_Stato della nostra Giurisprudenza nel Regno di FILIPPO III e IV e de'
Giureconsulti ed altri Letterati che vi fiorirono._
La Giurisprudenza presso di noi, così ne' Tribunali, come nelle
Cattedre, non prese a questi tempi nuove forme, ma continuò, siccome
per lo passato, ad esser maneggiata da' Professori nel Foro con modi
inculti, e da' Cattedratici all'usanza delle altre Scuole, senza che
l'erudizione vi avesse ancora posto piede. Ma il numero de' Professori
fu assai maggiore e molto più degli Scrittori, i quali compilarono
a questi tempi tanti trattati, consigli, allegazioni, ed altre opere
legali, che se ne potrebbe formare una mezza libreria. Il lor numero
crebbe tanto, che delle loro opere, che diedero alla luce, non se
ne può ora tener più conto, essendo infinite; onde saremo contenti
di nominarne alcuni i più famosi, che dieder saggio per le opere
lasciateci, quanto in Giurisprudenza intendessero; e se bene ve ne
fiorissero altri di non inferior dottrina, anzi a molti di costoro
superiori, conoscendo nondimeno di quante parti sia di mestieri esser
fornito colui, che intende dar fuori li parti del suo ingegno, forse
con miglior consiglio stimarono di non esporre le loro fatiche alla
pubblica luce del Mondo.
È veramente cosa da notare, che con tutto che il Regno si fosse veduto
per tante rivolte, per tante calamità e disordini, così miseramente
travagliato, ed involto in tante sciagure; ad ogni modo il numero
dei nostri Professori non solamente non si vide scemare, ma tanto
più crescere e moltiplicarsi. Ma non parrà ciò cosa strana a chi
considera, che per questo istesso, che le cose furono in rivolta, che
i disordini crebbero, che i vizj, le malizie e le frodi abbondarono,
perciò doveano crescere i Professori e' Curiali, de' quali allora si
avea maggior bisogno. Dove sono molte infermità è di mestieri, che
vi siano molti medici, così corrotta la disciplina, è duopo, che si
ricorra alle leggi, ed a' Professori di quelle, per far argine a più
gravi disordini, come si possa il meglio.
Fra tanti merita il primo luogo _Scipione Rovito_. Nacque egli in
Tortorella picciola terra della provincia di Basilicata; e venuto in
Napoli, essendo di tenue fortuna, visse quivi in umilissimo stato,
esercitandosi ne' nostri Tribunali da Procuratore: ma essendo uomo di
molta fatica nello studio legale, puntuale e d'integrità di costumi,
cominciò a poco a poco a difender qualche causa; e diede poscia in
luce i suoi primi _Commentarj_ sopra le Prammatiche, ne' quali non
isdegnò, in que' principi, di ponere il nome della sua Patria, come
che poi nella seconda edizione si chiamasse Napoletano. Preso per ciò
qualche nome, si pose in riga d'Avvocato, e patrocinò molte cause de'
primi Signori del Regno, come si vede da' suoi _Consigli_, e fece per
conseguenza nobil acquisto di fama e di ricchezze. Fiorirono ancora a'
suoi tempi tre altri celebri Avvocati, _Gio Battista Migliore_ (quegli
che, come altrove si disse, fu mandato in Roma dal Cardinal Zapatta
Vicerè al Pontefice Gregorio XV per affari di Giurisdizione). _Ferrante
Brancia_, nobile di Surrento, che morì vecchio Reggente, e _Camillo
Villuno_, li quali insieme con Scipione Rovito nell'anno 1612 dal Conte
di Lemos, successore del Conte di Benavente, furon fatti Consiglieri,
unicamente per la lor dottrina e merito, senza che n'avessero avuta
alcuna antecedente notizia. Nel tempo, che il Rovito fu Consigliere,
acquistò fama non men di dotto, che di savio e prudente; onde come si
è veduto ne' precedenti libri, non v'era affare di momento, che a lui
non si commettesse. Passò poi Presidente in Camera, e dopo alquanti
anni nel 1630 fu promosso alla suprema dignità di Reggente, esercitata
da lui con fama forse di soverchia austerità; e _Pietro Lasena_,
che fu suo amicissimo, attestava al famoso _Camillo Pellegrino_, da
chi l'intese _Francesco d'Andrea_, che nella morale affettava esser
seguace della dottrina degli Stoici; ancorchè il rigore che usava con
altri, nol seppe praticare nella casa sua, poichè benchè avesse più
figliuoli, non ebbe motivo per la troppo indulgente educazione di molto
rallegrarsi d'avergli avuti. Di lui, oltre i Commentarj sopra le nostre
Prammatiche ed i suoi Consigli, si leggono ancora le Decisioni, che
furono impresse in Napoli l'anno 1633, e finalmente grave già d'anni,
e travagliato di molte infermità, rendè lo spirito nel mese di giugno
dell'anno 1638, e giace sepolto nella casa Professa de' PP. Gesuiti di
questa città[37].
Non fu per indefessa applicazione a lui disuguale _Carlo Tappia_,
il quale, per le elaboratissime opere, che ci lasciò, spezialmente
per quella del Codice Filippino, merita essere annoverato fra' primi
Giureconsulti, che fiorissero a questi tempi. Fu egli figliuolo
d'Egidio Tappia Presidente di Camera, e dopo aver girato, come
Auditore, per varie province del Regno, fatto poi Giudice di Vicaria,
fu nell'anno 1597 creato Consigliere. Nel 1612 passò in Madrid Reggente
nel supremo Consiglio d'Italia, e finalmente nel 1625, tornò in Napoli
Reggente di Cancelleria, dove per molti anni esercitò il posto, e morì
poi Decano del Collaterale a 17 gennajo dell'anno 1644, essendo stato
sepolto nella Cappella sua gentilizia, posta nella Chiesa di S. Giacomo
degli Spagnuoli. Oltre il suo Codice, e le Decisioni, ci lasciò molte
altre sue operette, delle quali il Toppi[38] fece catalogo. Fu uomo,
per la sua canizie, e per una somma gravità in tutte le cose, tenuto in
gran venerazione da nostri Vicerè, e da tutti gli Ordini del Regno; e
per la sua instancabile applicazione, senza che gli si vedesse prender
mai un'ora di riposo, acquistò nome di Ministro laborioso, ancorchè in
dottrina avesse molti che lo superavano.
Celebri ancor furono _Marcantonio de Ponte_, che ascese anche per
la sua dottrina al grado di Presidente del Consiglio. _Pietrantonio
Ursino_, profondo Giureconsulto, come lo dimostra il suo trattato: _De
successione Feudorum_, ancor egli Presidente; ed _Andrea Marchese_.
Rilusse ancora a questi tempi _Gianfrancesco Sanfelice_ del Sedile di
Montagna, il quale, dopo avere nelle Audienze Provinciali, e nella
Gran Corte della Vicaria dato saggio de' suoi talenti, fu nell'anno
1619 creato Consigliere. Da poi nel 1640, ascese alla suprema dignità
di Reggente; ma si rese assai più famoso per le opere da lui date
alla luce, come delle _Decisioni_, comprese in due volumi e della
_Pratica Giudiciaria_, che si diede poi alle stampe nell'anno 1647.
La sua vita non fu che una indefessa applicazione a governar la città
nelle cose criminali, e fu insigne per l'innocenza de' costumi, e
per l'integrità della vita, non discompagnata dalla dottrina, come lo
dimostrano i suoi tomi delle _Decisioni_. Fu severissimo nel castigare
i delitti, ma con tal tranquillità, che quando condannava rei, pareva
che gli assolvesse; nè fu meno ammirabile per l'indicibil pazienza,
con la quale ascoltava tutte le differenze che succedevano in Napoli,
anche tra povere donnicciuole, e tra persone d'infima plebe, e per
l'equità nel determinarle: sicchè la sua vita potea dirsi un continuo
esercizio di amministrare a tutti indifferentemente giustizia. Fu
anche Provicecancelliere del Collegio de' Dottori, il quale ufficio non
isdegnò d'esercitarlo anche fatto Reggente, mentre il Vicecancelliere
era il Duca di Caivano Segretario del Regno.
Non men celebre fu _Ettorre Capecelatro_ Cavaliere del Seggio di
Capuana, il quale datosi all'avvocazione, vi fece notabili progressi.
Da' due volumi, che ci lasciò delle sue _Consultazioni_, si vede, che
alla di lui difesa furono appoggiate cause di grandissima importanza:
ed ancorchè non avesse avuta molta felicità nell'orare, suppliva al
difetto dell'eloquenza con la dottrina e colla fatica. Fu poi nel 1631
creato Consigliere, esercitando il posto con pari decoro ed integrità.
Trasportato poi dal desiderio di divenir Reggente, non ebbe riparo di
portarsi in Ispagna con titolo d'Ambasciadore della città, contro il
voto della sua medesima Piazza, ad istanza del Duca di Medina Vicerè,
per opporlo al Duca di S. Giovanni, andatovi poco prima col medesimo
titolo, per rappresentare in nome della Nobiltà alcuni aggravj pretesi
essersi inferiti a quella dal Vicerè. L'occasione fu, ch'essendo,
siccome si è veduto ne' precedenti libri, comparsa l'armata di Francia
ne' nostri mari, il Duca di Medina, per maggior difesa, diede l'armi
al Popolo sotto i suoi Capi popolari, con governo independente dalla
Nobiltà. Pretesero le Piazze Nobili, che ciò fosse contro l'antico
stile: onde destinarono Ambasciadore in Ispagna il Duca di S. Giovanni
in nome della città per gravarsene; ma il Popolo pretese, che le
Piazze Nobili non potessero rappresentar città quando si trattava
d'una particolar differenza tra la Nobiltà ed il Popolo; onde il Duca
di Medina, non avendo fatto ricevere in Ispagna il Duca di S. Giovanni
come Ambasciadore, proccurò dal Popolo, e dall'altre tre minori Piazze,
che si mandasse un altro Ambasciadore per altri negozj universali
della città, e che s'eleggesse il Capecelatro, ancorchè le Piazze
di Capuana e di Nido vi dissentissero, dicendo non riconoscere altro
Ambasciadore, che il Duca di S. Giovanni. Andò per tanto il Consigliere
in Ispagna, ed avendo ivi con felice esito terminati i suoi affari, se
ne ritornò in Napoli colla mercede del titolo di Marchese del Torello,
e l'altra della prima piazza di Reggente, che fosse vacata, della quale
anticipatamente glie ne fu data dal Vicerè la possessione, con titolo
di Proreggente, e dalla Corte fu dichiarato Reggente sopranumerario; e
finalmente fu dichiarata la piazza ordinaria, da poi che s'aggiunse la
terza piazza spagnuola ad istanza della Corona di Aragona. Sopravvisse
nel posto molti anni, e mandato due volte in Foggia dal Conte d'Onnatte
per rimettere in piedi le rendite di quella Dogana, che per le passate
revoluzioni stavano non mediocremente turbate, fu fama, che cumulasse
gran contante. Morì egli a' 10 d'agosto dell'anno 1654, ed oltre averci
lasciati i volumi delle sue _Consultazioni_, ch'e' dedicò al Re Filippo
IV, ci diede ancora le sue _Decisioni_, che ora colle addizioni di
Michelangelo Gizzio, girano attorno per le mani de' nostri Professori.
Fiorì ancora a questi medesimi tempi _Fabio Capece_ _Galeota_ del
Seggio di Capuana. Costui, applicatosi all'avvocazione, riuscì assai
celebre per dottrina, e per efficacia nel rappresentare: fu assai
dotto nelle materie legali, come lo dimostrano le sue _Controversie_,
ed i suoi _Responsi Fiscali_; onde per la sua dottrina fatto Giudice
di Vicaria, passò tosto Consigliere del Consiglio di S. Chiara. Fu
da poi eletto per Avvocato Fiscale del Regal Patrimonio nel Tribunal
della Regia Camera, dove poi fu Presidente; indi fu innalzato alla
suprema dignità di Reggente del supremo Consiglio d'Italia, e ritornato
di Spagna con titolo di Duca della Regina, sedè per breve tempo nel
nostro Consiglio Collaterale; poichè mandato dal Vicerè in Foggia,
per riordinare quella Dogana, morì quivi ai 15 dicembre dell'anno
1645, e fu depositato il suo cadavere nella Chiesa de' PP. Domenicani
di quel luogo. Mentre fu Avvocato diede alle stampe un assai dotto
_Responso_ per lo Duca di Gravina sopra la successione del Principato
di Bisignano; ed essendo Consigliere, e poi Avvocato Fiscale, diede
alla luce il trattato: _De officiorum, ac regalium prohibita sine
Principis authoritate commutatione, et alienatione_. Nel tempo, che fu
Presidente di Camera diede fuori le _Controversie_, dove si veggono
trattate cause arduissime, che furon agitate, non meno ne' nostri
supremi Tribunali, che nel supremo Consiglio d'Italia, che egli divise
in due tomi stampati in Napoli nel 1636. Li _Responsi Fiscali_, che e'
compilò per difesa de' diritti del Patrimonio Regale, essendo Avvocato
Fiscale, furon da lui dati alle stampe in Napoli nel 1645, anno della
sua morte. Oltre a ciò avendosi egli, mentr'era Avvocato, presa in
moglie l'erede di _Camillo de' Medici_ celebre Avvocato de' suoi tempi,
come si vede da' suoi _Consigli_, tanto che meritò, ancorchè fosse
di Gragnano, d'esser dichiarato dal Gran Duca di Toscana della sua
Famiglia, con una Commenda della sua Religione di S. Stefano: ebbe la
cura di raccorre i di lui _Consigli_ in un giusto volume, ed avendovi
fatte alcune Addizioni, con aggiungervi ancora la vita di _Camillo_, lo
fece dare alle stampe in Napoli l'anno 1633, dedicandolo a Ferdinando
II de' Medici Gran Duca di Toscana[39].
Fa di mestieri, che qui della meritata lode non si defraudino i famosi
_Marciani_, dotti e profondi nostri Giureconsulti. _Marcello Marciano_
rilusse nel nostro Foro non men essendo Avvocato, che Consigliere.
Nell'avvocazione meritò i primi onori, e fece per ciò acquisti di
molte ricchezze. Fu riputato non men dotto che grande Oratore, come
lo dimostrano i suoi _Consigli_. Ma innalzato poi alla dignità di
Consigliere a' 3 di novembre dell'anno 1623, fu esercitato da lui il
posto con integrità e soddisfazione indicibile. Ci lasciò egli due
volumi di suoi sublimi _Consigli_, ma molto più se gli dee per aver di
se lasciato Gianfrancesco di lui figliuolo.
Riuscì _Gianfrancesco Marciano_ non men dotto del padre e nel Foro,
ebbe grido di famoso avvocato, come lo dimostrano i due tomi delle
sue _Controversie_, che ci lasciò; e se bene non avesse avuto nel
patrocinar le cause molta eloquenza, nello scrivere fu molto profondo e
dotto. Fu creato Consigliere a' 10 maggio dell'anno 1645, e dopo avere
con molto applauso esercitata per dieci anni tal carica, fu innalzato
alla dignità di Reggente nel 1655, benchè sopraggiunto poco da poi
dalla morte non godesse del Reggentato, che le congratulazioni degli
amici.
Lasciò pure costui un altro _Marcello_, erede non men delle virtù
che delle speranze paterne, il quale, imitando le vestigia de' suoi
maggiori, si diede ne' suoi primi anni all'avvocazione, nella quale
non gli mancò alcuna di quelle parti, che ricercansi per riuscir
grande in tal professione: ebbe egli gran capacità, gran dottrina e
ardire e grande erudizione, ed in età assai giovanile gran maturità
di giudizio. Fu egli, proccurandoselo, fatto assai giovane Giudice di
Vicaria dal Conte di Castrillo: poco da poi dal Conte di Pennaranda fu
fatto Consigliere, e dal medesimo fu poi mandato in Camera per Avvocato
Fiscale, donde nei principj del Governo di D. Pietro d'Aragona, andò
Reggente in Ispagna, e quivi di là a non molto se ne morì. Lasciò
figliuoli di assai poca età, ma il di lui primogenito _Francesco_ non
interruppe il corso; poichè imitando ancor egli i suoi antenati, riuscì
famoso Avvocato, poi Giudice, ed indi fatto Consigliere giunse pure
al Reggentato, ma per fatalità di questa Casa, ancor egli passato in
Ispagna, di là a poco ivi traspassò: tal che essendo questa casa per
lo spazio poco men di cento anni stata Senatoria, rimane ora chiusa ed
estinta.
Fiorirono ancora non men per dottrina, che per li posti che occuparono,
altri insigni Giureconsulti. _Francesco Merlino_, ancorchè non gli
paresse avviarsi per la strada dell'avvocazione, ma per quella degli
Ufficj, riuscì dotto Ministro, e si rese presso noi celebre, non
men per le cariche che sostenne, che per le opere che ci lasciò.
Fu egli un privato gentiluomo di Sulmona, di famiglia però nobile
ed antica in quella città: sua madre fu figliuola del Marchese di
Paglieta Pignatelli e di Beatrice Tappia, sorella della madre del
Reggente Tappia, per la quale si professava egli di lui nepote,
e per ostentazione del quarto materno s intitolò sempre _Merlino
Pignatelli_. Col favore del Reggente Tappia suo zio, stimò non aver
bisogno dell'Avvocazione per avanzarsi; onde andato prima Auditore in
Salerno, e fatto poi Giudice di Vicaria, e poi Commessario di Campagna,
in brevissimo tempo fu creato Consigliere. Per essere stato creatura
del Conte di Monterey, fu poco grato al Duca di Medina, onde per la
medesima ragione portossi in tutti i posti con somma lode di valore,
integrità e dottrina; onde, che a suoi due tomi delle _Controversie_,
tra moderni Scrittori del Regno, comunemente si dà il primo luogo. Fu
da poi eletto Reggente supremo del Consiglio d'Italia, e tornato di
Spagna, fu nell'anno 1648 decorato della dignità di Presidente del
S. C. esercitata da lui con molto decoro e gravità. Morì egli pochi
anni da poi nel sesto dì di settembre dell'anno 1650, e fu seppellito
nella sua Cappella dentro la Chiesa de' Padri Gesuiti della lor Casa
professa.[40]
Essendo stato creato il Reggente Merlino Presidente del S. C. fu
eletto in suo luogo per Reggente in Ispagna _Giancamillo Cacace_, che
si trovava allora Presidente di Camera. Era egli un famoso Avvocato
de' suoi tempi, assai celebre per la dottrina e per l'arte del dire,
il qual soleva pregiarsi, che mentr'era Avvocato non vi era stato
Signore nel Regno che non fosse venuto a prender consulta in casa
sua. Il di lui padre fu di Castell'a Mare e d'ordinarj natali; ma
venuto in Napoli, ed acquistate mediocri ricchezze, furon quelle poi
da lui eccessivamente accresciute col guadagno dell'Avvocazione, e
con una somma parsimonia. Fu da poi fatto Avvocato Fiscale di Camera,
e poi Presidente; ed eletto Reggente per Ispagna, per un indicibil
abborrimento, ch'ebbe a viaggiar per mare, rinunziò il posto, ed in
suo luogo fu eletto il Reggente _Tommaso Brandolino_; ma di là a pochi
anni fu eletto di nuovo Reggente per Napoli, concedutosi ciò per suoi
meriti, senz'obbligazione d'andare in Ispagna. Fu di genio assai tetro,
ed abborrì sempre l'ammogliarsi; onde poco appresso essendo morto, e
non avendo chi lasciar erede delle sue facoltà, fondò di sua roba un
Monastero di donne povere, detto dei Miracoli, che a tempo de' nostri
maggiori si chiamava pure il Monastero di _Cacace_.
Rilussero ancora i Consiglieri _Filippo Pascale_, patrizio Cosentino,
famoso Avvocato e celebre pe 'l suo trattato: _De viribus patriae
potestatis_. Ma sopra costui s'innalzaron per dottrine _Scipione
Teodoro_, ancor egli rinomato Avvocato e celebrato per le sue
_Allegazioni_, che ci lasciò. _Tommaso Carlevalio_ per le opere
impresse, e sopra tutto pe 'l suo trattato _De Judiciis_, si distinse
parimente infra gli altri; e molti ve ne furon ancora, che per mezzo
delle stampe lasciaron a' posteri memoria del lor nome, e quanto
valessero nella profession legale. Ma oscurò tutti costoro il celebre
_Orazio Montano_, per profondità di sapere, per eleganza e per somma
perizia di ragione, non men civile che feudale.
Chiuda per ultimo la schiera _Donat'Antonio de Marinis_. Nacque egli
in Giungano picciola Terra del Regno in Principato citra, e venuto
in Napoli, assai sottilmente menando la vita, si diede con molta
applicazione agli studj legali, dove vi fece notabili progressi, e
non avendo avuta abilità alcuna nell'arringare in Ruota si diede a
scrivere in alcune cause, donde compilò poi il primo Tomo delle sue
_Resoluzioni_. Coll'integrità de' costumi, e con una sua maniera
libera e lontana da ogni affettazione, si rendè grato a tutti gli
Avvocati più principali de' suoi tempi, sicchè in tutte le cause era
chiamato a collegiare; onde cresciuto d'opinione, cominciò ancor
egli a difendere qualche causa, e diede in luce il II Tomo delle
_Resoluzioni_. Fiorivano a' suoi tempi molti rinomati Avvocati,
come Raimo di Ponte, Francesco Rocco, Francesco Maria Prato, Antonio
Fiorillo, Ortensio Pepe, Ascanio Raetano, Paolo Giannettasio e Giovan
Battista Odierna, li quali dal Conte di Castrillo a' 15 di maggio
del 1654 volendo riordinare il Tribunal della Vicaria, furon fatti
Giudici, e con essi anche il Marinis, li quali poi tutti passarono
a posti supremi. Donat'Antonio nell'anno 1656 fu creato Presidente
della Regia Camera, dove con somma integrità ed indefessa applicazione
esercitò il posto insino all'anno 1661, nel qual tempo diede fuori i
due volumi delle _Decisioni del Reggente Revertero_, che correndo M.
S. per le mani d'alcuni, egli le accorciò e fecevi sue _Addizioni_, le
quali insieme con gli _Arresti_, ovvero Decreti generali della Regia
Camera, fece imprimere in Lione l'anno 1662. Raccolse ancora molte
_Allegazioni_, così sue, come degli altri Avvocati suoi coetanei, o
che fiorirono prima di lui, le quali per opera sua furon poi date alle
stampe. Essendo Presidente di Camera e Vicecancelliere del Collegio
de' Dottori fu nominato, nel 1661, Reggente nel Supremo Consiglio
d'Italia e portatosi in Ispagna, ritornò poi in Napoli Reggente del
nostro Collaterale a' 25 di febbrajo dell'anno 1665. Visse egli celibe
e con somma parsimonia, tanto che potè cumulare qualche contante. Ma
se mentre fu Avvocato seppe resistere agl'impulsi della natura, fatto
Ministro, sconoscendo i suoi e la patria, non seppe star saldo al
vento della vanità; poichè gli entrò in testa, d'esser egli disceso
da' Marini di Genova, raccogliendo scritture dell'archivio, che a tal
effetto gli eran somministrate dall'Archivario _Vincenti_, e venuto a
morte a' 26 d'aprile del 1666 in età di 67 anni, immemore della patria
e de' suoi, lasciò erede di tutti i suoi beni, che consistevano in
contanti ed in una buona libreria, i Padri Scalzi di S. Teresa sopra i
Regj Studj, per ambizione che gli rizzassero una statua di marmo, come
fecero nella lor chiesa.
§. I. _L'Avvocazione in Napoli si vide a questi tempi in maggior
splendore e dignità._
Per le cagioni ne' precedenti libri accennate, essendosi questa Città
per la sua ampiezza e magnificenza e per lo gran numero di suoi Nobili
e Cittadini resa uguale alle maggiori Città del Mondo, e divenuta Capo
e Metropoli d'un non men grande, che nobilissimo Regno, pieno d'un
maraviglioso numero di Baroni, di Principi, di Duchi, di Marchesi e
di Conti; e tenendovi ancora in quello interessi considerabili molti
altri Principi Sovrani, e le Corone istesse d'Europa, come il Re di
Polonia, Savoja, Neomburgh, Toscana, Modena, Parma, ed altri; e dove
tutte le cause si giudicano dal _Consiglio di S. Chiara_, maggiore
anche, per questo riguardo, del Parlamento di Parigi, che non tiene
alcuna autorità sopra gli altri Parlamenti del Regno di Francia:
l'Avvocazione presso di noi crebbe in somma stima, e riputazione.
E maggiore si vide a questi tempi, quando per le tante rivoluzioni,
calamità e disordini accaduti, fu veduto il Regno tutto pieno di liti,
e si suscitarono cause di Stati grandissimi e d'eredità opulentissime;
onde gli Avvocati crebbero assai più di stima per lo bisogno, che se
n'avea nella difesa delle cause, nel consigliare i loro testamenti, i
contratti, e di regolare le loro case, dipendendo da' loro consigli le
facoltà, non men dei signori, che de' privati, ed anche de' principi
sovrani, per gl'interessi che vi tengono. Quindi grandemente si
offesero quando nel 1629 il Duca d'Alcalà Vicerè voleva obbligargli ad
esporsi ad esame, e si risolsero concordemente d'astenersi più tosto da
esercizio cotanto nobile, che sottoporsi ad una tal vergognosa censura.
_Antonio Caracciolo_, famoso Avvocato di que' tempi, sostenne nel
Collateral Consiglio le costoro ragioni; e di fatto, per non ricevere
quest'oltraggio, s'astennero d'andare più a' Tribunali; e Giovan
Vincenzo Macedonio, fermo nella sua deliberazione, contentossi di non
far più l'Avvocato, per non si sottomettere a questa censura. Quindi è,
che tuttavia i primi Baroni del Regno cercan d'avergli benevoli, ed in
qualunque occasione, che loro si presenta, fanno per li loro Avvocati
ciò, che non farebbero per se medesimi: trattano con loro con sommo
rispetto, nè solamente danno loro il primo luogo nelle loro carrozze,
ma frequentano le loro Case, e si sentono favoriti, qualora in concorso
d'altri sono preferiti nell'udienze.
Rilussero ancora più gli Avvocati in questi tempi, perchè pian piano
andavansi dirozzando di quella prima ruvidezza; e quando prima, per
avvezzarsi a parlar bene, il loro studio era solamente posto nelle
orazioni del _Cieco d'Adria_, essendosi nel principio di questo
secolo, cioè nel 1611 aperta in Napoli l'_Accademia degli Oziosi_
cominciavano ad avvezzarsi meglio nell'arte dell'eloquenza, con andarsi
sempre più la nostra natia favella depurando dall'antica rozzezza; e
se bene, come suole accadere in tutte le arti, in questi principj i
nostri Avvocati non acquistarono gran fama di Oratori, e pure, secondo
la testimonianza, che a noi ne rendè l'eloquentissimo _Francesco
d'Andrea_, fiorirono a' questi principj tre famosi Avvocati, insigni
per la fama d'eloquenza. _Antonio Caracciolo_, che fu poi Reggente,
era comunemente chiamato fiume d'eloquenza, essendo dotato d'una vena
naturale, ed abbondante, che accompagnata da non affettata modestia
e da una gratissima maniera di rappresentare, rapiva gli animi di
chi l'ascoltava. _Giovanni Camillo Cacace_, pur egli, come si è
detto, innalzato poi al Reggentato, non dovea niente alla natura, ma
tutto all'arte, ed essendo per natura timido, prese animo di darsi
all'Avvocazione da due orazioni, che fece nella Accademia degli
_Oziosi_ con molto plauso: onde poi anche nelle cause si premeditava
il discorso a mente con eloquenza più regolata che abbondante, ma con
maggior dottrina, ed argomenti più efficaci del Caracciolo. _Octavio
Vitagliano_ (che poco curando il Ministerio, co' denari guadagnati
coll'Avvocazione fondò la Casa de Duchi dell'Oratino) fu come un mezzo
tra il Caracciolo e Cacace: ebbe discorso vigoroso e naturale, ma non
avea nè la dolcezza del primo, nè tutta la dottrina del secondo.
Ne' tempi che seguirono, narra l'istesso _Francesco d'Andrea_, che
essendo egli giovane, ebbe occasione d'ammirare _D. Diego Moles_ padre
del Reggente Duca di Parete: avea egli nobile aspetto, gratissima
voce, e si spiegava nobilissimamente, e senz'affettazione: ardeva dove
bisognava: le parole erano anche scelte e proprie; ed in somma, egli
dice, che non sapeva altro, che desiderarvi: _Pietro Caravita_, pur
famoso Avvocato di questi tempi, ch'era emolo del Moles e lo superava
in dottrina, ma di lunga inferiore nell'arte del dire, non d'altro il
censurava, che dell'impararsi a mente il discorso: ciò che se era vero,
tanto maggiore era il suo artificio, poichè non se gli conosceva, e
pareva, che le parole se gli suggerissero nel medesimo tempo che le
diceva. Comunemente però era stimato più facondo _Gerolamo di Filippo_,
Fiscal di Camera e poi Reggente, il quale aveva una affluenza naturale,
accompagnata ancora dall'arte, ed una maniera più dolce ed affabile;
ma secondo il giudicio, che ne dà l'_Andrea_, poco imprimeva, ed era
affatto privo di que' requisiti tanto necessarj ad un perfetto Oratore:
il suo discorso era più pieno di parole, che di cose, tal che il Conte
di Pennaranda soleva di lui dire, mentr'era Avvocato Fiscale in Camera,
che avea molti pampani, e poca uva; onde di forza, e di efficacia nel
dire non poteva paragonarsi col Moles.
Fiorirono ancora a questi tempi _Giulio Caracciolo_, di cui
l'Andrea dice, che avea anche un discorso aggiustato, tal che pareva
premeditato; non avea però molta facondia, ma suppliva col decoro e
con certo contegno di cavaliere; e per la qualità della nascita prese
gran nome tra la Nobiltà; ma morto quasi nel principio della sua
carriera, fu più famoso per quel che si stimava che avrebbe fatto, che
per quel che fece. _Bartolommeo di Franco_ acquistò pur nome di grande
Avvocato, ma solo nelle cause de' rei avea una maniera sua propria,
colla quale parlava le tre e le quattro ore, senza però dispiacere;
fu più famoso però per le minuzie, che osservava ne' processi, e
per li difetti, che apparivano intorno l'ordine giudiciario, che per
rappresentar bene la giustizia, che il più delle volte non avea; tal
che il _Consigliere Arias de Mesa_ soleva dire, ch'egli avrebbegli
data una cattedra primaria de _Ordine Judiciorum_ con duemila ducati
di salario l'anno per istruire gli Avvocati e Proccuratori; ma gli
avrebbe impedito l'uso dell'Avvocazione. _Francesco Maria Prato_ credea
essere un grand'Oratore; ma a giudicio dell'_Andrea_ e di tutti gli
altri, non potea riporsi nè anche tra' mediocri: avea egli una maniera
affettata, ed un accento Leccese, che più tosto lo rendea ridicolo,
benchè non gli mancasse dottrina, per quant'era necessario all'uso
del Foro e dell'orare. Si pregiava di parlar Spagnuolo; onde due cause
celebri, che si trattarono in Collaterale in presenza del Vicerè Duca
d'Arcos, le parlò in lingua spagnuola: ciò che non s'era fatto da
nessun altro prima, com'egli se ne pregia in uno de' suoi volumacci
dati alle stampe; ma le perdè tutte due, ed una fu quella della
Congregazione di S. Ivone, che la guadagnò l'_Andrea_, essendo ancor
giovane d'età di 22 anni, contro i PP. Gesuiti, che volevano aprirne
un'altra del medesimo istituto nella Casa professa, della quale il
Reggente Capecelatro nel suo secondo tomo ne porta la decisione. _Paolo
Malangone_ pur presso il volgo s'acquistò fama d'un grand Oratore, per
un suo discorsetto pulitino rappresentato con grata e piacevole voce,
ma nudo affatto d'ogni dottrina, anche della più comunale; onde non si
ravvisava in lui cosa, che non fosse sotto assai la mediocrità, non
consistendo l'eloquenza nelle sole parole, ma assai più nel vigore
e nella robustezza delle ragioni. _Fabio Crivelli_ avea pure una
vena abbondantissima, sicchè parlava le tre e le quattro ore senza
stancarsi, e per far pompa della sua abilità solea ripetere tutto ciò
che s'era detto dall'Avversario e spesso con maggior giro di parole,
per poi doverlo confutare.
Più di costoro rilusse in questi medesimi tempi il famoso _Giuseppe
di Rosa_, poi Consigliere, celebre per le sue dotte, e profonde opere
legali, che ci lasciò. Alla molta sua dottrina accoppiò ancora il
pregio di spiegar senza pampani e con proprietà di parole i suoi sensi;
ma perchè gli spiegava in maniera, che pareva che più tosto insegnasse,
che orasse, perciò comunemente fu reputato più dotto, ch'eloquente.
Ma sopra tutti costoro s'innalzò poi a questi medesimi tempi
l'incomparabile _Francesco d'Andrea_, lume maggiore della gloria de'
nostri Tribunali, al qual dobbiamo non solo d'aver egli restituita in
quelli la vera arte d'orare; ma molto più, per avere nel nostro Foro
introdotta l'erudizione, ed il disputar gli articoli legali secondo i
veri principj della Giurisprudenza, e secondo l'interpetrazione de'
più eruditi Giureconsulti, de' quali presso noi rara era la fama ed
il nome, applicando la loro dottrina all'uso del Foro, ed alle nostre
controversie forensi. Egli fu il primo, che facesse risuonare nelle
Ruote del nostro S. C. il nome di _Cujaccio_, e degli altri Eruditi.
Egli tolse ancora la barbarie nello scrivere; ed egli fu il primo,
che cominciasse a dettare le _allegazioni_ in culto stile, imitando
i più purgati Scrittori, ed a disputar gli articoli, non già secondo
lo vulgari maniere, ma da limpidissimi fonti delle leggi derivando
le conclusioni, le adattava al caso, valendosi delle interpetrazioni
di Cujaccio, e degli altri eruditi, non discompagnandole dalle comuni
tradizioni de' Dottori, come si vede dalle sue prime allegazioni, che
tra l'opere del Moccia[41], e del Consigliere Staibano[42], furono
impresse.
Dal suo esempio furon poi mossi gli altri a trattar le cose istesse
del nostro Foro con più pulitezza e candore: onde _Marcello Marciano_
nipote del primo Marcello, e figliuolo del Reggente Gianfrancesco,
che fu dal Conte di Castrillo fatto Giudice di Vicaria e dal Conte
di Pennaranda creato Consigliere, e dal medesimo passato poi in
Camera Avvocato Fiscale, donde nel principio del governo di D. Pietro
Antonio d'Aragona andò Reggente in Ispagna: nel tempo che fu Fiscale
distese alcune allegazioni, intitolate _Exercitationes Fiscales_,
con molta pulitezza e candore; e nell'ozio, che ebbe nella Corte di
Madrid, perfezionò alcuni altri trattati legali, come quello _De
Incendiariis_, dove vengono, secondo il metodo tenuto dagli altri
eruditi, interpetrate molte difficili, ed oscure leggi, che su questa
materia s'adducono: siccome fece nell'altro intitolato _De Indiciis
delictorum_; ma in nessun altro mostrò quanto sopra questi studj si
fosse avanzato, quanto in quello, che intitolò de _Prejudiciis_, che
dalla morte prevenuto non potè condurlo a fine, nel quale superò
_Giacomo Revardo_, che prima di lui avea trattato del medesimo
soggetto. Ma non avendo avuto egli il piacere di veder in sua vita
perfezionate queste sue opere, essendo a' 28 ottobre 1670 morto in
Ispagna, furono da poi date alla luce in Napoli da Gianfrancesco
Marciano suo figliuolo nell'anno 1680, nel qual tempo il Consigliere
_Gennaro d'Andrea_, poi Reggente, (il quale seguitando l'esempio del
suo gran fratello _Francesco_, sopra molti si distinse ancora nello
scrivere, per l'eleganza e pulitezza dello stile, come lo dimostrano le
sue allegazioni) volle a quest'edizione far precedere una sua epistola
al Lettore, nella quale commendando la dottrina e l'eleganza dello
stile, non ebbe difficoltà di dire, che se morte non avesse interrotto
il bel disegno, ed avesse dato tempo all'Autore di por l'ultima mano
a queste, ed altre insigni sue opere, che meditava, Napoli non avrebbe
che invidiare a' più famosi Giureconsulti dell'altre città d'Europa. nè
la Savoja si compiacerebbe tanto del suo Fabro, nè la Francia del suo
cotanto rinomato Cujaccio[43].
Nè noi a questo insigne Giureconsulto _Francesco d'Andrea_ dobbiamo
solamente d'aver egli ne' nostri _Tribunali_ introdotta l'erudizione,
l'arte dell'orare ed il vero modo di disputar gli articoli legali e
dello scrivere pulitamente, ma anche molto gli devono i Cattedratici,
per aver egli pure nella nostra _Università degli Studj_ proccurato,
che la Giurisprudenza e l'altre scienze s'insegnassero con miglior
metodo e dottrina di quello, che s'era praticato prima, secondo l'uso
comunale e senz'alcuna erudizione. _Alessandro Turamino_, di cui si è
favellato ne' precedenti libri avea lasciato un suo discepolo, che lo
superò intorno al modo d'insegnare e d'interpretar le leggi: costui
fu _Giannandrea di Paolo_, uomo eruditissimo ed oratore eccellente,
da cui l'_Andrea_ che gli fu discepolo si pregiava aver appresa la
vera maniera d'intender le leggi per li loro principj, e di saper
distinguere le vere opinioni de' nostri Dottori dalle false. Fin che
visse, dice egli, nelli nostri studj fiorì il vero modo di insegnare
e d'interpretare le leggi. _Emmanuel Roderigo Navarro_ fiorì pure a
questi tempi nella nostra Università occupando la Cattedra Primaria
Vespertina di legge civile; e dopo lui, il cotanto famoso presso di
noi _Giulio Capone_. Ma per contrario _Giandomenico Coscia_ Lettor
Calabrese[44] che ne' medesimi tempi s'avea presso il volgo acquistata
gran fama, e teneva un infinito numero di scolari, reggendo la Cattedra
primaria mattutina de' Canoni, e ch'ebbe gran contese di precedenza col
Navarro, avea avvilito il mestiere: costui goffo al segno maggiore,
e privo d'ogni erudizione, insegnava scipitamente la legge a' nostri
giovani. Tal che, morto Giannandrea di Paolo, era presso noi quasi
ch'estinto il vero modo d'insegnare.
Ma restituiti da poi, come si disse, i pubblici Studj dal Conte
d'Onnatte, il nostro _Andrea_ proccurò, che ritrovandosi in quelli
occupar la Cattedra delle _Istituzioni D. Giambatista Cacace_[45], il
quale per essere stato discepolo di Giannandrea di Paolo, insegnava
quei primi elementi con maniera diversa dagli altri, con metodo
ed erudizione, e secondo il modo tenuto dagli autori eruditi; ed
insegnando parimente costui in questa Università la Rettorica con molto
profitto degli ascoltatori, per essere versato nella lingua latina, e
non meno in verso, che in prosa: proccurò l'_Andrea_ per l'opinione,
che a questi tempi s'avea acquistata, di accreditarlo maggiormente, e
predicar il suo valore, e mandovvi da lui ad apprender le Istituzioni
e la Rettorica _Gennaro_ suo fratello, dal cui esempio mossi gli
altri, fur poste in piedi due Cattedre ne' nostri Studj, quella delle
Istituzioni e della Rettorica, concorrendovi gran numero di scolari ad
apprenderle.
Parimente egli rimise in questa Università la cattedra di Matematica,
e quel che fu più, proccurò, che l'occupasse _Tommaso Cornelio_ famoso
Filosofo e Medico di que' tempi, il quale insegnandola secondo il
metodo tenuto da' migliori e più valenti Matematici, fece sì, che
unita la sua opera a quella di _M. Aurelio Severino_, ancor egli famoso
Filosofo e Medico di questi tempi, e Lettore primario de' nostri Studj
(delle cui opere il Nicodemo[46] tessè lunghi cataloghi), presso di noi
pian piano cominciasser i nostri giovani ad aver buon gusto delle buone
lettere, e della Filosofia, e della Medicina, e cominciassero a deporre
gli antichi pregiudicj delle Scuole.
Nè contento questo insigne Giureconsulto di tutto ciò, per l'amicizia
ch'e' si proccurò di que' pochi veri letterati, che fiorivano a'
suoi tempi, d'_Ottavio di Felice_, vecchio assai erudito, e che avea
consumata quasi tutta la sua vita nello studio della lingua greca e
della morale d'Aristotele: di _D. Camillo Colonna_, uomo eruditissimo,
di sublime intendimento, e gran Filosofo: del cotanto appresso noi
rinomato _Camillo Pellegrino_, e d'alcuni pochi altri: avea egli
assai più distese queste cognizioni, e proccurato, per mezzo della
sua eloquenza, diffonderle in altri; ed essendo a questi tempi, come
si è detto, opportunamente venuto in Napoli _Tommaso Cornelio_, a
cui Napoli deve tutto ciò, che ora si sa di più verisimile nella
Filosofia e nella Medicina, l'_Andrea_ fu il primo che abbracciasse
quella maniera da colui proposta di filosofare, ed il _Cornelio_ per
mezzo suo fece venire in Napoli l'opere di _Renato delle Carte_, di
cui sino a quel tempo n'era stato presso noi incognito il nome; tal
ch'essendosi restituita nel medesimo tempo l'_Accademia degli Oziosi_
sotto il Governo del Duca di San Giovanni, dov'esercitavansi gli
Accademici in recitarvi varie lezioni, egli fra l'altre ne recitò due,
che per la novità diede molto che dire, nell'una delle quali dimostrò
su quali deboli fondamenti s'appoggiasse la volgar Filosofia delle
Scuole, e nell'altra quanto dovesse per conseguenza esser preferita
la novella maniera di filosofare. E quantunque essendo poc'anni da
poi soppravvenuto il contagio, bisognasse tralasciare tutti questi
studj, nulladimanco quello poi cessato, e restituite le cose allo stato
primiero, si ripigliaron da lui con maggior fervore e con maggior
successo: poichè cresciuto assai più in opinione ed autorità, ebbe
molti, che lo seguirono, tanto che poi, col correr degli anni, si
videro presso noi introdotte e stabilite le buone lettere in tutte
le discipline, nella maniera, che sarà narrata ne' seguenti libri di
quest'Istoria.