_Il MARCHESE DE LOS VELEZ, finita la guerra di Messina riordina il
meglio, che può, il Regno: suoi provvedimenti: sua partita e leggi, che
ci lasciò._
Aveva questa crudele ed ostinata guerra impoverito in tal guisa
il Regno, per le tante spese occorsevi, che ci fece il conto,
che ne uscirono poco meno di sette milioni. Affinchè i soccorsi
fosser pronti e solleciti, fu di mestieri, non essendosi trovate
l'entrate del regio erario corrispondenti alle somme immense, che
fu necessario impiegare ne' ruoli delle milizie, nelle provvisioni
delle vittuaglie, munizioni ed ordigni di guerra, e nelle paghe de'
soldati, così dell'esercito della Sicilia, come dell'armata navale
e delle guarnigioni delle piazze della Calabria; di por mano, non
solo con molta precipitanza alla vendita degli ufficj, ma quel ch'è
più, alla vendita de' fondi, ed a barattargli a prezzo vilissimo,
con tanto vantaggio dei compratori, che tutti ne aveano goduti frutti
eccessivi, e molti d'essi n'aveano ritratta la rendita di sopra venti
per cento l'anno. Ciò che avendo diminuita notabilmente la dote della
cassa militare, furono dalla Corte di Spagna, non solo disapprovate
molte alienazioni, e per ciò niegato il regale assenso, ma intorno
alla vendita de' capitali degli arrendamenti fiscali, ed adoe, fu
ordinato, che si formasse una _Giunta_ di Ministri, per esaminare un
affare di così grande importanza. Furon proposti molti espedienti per
dar compenso a' preceduti disordini; ma finalmente piacque a los Velez
d'appigliarsi a quel partito, che reputò più conforme alla giustizia
ed equità; laonde fu comandato, che tutti i mentovati contratti si
dovessero regolare a misura del prezzo veramente pagato, in guisa tal,
che i capitali degli arrendamenti e delle adoe si fossero ridotti
a cento per cento; i fiscali della provincia di Terra di Lavoro al
novanta; e quelli di tutte le altre province ad ottanta per cento. Il
rimanente fu incorporato al patrimonio reale; al quale vi fu aggiunto
ancora l'imposta del _Jus prohibendi_ dell'acquavite, dalla quale si
ricavavano in quel tempo 13 mila ducati l'anno.
Ristorato, come si potè il meglio, l'erario regale, bisognò dar
sesto a non inferiori disordini. Le _monete_ non ostante le severe
esecuzioni fatte ne' passati governi, andavansi di giorno in giorno
vie più adulterando. Furono dal Marchese rinovati i rigori, empì di
falsificatori le carceri e le galee, molti ne furon fatti morire su le
forche; ma con tutto ciò non era possibile sterminargli, ed erano così
tenacemente adescati dall'avidità del guadagno, che molti di coloro,
ch'erano scampati dal laccio e condennati a remare, sopra le galee
istesse continuavano i loro lavori. Fin dentro i chiostri era penetrata
la contagione, ed i monaci n'erano divenuti valenti professori. Gli
Orafi adulterando le loro manifatture, mischiavano maggior lega di
quella, che permettono le leggi del Regno. Donde venne a cagionarsi un
grandissimo impedimento al commercio; poichè tutti coloro, che avevano
argenti lavorati nelle lor case, non erano sicuri di trovarvi il lor
danaro, e le monete erano presso tutti cadute in sì cattivo concetto,
che cominciavasi a rifiutarle, ed oltre la mancanza del peso, ogni uno
si faceva lecito di condannarla per falsa, o di conio, o di lega. In
fine, sino alla moneta di rame era adulterata e falsificata. Il Vicerè
applicò il suo animo per rimediare a disordini sì gravi; e fece fare
un'esatta inquisizione contro degli Orafi, che aveano venduto l'oro
e l'argento di più basso carato; sbandì tutte le monete false così
di conio, come di lega; e volle, che si fossero portate fra brevi
giorni in mano di persone a ciò destinate in diversi Rioni della
città, e nelle province in mano de' Tesorieri, da' quali sarebbe stata
restituita la valuta a' padroni in tanta moneta buona e Corrente; ma
ciò non ostante accadevano infinite contese, perchè molti rifiutavano
come falsa la moneta, che in fatti era buona, ed altri volevano
mantenere per buona quella, che veramente era falsa: laonde per
decidere simiglianti litigj, li quali mancò poco non fossero degenerati
in tumulti, fu di mestieri, che il Vicerè ne commettesse la decisione
ad alcune persone esperte di ciascuno quartiere. Ma tutti questi
rimedj erano inutili e si sperimentarono inefficaci alla corruttela
del male. L'unico rimedio era l'abolizione della antica e la fabbrica
d'una nuova: ma questa era opera, che avea bisogno di molti apparecchi
e richiedeva il travaglio di più anni. Con tutto ciò fece il Marchese,
quanto i suoi calamitosi tempi comportavano; perchè non potendo altro,
fe' coniare la moneta di rame d'una figura circolare così perfetta che
servì poscia d'esempio alla fabbrica della moneta d'argento sotto gli
auspicj del Marchese del Carpio suo successore: fece ancora a questo
fine ristorare, ed ingrandire il palagio della Regia Zecca, ancorchè
sapesse, che quest'impresa non era da ridursi a perfezione sotto il suo
governo.
Non meno, che le monete, travagliavano il Regno le frequenti scorrerie
de' _banditi_, li quali se in altri tempi erano stati sempre molesti,
riuscivano ora, per la guerra di Sicilia, assai più gravi, per la
gelosia, che portavano alla tranquillità dello Stato. Avea il marchese
d'Astorga conceduto a molti di costoro il perdono se volessero andare
a servire in Sicilia; e Los Velez, seguitando le sue pedate avea fatto
il medesimo, particolarmente co' banditi di Calabria, li quali, per
la poca distanza, stavano maggiormente soggetti ad esser da' nemici
tentati. Riuscì in parte il disegno, poichè quelli, che v'andarono,
da famosi ladroni divennero bravi soldati. Ma coloro, che rimasero,
ancor che contro essi si fossero usate le più diligenti ricerche e
le più severe esecuzioni, non fu però mai possibile estirpargli, ed
impedirgli, che non infestassero le campagne.
La Città trovavasi nel suo arrivo in istato di somma dissolutezza
per la confusione, che cagionavano le genti delle armate navali e le
soldatesche, che si arrolavano per la guerra di Sicilia, onde tutto era
pieno di disordini, nè v'eran atroci delitti, che non si commettessero,
furti, sacrilegi, omicidj, assassinamenti, _peculati_, e proditorj.
Fu contro tutti, e nobili, e popolani usato rigore; molti ne morirono
per mano del boja, altri fatti secretamente strozzare, altri furono
condannati a remare su le galee e moltissimi languirono per lungo tempo
nelle prigioni; ma questi rigori nè meno bastarono, perchè dandosi
luogo a maneggi, ed alle raccomandazioni, molti sapevano trovar scampo,
nè badandosi alla cagione del male, si proccurava rimediare agli
effetti e non recidere le radici.
Ne' Magistrati non si vedeva quella severità ed incorruttibilità,
che le leggi lor prescrivono; ma alcuni per sordidezza, altri per
compiacenza, davan luogo ai favori. D. Giovan d'Austria, dichiarato
primo Ministro della Monarchia, pensò di darvi riparo, e mosso da
segreti informi ne privò otto di dignità, e d'officio, due Consiglieri,
due Presidenti di Camera e quattro Giudici di Vicaria, oltre alcuni
ufficiali della Segreteria del Vicerè. Si lagnavano i Ministri
degradati di essere stati condannati senza processo e senza difesa;
onde si mossero i Deputati delle Piazze della città a pregare il
Re, che secondo il costume introdotto dal Re Filippo II mandasse nel
Regno un Visitatore, il quale contro i colpevoli procedesse con le
forme giudiciarie, affinchè non si desse luogo alla passione, o alla
calunnia, alle quali sogliono essere sottoposti i processi occulti.
Assentì il Re alla domanda e la mandò in effetto in tutti i suoi
Stati d'Italia avendo ordinato, che da Napoli andasse Visitatore in
Sicilia il Reggente Valero, ed in Milano il Presidente di Camera D.
Francesco Moles Duca di Parete, e che da Milano venisse in Napoli il
Reggente _Danese Casati_. Giunse costui verso la fine d'aprile del
1679, e palesata la sua carica, ricevute le querele di molti, passò con
grandissima circospezione alla fabbrica de' processi; nè altre novità
d'importanza furono vedute nella città, che la restituzione d'alquante
somme, che in concorso di creditori aveano alcuni ministri fatte pagare
a chi forse non si doveano e l'allontanamento di due, per dar luogo
alle diligenze, che doveano farsi dal Fisco contro di loro. Le altre
cose passarono con quiete; onde il Casati dopo due anni di dimora in
Napoli, partì nel mese d'aprile del 1681 per dar conto al Re di quanto
avea operato in adempimento della sua commessione. Dal successo si
credette, che i suoi processi poco, o nulla avessero contenuto contro
agli otto Ministri già digradati; poichè in progresso di tempo cinque
di essi furono reintegrati, parte nelle medesime, parte investiti
d'altre cariche più autorevoli; e gli altri tre avrebbero facilmente
ottenuto lo stesso, se uno di essi non si fosse contentato di menar
vita privata e gli altri due non fossero morti.
Mentre queste cose accadevano in Napoli, morì in Roma a' 22 di luglio
del 1676 il Pontefice Clemente X, ed essendosi ragunati in Conclave
i Cardinali, elessero per successore a' 21 settembre del medesimo
anno Benedetto Livio Odescalchi da Como Vescovo di Novara, che fu
chiamato _Innocenzio XI_. Per l'opinione, che s'avea della sua bontà,
ed innocenza di costumi, da tutti i Principi d'Europa fu l'elezione
applaudita, ed in questo secolo non vi fu Pontefice cotanto da essi
più venerato, quanto che lui; onde gli ufficj, ch'egli interpose in
promovere la pace fra di loro, furono ben ricevuti, ed ebbero felice
successo. Cominciossi a trattare in Nimega, ma le pretensioni troppo
alte del Re di Francia e la diversità degl'interessi degli altri
collegati ne prolungavano la conchiusione. Ma nato in quest'anno
1678 opportunamente all'Imperador Leopoldo, che non avea maschj,
un suo figliuolo, parve questi venuto al Mondo per Angelo di pace.
Le dimostrazioni di giubilo, che si fecero non meno in Napoli, che
in tutti gli Stati Austriaci, furono grandissime; poichè si vedeva
secondata in Alemagna la successione di quella Augustissima Famiglia
e tolto con ciò ogni timore di future rivoluzioni e disordini
nell'Imperio, ed ogni speranza agli altri Principi di potersene
profittare. Agevolò per tanto la natività di questo nuovo Principe la
pace, quale ebbe principio da quella, che il Re di Francia conchiuse
con gli Stati Generali d'Olanda, a' quali quel Re promise di rendere la
città di Mastrich, e sue dipendenze, ed il rinteramento del Principe
d'Oranges nella possessione del Principato di questo nome, e di tutte
l'altre terre poste nel suo dominio, che il Principe possedeva avanti
la guerra senz'altra obbligazione dalla parte degli Olandesi, che
d'osservare una perfetta neutralità, nè dar alcun ajuto a' nemici della
corona di Francia.
Questa pace diede la spinta maggiore di far conchiudere l'altra fra la
Spagna e la Francia, la quale dopo la sospensione d'armi di circa un
mese, fu finalmente sottoscritta in Nimega a' 17 settembre di questo
anno 1678. Gli articoli stabiliti in quella furon molti, buona parte
de' quali riguardava le contribuzioni, ed il commerzio de' sudditi
delle due Corone, e per la restituzione de' paesi occupati fu convenuto
che il Re di Francia dovesse rendere al Re Cattolico le piazze di
Carleroi, Binch, Ath, Oudenarde, Courtray, il Ducato di Limburgo, il
paese di là dalla Mosa, la città e cittadella di Gant, il forte di
Rondenhuis, il paese di Waes e le piazze di Levue e di S. Gislain ne'
Paesi Bassi, oltre la città di Puicerda nel Principato di Catalogna,
con espressa condizione, che l'escluse e fortificazioni incorporate a
Neuport restassero agli Spagnuoli, nonostante le pretensioni del Re
di Francia, come possessore della Castellania di Ath. Gli Spagnuoli
all'incontro si contentarono di lasciare alla corona di Francia
la Franca Contea di Borgogna e le città di Valenciennes, Buchain,
Condè, Cambray, Cambresis, Aire, Sant'Omer, Ipri, Varwich, Varneton,
Poperingue, Bailleul, Cassel, Satelbavai, e Maubeuge: come anche
Charlemont in caso, che il Re Cattolico non facesse fra lo spazio d'un
anno cedere al Re di Francia Dinant, appartenente al principato di
Liege. E finalmente la Spagna stipulò la medesima neutralità, ch'era
stata promessa dagli Olandesi.
Seguì poscia la pace fra la Francia, la Svezia, l'Imperio e
l'Imperadore, la quale interamente fu regolata secondo le capitolazioni
di quella di Vestfalia dell'anno 1648, nè vi fu cosa di nuovo, che la
cessione di Friburgo rimaso all'Imperadore, il rinteramento del Vescovo
d'Argentina e de' Principi di Furstemberg nella possessione de' loro
Stati, beni, preminenze e prerogative e la restituzione della Lorena
al Duca di questo nome, al quale la Francia avrebbe dato la città di
Toul, ed una Prevostia ne' tre Vescovadi, in cambio di Nancy e della
Prevostia di Longuùs, che volle ritenersi insieme con la Sovranità di
quattro strade, larghe mezza lega di Lorena, per andare da S. Desire a
Nancy e da qui in Alsazia, nella Franca Contea e nel Vescovado di Metz.
L'ultime paci furono quelle del Duca di Brunswich, Principi della Bassa
Sassonia, Vescovi di Munster e d'Osnabrug, Elettore di Brandemburg
e Re di Danimarca colla corona di Svezia; le quali parimente furono
indirizzate all'osservanza di quella di Vestfalia. Così furono
restituiti alla Svezia tutti gli Stati, che avea perduti nel corso
di questa guerra, mediante il pagamento di alcune somme, che furono
contate a Brunswich, Munster, Osnabrug e Brandemburg e solamente rimase
al primo il Baliato di Tendinghausen e la Prevostia di Docuren, ed
all'ultimo tutto il paese di là e qualche piazza di qua dell'Odera, che
contro il tenore della pace di Munster aveano gli Svezzesi occupato.
Vi furono parimente compresi li sudditi di ciascuna delle parti, e
spezialmente fu convenuto, che la Contea di Rixinghen fosse restituita
al Conte d'Alefelt, ed al Duca di Gottorp il suo Stato.
Tutt'i Principi sopraccennati ratificarono i mentovati trattati,
quantunque molti di essi vi avessero acconsentito per dura necessità.
Solo il Duca di Lorena fu quegli, che ricusò di approvargli e
contentossi più tosto di rimanere spogliato del proprio Stato, che
ricuperarlo così stravolto e corroso, anzi con le viscere contaminate
dalla sovranità della Francia. E l'Imperador suo cognato riserbando
questo affare del Duca a miglior congiuntura, dichiarollo governadore
dell'Austria inferiore e del Tirolo, assegnando a lui ed alla vedova
Regina di Polonia, Leonora d'Austria sua moglie, la città d'Inspruch
per residenza.
In Napoli, dove pervenne l'avviso sul principio di ottobre, furono per
questa pace celebrate magnifiche feste; ma assai maggiori se ne videro
all'avviso delle nozze del Re, che per maggiormente stabilirla, furono
conchiuse con la Principessa _Maria Lodovica Borbone_ figliuola del
Duca d'Orleans, fratello del Re di Francia, impalmata in Fontanalbò
dal Principe di Contì, come proccuratore del Re di Spagna. Fu chiesto
per queste nozze alle Piazze un donativo; ma incontrandosi gravi
difficoltà, per non esser cosa altre volte praticata in simili casi;
e molto più per l'angustie, nelle quali si trovava il Regno, fu preso
espediente d'imporre un nuovo _jus prohibendi_ sopra l'acquavite.
Amareggiò alquanto questa celebrità la morte seguita in Madrid in
settembre del Principe D. Giovanni d'Austria, ma non fu permesso
perciò interrompere le feste, le quali avendo il Vicerè determinato
di trasportarle dopo l'arrivo della Regina Sposa in Ispagna, furono
a' 14 gennajo del nuovo anno 1680 cominciate con pompose e numerose
cavalcate, e proseguite con tornei, illuminazioni ed altre pubbliche
dimostrazioni d'allegrezza.
Ma con tutta questa pace, e questo nuovo vincolo, non finirono in noi i
sospetti di nuove invasioni, e le agitazioni per prevenirle. I Franzesi
di riposo impazienti, quantunque avessero con tant'ardore sollecitata
la pace con la Spagna, Olanda, l'Imperadore, i Principi dell'imperio,
e le Corone del Settentrione: ad ogni modo, o che restassero gonfi
d'averla ottenuta a lor modo, o ch'avessero desiderato di rompere
l'unione di tanti Principi confederati a' lor danni, per confermarsi
nel possesso delle loro conquiste, e poscia opprimere divisi coloro,
che collegati parevano insuperabili; cominciavano di bel nuovo a dar
grandissime gelosie; e ben presto se ne videro i contrassegni; poichè
quando doveansi assembrare i Commessarj per regolare i confini in
esecuzione de' trattati di pace, ricusarono di dar principio alle
sessioni, pretendendo, che si dovesse dal Re Cattolico rinunziare al
titolo di Duca di Borgogna, antico retaggio della Casa d'Austria, e
che per conseguenza dovesse quello torsi dai mandati di proccura, che
producevano i suoi Ministri. Aprirono poscia due Tribunali, l'uno in
Brisach, e l'altro in Metz: ed arrogandosi una giurisdizione non mai
udita nel mondo sopra i Principi lor vicini, fecero non solamente
aggiudicare alla Francia con titolo di dipendenze tutto il paese, che
saltò loro in capriccio ne' confini della Fiandra, e dell'Imperio;
ma se ne posero per via di fatto in possessione, costringendo gli
abitanti a riconoscere il Re Cristianissimo per sovrano, prescrivendo
termini ed esercitando tutti quegli atti di signoria, che sono soliti
i Principi di praticare co' sudditi. Di vantaggio, durando la pace,
posero in ordine ne' loro porti una potentissima armata di galee e
di navi, empierono i magazzini, ed ingrossarono le guarnigioni delle
piazze di frontiera, ingelosendo con simiglianti apparecchi tutt'i
Principi di Europa. Uccellarono il Duca di Savoja col matrimonio
dell'Infanta di Portogallo, allora erede presuntiva di corona, con
disegno d'impossessarsi nella sua assenza dello Stato, quantunque
poscia, essendosi scoperta opportunamente l'insidia, si rompesse,
quando il Duca doveva già imbarcarsi per Lisbona, il trattato,
per non arrischiare la possessione di quel nobil principato, su
l'incerta speranza della successione d'un Regno. Sollecitarono gli
Olandesi a collegarsi con esso loro, per rendergli sospetti a tutto
il Mondo cristiano, e finalmente occuparono la città d'Argentina su
le sponde del Reno, ed introducendo guarnigione nella cittadella di
Casale nel Marchesato di Monferrato, diedero occasione agl'Italiani
d'insospettirsi della soverchia avidità de' Franzesi.
In Napoli questi andamenti de' Franzesi posero ancora gravi sospetti;
onde sempre che comparivano loro navi ne' nostri porti, ci obbligavano
a star solleciti e vigilanti in prevenir le cautele. Maggiori sospetti
avean essi dati nel Milanese e nel Principato di Catalogna; onde per
le premure venute da Spagna, fu duopo al Vicerè, che arrolasse duemila
fanti, e gli facesse imbarcare per Barcellona sotto il comando del
Maestro di Campo Marchese di Torrecuso. In oltre che si mandassero due
vascelli di munizioni da guerra nel Finale: che si prendessero diece
scudi per cento dell'entrate d'un anno, che possedevano i particolari
sopra le gabelle, dazj e fiscali, con farne loro assegnamento di
capitale sopra gli arrendamenti del tabacco e dell'acquavite: che
s'invitassero tutt'i Baroni del Regno a servire il Re con qualche
numero di soldati a cavallo; siccome in fatti ciascuno contribuì col
danaro secondo le proprie forze, e fu tassata la spesa necessaria per
arrolargli alla ragione di 78 ducati l'uno; e finalmente, che si desse
esecuzione agli ordini regali pel pagamento della sola metà de' soldi,
che comunemente chiamansi _mercedi_, e che sono grazie della regal
munificenza in ricompensa de' servigj passati.
Ma mentre il Marchese de los Velez era occupato in queste spedizioni,
s'ebbe avviso, che dalla corte di Spagna erasi destinato per suo
successore al governo del Regno il _Marchese del Carpio_, che si
trovava Ambasciadore del Re Cattolico in Roma presso il Pontefice
Innocenzio XI. Non tardò guari, che cominciarono a comparire le genti
della sua famiglia, ed egli, prevenendo l'incontro, al quale s'era
accinto los Velez con quasi tutta la Nobiltà, giunse a' 6 di gennajo di
questo nuovo anno 1683 prima che si sapesse il suo avvicinamento, nel
Convento di S. Maria in Portico de' PP. Lucchesi del Borgo di Chiaja.
Fu tosto visitato dal predecessore, il quale a' 9 del medesimo mese
gli cedè il governo, e prese immantenente il cammino per la Corte,
dove finalmente giunto, fu ben accolto dal Re, ed onorato della Sede di
Consigliere di Stato, e poscia della carica di Presidente del Consiglio
dell'Indie.
Non potè los Velez per le moleste occupazioni della guerra di Sicilia,
e per l'immense spese, che bisognavano per mantenerla, lasciar a
noi monumenti di edificj, d'inscrizioni e di marmi, come i suoi
predecessori. Ci lasciò nondimeno ne' sette anni e quattro mesi del suo
governo 28 _Prammatiche_ tutte savie e prudenti, per le quali e' diede
molti salutari provvedimenti, così a riguardo del valore, e qualità
delle monete, come per mantenere l'abbondanza nel Regno e per altri
bisogni della città, che vengono additati nella _Cronologia_ prefissa
al tomo delle nostre Prammatiche. Ma poichè dal suo successore fu
Napoli, ed il Regno sollevato da tante sciagure, ed in miglior fortuna
stabilito, tal che prese altro aspetto e nuove forme, sarà di mestieri,
che i generosi e magnifici gesti di quest'Eroe si rapportino nel libro
seguente di quest'Istoria.