I.

Nella casetta di Carmine, innanzi ad un buon fuoco, mentre fuori

scrosciava la pioggia e rombava il tuono, sedeva la vecchia Geltrude

insieme col suo vecchio amico che, a credere a quanto si diceva dai

maligni era stato il suo amante.

Gli è che Geltrude quel giorno era salita dalla vallata in cui era il

molino per alcune faccenduole che doveva sbrigare nel paesello, poi

entrata nella casetta di Carmine per salutare l’amico si era indugiata

innanzi al focolare chè la temperatura di quel giorno di gennaio era

assai rigida: intanto era venuta giù la pioggia e in fondo alla vallata

si sentiva minacciosamente rombare il torrente, sicchè Carmine aveva

detto:

— Via, resta qui stasera; non odi che vento e che pioggia?

La vecchia aveva scrollato il capo con un certo lampo di malizia negli

occhietti.

— Bravo — disse poi con un far lezioso — perchè si dica poi che....

— Che cosa? — chiese Carmine ingenuamente.

— Si rimettano in campo certe vecchie storie... certe calunnie...

E con le mani al fuoco, curva sulle ginocchia lo guardava sott’occhi

mentre stringeva le labbra per non scoppiare a ridere.

Carmine, che non se l’aspettava, la guardò alla sua volta come stupito

che tali idee le potessero venire in testa.

— Non far la sciocca, andiamo — le rispose. — Ti assicuro che adesso,

dopo quaranta anni tu ne avevi venticinque ed io trenta, ricordati,

non desteremmo scandalo neanche se ti trovassero seduta su i miei

ginocchi...

Era stata al certo una bella donna quella vecchietta rugosa e bianca

che l’età aveva stremata, e che pareva ancor memore dei bei tempi della

giovinezza.

Stettero per poco in silenzio. L’uragano continuava.

— Ti farò un lettuccio presso a questo buon fuoco — disse Carmine che

fumava raccolto in angolo della cassapanca. — Se dimani schiarirà, te

ne andrai di buon mattino.

— Credo anche io — rispose Geltrude — che sarebbe imprudenza tornare

al molino. Ma ti avverto che non ho sonno e che tu devi mantenermi la

promessa che mi facesti tante volte.

— Quale promessa?

— Di narrarmi tutta la storia dei due fratelli, dei due duchi di

Fagnano... A proposito, hai avuto nuove di Riccardo?

Carmine trasalì e levandosi la pipa di bocca guardò la mugnaia.

— A proposito? A proposito di che? — chiese con evidente mal’umore.

— Via, via, siamo soli, non è vero? Nessun timore che si possa

origliare all’uscio di strada: ognuno a quest’ora e con questo

tempaccio se ne sta rintanato innanzi al focolare. Eppoi non hai

compreso da certe mie parole che qualche cosa la so anche io? Quando

ci accorgemmo che Riccardo aveva una certa idea che a nessuno nato come

lui sarebbe venuta in testa: che egli da questa povera casuccia ove fu

raccolto per carità, aveva osato alzar gli occhi tanto in alto, in alto

sia pure per contemplar la stella che vi splendeva, nè tu nè io ce ne

mostrammo sorpresi, come se ce l’aspettassimo, come se fosse una cosa

naturale, ed invece in un altro come lui sarebbe stato una cosa da non

potere esser pensata neanche dalla mente di un pazzo.

— Fanciullaggini! — disse Carmine tra una boccata e l’altra di fumo.

— È vero sì, fanciullaggini, alle quali non penserà più ora che per

aver vissuto fra tanta gente, in paesi ove si diviene più pratici della

vita, avrà compreso che in certi casi è da folle financo l’alzar gli

occhi al cielo; ma perchè non ci sorpresero allora? Tu avresti dovuto

accorgerti che io, per non esserne stupita dovevo sapere qualche cosa.

— Sai che ti dico, Geltrude, sai che ti dico? — rispose Carmine

scrollando il capo. — Che volgono tristi tempi per noi, e assai più pel

duca.

— Come? come? Perchè?

— Perchè ho inteso dire che i Francesi... te li ricordi? quegli

stessi che sebbene in pochi furono qui da noi sei anni or sono dopo

aver scacciato dal trono, orribile a dirsi, il Re e la Regina e che

furono poi alla loro volta scacciati dal Cardinale sotto i cui ordini

il nostro Riccardo fece prodigi di valore tanto da esser nominato

capitano. Ora invece son molti, molti; si dice che la Corte sia di

nuovo fuggita in Sicilia, e che si preparino brutti tempi perchè

coloro che nell’ultimo anno dello scorso secolo presero le armi per

riconquistare il trono, hanno avuto molti danari per assoldar gente a

far la guerra ai Francesi e a tutti coloro che prenderan le loro parti.

— Gesù, Gesù, che mi conti! E Riccardo per questo è partito col Ghiro,

col Magaro e con quel vecchiaccio impenitente di Pietro il Toro?

— Lo temo pur troppo, anzi ne son quasi sicuro. E vedremo ancora questi

nostri monti disseminati di morti e bagnati di sangue, anche di sangue

innocente!

— Sì, ma come c’entra il duca di Fagnano che, beato lui, ha tanti

danari e già si è posto al sicuro con la figliuola?

— Ci entra perchè i Francesi l’hanno a morte con lui, e al certo ne

sequestreranno i beni, ne saccheggeranno il castello, e forse chi sa,

verranno a chiaro certe cose... Il duca ha nemici assai fra i suoi

stessi parenti che l’odiano perchè essi son tutti frammassoni e quindi

amici dei Francesi, mentre lui è, come dicono, borbonico e sanfedista.

— Frammassone! — disse la vecchia Geltrude in aria pensosa. — Intesi

dire questa parola quando il fratello del duca fu messo in carcere

più di venticinque anni or sono, donde pare che fosse fatto fuggire.

E allora si disse che era stato il duca attuale a denunciarlo come

eretico, come, che so io, repubblicano... Ci credi tu a queste voci? E

credi tu che il vero duca, il primogenito, colui al quale spettava il

maggiorasco con tutti gli immensi beni ereditati dallo zio, il marchese

di Cerzeto, sia veramente morto?

— Ma — rispose Carmine — so quel che si disse, che era fuggito in

Francia, donde il duca fece venire l’atto di morte.

— E parmi che era stato condannato.

— Sicuro, dalle leggi ecclesiastiche e dalle civili, dall’una come

eretico e come stregone perchè quando lo arrestarono trovarono in

camera sua teschi, stinchi, animali impagliati, fiale, libri stampati

con caratteri strani, e moltissime lettere dei suoi amici di Francia

che provavano come egli non credesse a Dio, sempre sia lodato, e

congiurasse per fare quel che poi i Francesi fecero: uccidere i re,

i signori, i preti, i frati e proclamare la Repubblica. Perciò fu

condannato in contumaccia alla pena di morte.

— Ma era davvero un uomo così sanguinario, così invasato dal diavolo?

— Chi? lui? — esclamò Carmine con impeto. — Era il più buono, il più

dolce, il più caritatevole signore che sia mai nato su questi monti.

Era sempre proclive a consigliarci, ad aiutarci e non sdegnava lui,

il potente duca di Fagnano, marchese di Cerzeto e grande di Spagna

di prima classe che aveva il diritto di stare col cappello in testa

innanzi al re, capisci? innanzi al re col cappello in testa, non

isdegnava, poichè si intendeva di medicina, di entrar nelle umili

casucce dei contadini se sapeva che alcuno fosse malato, per curarlo,

provvedendolo insieme di medicine, di cibi e di vini generosi.

— Il fratello è tutt’altro uomo — disse Geltrude — superbo, avaro, non

l’ho visto mai rispondere al nostro saluto. I pochi giorni dell’anno

che dimora qui con la figliuola se ne sta sempre nel castello. Ma via,

Carmine, so che tu ci entri per qualche cosa nella storia del fratello

che fu condannato a morte come eretico e come cospiratore. Son cose

oramai passate, che hai da temere infine? Ti confesso che muoio dalla

voglia di sapere la verità. Ti giuro sulla Madonna del Carmine che non

una parola mi uscirà di bocca. E poi, il duca ora è ben lontano; ha

portato con sè la figliuola e si dice che non tornerà più... Che ci

vuoi fare? È da tanto, da tanto che mi struggo dal desiderio di sapere

come andò la faccenda.

— Quale faccenda?

— Del matrimonio. Perchè non credere che la cosa sia rimasta occulta.

Il duca di Fagnano, il morto, sposò in piena regola la povera Rachele,

la figlia del barone di Pietrasanta la quale poi morì di una morte sì

strana. Ma dove, ma come, ma quando? Nessuno ne sa niente. Il barone

di Pietrasanta, quando seppe che la figliuola era l’amante di un

discendente di quei duchi di Fagnano coi quali i suoi per tanti secoli,

si può dire, erano stati in lotta e che era finita dopo tanto sangue

sparso da una parte e dall’altra con la rovina totale dei Pietrasanta,

oppresso dalla miseria, dall’onta, dal dolore, morì quando la figliuola

non potè più occultargli le conseguenze del suo fallo. Insomma, caro

Carmine, vedi che è inutile il continuare a far con me l’inconsapevole.

Andiamo, via; non sono stata un tempo la tua amica del cuore? non ti

ho sempre voluto bene anche dopo che la vecchiaia ci ha raffreddato il

sangue? Eppoi, chi sa, certe cose è sempre buono a saperle in due.

Il vecchio Carmine aveva ascoltato con un viso che rifletteva i vari

sentimenti dell’anima. Infine parve convinto.

— Ebbene — disse levandosi la pipa di bocca — se mi prometti di esser

prudente e ne comprenderai da te stessa la ragione; se, cosa ben

difficile per voi donne, mi giurerai di tener per te i particolari

della triste storia che ti narrerò, i quali se si sapessero potrebbero

forse costare la vita a me e quel che più importa a persona anche a te

molto cara: se dunque...

— Via, via, non la far più lunga — esclamò la vecchia — ho capito,

ho capito: questa persona molto cara a me, è Riccardo, non è vero?

Riccardo?

— Prometti dunque — disse Carmine — prometti di non dir mai a nessuno

quel che ti narrerò.

— Se l’ho giurato sulla Madonna del Carmine!

— Ascolta dunque e saprai quel che può l’avarizia, l’ambizione

nell’anima di un uomo.

L’uragano era cessato: il paesello taceva nelle tenebre. Ed ecco la

storia che il vecchio Carmine si mise a narrare.

— Il vecchio duca, il padre dei due fratelli Tommaso e Silvestro,

prediligeva il primo che esser doveva l’erede dei suoi titoli e dei

suoi beni, ed anche perchè più buono d’indole dell’altro che fin dalla

prima giovinezza si era addimostrato superbo, arrogante, ipocrita e

propenso solo ai bagordi, tanto che non aveva voluto darsi nè alla

carriera delle armi, nè a quella del sacerdozio che era la carriera

percorsa da tutti i cadetti della grande famiglia; e quantunque il duca

avesse preso ai suoi servigi un dottissimo abate per l’educazione dei

suoi figliuoli, mentre Tommaso studiava con passione, Silvestro a venti

anni sapeva appena appena leggere. Tra i due fratelli non ci era punto

buono accordo, e non certo per colpa del primogenito che dal minore

si sentiva odiato ed invidiato pel grande affetto che meritatamente

a lui portava il padre, al quale non aveva dato mai un dolore, mentre

l’altro non ci era giorno che non gliene facesse una. Ora una madre,

a cui Silvestro aveva sedotta la figliuola faceva risuonare di pianti

e di grida il castello: ora un padre, cui Silvestro ubbriaco aveva

ferito il figlio, chiedeva un risarcimento; ora un contadino ricorreva

per un abuso, o un sopruso, o un danno prodottogli dalla malvagità del

giovanotto; insomma il vecchio duca ne era disperato. Nè si può dire

che fosse del tutto contento dell’altro, sebbene quieto, tranquillo,

studioso, troppo anzi studioso per un giovane che per la sua nascita,

era chiamato a ben altro che a viver la vita dello scenziato, onde

l’avrebbe voluto meno timido, meno semplice di costumi, più incline al

fasto. Insomma sarebbe stato ben lieto se l’uno con le sue virtù avesse

avuto un po’ dei vizi dell’altro, e l’altro coi suoi vizi avesse avuto

un po’ delle virtù dell’uno. Ora mentre Silvestro, il minore aveva fama

di essere un gran scavezzacollo, l’altro incominciava ad acquistar

nome di un grande scenziato, quantunque ancora giovanissimo, e si

teneva in continua corrispondenza con gli altri scenziati, di Francia

specialmente, i quali finirono col guastargli la testa.

Quando il vecchio duca venne a morire, i due fratelli, l’uno dei quali

aveva ereditato col titolo tutti i beni, una fortuna colossale, mia

cara, cui si aggiunse poi quella del marchese di Cerzeto, non ebbero

più freno alle loro inclinazioni. Silvestro quantunque povero si

diede a sfoggiarla facendo dei debiti, e quando non trovò più chi gli

desse dei danari, ne chiese al fratello che in sulle prime non glieli

negò, ma poi fu costretto a stringere i lacci della borsa onde l’odio

si accrebbe del cadetto che non poteva più soddisfare le sue costose

passioni. Da qui malumori, liti, scene violente, che avevan diviso il

paesello in due parti, dell’una parte la gente seria, dall’altra tutti

gli amiconi, i compagni d’orgia del cavaliere Silvestro. Però anche

la gente seria non poteva trattenersi dal rimproverare al nuovo duca

l’abbandono dei suoi vasti poderi, abbandono che danneggiava anche i

poveri contadini ai quali mancava il lavoro e col lavoro la pur miseria

mercede.

Così stavano le cose quando incominciò a parlarsi vagamente di un

amoretto del duca, il quale fin allora non aveva voluto prender

moglie, non solo, ma non aveva voluto mai aver che fare con donne,

neanche a svago giovanile. Indovina mo’ chi aveva fatto il miracolo

di innamorarlo? La figlia di un acerrimo nemico di casa Fagnano, una

giovanetta bella come un sole, pura e buona come una santa, la quale

aveva un padre di testa sì dura, di cuore così impregnato d’odio per

quella famiglia la quale aveva rovinato la sua che avrebbe dato più

volentieri la figliuola al diavolo o al più pezzente dei taglialegna

della Sila anzicchè ad un discendente di quei duchi di Fagnano, uno

dei quali gli aveva ucciso il nonno, un altro aveva ferito il padre e

rimontando a ritroso dei secoli ad ogni generazione si sarebbe trovato

un barone di Pietrasanta ucciso da uno dei duchi di Fagnano, e uno dei

duchi di Fagnano ucciso da uno dei baroni di Pietrasanta.

Un secolare litigio per una certa eredità, già in possesso di

quest’ultimo, era stato vinto dai primi, onde al barone di Pietrasanta

non era rimasto che il titolo nobiliare e la miseria per compagni:

la miseria dei signori è più tetra, più triste, più angosciosa della

miseria di coloro che in essa son nati! Ora, dirai, tu se il duca si

era innamorato della figliuola del barone, il matrimonio, non avrebbe

posto fine alla secolare inimicizia e i danni apportati dall’una

all’altra famiglia non sarebbero stati riparati? E questo avrei detto

anche io; ma chi, chi avrebbe potuto persuadere il barone, superbo più

del diavolo, iroso, cocciuto, accecato dall’odio? Neanche la figliuola,

quantunque fosse l’unico essere da lui amato, neanche la figliuola, che

dopo la morte di lui sarebbe rimasta povera e sola, lo avrebbe indotto

ad accettare per genero il nuovo capo della aborrita famiglia.

I giovani dunque si erano incontrati non so dove e si erano intesi

non so come, ma sai bene che l’amore, quando vuole rendere infelici

due cuori sa bene come fare, e non ci son mura abbastanza massicce, nè

porte abbastanza ferrate ed inchiavardate, nè condizioni sociali, nè

lontananza ad impedire che si compia quel che ha decretato; so soltanto

che si amarono con tutto l’impeto e la giovanile spensieratezza, di

cui poi la poveretta dovè subire le tristi conseguenze. La casuccia

nella quale il barone di Pietrasanta, dopo la totale rovina della sua

famiglia, si era ridotto a vivere era posta in fondo al villaggio:

il giovane duca fu anche da me incontrato parecchie notti quando vi

ronzava intorno, anzi una volta io mi appiattai per accertarmi se fosse

vero quel che si buccinava che quando il barone se ne andava a letto,

ella aprisse la porta all’amante e dovetti convincermi che si era detto

il vero e che il duca entrava per uscirne all’alba.

Egli però tutto il giorno se ne stava chiuso nella sua biblioteca; ma

intanto altre e ben gravi voci correvano sul suo conto, propalate dagli

amici del fratello; che il duca attendesse ad opera di stregoneria;

che manipolasse non so quali filtri col sangue dei fanciulli rubati

da alcuni suoi fidi alle madri: che facesse rubare i morti dalle loro

fosse per farne non so qual diabolico uso; e si diceva inoltre che

egli era in segreta corrispondenza coi rivoluzionari della Francia

che congiuravano per uccidere i re, e per mettere sugli altari, invece

di Dio, il Diavolo: che nel castello andavano spesso di notte alcuni

sconosciuti detti frammassoni, appartenenti ad una setta nemica del re

e della religione! E che davvero una o due volte al mese degli uomini

che giungevano a cavallo da molto lontano, andassero al castello me ne

accertai anche io; ma se davvero sgozzassero dei fanciulli, se un prete

celebrasse la messa sul grembo nudo di una donna e bevesse del sangue

umano, invece del vino consacrato, questo poi non so, ma anche questo

si diceva. Nè il fratello del duca smentiva tali voci, anzi col suo

contegno incerto, con la sua aria imbarazzata quando qualcuno gliene

parlava riusciva a confermarle.

Un bel giorno, che è, che non è, si veggono arrivare molti soldati con

gli uscieri e un giudice, i quali circondarono il castello. Immagina i

commenti, immagina quante se ne contavano: si faceva a chi la dicesse

più grossa. Il giovane duca quantunque buono, caritatevole, generoso,

non aveva nè amici nè nemici, all’incontro del fratello il quale era

spalleggiato da tutti i suoi compagni di crapula. La sera con grande

stupore si vide il duca salire in una carrozza col giudice il quale

aveva un aspetto assai arcigno e severo. In breve corse la voce che

il duca era stato arrestato, confermato dal cavalier Silvestro, il cui

volto era atteggiato a dolore mentre rispondeva: Gliel’avevo detto io,

glielo avevo detto io! a chi gliene domandava.

Ed il cavalier Silvestro rimase padrone e signore del castello.

Qui Carmine si interruppe: riaccese la pipa e si diede a fumare in

silenzio.

— E il cavalier Silvestro è l’attuale duca di Fagnano! — disse Geltrude

che aveva ascoltato attenta e raccolta.

— Nè più nè meno — rispose Carmine — il cavalier Silvestro è l’attuale

duca di Fagnano!

— Che, se ho ben compreso, denunciò suo fratello...

— Non ho detto questo — rispose Carmine con aria sorniona.

— Non l’hai detto, ma tu ne sei convinto.

— Oramai ne son convinti tutti! — mormorò Carmine.

— Prosegui dunque, prosegui, chè al certo ora verrà la parte più

interessante.

— Passarono due o tre mesi — continuò Carmine — in cui noi altri

nulla sapevamo della sorte toccata al duca, sapevamo soltanto, che

al castello ci era tavola imbandita ogni sera e suoni e canti e...

tu intendi il resto. Il cavalier Silvestro si era circondato di ben

cinquecento armigeri, scelti fra i più temuti malfattori sfuggiti alla

giustizia e se la godeva senza scrupoli in un libertinaggio sfacciato.

Una sera io era tornato allora allora dalla montagna e, stanco come

era, mi accingevo ad andare a letto, quando intesi picchiare alla

porta di strada. Chi poteva picchiare a quell’ora? Apersi e vidi

un uomo che non riconobbi non solo perchè era buio fitto, ma anche

perchè nascondeva il viso nella falda del mantello. — Chi siete e che

volete? — dimandai. — Lo sconosciuto entrò, si tolse il mantello e alla

luce della lanterna chi vidi? Il duca di Fagnano, quello che avevano

arrestato, proprio lui. — So che siete uno dei pochi galantuomini

di questo paese, mi disse, e perciò son venuto a chiedervi un gran

servigio. — Io ero sbalordito: lo sapevo in carcere; era dunque

libero? era dunque fuggito? Il duca lesse lo stupore nel mio viso e

si affrettò a dirmi: — Sono evaso stanotte. Mi occorrono due testimoni

nel mio matrimonio con la baronessa di Pietrasanta. Il parroco è stato

avvertito e ci aspetta in chiesa. Volete essere uno dei miei testimoni?

— Potevo rifiutare? Ero così stupito che non seppi dire nè si nè no.

Uscimmo. Fuori vidi un uomo in attesa: era l’altro testimone, nel quale

riconobbi Pietro il Toro.

— Ah! — esclamò Geltrude — ora comprendo perchè...

Carmine non la lasciò proseguire e continuò:

— Tutti e tre in silenzio scendemmo per la stradicciuola che conduce

fuori il paese. Giunti presso la casa del barone di Pietrasanta il

duca ci accennò di sostare poi fece sentire un sibilo leggiero, dopo

il quale la porta della casa si aperse e io vidi una figura di donna

avvolta in un mantello, la quale prese il braccio del duca. Tremava

a verghe come se avesse la febbre, mentre il duca con dolci parole

la veniva rincorando. Infine fummo nella chiesa che era deserta e

buia: solo in fondo due ceri ardevano innanzi all’altar maggiore ove

il parroco in cotta e stola aspettava in compagnia di un chierico. —

Signor Parroco — disse il duca — come vedete io non sono un eretico; io

credo alla nostra sacrosanta religione; se biasimo ciò che gli uomini

han voluto farne, ho sempre riconosciuto le sublimi verità contenute

nel Vangelo, Perseguitato dalle calunnie degli uomini, io nato duca e

signore di questa contrada, son costretto a venir come un fuggiasco ed

un colpevole innanzi a voi perchè col vostro ministero santifichiate

l’amore che lega l’anima mia a quella di questa povera creatura. In

così dire tolse il mantello che tutto avvolgeva la figliuola del barone

di Pietrasanta ed io vidi quella poveretta, bella come una Madonna,

una Madonna addolorata, che a stenti frenava i singhiozzi mentre si

stringeva al braccio del duca che era pallido e tremante anche esso

per la commozione. E fu allora che mi accorsi con uno stringimento

ineffabile di cuore che quella poveretta era incinta.

— E pensare — esclamò Geltrude scrollando il capo — che l’uomo era il

duca di Fagnano e l’altra la baronessa di Pietrasanta, due signori così

ricchi e potenti!!

— Eh, cara mia, che ci vuoi fare? È questo il conforto di noi poveretti

bistrattati dalla fortuna, il vedere che essa talvolta sceglie le sue

vittime anche fra coloro che ci destano invidia. E commosso al par

di me era Pietro il Toro. Te lo immagini tu Pietro il Toro commosso?

Quello lì ha molti peccati sulla coscienza: ha vissuto dieci anni nei

boschi in compagnia di gente della peggiore specie, e pure quello lì

ha un buon cuore; in quella sua figura grottesca ci è un’anima capace

d’ogni nobile sentimento.

— Ma va innanzi, va innanzi, chè adesso mi spiego tante, tante cose che

mi parevano strane.

— Dunque il parroco celebrò il matrimonio, mentre il duca sempre

pallido e grave a stento frenava il dolore, e la poveretta si struggeva

in lagrime. Ho sempre nell’orecchio il suono di quella voce soffocata

dai singhiozzi con la quale rispose al parroco quando questi le

chiese se accettava per legittimo sposo il duca di Fagnano. E quando

il parroco li benedì ed ella si gettò fra le braccia del duca, non

solo io ma anche Pietro aveva i lucciconi negli occhi. Ah, sono scene

che non si dimenticano se si campasse cento anni! Poi il parroco ci

fece firmare in un suo certo libro, in cui tanto il duca che quella

poveretta avevano apposto la loro firma. Pietro il Toro però fece un

segno di croce...

— Ma dunque il figlio che poi nacque è il legittimo erede...

— Aspetta, aspetta che udrai cose da inorridire. Quando uscimmo dalla

chiesa, il duca si rivolse a noi e ci disse: Grazie del servigio che ci

avete reso. Io non posso per ora condur meco questo angelo di creatura

che è adesso mia legittima moglie innanzi a Dio e innanzi agli uomini;

ma presto farò in modo che possa raggiungermi. Voi, quantunque di umile

condizione, siete due galantuomini, quindi a voi la raccomando, e se

Dio un giorno mi farà trionfare dei miei nemici, oltre che da Lui,

avrete da me il compenso adeguato alla vostra buona azione.

Pietro ed io non sapevamo che rispondere. Il duca di Fagnano

raccomandava a noi la sua nobile sposa, a noi poveri diavoli? Quando

ci rimettemmo dallo stupore e dalla emozione, i due sposi erano già

andati via. E fu allora che Pietro, il quale ha le scarpe grosse, ma il

cervello sottile mi disse: — Senti, compare Carmine, la testimonianza

che abbiamo fatto stanotte ci attirerà dei guai addosso. Io del resto

per pietà di quella povera creatura son disposto a prendere per il

collo chiunque le volesse far male e il duca può star sicuro che

non avrà parlato indarno a Pietro il Toro. E posso assicurarti, cara

Geltrude, come ti dirò in prosieguo, che senza la mia prudenza Pietro

ne avrebbe fatta qualcuna delle sue, che sarebbe riuscita assai dannosa

a persona cui noi tutti vogliamo un gran bene.

— Ora sì che capisco perchè Pietro...

— Scorse un mese e nessuna nuova giunse a noi del duca: nel castello

però continuavano i banchetti e la vita allegra per mostrare, faceva

dire il cav. Silvestro, che egli rinnegava il fratello reo di tanto

orrende infamie contro la religione e contro il Re di cui egli era

uno dei primi sudditi. Si era saputo però che era giunto a fuggire

dal carcere con l’aiuto dei frammassoni e che in contumacia era stato

condannato alla pena di morte come reo convinto di sacrilegio, di

stregoneria e di non so quali altri delitti; nello stesso tempo si

seppe che il Re aveva investito del ducato di Fagnano il fratello del

condannato e dato a lui tutti i beni confiscati a quest’ultimo. Allora

nel paesello si incominciò a credere che chi aveva architettato le

accuse, chi aveva denunciato il duca era stato il fratello sperando di

succedergli come avvenne. Pietro ed io soli sapevamo che il duca aveva

lasciato un erede il quale fra poco sarebbe venuto al mondo, ma benchè

Pietro volesse fare del chiasso, pure io giunsi ad impedirlo. Poi, come

sai, dovette rifugiarsi su i monti, dopo il guaio che gli capitò...

— Per aver sposato Rosaria, la più bella ragazza che avesse mai

portato una tovagliuola bianca, lui così brutto! Ricordo che noi altre

l’avevamo predetto, ma si credeva che parlassimo per invidia...

— Io dunque rimasi solo a custodire il segreto che mi era di un gran

peso, perchè se fosse venuto a sua conoscenza il nuovo duca mi avrebbe

fatto far la pelle, come è vero Dio.

— E di quella poveretta che era di buon diritto duchessa di Fagnano?

— Nulla; non andava in chiesa, non si faceva vedere dalla finestra,

nulla! Si diceva che il barone fosse infermo; io intanto facevo i conti

ed ero sicuro che la duchessa, perchè a chi se non a lei spettava

un tal titolo? esser doveva lì lì per mettere al mondo il frutto

dei suoi poveri amori. Quando una notte, oh, non la dimenticherò mai

quell’orribile notte! fui svegliato da ripetuti picchi alla porta di

strada. Mi alzo e spaventato chiesi chi picchiasse. — Aprite! — rispose

una voce aspra e minacciosa che mi fece agghiacciare il sangue nelle

vene, tanto più che mi era parso di riconoscere la voce del barone di

Pietrasanta. Apersi la porta con mano tremante, ed era proprio lui,

il vecchio che pareva si reggesse in piedi solo per uno sforzo della

volontà. Al lume della lucerna vidi che era livido e gli occhi gli

sfolgoravano. Venite con me — mi disse con voce imperiosa; e sicuro

che avrei ubbidito si diresse verso la casa del parroco, attigua alla

chiesa ove era stato celebrato il matrimonio del duca con la figlia

del barone. Giunti, il vecchio che pareva convulso picchiò a gran colpi

come aveva fatto alla mia porta, finchè la serva del parroco non scese

ad aprirci, immagina con quale spavento nel viso. Il barone salì di

corsa le scale seguito da me e dalla serva atterriti, penetrò nella

camera del parroco che era a letto e gridò con voce rotta dal furore. —

Dove avete, dove avete il registro dei matrimoni? Il parroco sorpreso,

sbigottito, non osò neanche di protestare e stese la mano additando

un grosso librone su un tavolino presso al letto. Il barone vi si

precipitò e si diede a sfogliarlo mentre la mano gli tremava e gli

occhi pareva volessero schizzargli fuori dell’orbita. Infine urlò con

una voce che ci fece sobbalzar tutti: Nulla, nulla, nulla! Ah, l’avevo

detto io, l’avevo detto... non solo la rovina, ma anche il disonore...

Poi avventandosi a me ed afferrandomi pel collo. — Avete fatto voi il

testimone, voi a quella sciagurata e al suo ganzo? — Sì, risposi io

più con un cenno della testa che con la voce, tanto ero sconvolto. —

Ora dove è, dove è? — gridò il barone voltosi al parroco che per quanto

era durata quella scena non aveva detto parola ed era pallido come un

morto — dove è l’atto matrimoniale? — Ma che so io? — balbettò infine

il parroco — non ricordo... non so di quale matrimonio intendete... —

Diteglielo voi — urlò il barone rivolgendosi a me, diteglielo voi. —

Io, sdegnato dalla esitanza del parroco riacquistai un po’ di coraggio

e me gli rivolsi dicendogli: — Il barone intende parlare del matrimonio

celebrato in una notte, or fan cinque o sei mesi, tra il duca di

Fagnano, fuggito dalle carceri, e la baronessina di Pietrasanta, a cui

Pietro il Toro ed io facemmo da testimoni. — Io non so nulla, io non

so nulla! — gemette il parroco più morto che vivo. — A questo intesi

un’onda di sdegno nel cuore: se Pietro il Toro fosse stato colà, certo

il parroco non avrebbe detto più messa. — Dunque mia figlia è una vile

baldracca — muggì il barone — o tu sei un mentitore. — In così dire

era per avventarglisi contro, ma sopraffatto dal dolore stramazzò

come colpito al capo. Io cercai di dargli aiuto, ma una voce parea

mi dicesse: Va, corri da quella poveretta che forse ha più bisogno di

te. Mi ricordai di quel che avevo promesso al duca: compresi che una

ben terribile scena aveva dovuto avvenire in casa del barone, al quale

forse la sventurata non aveva potuto più oltre nascondere il suo stato:

e mentre il parroco e la serva cercavano di soccorrere l’infelice

che giaceva come fulminato sul pavimento io fuggii da quella casa per

accorrere in casa del barone.

— Ben fatto, ben fatto! — esclamò Geltrude — davvero che non ti avrei

creduto capace di una simile risoluzione, perchè so bene quanto sei

incerto nelle tue cose tu...

Carmine non rilevò la malignità contenuta nelle parole della sua amica,

e commosso dai ricordi continuò nel suo racconto.

— Mi diedi a correre a correre, certo che qualcosa di grave era

avvenuto. Sapevo l’odio che il barone covava contro i duchi di Fagnano;

sapevo che sopportava con fierezza le sue avversità, ma non si sarebbe

acconciato al disonore che gli veniva poi dal suo peggiore nemico;

certo la figliuola non potendo più occultare il suo stato aveva

dovuto svelargli il matrimonio; certo qualche cosa di terribile era

avvenuto. Mi ricordai della raccomandazione che ci aveva rivolta il

duca: la poveretta aveva bisogno di aiuto, di soccorso, di un amico,

mentre il padre l’aveva abbandonata, nè era in caso di giovarle in

nulla. Con questi pensieri giunsi trafelato alla casa del barone; non

ebbi bisogno di picchiare perchè la porta era aperta. Entro, e uno

spettacolo miserando mi si offerse. La povera signora giaceva supina

sul lettuccio così bianca che pareva non avesse più sangue nelle vene.

A lei vicina era Giovanna, una vecchia contadina, unico avanzo della

numerosa servitù di un tempo, la quale vinta dal dolore era impotente a

prestarle aiuto. Al rumore che feci nell’entrare la giacente aprì gli

occhi e mormorò con filo di voce. — Grazie d’esser venuto; è il buon

Dio che vi manda.

Quando ecco intesi un vagito che mi fece trasalire. — È mio figlio,

disse la disgraziata; portatelo via.. mio padre l’ucciderebbe... Ve

l’affido chè io mi sento morire. — Così dicendo fece uno sforzo, si

sollevò a mezzo il letto e mi porse un bimbo nato allora. Io stendevo

le braccia, quando la poveretta che soffocava dai singhiozzi, si diede

a baciarlo e a ribaciarlo gemendo. — Quale sarà la tua sorte, quale

sarà la tua sorte, o figlio, o figlio mio?! — Io non so come mi tenevo

in piedi; sentivo sconvolto il cervello e il cuore gonfio di angoscia.

— Lo farete battezzare, disse infine la misera: lo chiamerete Riccardo

come il fratellino che mi morì. Se mai il duca ritornerà gli darete

questa lettera che gli farà riconoscere il figlio suo e ne avrà la

prova sicura. — Io avevo preso tra le braccia il fanciullo che ravvolsi

nel mantello e non potei rispondere che con cenni di assentimento così

ero convulso; conservai la lettera suggellata e tornai a casa. A, tu

piangi adesso, Geltrude, ora immagina qual cuore era il mio innanzi a

quella madre che si separava dal nato delle sue viscere, sicura che non

l’avrebbe mai più riveduto!

Invero la vecchia Geltrude ascoltava con gli occhi gonfi di lagrime.

— Come tornai a casa, non te lo so dire. La mia vita fin allora era

scorsa tranquilla e serena: quel fanciullo che una morente mi aveva

affidato, poichè io sentivo che la poveretta ne sarebbe morta, la

sconvolgeva e forse mi sarebbe stato causa di dolori e di rovina. In

quell’orgasmo mi si era fatto la luce sull’accaduto: il nuovo duca

aveva imposto al parroco di lacerare l’atto matrimoniale per garentirsi

d’ogni possibile pericolo, d’ogni rivendica dei titoli e dei beni

usurpati. Le sue spie avevano dovuto avvisarlo delle nozze celebrate

in quella notte, e se non ricorse allo espediente di sopprimere anche

i testimoni gli è che di me non aveva paura perchè mi sapeva timido e

amante del quieto vivere; di Pietro, risoluto e attaccabrighe, nemmeno

perchè aveva dovuto prendere il bosco: e forse contava anche sul furore

del barone quando avrebbe saputo il fallo della figliuola. Insomma

io mi trovai in casa con un fanciulletto e passai tutta la notte a

cullarlo finchè all’alba comprai un po’ di latte per sfamarlo, risoluto

a tenerlo nascosto per un pezzo onde non attirar su me l’attenzione del

duca.

— E del barone e di quella povera signora?

— Il barone colpito d’apoplessia fu portato a casa. Si disse che era

andato dal parroco per confessarsi. Non riacquistò più i sensi e morì

dopo tre giorni. La figliuola dopo pochi giorni lo seguì nel sepolcro,

ed a me rimase il fanciullo che poi feci credere d’aver trovato nel

bosco in un frattume.

— E che disse Pietro il Toro quando seppe l’accaduto? Gli parlasti

della lettera suggellata?

— Ah, tu vuoi saper troppo adesso. Io ho potuto dirti quel che

riguardava me, ma quel che riguarda Pietro il Toro non posso e non

debbo. Ti basti il dire che fece.. quel che dovevo aspettarmi per la

sua indole e quel che un giorno forse potrebbe riuscire assai utile a

qualcuno. Intanto il duca era partito per Napoli, chè col titolo e con

le ricchezze era cresciuta l’ambizione sua. In Napoli, ebbe un ufficio

a Corte, sposò la figliuola di un gran signore, dalla quale ebbe

un’unica figlia, che portò qui quando rimase vedovo e la giovinetta

uscì dal convento ove si era educata. E si dice che non l’avesse voluta

con sè a Napoli, perchè gli era d’imbarazzo continuando egli a vivere

nei vizi e nella crapula. Però si assicura che quell’uomo il quale

sacrificò il fratello alla sua ambizione, ami assai la figliuola, pure

standone lontano; anzi lui dice che la tiene qui per sottrarla alla

corruzione della Corte. Sarà poi vero che la tiene qui per questo?

— Ma ora l’ha ripresa con sè...

— Vuol dire che si preparano dei tristi tempi... Anche sei anni or sono

la portò seco.

— Ma — disse Geltrude che non credeva di aver saputo abbastanza

— nulla, nulla proprio faceste nè tu nè Pietro per rivendicare il

nome, le ricchezze al figlio legittimo del duca di Fagnano? Io avrei

dissuggellato quella lettera, tanto per sapere...

— Sei curiosa tu! E chi avrebbe dato retta a due poveri contadini come

siamo noi? Sarebbe stato lo stesso che cozzar contro un muro, e chi

cozza coi muri si rompe la testa. Prendersela col duca di Fagnano,

che parla col re e con la regina nè più nè meno come io parlo con te;

accusarlo di aver denunciato il fratello, e questo sarebbe niente,

di aver lacerato o bruciato un atto matrimoniale, di aver rubato,

i titoli, le ricchezze?... Eh, mia cara, per osar tanto Pietro ed

io avremmo dovuto essere ben altro che due poveri contadini! Quindi

decidemmo di non parlare neanche della lettera di sua madre a...

— A Riccardo — esclamò la vecchia — via, dillo... o che temi adesso

dopo avermi narrato tutta la storia?

— È vero; ma, sai, mi par sempre di commettere un’imprudenza! Dunque

decidemmo di non parlarne a Riccardo che quando e se sarà in grado di

far valere i suoi dritti... Ma, via, non ti par che l’abbiamo fatta

assai tardi? Ricordati però quel che mi hai promesso; neanche una

parola ti esca di bocca di quel che ti ho narrato.

— Ma se te lo giurai sulla Madonna del Carmine — rispose la vecchia

che intanto si era data attorno per acconciarsi un lettuccio sulla

cassapanca. — Però devi dirmi sinceramente se credi che il duca, il

vero, il legittimo, sia morto in Francia.

— Così ha detto il fratello, così han detto tutti coloro che

frequentano il palazzo, così ho inteso dire dagli armigeri. Ma poi...

chissà! È una storia assai vecchia, son ben ventotto anni ormai! Via,

via, dormiamo che è tardi.

In breve il silenzio regnò nella casa. L’uragano continuava coi sibili

del vento e i rombi del tuono.

Era scorsa appena una mezza ora quando la porta di strada risuonò di un

picchio poderoso seguito da una voce che gridava impaziente:

— Vecchio Carmine, poltronaccio, dormiglione, alzati e vieni ad aprire.

Ci vuoi far morire affogati?

— To’ — disse Carmine svegliandosi di soprassalto — sembra la voce di

Pietro. Geltrude, Geltrude, hai tu inteso?

— Sì, ho inteso — disse Geltrude. — Mi ero appena appena addormentata.

— Ma insomma — continuava a dir la voce — vieni ad aprir sì o no?

— Vengo, vengo — gridò Carmine balzando dal letto e accendendo una

lucernina.

— Tanto ci voleva? — esclamò Pietro il Toro, il primo ad affacciarsi

sull’uscio. — Su presto, un buon fuoco, un gran fuoco, un paio di

caraffe di vino, del pane e del salame...

— O del formaggio che val lo stesso — disse il Ghiro comparendo.

— E Riccardo, Riccardo? — chiese Carmine che ancora non si era rimesso

dalla sorpresa.

— Attende col Magaro a mettere nella stalla i nostri cavalli... già,

i nostri cavalli, due bestie che ti faranno sbarrar gli occhi dalla

meraviglia. Ah, ma tu sei in buona compagnia! — disse poi Pietro

il Toro vedendo Geltrude che seduta a mezzo il lettuccio badava a

ricomporsi. — Ah, vecchio, impenitente!

— Sta zitto tu, mascherone di fontana, spaventa passeri — gridò

Geltrude offesa.

— Andiamo, andiamo, non dirò nulla di tanto scandalo se vi affrettate

a mettere una o due fascine al fuoco. Se aveste tanta acqua addosso

quanta ne ho avuta io, vi sarebbe passata la voglia di far gli sposini!

Carmine però non si moveva dalla porta e guardava nel buio per veder

giungere Riccardo: dall’allegria dei due compari aveva compreso che ci

era qualcosa di buono in aria.

— Capperi! — esclamò quando vide entrar Riccardo.

— Buonanotte, zio Carmine, buonanotte. Ti abbiamo svegliato a mezzo il

sonno — disse questi entrando e deponendo una valigetta sul lettuccio.

Il giovane aveva aperto il ricco mantello, e la esclamazione di

Carmine era giustificata dal vederlo vestito come uno dei signori

che eran venuti parecchie volte a far visita al duca. Stentava quasi

a riconoscere in lui il giovane che aveva visto venir su come uno

dei tanti diseredati dalla fortuna costretti a logorar la vita negli

stenti. Non mentiva il sangue, non mentiva! Come gli si attagliavano

bene quelle vesti che conferivano alla singolare bellezza di lui

un’aria signorile, e che egli portava con la disinvoltura di chi vi è

usato!

— Basterebbe vederlo — disse tra sè e sè Carmine — per convincersi che

è lui il vero duca di Fagnano.

Anche Geltrude era rimasta ammirata; e subendo il fascino che la

ricchezza delle vesti esercita su i contadini, non aveva osato volger

la parola a quel giovane che pure aveva vissuto con lei in tanta

dimestichezza. La guardava come se lo vedesse per la prima volta; non

era più per lei il misero trovatello, del quale incerta fin allora le

era l’origine: sapeva bene adesso che era lui il signore legittimo, il

padrone vero di quelle ricchezze che facevano dei duchi di Fagnano i

più cospicui signori del regno, e sentiva come una confusa soggezione

di trovarsi insieme in quella casuccia.

Intanto ardeva sul focolare una gran fiammata innanzi alla quale i tre

compagni di Riccardo si eran seduti e con le gambe aperte, le mani

al fuoco si ristoravano dalla stanchezza, mentre Carmine aiutato da

Geltrude attendeva a preparare un po’ di cena. Riccardo si era seduto

anche esso e pareva pensoso con un’ombra di tristezza nel viso che

discordava con l’allegria dei suoi tre compagni.

— Lui non mi par molto soddisfatto — disse Geltrude sottovoce a Carmine

mentre mesceva del vino nelle bottiglie — invece gli altri sembra che

abbiano toccato il cielo con le dita.

— Me ne sono accorto anche io — rispose Carmine. — Pure non hai visto

che armi, che vesti proprio degne di chi è nato duca?! E quella valigia

con borchie ed ornamenti che sembrano d’argento?

— E saran forse d’argento! — fece Geltrude che indugiava nell’andare

attorno per poter con l’aiuto di Carmine penetrare nel mistero.

Riccardo intanto si era scosso dai suoi pensieri e fattosi presso ai

compagni che s’erano chinati verso lui per intender meglio:

— Il luogo dunque sarà la radura del Gariglione. Tu, Pietro andrai in

Basilicata da Taccone e da Quagliarello...

— Li vidi in quella notte — borbottò Toro — gente di fegato, ma anche

ladri e sanguinari.

— Lo so — rispose Riccardo abbuiandosi vieppiù — lo so; ma su essi

bisogna contare, visto che i galantuomini sono in lega con coloro che

vengono per far da padroni nelle nostre case. Tu, Magaro, avviserai

Povonese, Marotti ed il Vizzarro che troverai nei boschi di S. Eufemia

e dell’Aspromonte: tu Ghiro, andrai in cerca di Parafante, del Giurale,

del Boia e di Benincasa. Bisogna intenderci per organizzare la difesa,

per disciplinarla...

— Disciplinarla? — esclamò Pietro con tale una smorfia della sua

grottesca fisonomia che gli altri scoppiarono a ridere. — E sarà

possibile? A stenti e in qualche modo soltanto ci riuscì il Cardinale

che pure dovè chiudere un occhio, e talvolta tutti e due...

— Non far lo scrupoloso Pietro — disse il Magaro scrollando le spalle —

che anche tu all’occorrenza...

— Che cosa anche io all’occorrenza? Ho forse sgozzato dei vecchi,

dei fanciulli, delle donne nelle chiese ove si erano rifugiati? Ho

forse appiccato il fuoco alle case dopo averle saccheggiate e avervi

rinchiuso gli abitanti, sol perchè qualche loro nemico li aveva

qualificati per rivoluzionari? Ho forse commesso nefandezze su i

gradini degli altari, di quegli altari che insorgemmo per difendere?

— Non dico questo, ma...

— Ma si capisce, quando si rischia ogni giorno di aver la pelle bucata

da una palla o da una punta di baionetta, si capisce che la sera ci

vuole un po’ di svago come un buon fiasco di vino e delle femmine

allegre sulle ginocchia; e che se si trova un gruzzoletto di piastre,

un oggettuzzo d’oro o di argento non si mena il bando per sapere chi

l’ha perduto e non si lascia a chi ha meno scrupoli; e quando il sangue

è montato alla testa e si danno colpi e se ne ricevono nel furore di

una lotta a corpo a corpo, non si bada a nulla. Ma la ferocia a sangue

freddo, la crudeltà...

— Smetti via, smetti Pietro — disse Riccardo che pur pareva dell’avviso

del suo vecchio compagno. — Dunque, rifocillatevi ora, riposate questa

notte e tutto domani per poi mettervi in cammino. Io tenterò di dare un

certo organismo a quel che si vuol fare perchè solo convergendo tutte

le forze a un intento comune si può riuscire...

— Ma — disse Pietro, testardo sempre nelle sue idee — un tale

organismo, come voi dite, avrebbe dovuto darlo quella notte colei che

ci fece giurare di difenderla: Sua Maestà la Regina.

— Ed a nome di lei che vi parlo e in nome di lei andrete dove io vi

ho detto — rispose Riccardo assumendo tale autorità nell’aspetto che

gli altri ammutolendo lo guardarono con un’aria di stupore come se uno

sprazzo di luce fosse di un tratto balenato nella loro mente.

Invero per tutto il viaggio durato otto giorni, il giovane aveva

evitato di alludere al come aveva trascorso il tempo della sua dimora

in Napoli, e aveva stornato il discorso quando alcuno dei tre, Pietro

specialmente, aveva accennato al ricco equipaggio del giovane e al

contenuto della valigetta che la notte nei fondachi e nelle locande

in cui prendevano alloggio serviva di guanciale al suo possessore,

finchè delusi nelle loro speranze non avevan più tentato di appurare

il mistero. Il contegno del giovane non era punto mutato e continuava

con essi nella dimestichezza; però talvolta si abbandonava ai suoi

pensieri, e pareva a giudicar dalla fisonomia che qualche cosa di ben

grave lo turbasse, ciò che era molto strano perchè d’ordinario l’umore

del giovane era spensierato e lieto. Ecco dunque che di un tratto il

mistero si diradava in parte pur restando ancora insoluto. Ma erano

bastate quelle parole perchè agli occhi dei tre avventurieri il giovane

assumesse un aspetto insolito, cui conferiva maggior prestigio quella

subita luce che si era riverberata su lui al nome della Regina.

Si guardarono muti, mentre il giovane ricadeva nelle sue riflessioni.

— Orsù, a cena — disse in fine Carmine — e scusate se sorpreso così a

mezzo della notte non posso offrirvi che ben poco.

Si alzaron tutti e sedettero intorno alla mensa rischiarata da un

candeliere che Carmine accendeva solo nelle grandi occasioni. Riccardo

non si era mosso.

— Non ho fame — disse — ma sbrigatevi perchè ho sonno invece e Carmine

avrà un cantuccio in cui poter sdraiarmi.

— Il tuo letticciuolo, Riccardo, è sempre là, l’ho rifatto ogni sera,

perchè ogni sera ti aspettavo.

Il giovane scorse un dolce rimprovero nelle parole di Carmine e si

affrettò a rispondere:

— Sì, sì, hai ragione, buon Carmine, scusami sai...

Gli altri cenavano discorrendo sommesso, mentre Geltrude seduta a loro

vicino aguzzava le orecchie per pescare qualche parola dalla quale

potesse intendere il resto. Ma, poichè non giungeva a rannodare il filo

del discorso, si alzò di un tratto come se un’idea improvvisa le fosse

balenata in mente.

— Ho da dirti qualcosa, Carmine — disse sottovoce avvicinandosi al suo

vecchio amico.

— Parla — rispose questo che era intento a rimettere del vino in una

bottiglia...

— Andiamo in disparte... ho una idea... vorrei parlarne anche a Pietro.

— Parlane a me per ora. Di che si tratta?

E seguì la vecchia che traendolo per un braccio l’aveva condotto in

fondo alla stanza.

— Io credo che sia proprio questa l’ora di dir tutto — disse la vecchia

con aria pensosa.

— Tutto che cosa?

— Riccardo è tornato assai diverso da quello che è partito. Non vedi

che magnificenza di abiti, di armi, e che gonfia valigia? Io credo

dunque che sia giunta l’ora di svelargli la sua origine. Non conveniste

con Pietro che gliene avreste parlato quando sarebbe stato in grado

di poter sostenere le sue ragioni? Che aspettate dunque? Capisco, ai

tempi che corrono le vesti, le armi, i cavalli, la valigia avrà potuto

anche...

La vecchia esitava, ma Carmine l’interruppe dandole un pugno.

— Ah, vecchia strega, avrà potuto rubarli, vuoi dire, lui che quando

tornò capitano non aveva che due o tre piastre in tasca ed un misero

cavalluccio, e sì che molti se ne tornarono ricchi!

— No, non volevo dir questo; ma non eran con lui Pietro, e se Pietro

non è capace, il Magaro e il Ghiro che ruberebbero l’ostia consacrata?

Dunque, sta a sentire, se non dalle vesti vede dal viso che è tornato

diverso da quello che partì. Guarda che aria grave, che aspetto severo,

e non ti pare che parli seco stesso? Ora si potrebbe farle valere le

sue ragioni! Se nella lettera di sua madre che tu conservi, vi son le

prove della di lui legittimità...

— Va, va, non occuparti di cose che non ti riguardano. Già fui io uno

sciocco nel metterti a parte di un segreto sì delicato. Appunto perchè

adesso è così pensoso, così turbato come se gli incombesse chi sa che

gran peso, non bisogna distrarlo con una rivelazione tanto penosa e che

lo metterebbe forse in maggior orgasmo. Eppoi, Pietro che la sa lunga,

quantunque di apparenza così ruvida, Pietro che forse sa ben più di

me, gliene avrebbe parlato, e Pietro sostiene che la lettera è un sacro

deposito che dovrà consegnar solo al duca se torna.

— E perchè tu vuoi che il merito sia tutto di Pietro? Infine tu lo

raccogliesti, tu lo nutristi, a te la madre lo affidò, a te diede la

lettera, tu l’hai conservata finora...

— Va via vecchia, va via! — gridò Carmine seccato.

— Che vuole la vecchia? — disse il Ghiro che incominciava a

infastidirsi della musoneria in cui si era caduti.

— Nulla, nulla — rispose Carmine posando sulla mensa la bottiglia.

Poco dopo i tre eran tornati al focolare, e sdraiatisi sullo zoccolo

con i piedi al riverbero delle braci ardenti si erano addormentati. Su

tutti era sceso profondo il sonno, meno su Riccardo che si era messo a

giacere sul suo antico letticciuolo.

Ah, Pietro il Toro non aveva torto: come, come disciplinare quella

gente senza un uomo che avesse saputo tenerla a freno e dirigerla ad

uno scopo comune? Poteva esser lui un tale uomo, lui che aveva soltanto

il prestigio del coraggio, della temerità fors’anco? Ma al par di lui

valorosi, al par di lui temerari eran tutti i capi di quelle bande

di cui però conosceva le funeste passioni ed i perversi istinti!

Avrebbero combattuto è vero col nome di Dio e del Re sulle labbra, ma

con l’intento di devastare, di uccidere, di rapinare travolgendo nella

loro ferocia coi nemici de! Re e della Religione anche gli innocenti,

e gli abitanti tutti dei villaggi e delle città abbandonati alla loro

libidine di sangue e di distruzione. Chi sarebbe stato il capo di

quella guerra, il condottiero supremo di quelle bande? Se non era valso

il Cardinale, col doppio prestigio che gli veniva dal nome illustre e

dalla porpora, ad impedire tante orribili nefandezze, sarebbe valso

lui, povero avventuriere senza nome e senza fortuna se mai avesse

vagheggiato di ambire qualche cosa di più di ciò che aveva ottenuto per

caso e pel capriccio di una donna? Non poteva dubitare dell’autenticità

della firma e del suggello reale in quella carta di riconoscimento

in cui gli si dava il titolo di colonnello; ma colonnello di qual

reggimento? Di quello stesso reggimento in cui il Cardinale l’aveva

nominato capitano! Spensierato in apparenza e facile ad avventurarsi

nelle imprese arrischiate, il giovane aveva per dir così l’istinto

della realtà, vedeva le cose nel loro vero aspetto e perciò aveva

potuto domare il folle sentimento che gli era sorto nel cuore per

la figliuola del duca di Fagnano, domarlo e sentirne quasi vergogna,

chè ben misurava l’insormontabile distanza che le condizioni sociali

frapponevano fra lui e lei. Nato contadino, vissuto fra contadini, se

ne sentiva diverso assai per indole e per aspirazioni sicchè talvolta,

sapendosi un trovatello, gli era venuto il dubbio che sangue di signori

scorresse nelle sue vene; ma poichè era quello il suo destino aveva

cercato di acconciarsi a vivere come gli altri del suo stato frenando

le ribellioni che di tanto in tanto gli fremevano nell’animo. Poteva

egli dunque vagheggiare l’ambizione di divenir capo di tutta quella

gente che già si apprestava ad insorgere non solo contro gli stranieri,

ma anche contro i pacifici abitanti della città e dei villaggi? Non

era questa, non era questa la guerra che avrebbe dovuto farsi! Aveva

saputo il delirio destato dalle parole della Regina incitatrice alla

strage, incitatrice allo sterminio, della Regina che lo aveva nominato

suo emissario segreto col titolo di colonnello, ed era questo che lo

spaventava, questo poichè chi sa quali ordini sarebbe stato costretto

a trasmettere ai capi delle bande, ordini a cui forse la sua coscienza

avrebbe dovuto ribellarsi.

Ah, perchè non era presente in quella notte! Non si sarebbe fatto

imporre dal fasto e dal prestigio regale e avrebbe parlato non solo

per evitare tanta rovina al reame che ancora risentiva degli orrori

commessi dalle bande del Cardinale e di cui era stato testimone,

ma anche nell’interesse della dinastia. La guerra, guerra ad

oltranza, contro lo straniero invasore era santa e giusta, chè non

la fratellanza, non la libertà muoveva i soldati di Francia contro il

reame di Napoli, poichè si era ben visto quale caso le schiere dello

Championnet avevan fatto della libertà e della fratellanza; ma brama

di conquista, ma ambizione di dominio; pure a combattere i prepotenti

invasori, e cacciarli dal regno non sarebbero valse le bande per

quanto valorose se si sperperassero in sterili conati, di rovina alle

popolazioni e di nessuna utilità all’intento supremo, mentre i Francesi

uniti e compatti, che potevano far credere di combattere a difesa dei

cittadini, avrebbero trovato in questi degli ausiliari potenti contro

le bande devastatrici, che facevano della ferocia l’unica scienza della

guerra. Questo avrebbe detto quella notte, e lui per il primo avrebbe

riconosciuto come capo supremo il designato dalla regale volontà, lui

per il primo avrebbe giurato di ubbidirgli e di non discuterne gli

ordini.

Non che ei ne facesse un torto a quella donna, mentre i figli, il

marito, i ministri si eran posti al sicuro in Sicilia, rimasta impavida

contro l’uragano che si avanzava. Pur troppo aveva compreso dalle

parole dei suoi compagni, i quali lungo il viaggio glielo avevan

narrato, i particolari di quella notte del giuramento, che la Regina

per non compromettere la sua dignità regia esposta alle grossolane

intemperanze dei convenuti, aveva dovuto ritrarsi paga soltanto di

averne acceso l’entusiasmo e comprendendo che non le sarebbe stato

altrettanto facile di dirigerlo ad uno scopo che non fosse la vendetta,

una atroce vendetta non solo sugli stranieri, ma anche sugli abitanti

del misero reame. Lui lo sentiva, lui lo comprendeva, ma che doveva che

poteva far lui che esser doveva emissario degli ordini regali?

Da questi pensieri, era solo sopraffatto appena calmatasi l’emozione

per l’insperata fortuna, appena lo stupore aveva ceduto il luogo

alla riflessione. Tali pensieri gli erano stati compagni per tutto

il viaggio in cui aveva incominciato a veder chiaro nella missione

sanguinosa che gli era affidata. Certo se quella donna non era

la Regina, e che ella fosse gli pareva impossibile, molto poteva

sull’anima di lei, forse la sua influenza avrebbe pesato assai sugli

avvenimenti che si preparavano: non avrebbe potuto lui influire alla

sua volta perchè quella guerra pur mirando al suo alto scopo, riuscisse

meno dannosa alle popolazioni? Non avrebbe potuto mercè l’amore di

quella donna, che era pur sempre una ignota per lui, frammettersi fra

l’ira dell’offesa maestà regia e i popoli infelici che ne avrebbero

inteso aspramente gli effetti sanguinosi?

E l’anima sua che fin allora aveva esultato sol perchè un vasto

orizzonte non mai sognato, aprivasi a sè dinanzi, incominciò a vedere

in quella misteriosa avventura qualcosa di più che una sua personale

fortuna. Forse egli era predestinato a far di quella guerra provocata

dall’odio e dalla vendetta di una donna, un’alta impresa di giustizia

in nome di un diritto e di un sentimento di nobile patriottismo:

forse, raccogliendo intorno a sè tutte le sparse forze, ottenendone

la disciplina, l’obbedienza, il rispetto per le leggi umane e divine,

avrebbe riabilitato le bande sanfediste che tanti errori avevan

commesso. E perciò non aspettando altro avviso, aveva divisato di

avvalersi della carta di riconoscimento firmata dalla Regina per

intendersi coi più famigerati capibanda che Pietro il Ghiro e il Magaro

avrebbero convocati in nome della Regina.

Ma che avrebbe detto l’ignota sua protettrice? Non avrebbe creduto

che troppo presto, e senza alcuna autorizzazione, aveva abusato della

fiducia in lui riposta? Non si voleva da lui che ciecamente ubbidisse

e senza mai indagarne le ragioni agli ordini che gli sarebbero giunti?

Aveva egli dunque il diritto di far cosa che forse contrastava con

gli intendimenti di colei che aveva scritto la lettera trovata nella

valigetta? Accettando i doni, le vesti, le armi, i cavalli, il danaro

non aveva fatto intera dedizione di sè all’ignota protettrice, non

aveva accettato i patti che ella gli imponeva?

Era questo, questo il pensiero angoscioso che lungo il viaggio lo aveva

tenuto incerto e turbato, era questo il pensiero che aveva messo del

ghiaccio nel bollore del suo entusiasmo. Dunque lui non avrebbe dovuto

aver volontà alcuna? doveva come uno schiavo ubbidire, come uno schiavo

seguir la catena secondo il capriccio della mano che lo traeva?

E perchè quella donna, chiunque fosse, si reputava in diritto di far di

lui un cieco strumento d’odio e di vendetta ai servigi della Regina?

Perchè ella lo amava, perchè in una notte di folle abbandono gli si

era data come vinta da un desiderio lungo tempo covato! E dunque anche

lui in nome dello stesso amore, che se ancora non avvinceva le anime,

avvinceva ormai il corpo, poteva pretendere che ella ne subisse la

volontà, una volontà volta al bene, intesa a risparmiare più che fosse

possibile, il danno, la rovina, la morte alle popolazioni fra le quali

la terribile guerra imminente sarebbe stata combattuta. Ella dunque

avrebbe compreso quanta nobiltà e insieme quanta fierezza fosse in lui

non accettando del tutto il patto impostogli.

Ma come ed in qual modo far noto tale suo divisamento a quella

donna, di cui solo in confuso ricordava la figura pur sentendone

inestinguibile sulle labbra il fuoco dei baci, pur sentendone ancora

fra le braccia la calda e morbida persona, pur sentendone ancora

nelle orecchie la voce ineffabilmente carezzosa talvolta, aspra, rude,

imperiosa tal’altra? Dove era in quell’istante quella donna di cui non

sapeva il nome, e che gli appariva come circondata di nebbia?

Ed erano questi i pensieri che durante il giorno, mentre si lasciava

portare dal cavallo cui abbandonava le redini, lo tenevano assorto

tanto che non prestava attenzione ai discorsi dei suoi compagni;

e la notte quando essi riposavano dai disagi della lunga via, lo

tenevan desto fino all’alba, mentre l’immagine di quella donna, che

aveva giaciuto a lui vicino riversa sul lettuccio, bianca, col volto

bellissimo sfumante nella penombra nel serico volume della bionda

capellatura, gli era sempre dinanzi allorchè andava per via, gli

giaceva accanto nelle notti smaniose.

S. M. la Regina · 第 12 / 15 题