_Il MARCHESE DE LOS VELEZ nuovo Vicerè prosiegue a mandar soccorsi per
la riduzione di Messina, la quale finalmente abbandonata da' Franzesi,
ritorna sotto l'ubbidienza del Re._
L'espettazione, colla quale fu ricevuto D. Ferrante Gioachino Faxardo
Marchese de los Velez, e la speranza, che si concepì del suo governo
di dover sollevare il Regno d'una sì molesta, e fastidiosa guerra, che
lo impoveriva molto più, che non avean fatto le passate sciagure, fu
appresso tutti grandissima. Si sperava, che per l'avvenire con miglior
economia dovesse spedirsi il denaro e per conseguenza dovessero farsi
sforzi più valevoli per terminar la guerra di Sicilia; che sarebbero
scacciati i franzesi, umiliati i ribelli, restituita la tranquillità
in quell'Isola e quello che più premeva, liberato il nostro Regno,
non meno dal peso di spingere a quella parte continui soccorsi, che
dal timore d'invasioni e d'insulti; poichè i Franzesi, non contenti
di suscitar torbidi e sollevazioni in quell'Isola, macchinavano
ancora nel nostro Regno, coltivando continue pratiche co' banditi
di Calabria e con altri mezzi fomentando sedizioni e tumulti: nè
tralasciava l'ambasciadore del Re Franzese residente in Roma, con
occulte macchinazioni e con secrete commessioni, appoggiate per lo
più a frati, di tentar gli animi e far disseminare _manifesti_ per
eccitare i popoli a seguir l'esempio de' Messinesi. A questo fine il
Marchese de los Velez fu obbligato di istituire in Napoli un'assemblea
di ministri con titolo di _Giunta degl'Inconfidenti_, la quale non vi
stette oziosa, poichè scoprì molti di costoro, de' quali, secondo che
venivano indiziati, alcuni ne furono imprigionati, altri esiliati dal
Regno e taluni fatti morire su le forche.
(A questi tempi fu sparso quel _Manifesto_ del Re Luigi XIV, che in
idioma franzese si legge presso Lunig[57] colla data di Versaglia
degli 11 ottobre del 1675, dove s'espongono le ragioni per le quali
fu mosso a dar soccorso a' Messinesi oppressi dal pesante giogo degli
Spagnuoli.)
Intanto sollecitando la Regina reggente la riduzione de' Messinesi e
nell'istesso tempo minacciando rigorosi castighi a' generali spagnuoli,
affrettando per ciò il reggente Valero, che i processi fabbricati
contro di loro dovesse mandare alla Corte, costrinse il nostro Vicerè a
pensar da dovero ad affrettare valevoli soccorsi per quella spedizione.
Egli per ciò esagerando non meno a' Nobili, che al Popolo Napoletano
gli urgenti bisogni, indusse loro a far un donativo al Re di 200 mila
ducati, una parte de' quali fu ricavata dalle contribuzioni volontarie
de' Cittadini e 'l rimanente dalla metà degli stipendj de' Giudici
delegati e dei governadori degli arrendamenti, ed in cotal guisa si
sosteneva la guerra di Sicilia, dove furono spediti da tempo in tempo
soccorsi non solo di munizioni e di gente, ma si mandava ogni mese il
contante per pagare l'esercito.
Ma le speranze maggiori di snidare i Franzesi da quell'Isola si
fondavano nella venuta di D. Giovanni d'Austria, il quale essendo stato
dichiarato dalla Regina Reggente, Vicario generale del Re in Italia,
si aspettava a momenti con una squadra di vascelli di Olanda. Giunse
finalmente in Napoli a' 30 di novembre di quest'anno 1675 l'armata
Olandese composta di diciotto navi da guerra e sei da fuoco, comandata
dall'ammiraglio Ruiter, ma non già D. Giovanni di Austria, il quale
con secreti ordini del Re era stato richiamato alla Corte. L'arrivo
di quest'armata diede maggior agio ai generali Spagnuoli d'accalorar
l'impresa, e già stringendo per tutti i lati Messina, ed all'incontro
vedendosi che i Franzesi a lungo andare non avrebber potuto resister
loro, si cominciavano a sentir voci dagl'istessi Messinesi che era
impossibile che Messina potesse rimanere ai Francesi, e che l'armata
spagnuola unita a quella degli Stati generali d'Olanda l'avrebbe
senza fallo espugnata. Cominciavano ancora ad accorgersi, che il Re di
Francia non avea pensiero (non potendo conquistare tutto il Regno) di
conservarla: ma solamente di divertire le forze della corona di Spagna,
colla quale guerreggiava ne' Paesi Bassi, e che per ciò vi mandava
soccorsi tali, ch'erano valevoli a mantener questa guerra in Italia,
non già a liberare la città di Messina da quelle angustie, nelle quali
la tenevano le milizie Spagnuole. Dispiacevano sommamente ai Franzesi
queste voci onde nell'entrato anno 1676 vie più inaspriron la guerra,
e tentarono di nuovo Palermo, e l'altre piazze, ma sempre con infelici
successi.
Intanto partito per la corte il Marchese di Villafranca, e sostituito
Vicerè di quell'Isola il Marchese di Castel Rodrigo figliuolo del Duca
di Medina las Torres e di D. Anna Caraffa principessa di Stigliano,
giovane intorno a 35 anni e che nelle guerre di Portogallo e di
Catalogna avea dati saggi d'un gran ardire e valore; ripigliò questi
la guerra con più vigore, e per tutto quest'anno e ne' principj
del seguente combattè valorosamente i Franzesi, sicchè molto più i
Messinesi disperavano di lor salute. Ma morto costui per dolor di
colica nel mese d'aprile di questo nuovo anno 1677 non potè aver
il piacere per le sue mani di veder condotta a fine la gloriosa
impresa. Avea egli prima di morire appoggiata l'amministrazion del
Regno alla Marchesana sua moglie, ed al Maestro di Campo Generale
Conte di Sartirana il comando delle milizie, per sino a tanto, che
il Re non avesse provveduto il regno del successore. Ma poichè eravi
occulto dispaccio del Re, che comandava, che per qualunque accidente
venisse a mancare il Castel Rodrigo andasse il Cardinal Portocarrero,
che si trovava in Roma, a prender il governo di quell'Isola, partì
subito questi da Roma per Gaeta, ove a' 10 maggio imbarcatosi, navigò
felicemente per Palermo.
Fu proseguita la guerra per tutto quest'anno con non minor calore,
che intrepidezza; ma in Messina intanto accadevan spesso fastidiosi
tumulti, non solo per l'insolenza de' soldati Franzesi, ma per le
mormorazioni, che tuttavia crescevano, che i Franzesi dovessero
finalmente saccheggiar Messina e lasciar gli abitanti alla discrezione
degli Spagnuoli. Nè le voci eran vane, poichè nel consiglio di Francia
era stato già stabilito l'abbandonamento de' Messinesi e poichè donde
venisse tal risoluzione era occulto, diessi a molti occasione di
spiarne le cagioni. Alcuni l'attribuivano alle immense spese, che dovea
soffrir la Francia per traghettar le soldatesche nella Sicilia, e molto
più per mantenervele; e mancando In Messina ogni sorte di vettovaglie,
si dovean mendicare da lontani paesi, non solo per uso delle milizie,
ma anche de' Cittadini. Si faceva il conto, che di ventimila soldati
passati in diverse volte in quell'Isola, appena rimaneva la quarta
parte, e tutti gli altri, o erano rimasi estinti nelle fazioni o morti
di patimenti e d'infermità, o finalmente fuggiti per non esporsi al
pericolo della fame. Che volendosi continuar la guerra, bisognava
spedire nuove squadre in Sicilia, giacchè dagli Spagnuoli si facevano
apparecchi grandissimi in tutti gli Stati, che possedevano in Italia.
S'aggiungeva ancora di dover mantenere l'armata navale continuamente in
que' mari, per tener aperto il passo alle vettovaglie e per far fronte
all'armata spagnuola, la quale sarebbe stata molto potente, per la
squadra di navi, che facevano gli Olandesi passare a questo effetto nel
Mediterraneo Sotto il comando del Vice-Ammiraglio Everzen; e che queste
spedizioni pregiudicavano notabilmente alla guerra, che la Francia
faceva di là da' monti, dove avea bisogno di soldatesche per ingrossare
gli eserciti, e di navi per l'armata navale, che faceva mestieri
di porre in mare, non solamente per opporsi a' Principi Collegati,
ma anche al Re d'Inghilterra, il quale sollecitato dal Parlamento,
minacciava d'unirsi co' nemici del Re Franzese, per costringerlo
a far la pace con quelle condizioni, che pretendeva prescrivergli.
Si considerava, che la Francia non avea tante forze per mantenere
un'armata navale nell'Oceano ed un'altra nella Sicilia, spezialmente in
quel tempo che 'l fuoco avea abbruciata una gran parte dell'Arsenale
e delle munizioni in Tolone, ed anche i magazzini in Marsiglia; e
ch'era ritornato dall'America il Conte d'Etrè con la sua squadra di
navi molto mal concia e sminuita di numero, per cagion della battaglia
ch'avea data nell'Isola del Tabacco al Vice-Ammiraglio Binch olandese.
Ma sopra tutto si ponderava, che la guerra della Sicilia non poteva
giammai render conto alla Francia, poichè erasi già sperimentato,
di non doversi fare alcun fondamento su quella rivoluzione generale
dell'Isola, che aveano i Messinesi fatta sperare; anzi che per la
fermezza e costanza de' Siciliani nella fede del lor principe, era
a' Franzesi ogni palmo di terreno costato un fiume di sangue; ed
aggiugnevasi, che bisognava temere de' medesimi Messinesi, giacchè
s'era sperimentato, che alcuni di essi per affetto alla Spagna, altri
per incostanza di genio, e tutti per rincrescimento della lunghezza,
e delle calamità della guerra, aveano macchinate tante congiure, per
riconciliarsi col Re Cattolico. E finalmente conchiudevasi, che non era
possibile di combattere insieme co' nemici interni ed esterni, e molto
men con la fame, la quale faceva a' Franzesi in Messina una guerra,
assai più crudele di quella, che loro facevasi dagli Spagnuoli.
Questo fu ponderato allora intorno a tal deliberazione, ancorchè non
mancassero alcuni, che stimassero le cagioni assai più recondite e
misteriose, e che nascondessero segreti d'assai maggiore importanza.
Altri finalmente credettero, che ciò fosse preludio del trattato
di pace, che fu conchiuso in Nimega l'istesso anno 1678. Che che ne
fosse, egli però è certo, che questo abbandonamento fu conchiuso nel
consiglio di Francia molto tempo prima di quello, che fu mandato in
effetto. Il Marescial di Vivonne non volle esserne l'esecutore, per
non lasciare, con un atto di debolezza, quella carica, che gli pareva
d'avere esercitata con tanto applauso; onde a questo fine il Re di
Francia gli sostituì il maresciallo della Fogliada nel medesimo tempo,
ch'essendo stato nominato dal Re Cattolico il Cardinal Portocarrero
all'Arcivescovado di Toledo, vacato per la morte del Cardinal
d'Aragona, fu mandato in sua vece il Principe D. Vincenzo Gonzaga de'
Duchi di Guastalla a governar la Sicilia, il qual giunto a Napoli nel
dì 22 di febbrajo di quest'anno 1678, partì verso Palermo nel primo di
marzo, portando seco un vascello con 500 fanti Napoletani, seguitato,
alcuni giorni da poi, da due navi cariche di munizioni da guerra.
Essendo per tanto giunto in Messina il Maresciallo della Fogliada, dato
prima ad intendere di voler con maggior calore proseguire la guerra,
cominciò ad imbarcare sopra l'armata le soldatesche Franzesi, sotto
pretesto di condurle all'acquisto di Catania, o di Siracusa: da poi
fatti a se chiamare i Giurati della città mostrò loro i dispacci del
Re di Francia per l'abbandonamento della Sicilia. Questo avviso a guisa
di un fulmine toccò gli animi de' Messinesi, che sbalorditi e confusi,
non sapevano a qual partito appigliarsi: scongiuravano il Maresciallo
a trattenersi, almeno infino a tanto, che dessero sesto alle cose
loro. Ma ciò lor negato, molti disperando del perdono dagli Spagnuoli,
deliberarono di abbandonare la patria e d'andarsene in Francia:
così ne furono molti non men Nobili, che Popolari imbarcati sopra
l'armata, che verso Provenza voltò le prore. Così rimasa Messina senza
assistenza de' Franzesi, que che vi rimasero ne dieron tosto avviso al
governadore dell'armi della piazza di Reggio, il quale immantenente
accorsovi col Vescovo di Squillace, ed alcuni ufficiali militari
introdusse in Messina il ritratto del Re Cattolico, a vista del quale
tutti que' cittadini fecero non ordinarie dimostrazioni d'applauso al
suo Augustissimo Nome. Ciò accadde nel mese di marzo di quest'anno.
Vi accorsero poco da poi gli altri comandanti con buon numero di
soldatesche, e finalmente portossi in Messina il Vicerè Gonzaga, il
quale usando moderazione con que' sudditi, concedette loro un ampio
perdono, con la restituzione di tutti i beni, che non si trovavano
alienati, o venduti; ma volle, che ne fossero esclusi tutti coloro,
che con la fuga se n'erano renduti indegni. Comandò parimente, che si
fosse negli abiti abolito l'uso franzese, e che si fosse portata nella
zecca tutta la moneta di Francia, a fine di coniarsi con l'impronta
del Re. Non estinse il Senato, aspettando sopra ciò la deliberazione
della Corte; vietò nulladimeno a' cittadini d'offendersi, o ingiuriarsi
fra di loro per le colpe della passata ribellione; ed avendone
mandate tutte quelle soldatesche, che sopravanzavano al bisogno delle
guarnigioni, le milizie di Reggio si ritirarono in Napoli.
Ma alla Corte di Spagna non piacque l'indulgenza usata dal Gonzaga
a' Messinesi; onde richiamatolo in Madrid a sedere nel Consiglio di
Stato, gli sostituì nel Governo dell'Isola il Conte di S. Stefano,
il quale trovandosi allora Vicerè in Sardegna, si pose immantenente
in cammino, ed a' 29 di novembre giunse in Palermo, donde partito a'
5 di gennajo del nuovo anno 1679 arrivò a Messina. Costui secondando
i desiderj della Corte, tolse il Senato, e mutò forma di governo a
quel magistrato, comandando, che non più senatori, giurati, ma eletti
dovessero nomarsi, e restrinse in troppo angusti confini la loro
potestà. Privò i Messinesi di tutti i privilegj e franchigie. Fece
demolire il palagio della Città, e sparso il suolo di sale, vi fece
ergere una piramide, ed in cima la statua del Re formata dal metallo
di quella stessa campana, che prima serviva per chiamare i cittadini a
consiglio. Vietò tutte l'assemblee; regolò egli le pubbliche entrate,
le esazioni, ed i dazj; e finalmente, secondo le istruzioni lasciategli
dal Principe Gonzaga, per porre maggior freno a que' popoli, vi fondò
una forte ed inespugnabile cittadella, intorno alla quale posero ogni
studio i migliori Ingegneri e Capi Militari, che aveva la Spagna in
que' tempi.