II.

La neve copriva gli alti pini del Gariglione come una immensa tettoia

bianca su un fosco edifizio di nere colonne l’una alle altre allacciata

dai folti roveti. Nel mezzo del bosco si stendeva una radura, che per

capriccio del caso formava un’ampia rotonda alla quale mettevan capo

gli innumeri viottoli del bosco sol dai pochi conosciuti che avevano

avuto l’ardire di avventurarsi in esso ove l’estate non penetrava

raggio di sole e d’inverno fiocco di neve, così intricati e densi

erano i rami dei pini secolari. Era quello un tempo la sacra foresta,

nella immensa foresta abitata da esseri misteriosi e terribili che ne

vietavano l’accesso ai mortali. I taglialegne e coloro che intendevano

ad estrar la pece e la resina si arrestavano presso al sacro ed

impenetrabile luogo, poichè i temerari che avevano osato mettervi il

piede non erano più tornati ai loro tuguri.

All’epoca in cui si svolge questa storia se non si credeva più che

vi abitassero gli Dei degli antichi Bruzi, si teneva per fermo che

vi tenessero le loro tregende i demoni dell’inferno che non meno

gelosamente ne custodivano l’accesso, e non meno ferocemente punivano

i temerari che vi si avventurassero. Gli spregiudicati però che non

temevano i demoni se ne tenevano lontano sapendolo ricettacolo di lupi

feroci ed anche perchè ben difficile sarebbe stato il ritrovar la via

del ritorno nel viluppo inestricabili dei roveti. All’epoca degli

Spagnuoli, Marco Berardi, gentiluomo venuto in odio al Governatore

perchè si era fieramente opposto al Tribunale della Sacra Inquisizione

che ei voleva istituire nelle nostre provincie, e che si era già

istituito col condannare al rogo due povere femminelle accusate

di stregoneria, raccolti intorno a sè ben cinquecento montanari,

accovatosi in quel bosco impenetrabile aveva tenuto in iscacco

gli agguerriti reggimenti spagnuoli che non poterono mai domarlo e

dovettero limitarsi a bloccarlo, onde egli preferì morire di fame con

l’amante in una caverna di quel bosco anzichè arrendersi all’odiato

straniero. Ora l’insipienza dei moderni reggitori ha permesso che la

scure diradasse il sacro bosco, che le altre dominazioni reputate

barbare avevano rispettato, e fra i tanti danni della presente

dominazione bisogna annoverare anche un tal sacrilego disboscamento

causa delle alluvioni incessanti.

In un angolo della radura si elevava un baraccato di vecchie tavole

sconnesse che da secoli molti avevano resistito alle furie del vento

ed all’imperversar delle lunghe nevicate. Fin dal mattino sbucando dal

bosco, a brigatelle, a gruppi, alcuni a cavallo, ma tutti armati, più

che un centinaio di montanari che l’abito diverso diceva appartenere

a questa o a quella delle provincie del Regno si affollavano intorno

al baraccato, e il bosco che da gran tempo al certo non aveva inteso

parola umana, risuonava di voci, nelle quali si riconosceva il molle

dialetto pugliese, l’aspro basilisco ed il reggino che aveva un

marcato accento siciliano. L’aria era limpida; l’uragano degli scorsi

giorni aveva spazzato le nubi e il sole sulle nevi del bosco ne traeva

scintille che facevan lieto alla vista il paesaggio d’ordinario così

cupo. Era una di quelle giornate in cui lo spirito si ricrea nella

pace ammirando anche nelle cose la vita universale che ripullula dalla

morte: i pini giganti che eran venuti su lentamente attraverso i secoli

avevano la maestà della vecchiezza che ha visto l’avvicendarsi delle

serenità e delle tempeste nella immutabilità del destino universale,

mentre ai loro piedi la umana verminaia brulica punta dalle passioni

che or su or giù la menano.

Ad ogni brigatella che usciva dal bosco se la folla riconosceva da

lontano qualcuno in essa, eran grida ed urli e batter di mani, tanto

più fragorosi quanto più i nuovi venuti avessero acquistato fama

o nell’impresa del Cardinale o in qualche propria impresa. E che

fisonomie truci ed ardite, che aria spavalda, che aspetti di uomini

a cui finalmente sorrideva la fortuna! Ogni brigatella avea portato

seco di che banchettare; nel fondo del baraccato alcuni volenterosi

avevano improvvisata la cucina che consisteva in un largo fosso nel

quale avevano ammucchiato della legna a cui avevan dato fuoco sicchè

le fiamme si elevavano fumose mentre alcuni montanari attendevano

a infarcir d’erbe alcune pecore e capre allora allora sgozzate che

dovevano arrostir tutte intere in quel fosso dopo che se ne fosse

stato estratta la brace, la quale poi si sarebbe accumulata sopra il

terriccio che doveva chiudere il fosso. Ogni nuovo venuto metteva le

sue provviste nel mucchio dei pani, dei formaggi, dei fiaschi col vino.

— Mi par d’essere tornato fanciulletto, allorchè andavo a scuola dal

parroco. Facevamo così la scialatella — disse un barbuto omaccione

che non aveva deposto le armi e se ne stava a contemplare coloro che

attendevano alla cucina.

— A quale scuola sei mai tu andato, a quella degli arraffatutto?

— gli rispose un bel giovanotto, che il frigio berretto posto di

sghembo indicava per abitante della marina. Però i capi delle diverse

brigatelle, che eran venuti quasi tutti a cavallo, smontati e lasciando

all’aperto i seguaci erano entrati nella baracca dal punto opposto in

cui ardeva il fuoco, visibilmente soddisfatti dell’accoglienza che

tutta quella gente aveva lor fatto; e raccolti in crocchio si eran

messi a confabulare, interrotti di tanto in tanto dalle grida e dai

battimani che annunziavano un nuovo venuto.

— Ci siam tutti? — disse infine Parafante voltosi agli altri che già

quella notte erano convenuti nella riunione indetta dalla Regina.

— Dei nostri parmi non manchi nessuno, ma veggo anche delle fisonomie

nuove — rispose Benincasa.

— Son quelli che lavorano per loro conto: ho visto Taccone di

Basilicata, il Boia, il Caporale, che mentre noi facevamo alle

schioppettate insieme coi Turchi e coi Russi, facevano i loro affari

comodamente.

— Pare dunque che si sia fatto d’ogni erba fascio?

— Pare anche a me.

— Io non ne voglio di codesta gente al mio comando — disse

Francatrippa. Poi soggiunse, come se la cosa non potesse essere

discussa. — Credo che mi tocchi il grado di generale!

— Diavolo, lo credo anch’io — rispose Spaccaforno che si era unito al

capannello. — Io, del resto, me lo son preso da me.

— E per conferire i gradi ci han qui raccolti? Certo non per altro. I

Francesi son già entrati a Napoli e già due reggimenti si son messi in

marcia per le Calabrie.

— Bisogna dunque non perder tempo.

— Io ho già la mia gente raccolta: con me ho portato soltanto i

sottocapi.

— Bisognerebbe dunque nominare il generale supremo — disse Parafante

con aria sbadata — che assuma la direzione della guerra.

— È quello che ho detto anche io: un generale in capo che abbia

autorità su tutti gli altri generali.

E Francatrippa in ciò dire guardò negli occhi i compagni, ciascuno dei

quali pareva covasse un suo segreto pensiero.

— E regolasse specialmente la divisione del... come si dice?... del

bottino di guerra — aggiunse Spaccaforno. — E perciò bisogna che il

generale supremo sia non solo un valoroso che abbia fatto le sue prove,

ma anche uno che sia noto per galantuomo.

— Galantuomini siam tutti! — osservò gravemente Benincasa.

— Sì, ma — ripigliò l’altro — occorre anche che sappia leggere,

scrivere e far dei conti. Diceva il mio maestro a me che se avessi

seguitato negli studi sarei adesso per lo meno un avvocato... dicevo

dunque che chi non sa leggere e scrivere non è buono a nulla.

— Io non so nè leggere nè scrivere — fece Parafante con un’aria

altezzosa — ma a trecento passi uccido un fringuello con una palla

della mia carabina. Ed è questo l’importante.

— L’importante è che il generale supremo, nol dico per me, deve

essere.. chi dev’essere.

— Dev’essere chi non ha mai ubbidito, ma ha sempre comandato! —

sentenziò Francatrippa.

— Meno all’epoca del Cardinale...

— Il Cardinale non era il capo supremo, era il Vicario del Vicario

di Gesù Cristo. Pure io feci sempre il piacer mio. Egli diceva: Non

saccheggiate quella città, ed io la saccheggiavo. Perciò la mia gente

si sarebbe fatta fare a pezzi per me...

— A parer tuo, dunque, noi dovremmo ubbidire ai tuoi ordini?

— E se fosse, che ci vedresti di male?

— Ah, così la intendi?

— Così...

— Via, via — disse Benincasa vedendo che l’ira già sopraffaceva i suoi

compagni e le mani macchinalmente brancicavano l’elsa dei pugnali.

— Non è il caso di scaldarci il fegato per ora. Piuttosto ditemi voi

come sia venuto in testa ad un giovinastro senza seguito alcuno quale è

capitan Riccardo...

— Capitano? Colonnello addirittura!

— Questo non importa, anzi è da lodarsi perchè si è attribuito un grado

meno del nostro... come dunque gli sia venuto in mente di convocarci

in nome della Regina! Io avrei voluto rispondere con un paio di calci a

quel Pietro il Toro che venne in suo nome.

— E non l’hai fatto! — disse Parafante con aria convinta. — Meglio per

te.

— Meglio per me? Che vuoi dire?

— Che ebbi Pietro il Toro a caporale nella mia banda, e l’ho visto in

una rissa prendere due dei miei più robusti armigeri e scaraventarli

venti passi lontano.

— Io ho sempre due palle incatenate per questi tali. Ma, ripeto, non

scaldiamoci il fegato per adesso. Dunque come gli è venuto in mente di

mandarci ordini in nome di Sua Maestà? Ma se lui non ci era in quella

riunione! E Sua Maestà ci avrebbe fatto il torto di servirsi di uno

sbarbatello simile per comunicare i suoi ordini a uomini come noi?

— Io non ci credo, ma, se fosse, sarebbe un capriccio di Regina...

— E noi dovremmo subirlo?

— Ma mi pare, generale Benincasa, scusa sai, che tu non abbia compreso

bene di che si tratti.

Il generale Benincasa, lusingato dal titolo, sorrise. Era noto il

coraggio di quell’uomo e lo stoicismo nell’affrontare la morte che poi

dimostrò sul patibolo, ma era nota anche la sua puerile vanità.

— Non ho compreso bene?

— No. Il trasmettere un ordine è un ufficio ben umile, quanto quello di

un cameriere.

— Lo conosco io, lo conosco — disse Spaccaforno scuotendo il capo.

— Quel giovane non l’avrebbe accettato perchè ha tanto di superbia

quanto di audacia. Quello lì andrà lontano, ve lo dico io. È un bel

giovane, ed è già qualche cosa in una guerra in cui comandano le

femmine; inoltre sa leggere e scrivere, ciò che, come vi dicevo, è

indispensabile per poter essere qualche cosa.

Gli altri erano per rispondere quando s’intesero degli evviva ed un

gridar festoso.

— Che è stato? — chiese Francatrippa volgendosi verso la porta. — Chi è

giunto?

— Il Vizzarro, il famoso Vizzarro. Capperi, come è equipaggiato!

Colui che è rimasto celebre nella storia di quel burrascoso periodo e

che fu tolto a soggetto financo di un poema e che si ricorda ancora in

tutte le canzoni che si cantano nei boschi della Mongiana e di Serra S.

Bruno, era giunto a cavallo di un bel polledro tutto fettucce, nastri,

trine d’oro e di argento nella bardatura e seguito da una banda di

dieci montanari. Era giovane di circa trent’anni, e sarebbe stato anche

bello se nel viso e nello sguardo non avesse portato l’impronta della

ferocia. Da una larga fascia rossa che gli cingeva i fianchi usciva

fuori il calcio delle pistole e l’elsa di un coltellaccio. Balzò dal

polledro, e con una mossa della spalla rimandando in dietro la carabina

che portava ad armacollo entrò nella baracca, volgendo attorno lo

sguardo per riconoscere qualcuno tra i convenuti.

— Ma infine costui non è che un brigante; non ha combattuto per il Re

e per la Regina, come noi! — disse Benincasa, facendo una smorfia di

disprezzo.

— Ha però le setole nel cuore — rispose Francatrippa.

— O che noi ci abbiamo delle piume? Se sarò io il generale supremo

vedrai come lo metterò a posto.

Fuori intanto, fra i sottocapi delle milizie che dovevano contendere,

come per cinque anni contesero, la conquista del Reame agl’invasori, si

commentava i! probabile risultato di quella riunione.

— Se si son riuniti per scegliere il generale supremo, è meglio

tornarsene a casa fin d’adesso.

— Sai come andrà a finire? Che essi si scanneranno tra loro e noi tra

noi.

— O che credi? Non sarebbe questa la migliore delle soluzioni? Tutti i

pretendenti al comando supremo dovrebbero sostenere le loro ragioni con

le armi in pugno. Guarda: questo luogo par fatto apposta per giocare

alle pugnalate e alle pistolettate e noi faremmo da testimoni e da

giudici.

— Zitto!... — fece il compaesano del Vizzarro.

— Che è stato?

— Non dire delle sciocchezze: faresti meglio a raccontarci la storia

del Vizzarro: tu devi saperla, tu che sei de’ suoi paesi.

— Vedete un po’ chi viene...

— Un giovanotto, un bel giovanotto anche, a cavallo. Che ne faremo di

costui?

— Costui non la cederebbe a dieci di noi. È una donna, nata di famiglia

nobile e ricca, e per la quale il Vizzarro ha fatto scorrere fiumi di

sangue. Le ha ucciso due fratelli, ha tagliato la testa al fidanzato,

ha ferito il padre dopo averne incendiato il palazzo, ed ella lo segue

come l’ombra del suo corpo.

Il giovanotto che aveva attirato l’attenzione del gruppo in cui era

il compaesano del Vizzarro era balzato agilmente dal bianco cavallino

che un contadino dal sinistro aspetto armato di scure e di carabina,

teneva pel morso. Gettandogli le redini il giovanotto era passato

vicino al gruppo che l’aveva seguito con lo sguardo. Le opulente

forme muliebri nulla toglievano al vigore ed alla flessuosità del bel

corpo che l’abito virile delineava nettamente. Dal cappello a cono di

morbido velluto con ricchi nastri di seta usciva in riccioli la nera

capellatura, nera come gli occhi che se nell’amore avevano sguardi

di fiamma, non ne avevano mai avuto di dolcezza e di pietà. Era essa

la degna compagna del giovane feroce che già da un anno imperava su i

boschi ed i monti che si affacciano al Jonio lido.

Ella passò fiera e superba tra la folla ed entrò nel baraccato in cui i

capi si eran raccolti.

— Perdio, che bella femmina! Ed è per giunta figlia di signori nobili e

ricchi! Ma dunque può nascere una lupacchiotta in una mandra di pecore?

— La vedrete alla prova cotesta lupacchiotta! Non sapete che anche il

Vizzarro, è tutto dire, cede quando quei magnifici occhi s’iniettano di

sangue?

— Ma orsù, contaci la sua storia che è giunta a noi in confuso.

— Ve la dico in breve perchè non vorrei che ella venendo qui capisse

che parlo di lei. Non vi avete visto lo sguardo che mi ha rivolto

avendomi riconosciuto alle vesti che sono del suo paese? Dunque il

padre di quella donna era assai ricco e teneva molti fittaiuoli al suo

servizio. Uno di essi aveva raccolto un bimbo che era stato esposto su

i gradini di una chiesa: il bimbo crebbe bello, forte e così irrequieto

che poteva dirsi un diavolo incarnato. Il padrone lo volle al suo

servizio e a poco a poco gli si affezionò tanto da trattarlo come

uno di famiglia, a paro dei due figliuoli che esso aveva, oltre una

ragazzetta che esser doveva quella donna da voi testè vista. Pare che

il fanciullo non fosse stato neanche battezzato, perchè non aveva altro

nome che quello di _Vizzarro_ per la stranezza del suo carattere e

della sua indole. Nè meno strana era l’indole di Vittoria, la figliuola

del padrone che si era abituata a considerare il Vizzarro come suo

eguale, pure imponendogli tutti i suoi capricci. Ne nacque ciò che ne

doveva nascere...

— Un figlio? — dissero alcuni degli ascoltanti.

— No, ma certo non per un loro peccato di omissione. Ne nacque che

il padre e i fratelli di lei si accorsero della cosa, e una notte li

colsero...

— Che dicevano le orazioni?

— Già di quelle che popolano il mondo. Allora lui non fu più il

compagno dei giuochi e delle diavolerie dei figliuoli del padrone che

lo avevano trattato come un loro eguale; diventò di un tratto il figlio

di una malafemmina, una immondizia raccolta sulla via. Gli furon sopra,

lo legarono fino a farlo sanguinare e lo rinchiusero nel porcile ove

or l’uno or l’altro scendeva per seviziarlo. Gli davano da mangiare

la broda dei majali tanto perchè non morisse di fame, e bastonate il

giorno, bastonate la notte, bastonate mentre dormiva, e poi sulle

piaghe spargevano sale e polvere di fucile: insomma lo ridussero

che pareva un cane scorticato. Lui però non piangeva, non pregava;

stringeva i denti e diceva ai carnefici: Battete, battete, ma pensate

ad uccidermi, chè se potrò fuggire ne farò della salsiccia delle vostre

carni.

— E a lei nulla fecero?

— Anche a lei battiture fino a romperle le ossa e torture di ogni

genere. Infine un giorno, che è stato, che non è stato? Il Vizzarro

aveva roso coi denti i cordami che da due mesi lo tenevano avvinto ed

era fuggito.

— Bravo! — esclamarono gli ascoltanti il cui numero era andato man mano

crescendo.

— Per due mesi non se ne seppe nulla — continuò il narratore. — Chi gli

diede ricovero? Chi ne curò le piaghe? Chi provvide ai suoi bisogni?

Chi poi lo fornì di abiti e di armi? Nessuno il seppe con certezza:

corse però una voce, alla quale io non credo... che a farlo fuggire,

a curarlo, a provvederlo di tutto fosse stata la madre della ragazza,

la quale voleva provare anch’essa il frutto proibito che era tanto

piaciuto alla figlia...

— Ma di’ un po’, Serrese — disse uno degli astanti — ci racconti tu

_una romanza_?

— No, no, mio caro: racconto una storia. Dopo due mesi, dunque che è

che non è? Il Vizzarro era divenuto il capo di una banda che scorazzava

allora sui monti di Soriano, e ben presto fu tale e tanto il terrore

che sparse a sè d’intorno che bastava si presentasse in un paesello

perchè tutti gli abitanti gli cadessero innanzi in ginocchio.

— E dell’innamorata che era avvenuto?

— Il padre, i fratelli, la madre stessa, riversarono su lei, dal giorno

in cui il Vizzarro era fuggito, quella parte di battiture e di tormenti

che sarebbero toccati al suo amante, sicchè ne ebbe il doppio. Ma anche

lei non pregava, anche lei minacciava, e dopo la fuga dell’amante era

con la madre che vieppiù la ragazza infieriva.

— Da questo dunque la voce che la madre...

— Forse da questo; che so poi, io? Sentite ora. Una notte la casa

della ragazza fu assalita dalla banda del Vizzarro. La mattina allo

svegliarsi gli abitanti del villaggio videro penzolare dai ferri del

balcone i cadaveri dei due fratelli e del padre con una scritta che

diceva: «Pena di morte: nessuno osi toccar queste carogne». E nessuno

le toccò: stettero appese finchè le carni non si spappolarono...

— E la madre?

— Ah, la madre? Una serva che era riescita a fuggire confidò ad una

comare, poi a tutto il vicinato, che la figlia, appena l’amante la

disciolse dai lacci, gli strappò il pugnale, corse nella stanza ove era

la madre, si diede ad ingiuriarla coi più turpi nomi come se avesse

compreso di avere in essa una rivale, e poi l’uccise con un colpo al

cuore, e all’amante che sopraggiungeva disse, mostrando il cadavere

della madre: «Bada, io verrò teco, ma se tu oserai alzar gli occhi in

viso a un’altra femmina, fosse anche... e qui disse un nome che non oso

ripetere... ti scannerò come ho fatto di mia madre!»

— Perdio! che femmina! — mormoravano gli astanti, impallidendo,

quantunque nessun di essi fosse nuovo al sangue e alla strage.

Nel baraccato intanto continuavano i capi a discutere, cercando

ognuno di accaparrarsi amici, caso mai si dovesse eleggere un generale

supremo. Il Vizzarro se ne stava muto e sdegnoso fra i suoi, mentre

Vittoria, l’amante, le cui vesti maschili non ne occultavano il

sesso, era fatta segno alle cupide occhiate dei più arditi, come

Parafante, Benincasa, Francatrippa, che sapevano d’essere i più famosi

in quell’accolta di feroci, per essersi battuti in campo aperto a

capo di numerose bande, e per quanto la fama del Vizzarro e degli

altri fosse giunta fino a loro, pure non li reputavano degni di molta

considerazione.

— Ma insomma che si aspetta? — chiese Benincasa.

— Cotesto capitan Riccardo che ci ha fatto invitare.

— No, si aspetta un pezzo grosso: un principe... un duca...

— Io ho inteso dire che sarebbe venuta Sua Maestà la Regina in

persona...

In questo si notò una certa agitazione in coloro che erano assembrati

innanzi la porta del baraccato: una voce corse fra i capi che avevan

fatto qua e là dei capannelli.

— Eccolo, eccolo il capitan Riccardo. Capperi! è vestito come un

signore!

Il giovane comparve nel vano della porta e mosse intorno lo sguardo

sicuro e tranquillo. Vestiva un giubbone di velluto azzurro e un

panciotto della stessa stoffa e brache nere che si stringevano al

ginocchio. Dei lunghi stivaloni fino alle ginocchia ed era armato delle

armi che gli aveva regalato l’incognita. Seguito da Pietro il Toro,

dal Ghiro e dal Magaro si fece largo tra la folla silenziosa e giunse

presso un impalcato che si elevava dal suolo. Ivi salì, e rivolgendosi

alla folla disse:

— Ho tardato a venire perchè ho una brutta nuova da darvi. Alcuni

reggimenti francesi son giunti tra noi: han fatto di Monteleone il lor

quartier generale, e già han diramato delle truppe per convergere su

questi monti. Bisogna affrettarsi, ma prima fa d’uopo intenderci per

un’azione comune.

Un mormorio accolse le parole del giovane: un mormorio di spavento in

alcuni, di rabbia in altri.

— Siam dunque colti in trappola — gridaron parecchi. — Bel servigio che

ci avete reso!

— No — disse il giovane a cui eran giunte quelle voci — perchè nessuno

vi conosce ancora, e potete tornare indisturbati ai vostri paesi. Vi

ho detto dell’arrivo dei Francesi perchè comprendiate che non havvi

tempo da perdere. Bisogna insorgere prima che il nemico si fortifichi

nei suoi quartieri, studi le sue posizioni e sappia le nostre, e prima

ancora che si procuri delle guide.

— Guide non ne troverà! — disse Parafante. — Vorrei vedere chi dei

nostri compaesani avesse una tale audacia. Voi, giovanotto mio,

calunniate la nostra gente!

— È vero, è vero! — gridarono parecchi, invidi già del bello aspetto

del giovane, e più delle vesti e delle armi ricchissime.

— Io non calunnio nessuno. Solo ricordo a chi ha parlato che sei anni

or sono non furono solo i Francesi che si opposero alla nostra marcia,

ma molti degli stessi nostri compaesani, dagli spiriti infernali

aizzati contro il nostro Re e la nostra Religione.

— E noi li sterminammo! — gridarono alcune voci.

— Non tutti, non tutti — continuò il giovane. — Rimasero i figli,

i nipoti, gli stessi avanzi di quei Repubblicani che si battettero

contro di noi, quelli che ebbero incendiate le case, disonorate

le mogli e le figlie, depredati gli averi, devastati i campi e che

ora, forti dell’esercito straniero, invocano vendetta contro di noi.

Sapete che ci dissero briganti, allora, ladri, sanguinari, demoni

usciti dall’Inferno? ed ora si avvalgono di quelle nostre colpe per

dichiararci fuori d’ogni legge e mettere a prezzo il nostro capo!

— Non ce ne importa nulla — gridarono i capi delle antiche bande

sanfediste. — Siam disposti a tornar da capo. Ne abbiamo abbastanza di

questa vita da femminucce che viviamo da sei anni.

— No, amici, no — continuò il giovane — non prestiamo ascolto

alle nostre ire, alle nostre bizze: confessiamo che di peccati

sulla coscienza ne abbiamo parecchi e che se riuscimmo formidabili

agli stranieri, vieppiù nefasti fummo pei nostri fratelli, perchè

innanzi allo straniero dobbiamo dimenticare i nostri odi e le nostre

passioni...

— Io non dimentico nulla — gridò Benincasa — e di cotesti consigli non

so che farne...

Il giovane si mantenne imperturbabile e proseguì:

— La nostra dev’esser guerra allo straniero in nome di ciò che abbiamo

di più caro: la patria, il Re, la famiglia. Se i fratelli, a qualunque

partito appartengano, vedran che noi scendiamo in campo con quest’unico

intento nel cuore, e che il nostro braccio pugnerà unicamente per la

difesa del nostro dritto, tutti saran con noi, tutti intorno a noi, e

lo straniero, per quanto valoroso dovrà tornarsene disfatto, avvilito,

decimato dalle nostre armi, e riconoscere che noi indipendenti siamo

nati e indipendenti vogliamo morire!

— Ma che ci fa la predica costui? — chiesero alcune voci.

— Che ci conta di fratelli, che ci conta d’indipendenza? Noi faremo la

guerra a tutti, forastieri e paesani che saran nostri nemici — dicevano

tra loro i capibanda.

Nel mormorio generale d’insoddisfazione si udivano qua e là delle

grida, delle bestemmie, delle ingiurie. Il linguaggio del giovane

pareva a tutti, più che nuovo, strano: egli però si teneva diritto ed

immobile, punto sorpreso dell’agitazione che aveva provocato. Dei tre

che erano entrati con lui solo Pietro il Toro pareva che approvasse ciò

che il giovane aveva detto, mentre il Ghiro ed il Magaro, quantunque

si tenessero in un certo riserbo, scambiavano occhiate coi vicini, e

si stringevano nelle spalle come se rinnegassero ogni solidarietà con

colui che aveva parlato alla folla.

— Io voglio dirvi questo, o amici — continuò il giovane — su noi pesa

un’infame calunnia che ora è tempo di smentire, il nostro valore

è detto ferocia; il nostro patriottismo, pel quale siam pronti a

riprendere le armi, è detto ipocrisia per legittimare la violenza, il

furto, la rapina; la nostra religione ci si rimprovera come un avanzo

di barbarie, la nostra fede al legittimo Re che Dio ci ha dato è

detta cecità di spiriti nati al servaggio. Smentiamo queste calunnie;

mostriamo che la ribellione allo straniero invasore è dignità di uomini

che non vogliono piegarsi sotto il giogo di coloro che coi mentiti nomi

di fratellanza e di libertà vengon da noi per sedurre le nostre donne,

per vilipendere la nostra religione, per balzar dal trono il nostro

Re. Bisogna per vincere combatter compatti, rispettando gli averi, la

vita, l’onore degl’innocenti: combattere da soldati, non da predoni; da

guerrieri, non da briganti!

— Ma insomma — chiesero alcune voci — chi dà a costui il diritto di

parlarci in tal modo?

— Facciamolo zittire, facciamolo zittire — dissero ad una voce

Francatrippa, Parafante e Taccone che si sentivano presi di mira dalle

parole del giovane.

— Aspettate — disse il Vizzarro che fin allora aveva taciuto — andrò io

a turargli la bocca.

Si fece largo tra la folla e avvicinatosi all’impalcato su cui era il

giovane, disse a questo con voce breve e accompagnando le parole col

gesto:

— Scendi, orsù, che ne abbiamo abbastanza.

Il giovane lo guardò sorpreso.

— Io mi chiamo il Vizzarro, hai capito? E quando il Vizzarro dà un

ordine, nessuno l’ha finora trasgredito.

— Ed io mi chiamo il colonnello Riccardo — rispose il giovane con voce

calma e guardando negli occhi il suo interlocutore — emissario di S. M.

la Regina. Ma mi chiamassi anche Riccardo semplicemente, non ubbidirei

certo a un mascalzone tuo pari.

— A me mascalzone! — urlò il Vizzarro. E di un salto si slanciò sul

giovane; ma, e al certo con sua gran meraviglia, questi lo prese pel

petto, lo squassò, lo trasse a sè e poi lo scaraventò nel mezzo del

baraccato, tornando senza scomporsi a rivolgersi alla folla ammutolita

per la sorpresa.

Ma gli amici del Vizzarro tratti i coltelli si erano precipitati per

accorrere in difesa del loro capo, quando si trovarono dinanzi un

omicciattolo che sbarrò loro la via.

— Miei cari — disse Pietro il Toro con voce tranquilla — finora lasciai

fare perchè si trattava di uno contro uno; del resto, se fossero stati

anche dieci, so che il capitano... o il colonnello Riccardo basterebbe

a sbrigarsela; ma voi dovete far i conti con me, voi altri.

E con un viso che l’ira aveva incominciato a sconvolgere tanto da

mutarne in orridezza il grottesco, si fece innanzi con la mano all’elsa

della pistola.

— Basta, basta: vogliamo finirla in una carneficina? — gridarono alcune

voci, mentre i più autorevoli dei capibanda circondavano il Vizzarro, i

cui occhi iniettati di sangue mandavano baleni.

Riccardo fece un segno, e la folla tacque, soggiogata suo malgrado.

— Sono io per il primo — disse con voce tranquilla — a deplorare

l’accaduto. Non fui io l’aggressore; io mi limitai a difendermi. Ma non

è questo il luogo per le nostre bizze private. Qui ci siamo raccolti

per intenderci sul piano da adottare. E anzitutto volete che si elegga

un capo supremo, al quale tutti, io pel primo, dobbiam giurare cieca

obbedienza? Chi assente, alzi la mano.

— No, no, ognuno per sè, ognuno per sè — urlò la folla.

— Ed io, invece, io dico che ha ragione, che ci è bisogno d’un capo

supremo, e che nessuno è più degno di comandare a noi tutti di questo

uomo, innanzi al quale siete ora divenuti tante pecore.

In ciò dire il bel giovanotto, nel quale era stata riconosciuta

l’amante del Vizzaro, salì sull’impalcato, volgendo uno sguardo di

sfida alla folla sorpresa di tanta audacia.

— Sì — continuò la giovane donna. — Io sono del suo avviso. Lo so, voi

siete tutti stupiti che io, io proprio, l’amante del Vizzarro, la quale

per essere libera rinunciò al nobile ed onorato nome dei padri suoi,

e come una vil femmina si diede alla campagna, trovi giusto che se si

ha da far guerra allo straniero, bisogna scegliere un capo supremo che

valga più di noi tutti. Ebbene, io vi propongo per capo colui che ha

osato sfidarci, dicendoci in faccia esser noi dei briganti assetati

di sangue e di rapina. Quale prova maggiore di audacia? Ed ha provato

altresì che come ha franca la lingua ha impavido il cuore respingendo

il suo assalitore. Sia lui dunque il capo, e io per la prima giuro di

ubbidire ciecamente ai suoi ordini.

Gli astanti si guardarono muti e incerti. Ma il più stupido di tutti

era il Vizzarro che non credeva ai suoi occhi. Lei, lei si dichiarava

pronta a ubbidire a chi egli considerava ormai come il suo mortale

nemico? Lei, che aveva sempre fatto suoi gli odî, i rancori, le

inimicizie di lui? Lei si sarebbe sottoposta ad un capo, lei che non

riconosceva neanche l’autorità dell’uomo pel quale aveva posto in oblio

patria, onore, famiglia; lei che aveva rinunciato a quanto una donna ha

di più caro per seguirlo nei boschi, gli si ribellava ora, si schierava

contro di lui e in favore di uno sconosciuto che innanzi a tanta gente

non solo aveva mostrato di non temerlo, ma anche ne aveva respinto

vittoriosamente l’aggressione?... Trattenuto da alcuni dei capibanda,

si contorceva ruggendo di rabbia.

— Calmati, calmati — gli dicevano i capibanda — avrai tempo per fare

le tue vendette. Ma è una matta quella tua amica. Come le è venuto

in testa? Già, quel caporale o quel colonnello è un bel giovanotto,

bisogna convenirne, e ne ha del coraggio. Ma le femmine son tutte ad un

modo... E poi non vedete come è ben vestito?

— Io me ne berrò il sangue, dell’uno e dell’altra — disse il Vizzarro

che si mordeva le dita, mentre cercava di svincolarsi da coloro che lo

trattenevano.

Intanto il resto della folla pareva quasi convinto che fosse necessario

si eleggesse un capo. Già si udivano voci di approvazione e il mormorio

cresceva, soffocando le proteste dei pochi. La maschia e fiera bellezza

del giovane, la ricchezza delle vesti, l’essersi annunziato per

emissario della Regina, la prova di coraggio e di forza che aveva dato

respingendo l’aggressione del terribile e temuto Vizzarro, l’intervento

di quella donna così bella in viso ma così torva nello sguardo avevano

soggiogato i due terzi dei convenuti.

Il giovane, con le braccia conserte e immobile aspettava che si

venisse ad una decisione. Senza mostrarsene lusingato, però compiaciuto

dell’intervento di quel garzoncello, nel quale aveva riconosciuto una

donna, l’aveva salutata con un cenno della testa e poi era tornato nel

primo atteggiamento, fiero ma non spavaldo.

— Ebbene sì, — gridarono finalmente alcune voci — nominiamo un capo

supremo, che stabilisca un disegno e...

— Il capo supremo è Sua Maestà il Re, nostro legittimo sovrano: — gridò

una voce dall’uscio.

Tutti si volsero meravigliati. Fermo sull’uscio era un signore in su

i sessant’anni, di aspetto altero, vestito di un soprabito grigio che

aveva sbottonato perchè apparissero le gemmate decorazioni onde aveva

cosparso il petto. Dietro a lui alcuni scudieri vestiti alla militare

reggevano per freno i cavalli, mentre altri, armati di carabina, si

tenevano in fondo.

— Il duca di Fagnano! — gridò Pietro il Toro. E i suoi occhietti si

volgevano ora al nuovo venuto, ora a Riccardo che si era fatto pallido

in viso, perocchè le parole del padre di Alma erano una smentita alle

sue parole.

— Chi è costui? — chiese Vittoria, l’amante del Vizzarro, che si era

tenuta fin allora vicino al giovane. — Che viene a far qui costui?

Intanto il duca si era avanzato tra la folla, e giunto presso

all’impalcato vi salì.

— Noi — disse — sapevamo che in questo giorno i fedeli del nostro Re,

coloro che han giurato di spargere il loro sangue pel sostegno del

trono, si sarebbero qui raccolti dietro invito non so di chi, ma certo

voglio sperare, voglio credere, di un suddito che non da ambizione

personale fu mosso a convocarvi per scegliere un capo, ma da un nobile

e leale interessamento. Io non so in nome di chi ha parlato; io,

invece, io duca di Fagnano e primo scudiere di S. M. la Regina, parlo

in nome del Re nostro signore. La guerra che imprendiamo non ha bisogno

di capi supremi: un capo supremo potrebbe anzi riescir pericoloso,

perchè noi sappiamo che i nostri perfidi nemici sanno avvalersi di

qualunque mezzo, e se non possono vincere con le armi, cercan di

vincere col tradimento, con le insidie e con la corruzione. Nessun capo

dunque, ma ognuno sia capo nell’ambito del territorio che è chiamato a

difendere.

— Bene, bravo, evviva il Re!... Sì, sì, nessun capo — gridò la folla

e, più di tutti, coloro che temevano di dover riconoscere un’autorità

suprema.

— Io ho già — continuò il duca spiegando una carta — ben determinati

gli ordini da comunicarvi con la designazione dei luoghi nei

quali ciascun di voi dovrà agire per non dar pace al nemico e per

costringerlo a sgombrare da queste terre di cui il Re Ferdinando ha

ricevuto da Dio l’assoluto dominio. A voi, Taccone e Quagliarella, i

monti della Basilicata; a voi Marsico e Carmine Antonio le montagne del

Pollino, i piani di Castrovillari e di Campotenese; a voi Parafante,

Benincasa, il Boia, questi altipiani fino al bosco di S. Eufemia; a

voi Vizzaro, Paranese, Mariotti le macchie e le montagne che declinano

verso Squillace e verso Stilo; a voi Francatrippa l’Aspromonte e le

foreste di Rosarno. Ciascuno di voi avrà mille piastre per equipaggiare

i suoi uomini. Fuori vi sarà contato il denaro. Ed ora do a voi la

buona novella che il nostro Santo Padre ha mandato la benedizione alle

vostre armi, e dieci anni d’indulgenza per tutti i vostri peccati.

Fu un delirio. Le grida, gli urli, avevano qualche cosa di selvaggio.

Le mille piastre giungevano opportune, sicchè tutti si affollarono alla

porta per accertarsi coi propri occhi che il denaro fosse lì.

Riccardo intanto si era tenuto in disparte; con le braccia conserte,

il capo ripiegato sul petto, guardava pensoso quella folla di urlanti,

quasi pazzi per la gioia.

Il duca pareva non badasse a lui: uno del seguito aveva attraversato

la folla e gli si era avvicinato per parlargli. Egli si ritrasse in un

angolo col suo familiare e si diede a parlare sottovoce.

— E tu che farai? — chiese Vittoria al giovane.

Questi non rispose: rispose Pietro il Toro in sua vece:

— Che farà? Sarà a capo della più gagliarda banda che avrà fatto mai

alle schioppettate. Io ho già sulle dita cinquanta uomini ognuno dei

quali giuoca con le palle di fucile come se fossero confetti.

— Mi vuoi nella tua banda, dì, mi vuoi? — disse Vittoria sollevando gli

occhi in viso al giovane.

Egli la guardò, poi scosse la testa.

— No — disse — no. Non dispiacerti. So che vali dieci uomini ma sarebbe

un tradire il tuo amico.

— Tu sei più bello, tu sei più forte! — rispose la donna con un lampo

di selvaggia passione negli occhi.

— No. Dividiamoci così come ci siamo incontrati. Vedi, ci è là il

tuo amante che mi aspetta non per vendicarsi dell’averlo io mandato

ruzzoloni, ma delle parole che tu hai detto e dello sguardo che mi hai

rivolto.

— Egli non è più il mio amante, perchè io l’ho tradito.

— L’hai tradito, tu?

— Sì, dicendo a te che sei bello, dicendo a te che sei forte ed

offrendomi a te. Io glielo dirò, e poichè tu non mi vuoi nella tua

banda resterò nella sua, ma non sarò più la sua amante. Resterò nella

sua banda, ma a patto che egli non ti affronti. Lo so, lo uccideresti

perchè tu ci hai del sangue nel tuo sguardo dolce; ma fu lui il primo

che mi fece sentire di esser donna e non voglio che muoia ucciso da te.

— E a noi non toccherà nulla di quel denaro? — diceva intanto il Ghiro

a Pietro il Toro.

— Sta zitto, sta zitto — rispose questi facendo una smorfia. — Ho

di che consolar te ed il Magaro che se ne sta lì mortificato. Ma non

dite niente a Riccardo perchè non voglio s’immischi in certe faccende.

Mentre andavo in giro per raccogliere questi signori ho saputo che fra

quattro giorni passerà pel _Piano del Lago_ il procaccia che porta i

denari delle truppe francesi. Sarà scortato da venti soldati... Dieci

dei nostri basteranno... Hai capito?

— Ah Pietro, Pietro, che sii benedetto: tu mi letifichi l’anima!

Riccardo ascoltava pensoso la donna: quell’amore che gli si rivelava

ad un tratto, violento e lampeggiante come un fulmine, gli evocava più

angoscioso il ricordo di quella notte, di quella ignota, sulla quale

aveva troppo fidato e che lo aveva esposto a una sì umiliante smentita!

Da chi poi? dal padre di quella creatura che era stata per tanti

anni nei suoi sogni e della quale ora doveva respingere l’immagine,

sentendosi indegno di evocarla!

— Ebbene — disse Vittoria — sì, hai ragione, dividiamoci. Tu ami

un’altra... Non respingeresti una donna come me se il tuo cuore non

fosse gonfio di passione. Promettimi soltanto che se un giorno avrai

bisogno di chi sappia impugnare una carabina e maneggiare un pugnale,

di chi non ha contato mai i nemici nè evitato i pericoli, fossero pure

stati immani, tu mi chiamerai a te vicino onde io combatta per te! Me

lo prometti?

— Te lo prometto — rispose lui.

Ella si raddrizzò, fece uno sforzo e si diresse verso la porta ingombra

da coloro che aspettavano d’esser chiamati per ricevere il denaro. Ivi

giunta si rivolse e gridò al giovane:

— Ricordati!

— Sì, mi ricorderò — rispose lui.

In questa gli si avvicinò Pietro il Toro.

— Dunque siamo liberi? Meglio così. Non voglio sapere perchè noi che

un’ora fa ci credevamo destinati a dominar su tutta quella gente, ora

siamo stati posti in disparte. Dite un po’: ci entrasse per caso lo

zampino di una femmina? Scusate, ma Pietro il Toro può permettersela

questa domanda. Voglio avvertirvi che quando ci entra lo zampino di una

femmina è peggio che se ci entrasse quello del diavolo. In quanto al

duca... oggi o domani dovrà fare i conti con voi e con me: anche con

me! San Francesco di Paola mi ha messo la mano sulla bocca, altrimenti

gliel’avrei detto... quel che presto o tardi gli dovrò dire... Dunque

che facciamo?

Riccardo parve riscuotersi dai suoi pensieri e si raddrizzò fieramente:

strinse alla vita la cinta che sosteneva le pistole e la spada; poi

voltosi a Pietro il Toro:

— Non hai tu detto che cinquanta gagliardi delle vecchie bande che tu

hai visto al fuoco sono disposti a far la guerra sotto i miei ordini?

Ebbene, raccoglili tutti e fra otto giorni voglio vederli armati ed

equipaggiati. Occorre annunziarci con un colpo di mano da sbalordire

tutta questa canaglia che ci sta intorno. Hai inteso?

— Ho inteso — disse Pietro il Toro con gli occhi sfavillanti di gioja.

— Ho trecento piastre per i primi bisogni. Il resto verrà poi. Intanto

andiamo via.

Ciò detto si avvolse nel mantello ed uscì seguito dai suoi amici.

— Ah — diceva Pietro il Toro fregandosi le mani — ecco che il

lupacchiotto si accinge a mostrare i denti. Andiamo, andiamo, che con

quattro parole ho scongiurato la jettatura!

E così scoppiò quella guerra che per cinque anni durò feroce, quella

guerra d’insidie, d’imboscate, di scontri senza tregua e senza

quartiere che costò alla Francia tante giovani e valorose vite, tanta

rovina a noi; che seminò tanti odî, che distrusse tante famiglie,

che sparse il terrore nelle più amene e ricche provincie del Regno,

ammiserendo l’agricoltura, arrestando i traffici, impedendo i commerci,

e che tanto male produsse al nostro nome, divenuto sinonimo, per gli

storici rivoluzionari, di gente barbara ed efferata, e che continua

a produrci, perocchè pur essendo trascorso un secolo, risentiamo

anche oggi gli effetti delle calunnie che si spacciarono sul nostro

conto, poi continuate dalle diverse sette politiche, le quali con tali

calunnie più che vilipendere noi intendevamo vilipendere i Borboni, ai

quali facevano rimontare i nostri vizi e le nostre colpe!

Ma non è nostro compito scrivere diffusamente di quel tragico periodo

che pure non ha ancora avuto uno storico imparziale ed esatto il quale

non si sia fermato soltanto sugli effetti ma abbia anche indagato

le cause che li produssero. Solo vogliam dire che non fu il Manhes a

ridar la pace alle nostre contrade; l’opera di un solo uomo non sarebbe

bastata a tanta impresa, nè la violenza, la ferocia delle repressioni,

l’iniquità han mai fruttato effetti benefici. La sanguinosa guerra

cessò quando s’incominciò a comprendere che il governo di Gioacchino

Murat intendeva davvero al bene delle misere popolazioni; quando si

costruirono strade, quando si promulgarono provvide leggi, quando si

cercò di diffondere l’istruzione, quando finalmente il Re si mise in

contatto diretto coi cittadini che ne compresero il cuore generoso,

ne apprezzarono le virtù guerriere, lo trovarono affabile e buono; e

finì allorchè la vera conduttrice di quella guerra, Carolina d’Austria,

ebbe a combattere con nemici assai più insidiosi e più nefasti a lei,

gl’Inglesi.

Ma ripeto, il nostro compito è ben altro. Ritorniamo quindi al

personaggio principale di questa storia che ebbe tanta parte in quelli

avvenimenti, a Capitan Riccardo.

S. M. la Regina · 第 13 / 15 题