È un fatto bene constatato che l’incrociamento di individui diversi
della stessa specie rende robusta e feconda la prole, mentre le nozze
consanguinee per lungo tempo continuate indeboliscono la progenie e ne
diminuiscono la fecondità. Questo asserto è ampiamente dimostrato in
una recente opera del Darwin[69]. Le piante, essendo in massima parte
ermafrodite, sarebbero condannate a subire gli effetti perniciosi delle
nozze consanguinee (anzi della autofecondazione), se gli insetti,
volando di fiore in fiore, non promuovessero l’incrociamento. La
visita degli insetti è quindi per moltissime piante una sorgente di
prosperità, e queste hanno di fatto delle qualità atte ad attirare quei
pronubi.
Quest’argomento fu discusso a fondo dal dottor E. Müller[70], ed io
diedi un sunto delle sue osservazioni nelle mie Note alla _Origine
delle specie_ del Darwin[71].
Le piante cercano di attirare gli insetti con modi diversi. E cioè:
1º _Cogli alimenti_. — Esse offrono agli insetti del polline e del
nèttare, e si è principalmente per ricavare queste due sostanze che i
citati artropodi visitano i fiori con tanta cura. Un terzo prodotto
che gli insetti traggono dal fiore, è il liquido zuccherino, che
talvolta si trova racchiuso nelle sue parti carnose. La sottrazione
delle predette sostanze non reca al fiore dei danni apprezzabili, sia
perchè il polline viene preparato in quantità eccedente i bisogni
della fecondazione, sia perchè il nèttare non è necessario per la
vita dell’individuo vegetale, sia perchè la sottrazione dei liquidi
zuccherini predetti avviene piuttosto raramente.
I fiori ricchi di polline e di nèttare saranno i più frequentati dagli
insetti: per conseguenza gli incrociamenti si effettueranno spesso, ed
il vegetale guadagnerà di vigore e di fecondità.
2º _Colla grandezza del fiore_. — Questo carattere rende il fiore
meglio visibile agli insetti. Infatti l’osservazione c’insegna che
i fiori minuti di un genere sono meno frequentati dagli insetti dei
maggiori di specie affini, semprechè non concorrano altre particolarità
in favore dei primi. La grandezza predetta trova però il suo limite nel
principio di economia che domina in tutta la natura.
3º _Coi colori_. — Essi attraggono gl’insetti colla loro intensità, per
cui i fiori a colori molto vivi saranno sempre molto frequentati. Si è
anche osservato che certe linee o macchie nell’interno della corolla
segnano la via al deposito di nèttare, e servono così di guida agli
insetti nella ricerca di questa preziosa sostanza.
Alcuni fiori sono colorati in modo da tenere lontani quegli insetti,
come, ad esempio, i coleotteri, i quali non si contentano di polline e
nèttare, ma mangiano gli stami ed altri organi importanti. Il colore
giallo sembra sfuggire alla vista dei coleotteri, o suscitare in essi
un’impressione sgradevole, per cui i fiori di questo colore sfuggono
più che gli altri alle devastazioni che tali insetti cagionano.
I fiori, ai quali torna utile la vista degli insetti crepuscolari o
notturni, hanno colori tali che risaltano nel crepuscolo o durante
la notte; citerò in proposito la saponaria che è frequentata quasi
unicamente da alcune sfingi e nottue.
4º _Coi profumi_. — Come i colori, non solo vivi, ma anche screziati
e leggiadri, non si svilupparono nei fiori per dilettare la nostra
vista, così anche i profumi non vi apparvero per solleticare le nostre
nari; ma gli uni e gli altri riescono utili alle piante coll’attrarre
gl’insetti, e col favorire in tale guisa gli incrociamenti. È quasi
inutile soggiungere che la diretta osservazione fornisce un’ampia
prova di questo asserto; invero non esiste pianta odorosa che non sia
continuamente visitata da ditteri, da imenotteri e da altri simili
animali.
5º _Colla forma protettrice della corolla_. — Tutti sanno quanto siano
svariate le forme che presentano le corolle dei fiori. Alcune forme
attirano i piccoli insetti coll’offrire loro protezione contro le
intemperie. Dicasi ciò, ad es., delle campanelle (_Campanula_), entro
cui rinvengonsi sovente i predetti animali, dove si rendono utili col
coprirsi di polline che poi trasportano sugli stigmi di altri fiori.
È poi necessario che il nèttare sia accessibile solamente a quegli
insetti che sono veramente utili col favorire gli incrociamenti, e
perciò lo vediamo di frequente nascosto entro tubi dove non giungono
che le proboscidi più lunghe, o sotto a petali che non possono essere
divaricati da deboli forze muscolari.
È quindi cosa ben certa, che i fiori non sono fatti per nostro diletto,
ma al servizio della pianta, e con quei precisi caratteri, i quali
possono procurare al vegetale il maggior possibile vantaggio dalla
visita degli insetti.
Contro le asserzioni sopra fatte intorno ai profumi potrebbesi
obbiettare che taluni fiori esalano un putrido fetore od un orribile
lezzo cadaverico. Ma il Delpino[72] fa osservare giustamente che tutti
i fiori che hanno il fetore cadaverico (ad esempio, quelli dell’_Arum
dracunculus_, delle _Stapeliae_, di alcune _Aristolochiae_ di America,
delle _Rafflesiae, Sapriae, Brugmansiae, Sapranthus_, ecc.) hanno,
senza eccezione, colori luridissimi, e sono chiazzati di macchie
atro-purpuree o giallo-nere; e che tutti questi fiori sono fecondati
esclusivamente dalle mosche che vanno sui cadaveri (_Sarcophaga
carnaria, Musca vomitoria_, e simili). I fiori delle _Ceropegiae_,
delle _Aristolochiae_ nostrane, degli _Asarum_, dell’_Ambrosinia
Bassii_ sono fecondati esclusivamente da moscherini (_Phora,
Ceratopogon, Cecydomya, Oscinis_, ecc.); tutti questi fiori hanno una
tinta generale livida, picchiettata o listata da macchie atro-purpuree,
e un odore putrido per lo più urinoso. Anche gli odori, a noi ingrati,
esercitano dunque un’attrattiva su certi insetti, e possono tornare
utili alle piante.
Alleanze.
Fu detto giustamente che nessuna specie è fatta ad esclusivo vantaggio
delle altre; però due o più specie possono essersi utili reciprocamente
contro i loro rispettivi nemici, ed allora possiamo chiamarle alleate.
Già nei casi precedenti potevasi parlare di un’alleanza di alcune
piante con determinati insetti contro le altre piante competitrici; ma
questo termine è applicato a casi più complessi. È merito del nostro
Delpino[73] di aver attirata l’attenzione dei naturalisti su questo
interessante soggetto. Esaminiamo alcuni fatti speciali, narrati dal
Delpino e da Friz Müller.
Nei picciuoli della _Cassia multijuga_, i quali hanno una secrezione
dolce, dimorano, oltre parecchi altri insetti, colonie di larve
di _Membracis_. Fra queste larve si trovarono degli individui di
_Trigonia_, i quali si aggiravano senza posa tutto il giorno fra dette
larve che, toccate, mandano dalla estremità dell’addome un umore
limpidissimo, zuccherino, che è la causa per cui sono visitate dalle
trigonie. Noi abbiamo qui una triplice alleanza fra un vegetale e
due animali, cioè fra i generi _Cassia, Trigonia_, e _Membracis_. La
_Cassia_ dai suoi nettarii picciuolari e le larve di _Membracis_ dalla
estremità dell’addome porgono alimento zuccherino alla _Trigonia_, e
questa difende entrambe dai loro nemici. Le _Trigonie_ sono api che
vivono sui fiori, ma la specie di cui si ragiona ha cambiato abitudini,
è diventata rapace e carnivora, e come tale è in condizione di
esercitare l’ufficio di proteggere e difendere due esseri inermi, posti
sotto il suo patrocinio[74].
Il Delpino osservò sul presame (_Cynara cardunculus_) delle larve di
_Tettigometra_ e di _Issus_ viventi sotto la protezione della _Formica
pubescens_, la quale, per meglio assistere e difendere quelle sue
vacche, s’aveva scavato in parecchi punti del caule e dei grossi rami
del presamo veri corpi di guardia d’una struttura ingegnosa. Ciascuno
aveva un’apertura larga tanto, che vi poteva passare comodamente la più
grossa _Tettigometra_; l’apertura conduceva ad una galleria scavata nel
canale midollare, lunga un decimetro e più. Oltre quest’apertura vi
erano praticati due o tre fori piccolissimi che servivano probabilmente
per aerare il domicilio. Noi abbiamo qui un esempio di quadruplice
alleanza tra la _Cynara cardunculus_, la _Tettigometra_, l’_Issus_ e la
_Formica pubescens_. Quest’ultima difende le larve di _Tettigometra_
e di _Issus_ contro i loro nemici, e siccome dove hanno dimora le
formiche non possono coesistere bruchi ed altri esiziali nemici dei
vegetabili, così in questa alleanza trova il suo tornaconto anche il
presame. La quale pianta ha una singolare attitudine per ricoverare
que’ suoi consorziati, imperocchè il Delpino dice: «Le piante di
presame, strano a credersi, punte da più mesi continuamente da larve
di _Tettigometra_ e _Issus_, punzecchiate e succhiate anche dalle
formiche, come più volte osservai, scavate da parecchie gallerie lungo
il canale midollare, non ostante avevano una vegetazione delle più
rigogliose e fruttificavano copiosamente, mostrando così di poco o
nulla soffrire della presenza di tali ospiti»[75].
Esempi di triplice alleanza forniscono anche gli afidi, le formiche che
li visitano e le piante su cui gli afidi vivono. Le formiche cercano
gli afidi per assorbire quel liquido zuccherino che emettono dai
nettarii, e la pianta sente vantaggio dalla presenza delle formiche che
allontanano gli insetti fitofagi.
Darò ancora un esempio, e cioè di alleanza solamente duplice, ma ch’è
interessante perchè getta della luce su certi organi finora poco
conosciuti. È noto che nei fiori v’hanno delle ghiandole (nettarii)
che secernono una sostanza zuccherina, e diconsi florali. Ma esistono
dei nettarii in diverse specie di piante, anche nella regione della
vegetazione, massime nelle formazioni fogliari, peziolari, stipolari,
bratteali; questi sono i nettarii estranuziali del Delpino[76].
S’hanno tali nettarii, ad es., nelle seguenti specie: _Rhicinus
communis_ (sopra i picciuoli delle foglie e delle brattee), _Acacia
celastrifoglia_ (sul vertice del fillodio), _Hybiscus syriacus_ ed
_Urena repanda_ (alla pagina inferiore delle foglie), _Vicia sativa_
e _V. faba_ (sulla pagina inferiore delle stipole), _Prunus avium_ ed
_Amygdalus persica_ (sopra i picciuoli), ecc. Il Darwin conosceva già
questi nettarii estranuziali, ma riteneva ch’essi secernessero dei
succhi per eliminare dalla pianta «qualche cosa di nocivo». Il Delpino
invece ritiene che cotesti secreti attirino le formiche e le vespe che
sono «i principali nemici dei principali nemici di certe piante». Per
cui cotali vegetali offrono alle formiche ed alle vespe degli alimenti,
e questi insetti difendono quei vegetali contro i loro nemici.
E qui giova osservare, come le formiche sieno animali utilissimi
all’agricoltura, poichè sono i nemici più terribili dei bruchi e di
altri insetti nocivi. Un albero, al cui piede si trovi un formicaio,
viene dalle formiche, che vanno su e giù, ripulito da ogni altro
insetto. Il Delpino[77], dopo aver consultate le più competenti
autorità in proposito, scrive: «Le positive osservazioni dei pratici
vengono a confermare appuntino le illazioni teoriche sugli inestimabili
servizi che deggiono rendere le formiche al regno vegetale, e
sull’uffizio importantissimo che alle formiche sopra ogni altro insetto
è addossato, di mantenere l’equilibrio nelle classi degli insetti
fitofagi, massime nell’ordine dei lepidotteri che di tanto in tanto
minacciano l’esistenza in date località di date specie di piante». Idee
conformi a quelle del Delpino hanno espresso altri autori, come il
Ratzeburg, il Rollar, il Willkomm, il Savoja ed il Disconzi[78].
Elezione naturale.
Se non tutti gli organismi che vengono annualmente procreati, possono
svilupparsi e raggiungere l’età matura, è naturale la domanda: quali
organismi sfuggiranno alle cause di distruzione? E la risposta più
semplice e più generale che possiamo dare si è questa: i meglio
adattati alle condizioni di vita in cui si trovano. Personificando
la natura, questa sopravvivenza del più adatto fu chiamata _elezione
naturale_. In così dire, noi ci immaginiamo la natura un essere vivente
ed intelligente, il quale osservi tutti gli organismi del mondo, e
conoscitore delle condizioni di vita, in cui ciascun organismo si
trova, prescelga per la riproduzione quelli che di fronte agli altri
hanno qualche vantaggio. Ma questo modo di vedere non è esatto: in
realtà nessuno esercita una elezione, ma gli esseri più adattati
sfuggono meglio degli altri alle cause di distruzione, per cui,
coll’andare dei secoli, i meno adattati saranno distrutti, ed infine
sopravviveranno quelli solamente che presentano dei caratteri utili,
non offerti da’ loro compagni.
Supponiamo che oggi nei prati vivano delle locuste verdi e delle
locuste rosse scarlatte. Egli è certo che queste ultime, pel loro
colore, saranno viste meglio e più spesso dai nemici che non le verdi,
le quali sono protette da questo colore «simpatico» o concordante
con quello del luogo dove vivono. Ogni anno sarà distrutto un numero
maggiore di locuste scarlatte che non di locuste verdi, e, per modo di
dire, dopo tre secoli le locuste scarlatte saranno scomparse, mentre
viveranno copiose le verdi. Chi, a effetto compiuto, entrasse in un
prato, difficilmente potrebbe astenersi dal dire: Quanta sapienza! Non
vi esistono che locuste verdi, che pel loro colore sfuggono alla vista
dei propri nemici! Difficilmente quest’osservatore potrà allontanare da
sè il pensiero che qui sia avvenuta una diretta creazione, opera di un
essere sopranaturale. Eppure, nel caso da noi immaginato così non fu;
le cose procedettero naturalmente, come avviene tutti i giorni, senza
che siasi ingerita una potenza estranea, sopranaturale.
Oppure, immaginiamoci due isole, in cui vivano due sorta di lupi,
gli uni pesanti e robusti, gli altri agili e veloci, ma deboli.
E supponiamo inoltre che in un’isola i lupi debbano nutrirsi
principalmente di animali forti ma non agili, nell’altra di animali
deboli ma veloci. Nelle epoche di carestia succederà che nella prima
isola i lupi deboli non troveranno che scarso nutrimento, perchè spesso
incapaci ad atterrare la preda: quindi, coll’andare del tempo, si
estingueranno, cedendo il posto ai lupi forti. Nella seconda isola,
in epoche di carestia, staranno male i lupi forti, perchè spesso
inetti a raggiungere la preda, e la loro forza non gioverà a nulla;
per cui, dopo un certo tempo, i lupi forti saranno scomparsi, e vi
domineranno gli agili. Chi, ad effetto compiuto, visitasse queste due
isole, sarebbe al certo sorpreso nel vedere nella prima lupi forti,
dove forza occorre; e nella seconda lupi agili, dove l’agilità è una
qualità utile. E difficilmente potrà trattenersi dal pensare alla
sapienza della natura. E invero sapienza ve ne ha, se noi intendiamo di
esprimere con questo termine l’adattamento degli esseri alle condizioni
della vita, in cui si trovano; ma si osservi bene, che questa sapienza
non fu importata nella natura dal di fuori, ma vi si è svolta come una
necessaria conseguenza della lotta per l’esistenza.
In questi due casi immaginati furono dei caratteri evidenti, per così
dire grossolani, che decisero della vita e della morte di due varietà;
ma in natura possono bastare dei caratteri minuziosi, a’ nostri occhi
insignificanti, per procurare la vittoria ad una data forma animale
o vegetale. Il Darwin[79] dice: «Se tutti gli esseri viventi in ogni
paese lottano costantemente fra loro con forza equilibrata, possono
bastare modificazioni estremamente insensibili di struttura o di
abitudini in un abitante, per assicurargli il vantaggio sopra gli
altri».
Se noi abbiamo sopra ammesso che nella natura v’abbia della sapienza,
non è detto con ciò che tutte le strutture sieno perfette a segno
che un ulteriore perfezionamento riesca impossibile. «Non potrebbe
nominarsi, dice il Darwin[80], un solo paese, nel quale tutti gli
abitanti indigeni siano attualmente tanto adattati fra loro ed alle
condizioni fisiche nelle quali vivono che niuno di essi possa in
qualche parte perfezionarsi; perchè in tutti i luoghi le produzioni
native furono sì appieno conquistate dalle produzioni naturalizzate,
da permettere a queste specie forestiere di prendere definitivamente
possesso del suolo. Siccome le razze straniere hanno così battuto
dappertutto alcune delle razze indigene, possiamo concludere che,
se queste fossero state modificate in maniera più vantaggiosa, esse
avrebbero meglio resistito agli invasori». Aggiungasi poi che una
forma, la quale sia oggi adattata in un certo grado alle sue condizioni
di vita, non lo sarà egualmente dopo un lasso di tempo, se in quel
distretto si saranno introdotte, per immigrazione, nuove forme; o
se lentamente o repentinamente si saranno cambiate le condizioni
fisiche del luogo. Se tutte le forme della vita fossero state sempre
perfettamente adattate alle loro condizioni, la paleontologia non
potrebbe al certo oggi annoverare migliaia di specie, le quali si
estinsero nel corso dei tempi e cedettero il loro posto ad altre
specie. Alcune specie si estinsero perfino nell’epoca attuale, ed anzi
nei tempi storici, come la _Rhytina Stelleri_, l’_Alca impennis_ e il
_Didus ineptus_. Vi sono poi delle strutture, le quali, per quanto
noi possiamo giudicare, riescono affatto inutili all’organismo che
le possiede. Tali sono gli organi rudimentali che erano ampiamente
sviluppati in forme antiche, o che nelle presenti sono in via di
scomparire.
Ho più volte parlato, nelle righe precedenti, di adattamento alle
condizioni di vita; e non sarà inutile aggiungere che queste condizioni
sono di due qualità: esistono cioè delle condizioni esterne, dipendenti
dal clima, dal suolo, dal nutrimento, ecc., e delle condizioni che
scaturiscono dai reciproci rapporti degli organismi tra di loro. Il
Lamarck appoggiava la sua teoria della discendenza quasi unicamente
alle condizioni della prima categoria; il Darwin non nega che esse
abbiano una certa azione sugli organismi, ma sostiene che le seconde
sono assai più importanti per la trasformazione delle specie.
Questo concetto dell’adattamento fu preso in vario senso, e venne
esagerato da un lato e dall’altro. L’Haeckel, sebbene sia seguace del
Darwin, s’accosta troppo alle idee del Lamarck, col dare grande peso
all’adattamento alle condizioni _esterne_ della vita[81]; il Darwin
ha valutato forse troppo poco queste condizioni esterne, e si è quasi
esclusivamente appoggiato ai reciproci rapporti degli organismi.
Ecco un esempio immaginario di elezione nel senso del Darwin. L’ape ha
una proboscide lunga sei millimetri, e può con essa entrare nel tubo
di molte corolle per succhiare il nèttare, dove altri imenotteri non
giungono. Supponiamo ora che in una determinata regione si estinguano
quei fiori che hanno i nettarii facilmente accessibili o posti ad una
profondità minore di sei millimetri entro la corolla, ed invece si
facciano predominanti i fiori con nettarii più profondi. È certo che
in questo caso ogni più piccolo allungamento della proboscide tornerà
utile all’ape, e quindi saranno preservate dalla elezione naturale le
variazioni in quella guisa favorite. Coll’andar del tempo noi vedremo
dunque o estinguersi la specie dell’ape comune, o trasformarsi in una
forma nuova e distinta. È vero che il problema posto qui sopra non
richiede che un allungamento della proboscide, ma questo carattere
non potrà apparire se non seguìto immediatamente da altri, poichè la
proboscide più lunga richiederà maggior forza muscolare per portare la
testa e tutto il corpo più pesante, e alla lor volta i muscoli avranno
bisogno di pezzi di chitina più voluminosi per potervisi inserire.
Nei ragionamenti fin qui fatti v’ha un sottinteso, che cioè i caratteri
tutti, anche gli individuali, sieno ereditari. Affinchè l’elezione
naturale non resti limitata all’individuo, ma possa estendere i suoi
effetti alla specie, occorre appunto l’ereditarietà dei caratteri:
questo principio noi lo prendemmo finora dall’esperienza comune; nel
capitolo che segue ne dimostreremo l’esattezza rigorosa ed i modi di
manifestazione.