LOTTA PER L’ESISTENZA E CONSEGUENTE ELEZIONE NATURALE.

Rapida riproduzione degli organismi. — Lotta per l’esistenza. — Le

armi nella lotta per la esistenza. — Somiglianze protettive. — I

fiori ed i loro pronubi. — Alleanze. — Elezione naturale.

Rapida riproduzione degli organismi.

Per giungere al concetto della lotta per l’esistenza e della elezione

naturale, dobbiamo studiare l’argomento interessante della rapida

riproduzione degli organismi, di cui il Darwin tratta brevemente nella

_Origine delle specie_, al capit. III[26].

Gli organismi si moltiplicano in progressione geometrica; ecco un

principio che il Darwin stabilisce, condottovi dalla lettura del

libro di Malthus intorno alla popolazione[27]. Questo principio ci fa

comprendere, come sia possibile che il numero di certi animali o di

certe piante cresca smisuratamente in determinate condizioni. Citiamo

alcuni fatti speciali, tanto più che il Darwin nell’opera anzidetta ha

omesso di farlo.

J. Gonzales Zarco, nel 1418, giunto all’isola Porto Santo presso

Madera, possedeva per caso a bordo una coniglia che aveva partorito.

Questi animali furono messi a terra, e si riprodussero così

rapidamente, che in breve la loro progenie divenne un vero flagello, e

costrinse finalmente i coloni ad abbandonare quella località; 37 anni

più tardi Cada Mosto li disse innumerevoli.

Nel 1770 apparve nell’isola di Granada la formica dello zucchero,

e si moltiplicò tanto riccamente che dopo soli 10 anni si dovette

abbandonare la coltivazione dello zucchero. Allora si coltivò il

cotone, e di là a pochi anni la formica era ridotta nel numero a segno,

che si potè riprendere la coltivazione dello zucchero[28].

Il cavallo ed il bue si moltiplicarono nelle pianure dell’America

del Sud, dove non hanno da temere i grandi carnivori e trovano ricco

nutrimento, dall’anno 1537 a questa parte in modo prodigioso; ed in

Australia avvenne altrettanto in tempi più recenti[29]. Nel Chilì,

al dire del dott. Philippi, i cavalli sono così frequenti, che

durante l’ultima guerra col Perù e la Bolivia si pagavano 40 pesos,

e non soltanto le persone agiate, ma perfino i mendicanti giravano a

cavallo[30].

Il dott. Philippi[31] racconta che quarant’anni fa non esisteva

nel Chilì il pidocchio del pomo (_Schizoneura lanigera_) che venne

introdotto a Valparaiso soltanto intorno al 1850 da un certo Chabry.

Dieci anni dopo l’insetto aveva invaso la provincia Valdivia, e si

era moltiplicato in guisa che quasi nessun pomo ne andava esente e si

temeva di dover abbandonar la coltura di questo albero.

Locke Travers, stabilito nella nuova Zelanda, dice che è sorprendente

la rapidità, con cui si estendono le piante europee e forestiere in

quel paese. Lungo i lati delle strade principali, nelle pianure, il

_Polygonum aviculare_ cresce rigoglioso, e le sue radici giungono

talora alla profondità di 60 centimetri. Il _Rumex obtusifolius_ si

trova nel letto di tutti i fiumi, e si estende fino in quello dei

torrenti montani. Il cardo si è sparso in tutto il paese, rigoglioso

fino all’altezza di quasi 2000 metri. Il crescione invade tutti i fiumi

che non hanno forti correnti, al punto da arrestarne quasi il corso[32].

L’accrescimento sarà tanto più rapido, quanto più discendenti una

specie produce ad ogni atto generativo. Ora è noto come il numero di

questi discendenti è talvolta grandissimo, e che questo è forse l’unico

caso, in cui la natura non sembra procedere con economia.

Nell’uomo, specie non molto feconda, può raddoppiarsi, in condizioni

favorevoli, il numero degli individui in 25 anni. L’elefante si

riproduce lentamente; nondimeno, ammesso che ogni paio generi otto

individui (4 maschi e 4 femmine), all’undecima generazione si

conterebbe un milione di paia. Alcuni pesci (pesce persico, carpa,

aringa, ecc.) depongono annualmente un milione e più di uova; ognuno

comprende che, se le uova e i pesciolini non venissero distrutti, in

pochi anni le acque dell’orbe terrestre sarebbero insufficienti ad

albergare tutti questi animali. L’ascaride (_Ascaris lumbricoides_)

può produrre 64 milioni di uova; supposto che da 32 milioni nascano

delle femmine, e che queste pure si riproducano, e così di seguito,

in pochi anni la progenie sarebbe tanto numerosa che non potrebbe

trovar posto nemmeno in tutti gli uomini della terra. La _Vorticella_

può, per divisione, raddoppiarsi in un’ora; con tale moltiplicazione,

ripetuta da ogni discendente, il numero degli individui salirebbe dopo

40 ore al numero (1,048570)^2, dopo 80 ore al numero (1,013570)^4.

Dopo 13 giorni il numero delle vorticelle sarebbe sì grande che

occorrerebbero oltre 90 cifre per esprimerlo[33]. Una specie di

bacteride che vive nel sangue degli animali carbonchiosi, causando il

carbonchio, se è introdotta, anche in piccol numero, nel sangue di

animali sani, si riproduco così rapidamente che dopo poche ore noi vi

troviamo i bacteridi in numero grandissimo, e con essi si sviluppa

quella malattia. La malattia dominante della vite è prodotta da un

fungo, l’_Oidium Tuckerii_, il quale produce un infinito numero di

spore, tanto piccole che sopra un millimetro quadrato ne possono

stare 27 milioni. Nelle nostre acque dolci è frequente un’alga verde

(_Ulothrix_), la quale si compone di migliaia o milioni di fili

sottilissimi, ognuno dei quali in pochi giorni può produrre 200,000

ed anche mezzo milione di spore[34]. Il Dodel[35] ha calcolato che

un’unica foglia del felce maschio (_Aspidium filix mas_), all’epoca

della sua riproduzione, può generare 14,760,000 spore. Qual numero di

spore non sarà prodotto in quei luoghi, dove la citata crittogama è

tanto comune che viene impiegata come concime!

Non vi è ramo di scienza che possa dare un concetto più preciso

intorno alla rapidità, colla quale si riproducono gli organismi,

della batteriologia. Prendete un filo di platino, sterilizzatelo alla

fiamma, poscia immergetene la punta in una coltura pura, ritirate il

filo e infiggetene la punta medesima nella gelatina nutriente (animale

o vegetale) previamente sterilizzata e contenuta in una provetta pure

sterilizzata, e dopo ventiquattro ore, se la temperatura sarà stata

sufficientemente alta, p. e. a 20 centigradi, troverete nella gelatina

tanti microbii da farvi sembrare una meschinità il numero delle stelle

che non soltanto l’occhio inerme, ma perfino gli astronomi muniti dei

più potenti telescopi, possono osservare sul firmamento. Chi ha veduto

questo fenomeno, deve confessare che la natura non è mai così grande

come nelle cose piccole! Il microbio del cholera (_Bacillus Komma_)

è lungo circa un millesimo di millimetro, ossia la sua lunghezza

sta circa al millimetro, come questo sta al metro; e nondimeno uno

solo, riproducendosi in modo spaventevole, può in poche ore mettere a

repentaglio la vita dell’uomo più robusto.

Si potrebbe credere che la frequenza di una specie dipenda unicamente

dalla rapidità e ricchezza produttiva, ossia che il numero degli

individui di una specie sia proporzionato alla facoltà generativa.

Ma così non è. Di un altro fattore devesi tener conto, e sono le

cause di distruzione, le quali, insieme colla facoltà generativa,

determinano il numero degli individui di ciascuna specie, animale o

vegetale. Ad esempio, il tenia produce una sterminata quantità di

uova, e tuttavia, fortunatamente, non è così frequente come altre

specie che generano un numero assai minore di discendenti. In questo

caso possiamo anche intravvederne la ragione: le uova cioè del tenia,

i suoi embrioni (protoscolici), ed i cisticerci (deutoscolici), sono

soggetti ad innumerevoli cause di distruzione durante le migrazioni

delle varie forme di sviluppo di questa specie[36]; ed il tenia, fra

tanti nemici, sarebbe da lungo tempo una specie estinta, se non si

riproducesse così riccamente. E mentre una specie dipende, nella sua

frequenza, da una seconda, questa, alla sua volta, dipende da una

terza, e così via via. In tale modo sorgono quei complessi rapporti

fra gli essere organizzati che riscontriamo nella natura. Il Darwin,

nella _Origine delle specie_[37], cita alcuni di questi rapporti. Ne

riferiamo due. Nel Paraguay nè il bue, nè il cavallo, nè il cane sono

ridivenuti selvaggi, quantunque lo siano verso il nord e verso il sud

di quel paese. Ora Azara e Rengger hanno provato, che ciò dipende da

una certa mosca, comune in quella regione, la quale depone le sue uova

nell’ombelico di questi animali appena nati. Più complesso è l’esempio

che segue. Il numero dei gatti, in un dato luogo, determina il numero

dei topi campagnuoli. Questi distruggono i nidi dei pecchioni, e

quindi col crescere della quantità dei topi, diminuirà quella dei

pecchioni, e viceversa. Ma i pecchioni visitano il trifoglio rosso

(_Trifolium pratense_) e promuovono l’incrociamento di individui

distinti, da cui scaturiscono il maggior numero, la maggiore robustezza

e la maggiore fertilità della discendenza. «È dunque credibilissimo

che la presenza di un gran numero di animali felini in un distretto,

determini, mediante l’intervento dei sorci e delle api, la quantità

di certi fiori nel distretto stesso»[38]. Le molteplici e svariate

forme organiche costituiscono una rete complessa, in cui ogni maglia

è indissolubilmente legata alle altre, nè alcuna può modificarsi

o scomparire senza far sentire intorno a sè gli effetti di tali

cambiamenti. Così, la vita di un uccello insettivoro è la morte di

un numero sterminato di insetti, e quindi anche la vita di quelle

piante che a questi insetti avrebbero servito di alimento. L’esistenza

di queste piante può influire su quella dei mammiferi erbivori, e

quest’ultima è necessaria condizione per la vita dei loro parassiti.

È questo il luogo per far cenno di un fatto che osservai a Modena

nel 1865. Colà dominava in quell’epoca la cecidomia del frumento

(_Cecidomya frumentaria_), recando danni tanto gravi che sopra vaste

superficie la raccolta del frumento era quasi completamente perduta.

Per gli anni successivi potevano temersi dei guasti anche maggiori,

in vista della rapida riproduzione di quel piccolo animale; ma le

cose andarono diversamente, giacchè il male si arrestò, ed in alcune

regioni la cecidomia non riapparve affatto, ed in altre fece dei danni

leggerissimi. Alcuni piccoli insetti, che il Rondani[39] ha riferito

ai generi _Epimeces, Platygaster_ e _Laesthia_, s’erano incaricati

della polizia campestre, e vivendo parassiticamente nelle cecidomie,

le avevano ridotte al loro numero ordinario. Le osservazioni ch’io

feci allora, insieme col prof. Generali, m’hanno dimostrato che sopra

cento crisalidi di quel dittero infesto, circa novanta erano invase dai

predetti parassiti[40].

Con quest’argomento si collega la famosa questione intorno agli

insetti dannosi all’agricoltura. L’apparsa di molti insetti fitofagi,

devastatori delle nostre campagne, ha fatto pensare alla causa di tale

fenomeno; e siccome si è trovato, che era di molto diminuito il numero

degli uccelli insettivori, venne proposto di proibire per qualche anno,

od almeno di limitare l’esercizio della caccia. Questa proposta fu da

noi sostenuta dal De Betta, dal Calderini e da altri; ma vi si oppose

il Rondani, cui tennero dietro il Sabbioni, il Ghiliani ed il Costa.

Questi ultimi ragionano così: Gli insetti che recano nocumento alle

produzioni dei campi, degli orti e delle selve, hanno fra gl’insetti

stessi uno sterminato numero di nemici, dai quali sono in mille modi

perseguitati e decimati, e tanto, che se questi venissero a mancare,

sarebbe profondamente alterata l’armonia degli esseri viventi, perchè

non avendo più limite la propagazione dei roditori e succhiatori delle

piante, la esistenza di esse ne sarebbe compromessa, e quindi quella

degli animali, e degli uni e delle altre gradatamente si perderebbero

le specie. Gli uccelli, in generale, si nutrono indifferentemente di

ogni sorta d’insetti, cioè tanto di quelli che offendono le produzioni

dell’uomo, come di quelli che le difendono, ed essendo provato che

col crescere dei fitofagi crescono in proporzioni maggiori anche i

loro parassiti, se si ammetta eguale il numero degli uni e degli altri

distrutto dagli uccelli, non vi sarà motivo di doverli ringraziare

dei servigi da loro prestati all’agricoltura: ma gli entomologi

ammettevano più facilmente che la quantità minore distrutta sia quella

dei lignivori, erbivori, frugivori, e non quella dei loro nemici,

sapendo che quasi tutte le specie dei primi sono attaccate da qualche

particolare parassita, e molte da due, da dieci, da venti o più specie

di questi benefici animaletti: per cui sembra che gli uccelli facciano

un brutto servigio alle campagne, perseguitando tanto i ladri ed i

saccomanni come i difensori delle campagne[41]. Questa questione non

è ancora risolta; ma sembra che vi sia della esagerazione dall’una

parte e dall’altra. Probabilmente gli uccelli e gli insetti parassiti,

nella loro azione complessiva, sono animali fra loro alleati a

vantaggio dell’agricoltura; con quest’aggiunta che i secondi superano

in attività i primi tutte le volte che gli insetti fitofagi aumentano

in proporzioni straordinarie. Allora succede che gli insetti fitofagi,

per mancanza di abbondante cibo, subiscono un indebolimento; mentre

invece i parassiti, per la quantità di vittime che possono invadere,

prosperano più che mai e si moltiplicano oltre l’ordinaria misura[42].

Un esempio interessante, sebbene semplice, intorno ai rapporti, di

cui qui parliamo, venne riferito dal Seidlitz[43]. In Baviera si

distruggono in grande quantità gli uccelli rapaci, sui quali il Governo

ha messo una taglia; in altri paesi questi uccelli sono generalmente

lasciati in pace, perchè costituiscono una preda senza alcun valore.

Ma essi si nutrono di topi campagnuoli. In conseguenza di quella

distruzione «in Baviera il numero dei topi campagnuoli crebbe nell’anno

1872 in maniera inquietante». Il parroco A. Jackel ci racconta che

nel 1853 esistevano intorno a Monaco numerosissime schiere di topi

campagnuoli; ben presto apparvero molti uccelli rapaci, tanto diurni

che notturni, e nella primavera del 1854 il numero dei topi era ridotto

al normale[44].

Lotta per l’esistenza.

Nell’idea della variabilità delle specie, e della loro trasformazione,

il Darwin fu preceduto dal Lamarck; ma la lotta per l’esistenza e

la conseguente elezione naturale caratterizzano veramente la teoria

darwiniana. Se è vero che annualmente è prodotto un numero sterminato

di germi organici (e non è possibile il dubitarne), così che non

tutti possono svilupparsi e raggiungere l’età matura, ne viene per

conseguenza che tra essi debba sorgere una concorrenza per la vita,

ossia una lotta per l’esistenza. Ma questo termine deve prendersi

in senso largo e metaforico[45]. Un organismo può lottare contro un

altro per carpirsi il nutrimento necessario per la vita; può lottare

contro gli agenti esterni; come sono il caldo, il freddo, la siccità,

l’umidità, ecc.; può lottare contro quei parassiti che cercano di

distruggerlo, ecc. Non sempre, anzi nel minor numero dei casi, la lotta

è attiva, cruenta; generalmente è una semplice concorrenza. È assai

importante che una pianta sia visitata dagli insetti, e quindi ogni

carattere, che per questi animali costituisce una attrattiva, le riesce

utile. Può quindi dirsi, in senso figurativo, che le piante fanno gara

per attirare gl’insetti. Anche in questo senso può prendersi il termine

di lotta per l’esistenza. Il vischio, dice il Darwin[46], dipende dagli

uccelli, perchè viene sparso dai medesimi; e può dirsi per metafora

che egli lotta con altre piante, offrendo come queste i suoi semi

all’appetito degli uccelli, affinchè dessi li spargano a preferenza di

quelli di altre specie.

La lotta per l’esistenza può avvenire tra specie diverse (perfino tra

specie appartenenti ai due diversi regni). Oppure tra gli individui di

una medesima specie, e perfino tra gli individui di uno stesso nido

o parto. Le piante lottano contro gli animali che le divorano; ad

esempio, contro quei coleotteri che distruggono il fiore o consumano il

polline, senza favorire l’incrociamento degli individui. In un prato

una pianta lotta contro quelle che la circondano, perchè ognuna cerca

di appropriarsi la maggior possibile quantità di nutrimento. In una

determinata regione il numero dei carnivori, per es., delle volpi, è

limitato dalla quantità delle prede, e quindi nasce, principalmente in

anni di carestia, la lotta per la vita tra le volpi di quella regione.

Perfino tra gli individui di uno stesso nido o parto si combatte una

lotta per l’esistenza. È noto che in ogni nido vi è un individuo più

debole degli altri, il quale, siccome grida meno e protende meno il

collo, riceve un nutrimento più scarso e spesso perisce. Un fenomeno

analogo si osserva nei giovani degli animali multipari[47]. E rispetto

agli invertebrati il professore Jäger[48] dice: «Le mie osservazioni

sul _Bombyx mori_ e _Pernyi_, continuate per quattro anni, m’hanno

insegnato che non solo vi sono degli individui deboli e degli individui

forti fino dalla nascita, ma anche che i primi sono dai secondi

attivamente respinti dal nutrimento».

La lotta per l’esistenza, come effetto della rapida riproduzione degli

organismi, è ammessa anche dagli avversari della teoria darwiniana.

Il Mamiani[49] scrive: «Nè il conflitto cotidiano della vita è fatto

da essere negato. Credo, parlandosi generalmente, che nel nostro

paese possono coabitare tutte le specie, ma non tutti gl’individui

rampollanti da ciascheduna. Perocchè Darwin applica con ragione la

legge di Malthus alle intere faune e alle intere flore dei due mondi;

conciossiachè cotal legge non può riuscire straniera a qualunque ordine

di esseri che moltiplica generando e vuole mezzi correspettivi di

sussistenza».

Secondo i darwinisti, il mondo è un vasto campo di battaglia, e l’uomo

stesso lotta di continuo per la sua esistenza e prosperità, sia cogli

agenti esterni, sia cogli organismi di gruppi diversi che l’assalgono

apertamente o s’insinuano di soppiatto ne’ suoi tessuti, sia cogli

individui della propria specie.

Come rilevasi dagli esempi succitati, il termine di lotta è preso in

senso largo ed abbraccia anche la così detta concorrenza o competenza

vitale. Ossia, la lotta può essere diretta, come nel caso che due

animali (ad esempio, due trote, od un lupo ed una volpe) lottano fra

di loro, l’uno per uccidere e divorare l’altro; questo, col medesimo

fine, oppure per sfuggire agli artigli del più forte suo nemico: o può

essere indiretta, e chiamasi allora più propriamente concorrenza o

competenza vitale, come nel caso delle volpi di una ristretta regione,

delle quali ciascuna cerca di appropriarsi la preda in maggiore

quantità e di migliore qualità; o in quello succitato delle piante che

fanno la gara per attirare gl’insetti, o nell’offrire i propri semi

all’appetito degli uccelli. Nello stesso termine è compresa anche la

lotta contro gli agenti esterni. Per noi la più importante è quella che

più propriamente si chiama concorrenza vitale.

La lotta per l’esistenza è tanto più severa, quanto più sono simili

le abitudini e gli istinti degli organismi che convivono in un

determinato distretto; essa è quindi in un certo rapporto coll’affinità

sistematica. Siccome, dice il Darwin[50], le specie del medesimo genere

hanno generalmente, ma non invariabilmente, alcune rassomiglianze

nelle loro abitudini e nella loro costituzione, e sempre nella loro

struttura; così la lotta è in generale più accanita fra queste specie

prossime, quando entrano in concorrenza, di quello che fra le specie

di generi diversi». Questa regola può estendersi anche alla specie

umana, dove la concorrenza fra i vari individui è tanto più viva,

quanto più simili sono le loro aspirazioni. Ne viene come conseguenza

necessaria, che una specie potrà prosperare assai, quando sappia

profittare di un posto non ancora occupato in natura; e segue ancora

che una regione potrà albergare tanto più abitanti, quanto più questi

sappiano occupare tutti i posti vacanti. E da questo principio, come

tra poco vedremo, scaturisce l’adattamento degli organismi ai diversi

luoghi di vita (nell’aria, nell’acqua, sopra ed entro il suolo), al

diverso alimento (di animali, di piante, misto), agli agenti esterni

(temperatura, grado di umidità, ecc.), ed agli altri organismi

circostanti. Per chiarire meglio quest’idea, supponiamo che tutti gli

animali oggi esistenti sieno acquatici; in tale supposto, è certo che

se una specie variasse in modo da poter vivere, almeno in parte, sulla

terraferma, essa dovrebbe prosperare assai, perchè qui non troverebbe

competitori. Oppure, se tutti gli animali fossero fitofagi, quella

specie che potesse, almeno in parte, nutrirsi di altri animali, non

potrebbe non avvantaggiarsene assai, perchè dapprincipio non troverebbe

chi le fa concorrenza. La lotta fra specie molto affini è spesso così

accanita, che l’esistenza di una specie in un dato luogo esclude quella

dell’altra. Noi vediamo un esempio di questa legge nella recente

estensione, in alcune provincie degli Stati Uniti, di una specie di

rondini, che ha cagionato la decadenza di un’altra specie. Il recente

aumento del tordo maggiore in certe parti della Scozia produsse la

crescente rarità del tordo bottaccio. Avviene assai spesso che una

specie di ratti prenda il posto di un’altra; così in Europa il _Mus

decumanus_, comparso dapprima in Russia nel 1727, va diffondendosi

sempre più, scacciando dovunque il ratto nero. E molti altri esempi di

questo genere potrebbero facilmente citarsi.

La lotta per l’esistenza potrà essere ora più ed ora meno severa, a

seconda dell’epoca. In anni di abbondanza sarà evidentemente poco

severa, ed invece accanita nelle epoche di carestia. Anche l’isolamento

influisce sulla severità della lotta; esso toglie, al dire del

Darwin[51], l’immigrazione d’organismi più adatti dopo ogni cambiamento

fisico (modificazione del clima, sollevamento del suolo, ecc.); e così

rimangono aperti nuovi posti nella economia naturale del paese agli

antichi abitatori che potranno acconciarsi alle nuove condizioni per

mezzo di modificazioni nella loro struttura e costituzione. E siccome

l’isolamento impedisce l’immigrazione, e quindi anche la concorenza,

esso darà tempo ad ogni varietà di perfezionarsi lentamente.

In questi ultimi anni il concetto della lotta per l’esistenza è stato

applicato alla medicina. Siccome la tubercolosi è ritenuta d’indole

parassitaria, causata cioè da un microbio (_Bacillus tuberculosis_),

il Cantani ed altri hanno tentato di introdurre nel polmone malato il

_Bacterium termo_, perchè distruggesse quel nemico. E si è in generale

pensato ad un metodo di cura (batterioterapia), basato sul principio

anzidetto. I primi tentativi sono falliti, perchè fatti in modo

grossolano, e senza tener conto della diversa indole dei due microbii,

essendo il primo parassita, il secondo saprofito. È difficile il fare

dei pronostici sull’avvenire della batterioterapia; certo è che non

sarà facile di trovare dei microbii atti a soppiantarne degli altri

nell’organismo vivente senza nuocere a quest’ultimo.

Le armi nella lotta per l’esistenza.

Questa lotta, come abbiamo detto, è in parte diretta e cruenta;

in parte indiretta ed incruenta. E si può dire che per vincere,

gli organismi impiegano ogni sorta di armi, e cioè armi pungenti,

taglienti, ecc.; l’agilità; i veleni, le sostanze fetenti, le correnti

intormentive; i tranelli, la simulazione e la civetteria. E stringono

perfino tra loro delle alleanze. Entriamo in qualche dettaglio.

I. Nella lotta diretta sono spesso impiegate armi pungenti, taglienti,

laceranti, percuotenti, ecc. Fra esse dobbiamo annoverare i denti

puntuti degli insettivori; i denti canini e ferini, e le unghie robuste

ed acute dei carnivori; le corna dei ruminanti e dei pachidermi obesi;

la proboscide e i denti incisivi dell’elefante, e le zanne del cignale;

il dente canino sinistro del monodonte; il rostro, gli artigli e gli

sproni in molti uccelli; i denti in molti rettili; i denti, le spine

della pinna dorsale e della pinna pettorale, e l’aculeo della coda in

molti pesci, e particolarmente nel pesce sega (_Pristis antiquorum_) la

sega; le mandibole e gli arti del primo paio in molti insetti, ecc.

II. L’agilità serve tanto alla difesa colla fuga, come anche

all’attacco. Negli animali conosciamo dei maestri nel rampicare, nella

corsa, nel volo e nel nuoto. E spesso gli animali più inoffensivi sono

i più agili (ad esempio, il lepre); essi devono la loro esistenza

precisamente all’agilità.

III. Colle armi citate al numero I si collega strettamente la forza

muscolare. Non basta che un animale possieda dei potenti canini, ma

occorrono eziandio dei forti muscoli per sollevare la mandibola; ed

in conformità noi vediamo che i carnivori hanno delle ampie arcate

zigomatiche, per dar passaggio ai voluminosi muscoli temporali.

IV. Frequenti sono nel regno animale gli apparati veleniferi. Nei

serpenti velenosi il mascellare superiore porta verso la estremità

anteriore il dente feritore, e si congiunge col pterigoideo, il quale

con appositi muscoli può essere mosso in avanti ed in dietro. Nel

dente sbocca il secreto di una ghiandola velenifera che giace sopra

l’angolo della bocca, è coperta di fascie muscolari e corrisponde per

la sua posizione alla parotide. Alcuni anfibi secernono dalle ghiandole

cutanee un umore bianco che irrita ed infiamma le mucose ed è micidiale

pei piccoli vertebrati (_Salamandra_). Si crede che nelle spine dorsali

e pettorali di alcuni pesci (_Trachinus_, Siluroidi) sieno contenuti

dei liquidi irritanti, e la _Thalassophryne reticulata_ ha un vero

apparato velenifero. Nel sottordine _Aculeata_ fra gli imenotteri, le

femmine (e gli individui neutri) possiedono un pungiglione perforato e

retrattile, il quale comunica con una vescica velenifera (per esempio,

l’ape). Tra gli aracnidi, lo scorpione porta un apparato velenifero

nell’ultimo articolo del postaddome; e negli araneidi (per esempio

nella tarantola e nel malmignatto) esistono ai lati dell’estremità

anteriore del tubo digerente due ghiandole secernenti un liquido

velenoso, che viene inoculato col mezzo di potenti mandibole. Nei

chilopodi fra i miriapodi (_Scolopendra_) i due primi piedi del tronco

sono tra loro ravvicinati alla base, riuniti da ampia piastra, e

terminano con un forte uncino corneo, verso l’apice del quale trovasi

una piccola apertura, per cui sbocca all’esterno il secreto velenoso di

una ghiandola collocata entro questi così detti piedi mascellari. Qui

devonsi anche citare gli organi orticanti di alcuni vermi e di molti

celenterati.

V. Parecchi animali emettono, per loro difesa, delle sostanze fetenti

e che rendono torbida l’acqua. Così le specie del genere _Brachinus_,

tra i coleotteri, emettono dall’ano, quando siano molestate, un vapore

fetente ed acre; tale fenomeno è accompagnato da un leggero scoppio,

che fruttò a questi carabicini il nome di cannonieri, e ad alcune tra

le specie nostrane i nomi di _B. crepitans, B. explodens, B. sclopeta_.

Le meloe, quando sono irritate, emettono dalle articolazioni un liquido

oleoso ed acre. Alcuni cefalopodi (tutti i dibranchiati) posseggono

un organo secretorio particolare, conosciuto sotto il nome di borsa

dell’inchiostro o ghiandola atramentaria. Esso trovasi in fondo al

sacco addominale dietro gli organi genitali, oppure è ravvicinato

al fegato od anche riposto entro quest’organo in una cavità della

faccia addominale. La sostanza secretavi è nera, liquida, ed è versata

entro un condotto presso l’ano o nel retto. Essa giunge nella cavità

respiratoria, e può essere gettata all’esterno col mezzo dell’imbuto.

L’animale, colla medesima, rende torbida l’acqua e si sottrae così alla

vista de’ suoi nemici.

VI. Organi potenti di offesa e di difesa sono gli apparati elettrici

od intormentivi dei pesci. Alcuni pesci sono fortemente elettrici,

così le torpedini ed il _Gymnotus electricus_; meno elettrici sono

il _Malapterurus electricus, M. beninensis, Mormyrus longipinnis, M.

oxyrhynchus, M. dorsalis, Trichiurus electricus, Gymnarchus niloticus,

Tetraodon electricus_. Questi apparati constano in generale di

prismi composti esternamente da un involucro di tessuto connettivo,

contenente una sostanza gelatinosa. Sopra una delle faccie di questi

prismi si diffondono numerose ramificazioni nervose; questa faccia

è la elettronegativa, mentre la opposta e libera si manifesta come

elettropositiva. Nelle torpedini gli organi elettrici sono due,

disposti simmetricamente e collocati ciascuno in uno dei lati fra

il cranio, le branchie ed il margine interno delle pinne pettorali.

Il _Gymnotus electricus_ porta in cadaun lato due organi elettrici,

situati dietro le pinne pettorali immediatamente sotto alla cute.

Nel _Malapterurus electricus_ l’apparato forma uno strato posto

immediatamente sotto alla cute, avvolgente tutto il corpo ad eccezione

del capo e delle pinne. I mormiri posseggono due organi elettrici in

cadaun lato della coda, in cui entrano rami dei nervi spinali. Nel

Mediterraneo abbiamo la torpedine occhiatella (_Torpedo narce_), la

torpedine del Galvani (_T. Galvanii_) e la torpedine del Nobili (_T.

Nobiliana_)[52]. I pesci citati possono colle scosse elettriche rendere

inoffensivi od anche uccidere gli animali che li circondano.

VII. Fra i tranelli, che si riscontrano nel regno animale, meritano

il primo posto le ragnatele. Gli araneidi possiedono organi speciali

per produrre quella sostanza serica con cui fabbricano le ragnatele.

V’hanno delle ghiandole sericipare, le quali sono collocate nell’addome

alla faccia ventrale, e si compongono ciascuna di una quantità di

otricelli disposti a grappolo, versanti il secreto in un canale comune

che sbocca in una filiera. Queste filiere esistono in numero di 4 ad

8, ed ognuna porta all’apice una grande quantità di forellini, dai

quali esce il liquido serico che all’aria s’indurisce o si trasforma

in filetti esili, i quali sono invisibili all’occhio nudo, e di cui

ne occorrerebbero 10,000 per assumere il diametro di un capello. Man

mano che questi filetti escono dalle filiere, l’animale lavora colle

zampe a riunirli insieme ed a formare quei fili visibili, elastici,

di cui si compone una rete. Non tutti i ragni però costruiscono reti;

alcuni emettono solo dei fili isolati all’occorrenza (_Attus_), altri

si servono del materiale serico per circondarsi di un involucro che li

difenda dai nemici o dalle intemperie (_Clubiona_), altri ne formano

un bozzolo avvolgente le uova (_Lycosa_). Le reti stesse sono assai

diverse nelle varie famiglie. Alcune specie di _Mygalidae_ si scavano

dei fori entro terra, che tappezzano con seta e chiudono con coperchio;

la nostra comune _Filistata bicolor_, che vive anche nelle città, si

costruisce un tubo serico sprovvisto di regolare coperchio, profittando

dei fori che si trovano nei muri; la _Scytodes thoracica_ tende dei

fili, senza costruire una vera rete; le specie dei generi _Theridium,

Linyphia_, ecc. costruiscono delle reti irregolari; le _Agelenidae_

costruiscono delle reti che comunicano con un tubo fatto di seta, in

cui l’animale sta in agguato; infine le _Epeiridae_ fabbricano delle

reti di stupenda regolarità. Una rete di _Epeira_ somiglia ad una ruota

e consta di un grande numero (20-50) di fili circolari concentrici,

con altrettanti raggi che dal centro vanno alla periferia. Questo

tessuto è appeso verticalmente tra due oggetti, e l’animale dimora nel

centro, dove può agevolmente dominare il suo territorio di caccia. Nel

vedere una di queste reti, si direbbe che l’animale abbia impiegato

molto tempo alla di lei costruzione; ma si sa ch’essa è il lavoro di

un’ora o poco più. Appena un insetto vi siasi impigliato, l’_Epeira_

l’uccide col veleno, e poi l’avvolge fittamente con fili serici. È

interessante il vedere, come le specie di questo genere fabbricano i

loro maravigliosi tranelli. L’_Epeira_ si arrampica sopra un luogo

elevato, ed emette qui un ghiometto di seta che fissa nel punto in cui

si trova. Quindi lascia uscire dalle filiere un filo che di continuo

si allunga e che dall’aria mossa è tenuto sospeso e quasi orizzontale.

Appena questo filo tocchi un oggetto, vi resta appiccicato per la sua

viscosità, del che accortosi l’animale si affretta a renderlo teso, ed

a costituirsi un ponte tra i due oggetti discosti. Ciò fatto, il ragno

distende un filo possibilmente parallelo al primo, e con tale scopo

discende dal punto in cui si trova per un tratto di parecchi decimetri,

ferma di nuovo il filo, sale poi al punto di prima, attraversa sul

ponte già stabilito lo spazio, sempre allungando il filo che esce

dall’addome, e giunto al lato opposto tende il secondo filo. Quando

sono fissati questi due fili principali, vengono tirati 4 o 6 fili

obliqui che formano un poligono, congiungono insieme i fili principali

e segnano i limiti della ragnatela. Dopo ciò l’animale, calandosi dal

punto più elevato del poligono, tira il filo che ne costituisce il

diametro; quindi ritorna al centro, vi depone un ghiometto di seta,

gira sul raggio formato verso la periferia, lasciando continuamente

uscire un filo dalle sue filiere, ferma il secondo radio ad uno dei

fili principali, e continua questo procedimento sino alla completa

costruzione dei raggi. Infine, girando di raggio in raggio, e fissando

su ciascuno il filo, costruisce i fili concentrici, incominciando

generalmente coi più piccoli, ossia con quelli che sono più vicini al

centro.

VIII. Anche nel regno vegetale v’hanno dei tranelli, come ha dimostrato

il Darwin nella sua opera sulle piante insettivore (_Insectivorous

Plants_. London 1875). Può dimostrarsi con molti fatti che varie

piante, sì nostrali che esotiche, hanno la proprietà di secernere da

particolari ghiandole delle loro foglie un succo analogo all’umore

gastrico degli animali, e di contrarre all’arrivo di qualche

insetto l’orlo delle foglie od i lunghi peli del margine in guisa

da accalappiarlo; l’animale si dibatte, ma la foglia lo racchiude

sempre più, e mentre esso s’invischia nel succo attaccaticcio e

muore, questo, agendo da fermento, finisce collo scomporlo in un

liquido che facilmente è assimilato dalla foglia che se ne alimenta

per sè e per l’intera pianta. Tali fenomeni furono osservati nelle

Droseracee e più particolarmente nelle specie _Drosera rotundifolia,

anglica, intermedia, capensis, spathulata, filiformis, binata,

Dionaea muscipula, Aldrovanda vesiculosa_, ecc. Nella _Drosera

rotundifolia_, ad esempio, le ghiandole sono sensibilissime ad ogni più

piccola pressione, per cui, irritate o premute da un corpo estraneo,

trasmettono l’irritazione ai tentacoli marginali che si piegano verso

il centro della foglia ed abbracciano così l’oggetto che si trova

nello spazio da essi circoscritto. Quando un insetto si poggia sulla

lamina della foglia, esso rimane appiccicato alla secrezione vischiosa,

ed i tentacoli vicini cominciano tosto a curvarsi verso il medesimo,

e finiscono coll’avvinghiarlo da tutte le parti. Basta un insetto

minutissimo, per esempio, una specie di _Culex_, per determinare

questo fenomeno. È probabile che le foglie della _Drosera_ abbiano

tale odore da attirare gli insetti, per cui possiamo considerarle come

altrettanti tranelli, nei quali sia stata posta un’esca. Oltre le

Droseracee sono interessanti come insettivore anche le Utriculariacee.

La _Pinguicula vulgaris_, ad esempio, piglia colle sue foglie, coperte

di una sostanza vischiosa, degli insetti, ed oltre ciò delle piccole

foglie di altre piante, dei semi, ecc. Qui mancano i tentacoli, ma

il lembo della foglia si piega all’interno sotto l’influenza di una

pressione o di qualsiasi oggetto irritante. Tanto gl’insetti, come i

frammenti vegetali, vengono poi digeriti; la _Pinguicula_ può quindi

dirsi in parte insettivora, ed in parte fitofaga, le sue piccole

radici non le recano che uno scarso nutrimento. In modo analogo si

comportano altre specie dello stesso genere. Un apparato diverso

osservasi nell’_Utricularia neglecta_. Questa pianta acquatica porta

delle vescichette della lunghezza di circa due millimetri e mezzo,

che hanno tutta l’apparenza di un crostaceo entomostraceo. Queste

vescichette sono portate da brevi picciuoli, ed hanno un’apertura che

mette nell’interno, circondata da molti filamenti a guisa di antenne.

L’apertura stessa è chiusa da una valvola perfettamente trasparente,

che si apre verso l’interno. I piccoli animali, come larve di insetti,

crostacei, vermi, ecc., entrano nella vescica, aprendo la valvola,

ma non possono più uscire, perchè la valvola non si apre in fuori,

e non sono forti abbastanza per romperla. Quindi muoiono colà, e si

decompongono; i prodotti poi della loro decomposizione sono assorbiti

da prolungamenti speciali, quadrifidi, che nascono in grande quantità

dalla superficie interna della vescica. Analoghi fenomeni furono

osservati in altre specie di _Utricularia_ e di generi affini[53].

IX. Un fenomeno singolare è quello che si osserva in molti animali,

i quali, quando sono aggrediti «fanno il morto». Ciò si è osservato

in molti insetti (per esempio nel genere _Dermestes_), in alcuni

araneidi (per esempio, nel _Theridium formosum_), in molti acari (per

esempio, nei generi _Oribates, Hoplophora_), in alcuni miriapodi (per

es., nel genere _Glomeris_), ed in alcuni crostacei (per es., nel

genere _Asellus_). Si è detto che questi animali, pel pericolo da

cui si vedono minacciati, cadono in deliquio; ma questa opinione non

sembra accettabile, perchè non è ammissibile che il sistema nervoso

in organismi sì bassi sia molto delicato e perchè questo fenomeno è

di brevissima durata e può ripetersi più volte di seguito a piccoli

intervalli. Negli acari questo supposto deliquio può peraltro durare a

lungo, nei _Penthaleus_ fino a due o tre ore. Probabilmente trattasi

di una finzione istintiva, la quale deve tornare utile all’animale

perchè lo sottrae alla vista dei suoi persecutori. L’animale immobile

sfugge agli sguardi nemici, confondendosi cogli oggetti inanimati che

lo circondano. Questo istinto può considerarsi come una esagerazione di

quello del lepre, il quale, quando sente i cani che gli si avvicinano,

rimane rannicchiato nel cespuglio senza muoversi punto, ancorchè i cani

gli sieno vicinissimi, e spicca il salto ed imprende la fuga soltanto

quando si vede scoperto e gl’inimici gli sono quasi addosso. Un analogo

istinto può osservarsi nello scoiattolo[54].

X. Recentemente[55] ho chiamato l’attenzione dei naturalisti sopra un

altro istinto molto singolare e che ai possessori torna utile nella

lotta per l’esistenza.

Il Darwin, nel suo _Viaggio di un naturalista intorno al mondo_ (trad.

ital., p. 38), parla di un’_Epeira_, la quale, quando è disturbata,

si alloga nel mezzo della sua ragnatela che è appesa a ramoscelli

elastici, e scuotendola violentemente le imprime un movimento di

rotazione così rapido che anche il solo profilo del corpo del ragno

diviene indistinto. Secondo il Taschenberg, questo fenomeno si osserva

anche nelle Epeire europee. Il ragno, egli dice, quando è molestato,

comincia a dondolarsi, e comunica all’intera ragnatela che è verticale

un movimento ondulatorio tanto violento dall’avanti all’indietro, che

quasi sparisce il suo corpo all’occhio dell’osservatore.

Ognuno può osservare un fenomeno simile, ma non identico, nel _Pholcus

phalangioide_s, il quale è comunissimo nelle nostre case, nei granai,

nelle stalle, ecc., e che costruisce la sua ragnatela, a modo delle

Tegenarie, negli angoli dei fabbricati. Io ne tenni due esemplari nel

mio studio per molti anni, e potei osservare esattamente l’istinto di

cui parlerò. Questo Araneide, prescindendo dai caratteri strettamente

sistematici, si riconosce senza difficoltà dal suo corpo molto stretto

ed allungato, e più ancora dalle sue zampe lunghissime ed esili, così

che s’avvicina nell’aspetto generale agli Opilionidi. Lo si trova di

solito alla faccia inferiore della sua tela, col capotorace rivolto in

basso e col ventre e le zampe dirette in alto.

Se con un dito tocchiamo leggermente la sua ragnatela, lo vediamo

muoversi con rapidità in modo da descrivere un cerchio, e la velocità

del movimento è tale che riesce impossibile di discernere la forma

dell’animale. La durata del fenomeno è assai variabile; qualche volta

è di pochi minuti secondi, altre volte di oltre un minuto primo;

questa durata possiamo renderla maggiore col gettare nella tela un

piccolo frammento di legno, il quale oscillando colla tela, continua a

mantenere il ragno in istato di eccitazione. Se a caso due ragnatele

del Pholcus predetto si trovano l’una accanto all’altra, i movimenti

di un ragno irritano il vicino e viceversa, ed il fenomeno si ripete

più volte con insolita durata. Gli individui piccolissimi, ossia assai

giovani, non si muovono nel modo sopra indicato, e nemmeno gli adulti,

quando tengono fra le mandibole una preda pesante. Varia è del pari la

rapidità delle oscillazioni, la quale nei maschi smilzi e leggieri è

maggiore che nelle femmine gravide e pesanti; e maggiore è pure negli

individui digiuni che in quelli distesi da un lauto pasto.

Chi vuole osservare questo strano istinto, deve urtare la ragnatela con

prestezza e, come dissi, leggermente; se l’urto è lento o troppo forte,

il ragno fugge spaventato. Si può ripetere lo sperimento più volte di

seguito sullo stesso individuo; ma alfine il ragno, trovando inutili le

sue manovre, o troppo stanco per proseguirle, cerca nella fuga la sua

salvezza.

Il fenomeno è alquanto diverso da quello descritto dal Darwin, perchè

le Epeire appendono le loro ragnatele, composte di fili circolari

concentrici e di altri che dal centro vanno alla periferia a modo

di raggi, a dei rami elastici, e possono per conseguenza metterle

agevolmente in vibrazione; il _Pholcus_ invece ferma la sua tela

irregolare sopra due pareti rigide, che sono o due muri che fanno

angolo, od un muro ed una porta, oppure un muro ed una finestra, ecc.

Appena il ragno viene molestato, distende l’addome, che prima era

diretto in alto od almeno disposto in senso orizzontale, in maniera da

farlo pendere verticalmente in basso, raccoglie le sue otto zampe sopra

uno spazio più ristretto, e tenendo queste zampe fermate ad altrettanti

fili della sua tela, comincia a dondolare in direzione laterale e

poi a muoversi con rapidità in circolo. Talvolta l’oscillazione è

circolare fino da principio. Il ragno non gira intorno al proprio

asse, ma intorno ad un asse verticale che passa per la ragnatela; e

tale movimento è reso possibile dai fili irregolari, tra loro poco

connessi, debolmente tesi e molto elastici, dei quali si compone la

tela; e siccome ogni zampa è appesa ad un filo diverso, non avviene

aggrovigliamento della ragnatela, la quale durante il fenomeno appena

ondeggia in modo sensibile. Il movimento stesso è iniziato e mantenuto

dalle gambe lunghe, sottili e molto flessibili dell’animale; la

sua cessazione è di solito repentina, solo di rado si rende prima

oscillatorio in senso laterale, e poi s’arresta. Cessato il movimento

il ragno riprende la sua consueta posizione.

Questi sono i fatti che ognuno può osservare colla massima facilità

in ogni casa durante le buone stagioni dell’anno, ed è strano che

un fenomeno così ovvio sia sfuggito all’attenzione dei naturalisti.

Quanto all’interpretazione, è certo che noi ci troviamo davanti ad

un istinto destinato a proteggere il _Pholcus_ contro i suoi nemici,

sottraendolo alla loro vista col renderne il corpo indistinto a mezzo

dei rapidi movimenti suddescritti. Vi sono artropodi che molestati

simulano la morte, atteggiandosi immobili colle gambe retratte; il

_Pholcus_ consegue il medesimo fine con mezzi diversi, anzi opposti,

con un rapidissimo movimento di rotazione. Il quale, alla sua volta,

può essere considerato, come un movimento di fuga modificato.

Alcuni animali percorrono, fuggendo davanti ad un nemico, una linea

all’incirca retta; altri corrono in linea a zig-zag; altri ancora in

linea a ghirigori: in questo caso la linea di fuga si è resa circolare.

XI. I fenomeni, cui ho alluso colle parole metaforiche «simulazione,

civetteria ed alleanze», sono tanto importanti ed ancora poco

conosciuti, che meritano di essere trattati a parte, ciò che farò nei

tre seguenti paragrafi.

Somiglianze protettive.

Molti animali sono protetti contro i nemici dal loro colore, il quale

somiglia a quello del luogo dove vivono. Numerosi esempi possono

citarsi a sostegno di questa asserzione. Gli abitanti dei deserti hanno

il colore della sabbia, ad es., il leone, il dromedario, gli uccelli

del Sahara, ecc. Gli abitanti dei poli, che dimorano tra le nevi ed i

ghiacci, sono bianchi; così la volpe polare, l’orso bianco, ecc. Anche

da noi il lepre, che vive a grande altezza sul livello del mare, è

bianco. Molti animali marini sono trasparenti come l’acqua: così fra

i celenterati, le meduse e le ctenofore; fra i molluschi, le salpe;

alcuni crostacei, specialmente copepodi ed anfipodi; e perfino parecchi

pesci dei generi _Leptocephalus, Helmichthys, Oxystomus_ e _Tilurus_.

Gli animali che abitano i prati sono spesso verdi; quelli delle lande

deserte, grigi, o cinerei, o screziati. Ogni cacciatore sa, quanto sia

difficile di vedere una quaglia od una pernice in terra, ancorchè il

cane l’abbia messa in ferma, appunto perchè il colore di questi uccelli

somiglia a quello del nudo suolo. Gli animali che abitano sugli alberi

sono, a seconda delle loro abitudini, verdi come le foglie, o colorati

come la corteccia del tronco e dei rami. Il dottor Giacinto Fedrizzi

ed io ne abbiamo citato una prova interessante. Noi abbiamo scoperto

nell’Alto Trentino nell’ottobre del 1876 la manna degli apicoltori, la

quale trovasi in grande quantità sui larici e che noi avevamo ragioni

per ritenere di origine animale. Ma passò lungo tempo prima che ci

fosse dato di vederne l’autore, il Lachnus pini, il quale si sottraeva

alla nostra vista pel suo colore identico a quello dei ramoscelli di

larice. Una volta scoperto, lo trovammo in centinaia di esemplari

intorno alle goccioline di manna[56].

Applichiamo queste idee ad un gruppo speciale di animali, tanto più

che il Darwin ha piuttosto negletto tale argomento. Rivolgiamoci

agli aracnidi[57]. Le specie che vivono in luoghi oscuri (sotto le

pietre, nei fori dei muri, ecc.) hanno sovente dei colori oscuri; ad

esempio, i Drassidi, gli _Amaurobius_, i _Nemastoma_, le Segestrie, gli

_Scorpius_, ecc. Le specie che vivono tra le foglie fresche e nell’erba

sono di colore verde, come parecchie specie di _Thomisus_, l’_Epeira

cucurbitina_, l’_Attus hastatus_, lo _Sparassus virescens_, molte

specie di _Heliophanus_ e di _Cheiracanthium_. All’incontro i ragni che

vivono di preferenza sulle piante secche sono colorati in giallo, come

il _Bolyphantes stramineus_ ed il _Philodromus aureolus_. Le specie

che vivono sulle corolle hanno colori vivi, rossi, o misti di rosso e

di giallo, per esempio, il _Theridium tepidariorum_ ed il _Thomisus

citreus_; quelle invece che sogliono abitare i tronchi degli alberi,

sono grigie o brune, come la corteccia, per esempio, il _Marpissus

muscosus_; e quelle che dimorano sul terreno, sono grigie, come molte

specie di _Lycosa_ e di _Trogulus_. Nelle specie che dimorano sulle

mura delle nostre case predominano i colori chiari, così nel _Rachus_

ed in alcuni _Pholcus_; in quelle che abitano sulle roccie, i colori

screziati (parecchie specie di _Attus_). «Mi ha sempre impressionato,

dice il Pavesi, il raccogliere l’_Epeira ceropegia_ subito appena fossi

giunto nella zona della Rosa delle Alpi, associata per così dire a

questi celebrati arboscelli; essa è di colore fondamentale rossastro,

e forma ai lati della sua tela, proprio sotto le foglie, una specie

d’amaca, ove si pone in agguato. È impossibile vedere qui soltanto un

fatto di distribuzione geografica, vi è troppo intimo rapporto fra il

colore del ragno ed il rugginoso della pagina inferiore delle foglie di

_Rhododendron_».

Egli è ben naturale che i colori, così detti simpatici, de’ quali

parliamo, mentre sottraggono gli animali deboli alla vista dei forti,

così d’altra parte fanno sfuggire i forti alla vista dei deboli.

Anche gli animali robusti hanno bisogno di colori simpatici, perchè

possano avvicinarsi, non veduti, alle loro vittime. In questo senso

va interpretato il colore del leone, e dicasi altrettanto del colore

dell’orso polare o bianco.

Alcuni animali possono cambiare il loro colore a seconda del luogo in

cui si trovano. Ciò fu sostenuto riguardo al camaleonte, ma la cosa è

dubbia[58]. All’incontro è certo che in molti pesci tale cambiamento

di colore avviene. Così il fregarolo (_Phoxinus laevis_) ha un colore

più sbiadito se trovasi in vasi bianchi, più carico se trovasi in vasi

oscuri. La stessa cosa può osservarsi nello spinarello (_Gasterosteus

aculeatus_) e nel cobite barbatello (_Cobitis barbatula_). Shaw, nel

1838, ha fatto un’analoga osservazione nelle trote[59]. Egli dice:

«Visitando spesso i miei vivai, ebbi occasione di vedere che i pesci,

che stavano tranquilli in un determinato luogo, offrivano un colore

simile a quello del fondo, e se si recavano in altro luogo, assumevano

gradatamente una corrispondente tinta. Per accertarmi di questo fatto

con uno sperimento preciso, mi procurai due vasi di terra, di cui l’uno

era all’interno quasi perfettamente bianco, l’altro quasi perfettamente

nero. Misi poscia in ciascuno un pesce vivo, e gli procurai l’acqua

fresca necessaria. Quando io poneva i pesci nell’acqua, essi avevano

il medesimo colore; ma non passarono 4 minuti, che ambedue assunsero

un colore corrispondente a quello del vaso. Allora io levai il pesce

che trovavasi nel vaso bianco, e lo misi nel nero, e viceversa feci

coll’altro, ed ebbi un risultato corrispondente, cambiando i pesci il

loro colore in conformità del vaso in cui si trovavano..... Questo

singolare fenomeno costituisce uno dei mezzi meravigliosi, che la

natura diede alle creature per loro difesa». Un fenomeno simile

avviene, secondo le osservazioni del Pouchet, comunicate all’Accademia

di Parigi il 26 giugno 1871, oltrechè nel cobite, nel ghiozzo

(_Cottus gobio_), e sembra che questo fenomeno debbasi registrare

tra i riflessi, eseguendosi il cambiamento del colore per mezzo dei

nervi ottici, del cervello e dei nervi che si recano ai cromatofori

contrattili. Probabilmente mostreranno ulteriori osservazioni che gli

animali, i quali possono cambiare il colore secondo la loro temporanea

dimora, sono più numerosi di quello che si creda; ai succitati possonsi

aggiungere per ora il _Carassius vulgaris_, l’_Aspius rapax_, il _Gobio

fluviatilis_, alcune specie di _Rana_, e parecchi crostacei (p. es.

_Palaemon serratus_). Tale cambiamento di colore fu recentemente[60]

chiamato _funzione cromatica_.

Non solo gli animali, ma anche le uova presentano dei colori

protettivi, e precisamente nei casi in cui le uova non sono deposte

entro nidi in luoghi reconditi. Le specie dei generi _Tringa_ e

_Charadrius_ depongono le uova nella sabbia fra l’erba ed i ciottoli;

e le loro uova sono colorate in conformità, per cui è assai difficile

il vederle. Analoghe osservazioni possonsi fare nei generi _Pterocles,

Colymbus_, ecc. È strano che le uova dei cuculi somigliano a quelle

della specie, nel cui nido furono deposte. Le diverse femmine fanno

uova diversamente colorate, e le depongono nel nido di una specie che

le ha somiglianti nel colore; in tale modo i legittimi proprietari del

nido sono ingannati, e le uova del cuculo sono protette[61]. Anche i

bozzoli sericei degli araneidi, che contengono uova, presentano dei

colori protettivi; così, ad es., nelle specie _Micrommata virescens,

Tetragnatha extensa, Theridium formosum_, ecc.

Più interessanti ancora sono gli esempi di somiglianza speciale, per

la quale un animale somiglia a sostanze inorganiche, oppure a parti

vegetali, oppure ad un altro animale. Gli insetti, quando contraffanno

il morto, come sopra si è detto, somigliano certamente a granelli

inorganici od a detriti vegetali. Mansel Wheale dice di aver trovato

al Karoo un grillo che vive tra i sassi, ai quali somiglia in modo che

egli non l’avrebbe mai rinvenuto, se non l’avesse visto nel momento

in cui si muoveva[62]. Una lucertola (_Proctotretus multimaculatus_),

quando è appiattita dallo spavento e chiude gli occhi, si confonde per

le sue tinte colla sabbia circostante. Molte sfoglie (_Solea_) hanno il

lato oculare macchiato in guisa che non si vedono sul fondo del mare se

non quando si muovono. Ed il Günther ha descritto un _Syngnathus_, il

quale coi suoi filamenti rossicci, galleggianti, si distingue appena

dall’alga cui si attacca colla sua coda prensile. Secondo il Wallace

v’hanno in Oriente dei piccoli coleotteri della famiglia _Buprestidae_,

che l’entomologo esita a raccogliere quando li vede sopra una foglia,

tanto somigliano agli escrementi degli uccelli! Il Bates menziona

un altro coleottero (_Chlamys pilula_) che da lontano si confonde

facilmente cogli escrementi dei bruchi. Alcune specie di _Cassida_, per

la loro forma convessa ed il colore perlaceo, somigliano a delle goccie

di rugiada.

Due farfalle dell’India (_Kallima inachis_ e _paralecta_) hanno la

pagina inferiore delle ali talmente colorata, e tale è il contorno

e la nervatura di queste ali, che le farfalle, quando sono in

riposo, vengono scambiate con foglie secche, tanto più che esse non

si mettono mai sopra fiori o rami verdi, ma sempre sopra alberi o

cespugli intieramente od in parte disseccati. In alcuni casi le ali

delle farfalle portano delle macchie somiglianti a quei minuti funghi

che vivono sulle foglie morte, per cui lo scambio avviene anco più

facilmente. Dei colori protettivi dei bruchi parlò diffusamente il

Weismann[63]. I bruchi nel genere _Catocala_ somigliano sì bene alla

scorza degli alberi, nelle fessure della quale vivono, che a stento

li discerne un occhio esercitato; quelli dei generi _Cucullia_ (ad

es. _C. verbasci_) e _Xylina_ somigliano in modo sorprendente ad un

pezzo di legno, e toccati hanno l’abitudine di lasciarsi cadere a

terra. Alcuni bruchi sono perfino dimorfi o polimorfi, ossia in età

diversa presentano colori diversi in relazione colla cambiata dimora;

così il bruco giovane di _Pterogon oenotherae_ è sì bene adattato alle

foglie di _Epilobium hirsutum_ e _rosmarinifolium_, sulle quali vive,

che difficilmente lo si vede, ma fattosi adulto cambia colore, e vive

allora durante il giorno sui rami e tra le foglie secche.

Tra gli ortotteri le specie di _Phyllium_ somigliano a foglie verdi,

e quelle di _Phasma_ a ramoscelli secchi. Fra gli aracnidi, alcune

specie somigliano ad un pezzo di corteccia nodosa, e restano perciò

inosservate, così la _Micrathena clypeata_ e parecchie specie di

_Gasteracantha_. Molti aracnidi portano tali disegni sul dorso

da imitare una fogliolina, cito come esempio le specie _Linyphia

resupina, L. montana, L. marginata, Meta segmentata, Zilla montana, Z.

albimacula, Z. calophylla_, molte specie di _Opilio_, di _Platylophus_,

di _Acantholophus_ e di _Cerastoma_. Suppongo che anche questo sia un

carattere di protezione.

Molti esempi di colori protettivi si rinvengono pure negli animali

superiori. Noi abbiamo già fatto cenno del colore della quaglia e della

pernice; tra i mammiferi citeremo la giraffa. Il Cumming[64] dice:

«Spesso dubitai se vedessi uno di questi animali (una giraffa) od il

tronco ingiallito di un albero. Dovetti ricorrere al telescopio, ed

interpellando i selvaggi che mi accompagnavano, m’accorsi che anche

i loro occhi s’ingannavano; talvolta essi prendevano questi tronchi

decaduti per giraffe, ed altre volte prendevano le giraffe per questi

vecchi abitanti delle foreste».

Un animale somiglia talvolta ad altri di specie diversa, per qualche

loro particolarità poco perseguitati da nemici; questi fatti

costituiscono il vero mimismo (_mimicry_). Ed è facile comprendere,

come cotesta sia pure una somiglianza protettiva. La forma imitata,

appunto perchè soggetta a poche cause di distruzione, sarà frequente;

ed alla imitante sarà di tornaconto essere scambiata da’ suoi nemici

colla prima. Un esempio è citato dal Darwin nella _Origine delle

specie_[65]. Il Bates «ha trovato che in alcuni distretti dell’America

meridionale, dove, ad esempio, una _Ithomia_ abbonda in magnifici

stormi, un’altra farfalla del genere _Leptalis_ si rinviene mescolata

nello stormo, e talmente somiglia ad una _Ithomia_ in ogni gradazione e

dettaglio di colore, che il Bates, sebbene avesse l’occhio esercitato

colla pratica di undici anni e facesse sempre grande attenzione, fu

non di meno continuamente ingannato. Se le forme imitanti ed imitate

siano prese e tra loro confrontate, si vede che diversificano assai

nella struttura essenziale, ed appartengono non solo ad altri generi,

ma spesso perfino ad altre famiglie. Se questo mimismo fosse occorso

solamente una o due volte, si avrebbe potuto considerarlo come una

singolare coincidenza e passarvi sopra. Ma se ci allontaniamo da un

distretto, in cui una _Leptalis_ imita una _Ithomia_, si troverà

un’altra forma imitata da una imitante, comprese negli stessi due

generi». A questo esempio molti altri si possono aggiungere. Alcuni

coleotteri rincoti sono coperti di uno strato di chitina così

consistente che gli uccelli insettivori li ripudiano come cibo, e

ad essi somigliano nella forma altri coleotteri; così il _Doliops

curculionoides_ somiglia ai Pachirinchi delle Isole Filippine. Vi sono

dei coleotteri, non cercati come cibo, perchè emettono una sostanza

fetente, ed anch’essi sono copiati da altri membri dell’ordine: così il

_Cyclopeplus Batesii_ del Brasile somiglia al fetente _Corynomalus_.

Altre somiglianze si trovano negli aracnidi, come l’esprimono i nomi

specifici, ad esempio _Caelotes segestriformis, Amaurobius segestrinus_

(perchè somigliano alla Segestria), _Trechona drassiformis, Olios

mygalinus, Eresus clenizoides_, ecc. Talvolta un animale contraffà un

altro di gruppo molto diverso. Alcuni _Pholcus_, tra gli araneidi,

somigliano a degli opilionidi, d’onde i nomi _Pholcus phalangoides, Ph.

nemastomoides, Ph. opilionoides_, ecc.

L’_Arachnura scorpionoides_, dell’isola Maurizio, per l’addome

prolungato a coda flessibile e grinzosa trasversalmente, ha l’aspetto

di uno scorpione, tanto più quando l’abbassa e la solleva e la ricurva

verso il dorso, ciò che fanno proprio gli scorpioni[66]. Questa

somiglianza non può che essere utile all’_Arachnura_, essendo gli

scorpioni animali assai temuti pel loro apparato velenifero. Spesso,

per la stessa ragione, sono copiati gli imenotteri aculeati; molte

mosche, ad esempio, somigliano alle api ed insetti affini. «Io ho

disposto, dice il Seidlitz[67], dieci specie di mosche leggermente

mimetiche in una serie, l’una dietro l’altra, ed accanto a ciascuna

posi una specie simile di imenotteri (7 vespe e 3 pecchioni), tutte

della nostra fauna. Ogni inesperto, cui mostrai la raccolta, colla

domanda, che insetti fossero, e come disposti, li dichiarò vespe e

pecchioni, ciascuna specie in due esemplari». Io stesso fui un giorno

chiamato da parecchie persone, perchè andassi a raccogliere uno sciame

di api che dicevano trovarsi sopra una finestra della stalla in casa

mia; andatovi, vidi che quella gente aveva preso per api una specie

di mosche. Tra le farfalle, le Sesie (_Sesiidae_) somigliano pure

agli imenotteri; tra i coleotteri il genere _Molorchus_ contraffà le

vespe, e la specie _Charis melipona_ dell’America del Sud contraffà

una piccola ape, la _Melipona_. Tra gli aracnidi, alcuni _Eresus_ ed

_Attus_ (ERESUS 4-_guttatus, E. annulatus, Attus sanguinolentus, A.

haemorrhoicus_) offrono un vivo colore rosso. Siccome abitano in luoghi

aridi, insieme col _Pyrrhocoris apterus_, suppongo che la somiglianza

nel colore con questo emittero fetente, torni loro di vantaggio. Certi

aracnidi hanno la forma della formica; e siccome le formiche sono

poco perseguitate dagli uccelli insettivori, essi trovano in tale

somiglianza una protezione. Esempi ci forniscono i generi _Janus,

Pyrophorus, Salticus, Myrmecia_ e _Formicina_.

È interessante anche il vedere, come alcuni serpenti innocui

copiano i serpenti velenosi, trovando in questa somiglianza una

potente protezione. Il Wallace cita in proposito i serpenti coralli

dell’America meridionale; ma senza andare sì lungi possiamo citare il

colubro liscio (_Coronella austriaca_), che è spesso scambiato con una

vipera, cui somiglia nel colore e nella facoltà di appianare e dilatare

il capo in istato di irritazione.

Tutti questi esempi, e molti altri che potrebbero citarsi, sembrano

sufficienti per dimostrare che gli animali trovano spesso una

protezione nella loro somiglianza ad altri oggetti, sia che questa

somiglianza si limiti al colore o si estenda anche alla forma del

corpo[68].

La teoria dell'evoluzione · 第 8 / 52 题