete per la prima volta, ma non per me

che vi ho impallidito sopra per ben molte notti, e che ho ricostruita

ogni frase, e compiuto ogni pensiero.

— E credete aver ritrovato questo senso troncato?

— Ne son sicuro; ne giudicherete da voi stesso; ma dapprima ascoltate

la storia di questa carta.

— Silenzio! gridò Dantès; dei passi!... qualcuno si avvicina... io

parto... addio! e Dantès, fortunato di poter fuggire alla storia ed

alla spiegazione che non gli avrebbero che maggiormente confermato la

infelicità del suo amico, fuggì per lo stretto andito, nel mentre che

Faria acquistando una specie di attività dal terrore, spinse col piede

la pietra che ricuoprì colla stoia, a fine di nascondere allo sguardo

la mancanza di continuità che non era stato in tempo di fare sparire.

Era il governatore che, essendo stato avvisato dal carceriere

dell’accidente di Faria, veniva ad assicurarsi da sè stesso della sua

gravità. Faria lo ricevette assiso, evitò qualunque gesto che potesse

metterlo a rischio, e riuscì a nascondere al governatore che egli era

stato colpito da una paralisi, che aveva fatta morta una metà della

sua persona. Il suo timore si era che il governatore mosso a pietà di

lui, non volesse farlo trasportare in una prigione più sana e non lo

separasse in tal modo dal suo giovine compagno: ma fortunatamente non

fu così: il governatore si ritirò convinto che il povero pazzo pel

quale sentiva nel fondo del cuore un po’ di affezione, non era affetto

che da una leggiera indisposizione.

In questo tempo, Edmondo, assiso sul letto e colla testa fra le

mani, cercava di riordinare le sue idee; dacchè conosceva Faria avea

sempre scorto in lui tanta ragione, e tanta logica, che non poteva

comprendere come questa suprema saggezza su tutti i punti, potesse

poi collegarsi coll’alienazione di mente sopra un sol punto: era Faria

che s’ingannava sul suo tesoro? o erano gli uomini che s’ingannavano

sul conto di Faria? Dantès restò nella sua cella tutto il giorno, non

osando ritornare a visitare il suo amico. Egli cercava di allontanare

così il momento in cui avrebbe acquistata la certezza che il compagno

era pazzo; questa convinzione doveva essere spaventosa per lui. Ma

verso sera, dopo l’ora dell’ordinaria visita, Faria, non vedendo più

ritornare il giovine, tentò di superare lo spazio che lo divideva da

lui. Edmondo rabbrividì sentendo gli sforzi dolorosi che faceva il

vecchio per trascinarsi: la gamba era inerte: egli non poteva aiutarsi

che con un sol braccio: fu perciò obbligato di tirarlo a sè, poichè

certamente non sarebbe riuscito ad uscire solo per la stretta apertura

che metteva nella camera di Dantès. — Eccomi implacabilmente risoluto a

perseguitarvi, disse con un sorriso raggiante di benevolenza; voi avete

creduto potere sfuggire alla mia munificenza, ma ciò non vi ha servito

a niente. Ascoltatemi adunque. — Edmondo vedendo che non poteva più

evitarlo, fece sedere il vecchio sul letto, e si pose vicino a lui sul

suo sgabello. — Voi sapete, disse Faria, che io era il segretario, il

famigliare, l’amico del conte Spada, l’ultimo dei principi di questo

nome. Io devo a questo degno personaggio tutto ciò che ho provato di

felicità in questa vita. Egli non era ricco, benchè le ricchezze di sua

famiglia fossero proverbiali, e che abbia spesse volte inteso dire:

_ricco come uno Spada_. Ma egli, come la pubblica voce, viveva sotto

questa riputazione di opulenza; il suo palazzo fu il mio Eden. Educai i

suoi nipoti che morirono, e allora io dedicandomi con devozione a tutte

le sue volontà, cercai rendergli quel che aveva fatto per me da dieci

anni. La casa del conte non ebbe più segreti per me, io aveva soventi

volte visto lo Spada scartabellare dei libri antichi, e sfogliare

avidamente dei manoscritti antichi di famiglia tutti ricoperti di

polvere. Un giorno che io gli rimproverava queste inutili veglie, e

la specie di abbattimento che le seguiva, egli mi guardò sorridendo

amaramente, e mi aprì un libro che era la storia d’Italia. Al capitolo

XX della medesima stava scritto:

«Cesare Borgia prese d’assalto Sinigaglia, che apparteneva a Francesco

Maria della Rovere; il giorno stesso della vittoria, chiamò a pranzo

tutti i condottieri del suo esercito, ed a seconda che entravano nella

sala del convito, non avendo più bisogno di loro e temendo qualche

lega che potesse inceppargli la vittoria nella Romagna, fece a tutti

l’un dopo l’altro tagliar la testa sul limitare della porta. Così morì

Vitellozzo Vitelli signore di Città di Castello, Oliverotto signore

di Fermo, Paolo Orsini Duca di Gravina, Francesco di Todi, Guido Spada

ecc.»

«Dopo questa lettura, egli mi favellò così:

«Guido Spada non aveva potuto disimpegnarsi dal collegare le sue

bande con quelle di Cesare Borgia, quando si portò ad invadere la

Romagna, temendo che un rifiuto non solo gli potesse costar la vita,

ma la perdita di quegl’immensi beni di cui era ritenuto possessore,

e che, conservava colla più grande importanza per trasmetterli ad un

nipote che amava qual figlio. Quando Guido Spada, dopo la vittoria di

Sinigaglia, ricevette l’invito al pranzo di Borgia egli sospettò il

tradimento che veniva ordito, ed accorgendosi omai che ancorchè non

fosse andato al convito la sua vita era sempre in balia del Borgia

trovandosi in mezzo alle sue genti, si limitò a spedire un messaggio

al nipote in Roma per avvertirlo del luogo ove egli teneva il suo

testamento. Il messaggiero, la cui partenza era stata spiata, fu ucciso

in cammino, ma non gli fu ritrovato altro foglio se non che uno scritto

dello Spada in cui diceva: «Lascio al mio nipote amatissimo le mie

stoviglie ed i miei libri, fra i quali la mia Bibbia ad angoli d’oro

desiderando ch’egli la conservi quale ricordo del suo affezionatissimo

zio.»

«Gli eredi cercarono in ogni luogo, ammirarono la Bibbia, fecero man

bassa sui mobili, e si meravigliarono che Spada, l’uomo ricco, non

fosse in effetti che il più miserabile degli zii; nessun tesoro fu

rinvenuto, se pure non vogliansi chiamare tesori le scienze racchiuse

nella biblioteca e nel laboratorio chimico.

«Il messaggiero che era stato assassinato in viaggio, ebbe tempo prima

di morire, di dire ad un sacerdote, che prestavagli gli ultimi uffici

di religione innanzi la chiesetta presso la quale fu aggredito, che

facesse sapere al nipote di Guido Spada in tutta secretezza, che vi

avrebbe certamente trovato il testamento. Il sacerdote eseguì questo

estremo desiderio del trafitto: e fu dopo questo annunzio che si

raddoppiarono più attivamente ancora le ricerche: ma tutto fu invano.

Non restarono al nipote che due palazzi, ed una villa dietro al

Palatino, ed un migliaio circa di scudi in argenteria, ed altrettanto

in moneta contante. La famiglia Spada non riprese più il lustro di

prima e rimase dubbia la loro fortuna; un mistero eterno pesò sopra

questa faccenda, e la pubblica fama fe’ credere, che Cesare Borgia

avesse ritrovato i tesori della famiglia Spada nella tenda di Guido

sotto le mura di Sinigaglia.»

— Fin qui, interruppe Faria, sorridendo, non vi sembrerà che questo

racconto sia privo di senno?

— Oh! amico mio, disse Dantès, mi sembra, al contrario, di leggere una

cronaca importantissima, continuate.

— La famiglia si accostumò a questa oscurità, gli anni si successero.

Fra i discendenti, alcuni furono soldati, altri diplomatici; alcuni

furono ecclesiastici, altri banchieri; alcuni si arricchirono, altri

finirono di rovinarsi. Ma veniamo all’ultimo della famiglia, a quello

di cui io fui segretario, al conte Spada. Io lo aveva spesso sentito

lamentarsi della sproporzione del suo grado colla sua fortuna, per cui

lo aveva consigliato di porre i pochi beni che gli restavano in rendita

vitalizia; ascoltò il mio consiglio, e per tal modo raddoppiò le sue

rendite. La famosa Bibbia ad angoli d’oro era rimasta in famiglia, ed

il conte Spada la possedeva: fu conservata di padre in figlio, perchè

la clausola bizzarra del solo testamento che si conobbe, ne aveva

formata una vera reliquia custodita con una superstiziosa venerazione

in famiglia. Era quel libro illustrato da magnifiche miniature gotiche

e così pesante per l’oro, che vi voleva un leggio per poterne far uso.

Alla vista delle carte di ogni specie, titoli, contratti, pergamene,

che venivano custodite negli archivii della famiglia e che derivavano

da Guido Spada, io mi misi a mia volta al par di venti servitori,

di venti intendenti e venti segretarii che mi avevano preceduto, ad

esaminare queste filze formidabili. Ad onta dell’attività e della

precisione delle mie ricerche, io non ritrovai assolutamente niente.

Frattanto aveva letta ed anche scritta una storia esatta delle

effemeridi della famiglia Borgia, nel solo scopo di assicurarmi se

fosse stata aggiunta alla famiglia di questi Principi qualche gran

fortuna dopo la morte di Guido Spada, e mai non potei osservare altro

se non l’addizione dei beni degli altri condottieri con lui decollati,

che furono ben presto esauriti nelle guerre della Romagna.

«Ero dunque quasi sicuro che nè Cesare Borgia, nè la sua famiglia si

erano impadroniti delle immense fortune di cui si credevano possessori

gli Spada, ma che queste, se pur vi erano, rimasero senza padrone,

come quei tesori delle favole arabe che dormono nel seno della terra,

sotto la custodia di un genio. Io sfogliai, contai, calcolai le mille

e mille volte le rendite e le spese della famiglia da trecento anni

in poi, e tutto fu inutile. Confrontai questi calcoli colle spese e le

rendite prima dell’avvenimento di Guido, e vi trovai una incalcolabile

differenza; ciò nonostante tutto riuscì inutile, io restai nella mia

ignoranza ed il conte Spada nella sua miseria.

«Il mio padrone morì. Dal suo contratto vitalizio egli non aveva

eccettuate che le sue carte di famiglia, la biblioteca composta di

cinque mila volumi e la famosa Bibbia; mi lasciò legatario di tutto

questo, unitamente ad un migliaio di scudi romani che possedeva

in denaro contante colla condizione di fargli dire delle messe

nell’anniversario della sua morte, di formare un albero genealogico

della sua famiglia e di scrivere una storia della medesima, il che ho

fatto esattamente...

«Tranquillizzatevi, Edmondo, ci accostiamo alla fine.

«Nel 1807, un mese prima del mio arresto, e quindici giorni dopo la

morte del conte Spada, era il 25 di dicembre, (vedrete in breve in

qual modo questa data memorabile mi sia rimasta in mente) io rileggeva

per la centesima volta queste carte che metteva in ordine, perchè

appartenendo oramai il palazzo ad uno straniero, io stavo per lasciare

Roma e stabilirmi a Firenze portando meco una certa quantità di

libri, la mia biblioteca e la famosa Bibbia, allorchè stanco da questo

continuo studio, e indisposto per un pranzo indigesto, lasciava cadere

la testa sopra le mani e mi addormiva. Erano tre ore dopo mezzogiorno:

mi svegliai; la pendola batteva le sei: alzai la testa e mi trovai

nella più profonda oscurità. Suonai perchè mi si portasse il lume, non

venne alcuno. Risolvetti allora di servirmi da me; quest’era d’altra

parte un’abitudine da filosofo che mi abbisognava di adottare. Presi

con una mano la bugìa che era sul tavolo, coll’altra non ritrovando

solfanelli cercai un po’ di carta che mi avvisava di accendere ad

un resto di fuoco rimasto nel caminetto; ma nell’oscurità temendo

di prendere una carta preziosa invece di un foglio inutile, esitai;

allora mi risovvenni di aver veduto nella famosa Bibbia che era sulla

tavola, vicino a me, un vecchio foglio tutto ingiallito che sembrava

aver servito di segno al luogo ove si cessava la lettura, e che aveva

traversato i secoli, mantenuto al suo posto dalla venerazione degli

eredi. Io cercai a tastoni quest’inutil foglio, lo trovai, lo contorsi,

lo presentai alla fiamma moribonda e lo accesi; ma sotto le dita,

come per magìa, a seconda che il fuoco saliva io vidi dei caratteri

giallastri uscir dalla carta e comparire sul foglio. Allora fui preso

da terrore; serrai fra le mani il foglio, spensi il fuoco, accesi la

bugìa alla bracia; riaprii con indicibile emozione il foglio ripiegato,

e riconobbi che un inchiostro misterioso e simpatico aveva tracciato

quelle lettere apparse soltanto al contatto del vivo calore; poco più

di un terzo del foglio era stato consumato dalla fiamma. Egli è quel

foglio che voi avete letto questa mattina. Rileggetelo Dantès; poi

quando lo avrete riletto io vi compierò le frasi interrotte e il senso

incompiuto; — e Faria, trionfante, aprì il foglio a Dantès che questa

volta lesse avidamente le parole seguenti, tracciate con un inchiostro

color di ruggine;

«Essendo costretto per lo mio me

di seguire in un con le

gia nella guerra di Romagna, e

parato a qualunque tradimento p

cipe, dichiaro a mio nipote

erede universale che ho

per aver visitato con me

isola di Monte-Cristo, tutto quanto

preziose, diamanti, argenterie

per il valore circa di due

troverà passando la ventesima

dell’Est in linea retta. Due aper

in queste grotte il tesoro sta nell’angolo

qual tesoro lascio a lui e cedo

solo erede.»

«28 _Marzo_ 1492.

«Guid

— Ora, riprese Faria, leggete quest’altra carta. — E presentò a Dantès

un altro foglio, con altri frammenti di righe.

— Adesso, diss’egli, veduto Dantès che aveva letto fino all’ultima

linea, ravvicinate i due frammenti, e giudicate.

Dantès obbedì, ravvicinati i due frammenti, davano il seguente assieme.

«Essendo costretto per lo mio me_glio_

di seguire in un con le _mie genti Cesare Bor

gia_ nella guerra di Romagna, e _dovendo essere pre_

parato a qualunque tradimento p_er parte di questo prin_

cipe, dichiaro a mio nipote _Giulio Spada, mio_

erede universale, che ho _nascosto in una direzione che egli conosce,_

per aver visitato con me, _cioè nell’_

isola di Monte-Cristo, tutto quanto _io possedo in pietre_

preziose, diamanti, argenterie, _che solo io conosco questo tesoro_

per il valore circa di due _milioni di scudi romani, e che egli_

troverà passando la ventesima _pietra della roccia a partirsi dal seno_

dell’Est in linea retta. Due aper_ture sono state praticate_

in queste grotte; il tesoro sta nell’angolo

_più lontano della seconda, il_

qual tesoro lascio a lui e cedo _in tutto come mio_

solo erede.»

Il Conte di Monte-Cristo · 第 27 / 140 题