_Politia Ecclesiastica di questi ultimi tempi._
Mentre durò il Regno di Carlo II non fu veduto cangiamento alcuno in
noi in ciò che riguarda la Politia Ecclesiastica; ma furono da' suoi
Vicerè Spagnuoli calcati i medesimi sentieri de' loro predecessori.
Due esemplarissimi Pontefici, che fra questo tempo ressero la Sede
Appostolica ridussero a più moderato stato le cose; e zelanti dell'onor
di Dio, attesero più alla riforma de' costumi degli Ecclesiastici,
che a promuovere le pretensioni di quella Corte sopra il temporale
de' Principi. _Innocenzio XI_ per la bontà della vita ed innocenza de'
costumi trasse a se il rispetto e la riverenza, non pur de' Principi
Cattolici, ma eziandio de' pretesi Riformati. Fu tutto inteso ad
estirpare gli abusi introdotti nell'ordine Chericale; condannò la
rilasciatezza e le perniziose dottrine, che aveano sparse nelle loro
opere gli scandalosi Casuisti: ripresse l'insolenza ed audacia de'
monaci, e pubblicò nell'anno 1680 una Bolla contro lo sgangherato modo
di predicare introdotto da essi, i quali avvezzi alle sofisticherie
delle loro scuole, ed ignoranti non men dell'arte dell'eloquenza, che
di tutt'altro, erano tutti intenti a vane argutezze di parole, ad
antitesi, ad allusioni, a metafore stravolte: ed applicavano anche
a quest'uso i luoghi della Scrittura e de' Padri, stravolgendoli, e
stiracchiandoli a lor modo. _Innocenzio XII_ come nostro Napoletano amò
la quiete del Regno, e si studiava di beneficarlo. Per aver egli tenuta
la Sede Arcivescovile di Napoli per molto tempo, erangli noti gli abusi
e le corruttele dell'Ordine Ecclesiastico, e sopra tutto l'estorsioni
del Tribunal della Nunziatura, e de' suoi Commessarj per lo Regno; ed
i crudeli Spogli che si praticavano: tal che commiserando lo stato
calamitoso delle nostre Chiese, deliberò rimettere gli Spogli delle
Chiese, non comprese nella concordia, in beneficio delle Chiese stesse,
con che dovesse impiegarsi tutto ciò che si fosse trovato negli Spogli,
in reparazione ed ornamento di quelle, col consenso del futuro Vescovo
o Prelato, ed intervento di persona deputata dal Capitolo, siccome
stabilì per sua Bolla. E si crede che se i nostri Napoletani avessero
insistito a dirittura con questo Pontefice sopra la dimanda, che allora
fecero a Carlo II di provvedersi i Beneficj a' Nazionali, in esclusione
degli esteri, forse l'avrebbero indotto a contentarsene. Tolse questo
zelante Pontefice molti altri abusi introdotti nella Chiesa ed emendò
per quanto potè la Corte istessa di Roma. Abolì lo scandalo del
nepotismo, e chiamò suoi nepoti i poveri, dando loro per abitazione
il Palagio Lateranense, magnificamente ristorato. Tolse ancora la
venalità de' Chericati di Camera, ed ordinò, che per l'avvenire le
Chiese parrocchiali non fossero aggravate di pensioni. Stabilì una
Congregazione a parte sopra la riforma degli Ecclesiastici; ed un'altra
per la disciplina de' Regolari; e con sua Bolla diminuì l'autorità de'
Cardinali Protettori di Ordini Religiosi. Vietò a' Preti di mettersi
al servigio de' laici, moderò il lusso de' loro abiti, proibì agli
Ecclesiastici di portar perucca, e diede altri provvedimenti, perchè la
rilasciata lor disciplina alquanto si rialzasse.
Ma poco tempo durarono questi buoni regolamenti; poichè appena lui
morto, succeduto nel Pontificato _Clemente XI_, che avea menati tutti
i suoi giorni tra i raggiri di quella Corte, ed allevato colle di lei
massime, si ritornò a' primieri disordini. Furono con varie e sforzate
interpetrazioni, rendute inutili le Costituzioni di quel religioso
Pontefice; rinovate le intraprese, e non vi fu Papa, che in un medesimo
tempo avesse prese tante brighe con vari Principi, quanto costui. Egli
ebbe contese col Duca di Savoja, colla Spagna e coll'Alemagna: tentò
d'abolire la Monarchia di Sicilia, ancorchè con inutile successo; ed
in fine di non far valere nel nostro Regno i sovrani diritti de' nostri
Principi; nè meno le concessioni istesse del suo predecessore fatte al
Regno ed alle nostre Chiese.
La Bolla d'Innocenzio, che tolse alla Camera Appostolica gli Spogli
delle nostre Chiese vacanti, fu con stiracchiate interpetrazioni
renduta vana ed inutile; poichè fu interpetrata di doversi eseguire,
quando il Vescovo Prelato muore dentro la sua Diocesi, non già quando
fuori di quella venisse a mancare. E quando il Prelato moriva in
Diocesi, deludevasi pure la legge, poichè per la condizione in quella
apposta di doversi impiegare gli Spogli alle Chiese col condenso del
futuro Vescovo o Prelato, si operava in maniera, che niun giovamento
ne ricevevano le Chiese; imperocchè venendo li Vescovi e Prelati da
Roma così impoveriti da' dispendj sofferti in quella Corte, per le
spedizioni delle Bolle, e per altre recognizioni; ciò che trovava
d'avanzo, non già si convertiva in reparazione o ornamento delle
Chiese, o sovvenimento de' poveri, ma a lor proprio uso e beneficio
e per soddisfare i debiti contratti per la lor lunga dimora fatta
in Roma; e se mai il Capitolo di ciò si risentiva, il che rade volte
accadeva, ciascun temendo di inimicarsi il suo Superiore, tali ricorsi
ad altro in fine non servivano, che a consumarsi il rimanente in Roma
in lunghi e dispendiosi litigj.
La Bolla di Gregorio intorno all'immunità delle Chiese, ancorchè non
ricevuta nel Regno, si proccurava farla valere, anche ne' delitti più
enormi, procedendosi a censure contro i ministri del Re, che volevano
punire i delinquenti; come cosa nuova era inteso l'_Exequatur Regium_,
e si prendeva con vigore la difesa dell'intraprese e trascorsi de'
Vescovi del Regno che turbavano la regal giurisdizione.
Ma intanto essendosi questo Regno avventurosamente restituito sotto
il dominio del Nostro Augustissimo Principe CARLO, che teneva allora
collocata la sua Sede regia in Barcellona, furono sotto i suoi auspicj
non pur ripresse con vigore l'intraprese degli Ecclesiastici, ma
più fermamente stabiliti i regali diritti e le prerogative de' suoi
sudditi, ed in termini così pressanti e risoluti, che in tutte le
precedenti grazie concedute da' nostri Principi Aragonesi ed Austriaci
a questa città e Regno, non si legge una cotanto e sì premurosa
espressione. Egli con più regali cedole spedite da Barcellona, stabilì
fermamente la necessità del _Regio Exequatur_[102], in tutte le Bolle,
Brevi, o altre provvisioni, che vengono da Roma. Escluse gli stranieri
da' benefici, e comandò sequestrarsi le rendite di quelli che fossero
provvisti a' medesimi[103]. Abolì ogni vestigio d'Inquisizione,
comandando, che nelle cause appartenenti alla nostra S. Sede
procedessero gli Ordinarj de' luoghi, per via ordinaria, siccome è la
pratica negli altri delitti e cause criminali Ecclesiastiche[104]. Ed
assunto da poi al Trono Imperiale serbò con tenore costante i medesimi
sensi; anzi, a' 6 d'agosto del 1713, alle preghiere della città e
Regno non pure fermamente escluse i forastieri da tutte le prelature e
beneficj del Regno, comandando che fossero conceduti a' suoi naturali,
ma che con pari serietà e vigilanza avrebbe eziandio proccurato di far
evitare le frodi degli stranieri, che si commettessero o con riserbe
di pensioni, o d'altro contro queste sue regali disposizioni: tal che
fra noi si è introdotto stile nel supremo Collateral Consiglio che
nel concedersi l'_Exequatur Regium_ alle provvisioni de' beneficj
provveduti da Roma a' nazionali, affin d'evitarsi queste frodi,
si appone la clausola: _Exceptis pensionibus forsan impositis in
beneficium exterorum._
Quanto da' nostri maggiori si fosse travagliato, non men presso i
Re dell'illustre casa d'Aragona, che Austriaca per ottenere un sì
rilevante beneficio, lo mostrano le tante preghiere, che si leggono per
ciò date a que' Serenissimi Principi dalla nostra città e Regno, ed a
questi tempi sotto il Regno di Carlo II pure nel 1692 dalla Deputazione
de' Capitoli si leggono due appuntamenti, fatti nella lor assemblea,
di darne nuova memoria al Re, e fu trascelto il dottissimo Avvocato
_Pietro di Fusco_, che ne dettasse la preghiera, siccom'eseguì e fu
presentata al Conte di S. Stefano allora Vicerè. Ma un tanto e sì
segnalato favore era stato a noi dal Cielo riserbato in quest'ultimi
tempi, per doverci esser conceduto da un più Augusto, magnanimo e
clementissimo Principe.
Papa Clemente fecene di ciò gran romore, e condannava gli editti del
Re, come offensivi dell'Ecclesiastica libertà. Ma per mezzo di tre
dotte e nobili Scritture, dettate da Giureconsulti gravissimi, si fece
conoscere, che quelli erano conformi, non meno alle leggi e costumanze
dell'altre nazioni del Mondo Cattolico, che a' Canoni stabiliti in più
Concilj, a più Costituzioni di Sommi Pontefici, alla dottrina de' Padri
della Chiesa, ed al comun sentimento de' più gravi e rinomati Teologi
e Canonisti.
Furono sotto il Regno del nostro Augustissimo Monarca ed Imperador
CARLO VI spezialmente sotto il Governo del _Conte Daun_ nostro Vicerè,
ripressi con vigore gli attentati degli Ecclesiastici, le intraprese ed
i trascorsi de' Vescovi: sostenute con fortezza le regali preminenze,
corretti i Prelati con sequestri delle loro entrate e con chiamate
e sovente i contumaci furono discacciati dal Regno usandosi contro
d'essi que' rimedj, che non meno le leggi, che l'antico uso del Regno
permettono a' nostri Principi. Fu serbata l'immunità delle Chiese
secondo il prescritto dei Canoni, non già secondo la Bolla Gregoriana,
che in tutte le occasioni non fu fatta valere, il Regio Exequatur
fu indispensabilmente e con sommo rigore ed oculatezza ricercato in
qualunque provvisione, che venisse da Roma. Furono i Vescovi contenuti
ne' loro limiti e tolti molti abusi, che s'erano introdotti nelle
loro Diocesi. Le franchigie e l'immunità degli Ecclesiastici furon
mantenute secondo il prescritto de' Canoni e delle nostre leggi e
riparato alle frodi: tal che fu ridotta la Giustizia e Giurisdizion
Ecclesiastica al suo giusto punto, lasciandosi al Sacerdozio quel ch'è
di Dio, ed all'Imperio, quel ch'è di Cesare. Nella qual opera non men
gloriosa, che a Dio molto grata ed accetta, v'ebbe la maggior parte il
zelantissimo nostro Presidente del Sagro Consiglio _Gaetano Argento_,
al quale avendo l'Augustissimo nostro Monarca confidata la difesa della
sua Regal Giurisdizione, la sostenne con non disugual dottrina che
vigore. Egli che per lo suo profondo sapere ben sapeva distinguere i
confini tra 'l Sacerdozio e l'Imperio, impiegò tutta la sua vigilanza,
perchè queste due Potenze si contenessero ne' loro limiti e che l'una
non intraprendesse sopra l'altra. Egli fu il primo tra noi, che secondo
i veri principi tratti da' sagri Canoni, da' Concilj, dalle sentenze
de' Padri e da' più profondi e gravi Teologi e Canonisti, maneggiasse
con decoro e con somma non men dottrina ch'erudizione, queste contese
giurisdizionali, nelle quali in breve tempo divenne consumatissimo,
lasciandosi indietro tutti gli altri, che prima di lui aveano
sostenuta questa carica. I cotanto presso noi famosi Reggenti _Villano,
Revertera, de Ponte_ e tanti altri che si segnalarono nella difesa
della Giurisdizion Regale appo lui si dileguano: comparate le loro
consulte, con le sue dottissime, ripiene della più scelta erudizione,
arricchite di autorità e delle più pellegrine notizie, tratte non men
dall'Istoria Ecclesiastica, da' Concilj, da' Padri e da' più eccellenti
Canonisti, che dalle nostre memorie ed illustri esempj del nostro
Regno istesso, tanto queste sopra quelle s'innalzano, quanto gli alti
cipressi sopra gli umili e bassi corbezzoli. Tal che se qualche cosa
mancava, perchè questo Regno potesse gareggiare con quello di Francia,
dove questi studi sono stati ridotti nell'ultimo punto di perfezione,
per lui non abbiamo ora noi, nè anche in ciò, da portargli invidia.
Furono ancora sotto il Regno del nostro Augustissimo Principe moderati
gli abusi del Tribunal della Nunziatura di Napoli, e, come altrove fu
detto, per questa stessa cagione sospeso il Tribunal della Fabbrica.
Informato il nostro Monarca degli Spogli e delle storsioni, che
si commettevano in questi Tribunali, in gravissimo danno de' suoi
vassalli, con forte risoluzione ordinò nel 1717 che il Nunzio fra 24
ore uscisse dal Regno: pervenne a noi il regal dispaccio nel mese
d'ottobre del medesimo anno, che fu tosto mandato in esecuzione:
partì il Nunzio, si chiuse il suo Palagio, e fur parimente chiuse le
porte al Tribunal della Fabbrica. Ne' 4 di giugno del seguente anno,
dimorando il nostro Imperadore a Luxemburg, spedì altro dispaccio,
col quale ordinò il sequestro delle rendite delle Chiese e Beneficj
vacanti, comandando, che quelle s'impiegassero alla reparazione ed
ornamento delle stesse Chiese, ed al sovvenimento dei poveri. Ed al
dì 8 ottobre dell'istesso anno 1718 ne spedì un altro diretto al Conte
Daun Vicerè, dove se gl'incaricava, che pienamente l'informasse delle
storsioni, ed abusi di questi Tribunali, ed il rimedio che poteva
darvisi. Il Vicerè eseguì per mezzo del Delegato della Giurisdizione
con molta esattezza l'Imperial comando, dandogli pieno ragguaglio
degli abusi di questi Tribunali e de' rimedj, che potevan adoperarsi.
In tanto Papa Clemente per mezzo del suo Nunzio in Vienna, valendosi
ancora dell'intercessione dell'Imperadrice Eleonora madre, proccurò
mitigare l'animo del figliuolo: sicchè ridotto l'affare in trattati,
gli fu accordato il ritorno del Nunzio, con facoltà però limitate,
proccurandosi torre al meglio, che si potessero gli abusi del suo
Tribunale. Fece a noi ritorno nel mese di giugno del seguente anno
1719, ma dal nostro Collaterale gli fu impedito l'ingresso nella
città per alcune difficoltà, che s'incontravano in dar l'_Exequatur_
al suo Breve: tal che fu duopo aspettare dalla Corte nuovi comandi;
ed essendosi in Vienna spianate le difficoltà proposte, vennero nuovi
ordini per la sua reintegrazione; onde nella fine di quest'anno 1719
fu introdotto nella città, ed aperto il suo Tribunale, ma quello della
Fabbrica rimase chiuso e sospeso, come è al presente.
Cotanto s'ebbe a travagliare nel Pontificato di Clemente XI per
sostenere i regali diritti e per sottrarre i sudditi del Re dalle
sorprese, e soperchierie degli Ecclesiastici. Ma indi a poco, morto
Clemente e succeduto il presente Pontefice Innocenzio XIII, fu tra il
Sacerdozio e l'Imperio posta una ben ferma e tranquilla pace, e furono
queste due Potenze ridotte in una perfetta armonia e corrispondenza.
Imitando costui il gran Pontefice Innocenzio III non men suo
predecessore, che dell'istesso suo sangue, ed adempiendo quel che sotto
di lui fu stabilito in un Canone dal Concilio Lateranense[105], ha
esposti i suoi pacifici e moderati sensi, che siccome e' brama, che i
laici non usurpino le ragioni de' Cherici, così vuole, che i Cherici
siano contenti di ciò che i Canoni, le Costituzioni Appostoliche e
le Consuetudini approvate lor concedono; ma che sotto pretesto della
libertà Ecclesiastica non invadano le ragioni de' laici, e stendano la
lor giurisdizione con pregiudizio della Regale; affinchè con giusta e
ben regolata distribuzione, si dia a Cesare quel ch'è di Cesare, ed a
Dio quel ch'è di Dio.
§. I. _Monaci e Beni temporali._
I Monaci a questi tempi, se ben caduti dall'opinione, che prima
avevano di santità e di dottrina, proseguivan pure a far progressi
negli acquisti di beni temporali: le rendite degli acquistati, i nuovi
Legati e donazioni, che si facevano alle lor Chiese maggiormente gli
provvidero di contanti, sicchè quando mancavano l'eredità, ed i Legati,
essi compravano i poderi, e nelle concorrenze, come più offerenti per
la copia del danaro accumulato con questi mezzi, non già con sudori e
travagli, erano a tutti preferiti. Fu introdotto ancora in quest'ultimi
tempi, che non vi era testatore che non lasciasse alle lor Chiese
Cappellanie con istabilirvi fondi copiosi e fruttiferi per celebrazione
di messe, riponendo il presidio della salvezza della loro anima,
non già nello studio di tenerla monda dalla contagione del Secolo,
ed a proccurare in vita di sollevar le vedove e gli oppressi; ma in
fabbricar Cappelle sontuose, moltiplicare i sagrifizj e far celebrar
delle messe in tutti gli altari[106]. E la maraviglia è, che con tutto
il lor discredito, e che i secolari ne parlassero con disprezzo, pure
essi sono i padroni dello spirito del popolo, non altramente che non
si faccian coloro, i quali stando sani, ancorchè disprezzino i Medici,
riputandoli inutili alla cura delle malattie, si sottopongono nondimeno
poi ad essi con maggior soggezione degli altri, tantosto lor viene ogni
piccolo malore.
D. Pietr'Antonio d'Aragona Vicerè favorì i loro acquisti, ed a' suoi
tempi, oltre dell'Ospidale di S. Gennaro fuori le mura della città,
ebbe compimento e perfezione il famoso Romitorio di Suor Orsola. Gli
Scalzi Eremitani di S. Agostino aprirono sotto il Governo del Marchese
de Los Velez, una magnifica Chiesa col titolo di _S. Nicolò Tolentino_.
La morte di Gaspare Romer rinomato mercatante fiamengo, arricchì non
pur lo Spedale degl'incurabili, ma il Monastero delle donne Monache
del Sagramento. Altri Mercatanti forestieri, non avendo a chi lasciare
le loro ricchezze, fondarono nuovi Monasteri, invitandovi Monache loro
compatriote ad abitarvi. Si aggiunsero ancora l'eccessive doti ed i
vitalizj, che si costituiscono nell'entrar che le Monache fanno ne'
Monasteri, ai quali dopo la lor morte le doti rimangono e quando ne'
primi tempi fu gran contrasto, se il ricever tali doti fosse simonia,
poi si ricevettero senza il minimo dubbio. Fu ancora introdotto, che
i Monaci istessi si riserbassero grossi vitalizj, ed a questi ultimi
tempi tal riserba è penetrata sino a quelli delle Religioni mendicanti,
e poco lor resta d'avanzar quest'altro passo nell'entrare a' Monasteri,
cioè di farsi costituire anche proprj patrimonj. A questo fine, in
quest'ultimi tempi non si sono vedute più riforme d'antiche Religioni,
ma novelle Congregazioni di Preti: si sono scacciati i _cappucci_, e
s'amano ora più le _berrette_, per menar una vita più agiata, senza
coro e senza quelle altre soggezioni ed incomodi, che porta seco
l'austero e rigido cappuccio.
Per tanti e sì innumerabili fonti sono derivate in noi sì vaste e
smisurate ricchezze degli Ecclesiastici, le quali sono un'evidente
cagione della nostra miseria. I pubblici pesi si soffrono da' secolari
solamente, e si rendono ora assai più insopportabili, perchè passando
continuamente i beni, che prima erano in poter dei laici, in mano
degli Ecclesiastici, viene a cadere tutto il peso, che prima era
ripartito, sopra il rimanente, che resta sotto al dominio de' laici.
Si fa conto dai più esperti e da coloro, che sanno lo stato del Regno,
che delle tre parti delle rendite, presso che due si trovano nelle
mani degli Ecclesiastici, dalle quali non possono mai ritornare in
potere de' laici, per le leggi strettissime fatte a lor beneficio,
che l'impediscono. Altri comunemente affermano, che se il Regno
si dividesse in cinque parti, si troverebbe, che gli Ecclesiastici
ne hanno quattro delle cinque; poich'essi hanno del suolo quasi la
metà del tutto e sopra il rimanente, per li Legati, ed altri doni
consimili ne hanno un'altra e mezza; perchè niun muore, senza che
lasci qualche Legato a qualche Chiesa o Convento. Oltre a ciò fra
qualche tempo faranno pure acquisto di tutto il rimanente, perchè
abbondando di denari raccolti da' Legati e dagli avanzi delle loro
amplissime rendite, fanno del continuo compre di stabili. Tal che gli
riflessivi _Viaggianti_ forestieri, che stupidi ammirano tante e sì
sterminate ricchezze, e fra gli altri il prudente e savio _Burnet_,
presagirono, che se non vi si pone alcun freno, siccome giungeranno a
comprarsi l'intera città, così nel termine d'un secolo diverranno gli
Ecclesiastici padroni di tutto il Regno.
Conobbero i nostri maggiori un così ruinoso disordine, e proccurarono
por freno a sì sterminati acquisti. Quando in nome della città, Baroni
e Regno fu mandato il Reggente Ettore Capecelatro al Re Filippo IV
fra l'altre grazie, che si chiesero a quel Monarca, una fu perchè
provvedesse e dasse freno agli acquisti de' beni, che si facevano
dagli Ecclesiastici nel Regno. E non essendovisi per la morte del
Re Filippo data alcuna provvidenza, furono replicate le suppliche
al suo successore Carlo II; ma da questo Re riputandosi ciò cosa di
gran momento, non se n'ottenne altro, che una promessa di volervi poi
più pesatamente provvedere[107]. Ma sotto il felicissimo Governo del
nostro Augustissimo Monarca, incoraggita la città ed il Regno dalla sua
magnanimità e clemenza porsegli nuove preghiere, nelle quali esprimendo
le miserie, che si cagionavano per ciò al Regno, il danno, non men
del Regal Erario, che de' sudditi; gl'incontrastabili regali diritti,
ch'egli avea di poter ciò comandare e gli esempj degli altri Principi
religiosissimi, che ne' loro Reami aveano con prudenti leggi ripressi
tali acquisti; istantemente lo pregarono, che lo stesso comandasse egli
nel Regno di Napoli, in guisa che gli Ecclesiastici per l'avvenire
non potessero acquistare beni stabili nè per se stessi, nè per mezzo
di altre persone, e che se per avventura per Legato o per altra
qualunque via lor pervenissero beni stabili, debbiano quelli vendere
e contentarsi del prezzo. Reggendo in quel tempo, per l'assenza del
Re da Barcellona, la Regina Elisabetta, questa savissima Principessa,
mossa da queste suppliche, degnossi con suo regal dispaccio, spedito
in Barcellona a' 19 marzo del 1712[108] premurosamente comandare al
Conte Carlo Borromeo allora nostro Vicerè, che inteso il Collateral
Consiglio, ed il Tribunal della Regia Camera l'informasse pienamente
con suo parere di quanto occorreva sopra la dimanda fatta, affinchè
potesse sopra ciò prender quella risoluzione, che stimerà più
giusta e conveniente[109]. In esecuzione di questa regal cedola, che
esecutoriata dal Regio Collateral Consiglio fu rimessa alla Regia
Camera, fu da questo Tribunale, per ciò che si appartiene a lui, fatta
la richiesta relazione, e rimane solamente ora, che lo stesso s'esegua
dal Consiglio Collaterale: il quale intanto (ciò pendente) a' ricorsi
della città, che invigila ad impedire qualunque novità che frattanto si
tentasse dagli Ecclesiastici in far nuovi acquisti, suol ordinare, che
con effetto si faccia la domandata relazione a S. M. C. e Cattolica, e
frattanto che non s'innovi cos'alcuna.
Non vi è da dubitare, che fra tanti e sì segnalati beneficj, de'
quali ha il nostro Augustissimo Principe ricolmo questo suo Regno,
tal che sotto tanti, che lo dominarono, non fu veduto mai in istato sì
florido e vigoroso, quanto ora, che riposa sotto il clementissimo suo
Impero, non s'abbia a sì giusta e gloriosa opera da dare il suo fine e
compimento. E tanto più dobbiamo noi ora sicuramente sperarlo, quanto
che fra gli altri suoi pregiati beneficj, ha voluto a questi ultimi
dì concederne un maggiore, di commettere il Governo di questo Regno
al savissimo _Cardinal Michele Federico d'Althann_, nostro Vicerè, il
quale emulando la gloria de' più rinomati e saggi suoi predecessori,
fa, che alla cara ed onorata memoria, che a noi è rimasa del giusto e
savio Governo del Marchese del Carpio, si accoppii anche la sua, e che
siccome pari sono le sollecitudini, che e' tiene in governarci, pari
le opere e la sapienza, giusto è, che pari ancora sia la sua gloria e
l'immortal suo nome.