CAPITOLO III.

_Morte del Re FILIPPO IV, suo testamento e leggi che ci lasciò._

Il Re Filippo IV nonostante la pace fatta ne' Pirenei con la Francia,

fu sempre involto in calamità, ed aggravato da malinconici pensieri e

da moleste apprensioni. Egli non potè dissimulare allora il discontento

di aver a fermare una pace cotanto svantaggiosa per la Spagna, e sopra

ogni altro il trafisse la considerazione, che per quel matrimonio

era stato costretto a consegnare a' suoi naturali nemici il più

caro pegno della sua casa, presagendo (quel che da poi a nostri dì

è convenuto vedere) i pericoli, ed i futuri danni; tanto che tutto

malinconico, e poco men che piangente, era solito esclamare, che la

Francia sopra il duolo della Spagna avrebbe dovuto festeggiare la di

lei miseria. Le infelici spedizioni di Portogallo lo tennero da poi

in continue agitazioni: poichè i Portoghesi negli estremi pericoli,

avendo date l'ultime pruove della loro fortezza, aveano più volte

battuti i Castigliani, ed avendo data per moglie al Re d'Inghilterra

la sorella del Re Alfonso, succeduto al Re Giovanni suo padre, con

ricchissima dote e con la Piazza di Tanger, si disponevano ad una più

forte ed ostinata difesa. Da così molesti e gravi pensieri afflitto,

nei principj di settembre dell'anno 1665 s'infermò, e dopo brevi giorni

d'acuta febbre a' 17 del medesimo mese chiuse gli occhi, lasciando di

se e della Regina Marianna d'Austria sua moglie il Principe Carlo, in

età infantile di quattro anni. Volle negli ultimi momenti vederlo,

a cui con voce fiacca augurò tempi prosperi e Regno del suo più

fortunato.

Nato Filippo agli 8 aprile del 1665 giovanetto ancora si vide erede,

per la morte del padre accaduta nell'ultimo giorno di marzo del 1621,

della più potente Monarchia d'Europa, ma posto nel lubrico dell'età

e del comando, dato in preda a' piaceri del senso, si lasciò rapire

l'autorità ed il governo dall'arte del Favorito. Vide egli per ciò,

per lo violento governo de' suoi Ministri, sollevate le Province,

ed i Regni in rivolta, oltre le gravi percosse, che rilevò dall'armi

nemiche; e quando, scosso da' colpi delle disgrazie, e da' sospiri de'

sudditi, allontanò l'odiato autor dei travagli, non si trovò con quel

vigor d'animo e quella sperienza, che richiedeva la mole degli affari:

onde ricadde subito sotto la tutela d'altro Ministro più cauto, ma non

men assoluto; ed appena dalla morte di costui ne fu sciolto, ch'egli

pure morì tra le afflizioni, nelle quali avea quasi sempre vivuto.

Tra le disavventure conservò egli nondimeno una costanza di animo

maravigliosa, amò la giustizia e sopra tutto nella pietà fu singolare.

Letto il suo testamento, si vide aver istituito erede Cario; al quale,

se mancasse senza prole, sostituiva Margarita seconda sua figliuola,

destinata per isposa all'Imperador Leopoldo, ed i figliuoli di lei; e

se premorisse questa, o riuscisse il suo matrimonio infecondo, chiamava

alla successione l'Imperadore. In ultimo luogo ammetteva il Duca di

Savoja, esclusa sempre la sua figliuola primogenita Regina di Francia,

se non in caso, che restando vedova e senza prole, ritornasse nei Regni

paterni, e con assenso degli Stati si maritasse con alcun Principe

della Casa.

Rimanendo il successore infante, e la Regina considerata come

straniera, giovane, e nel governo inesperta, lasciando a lei la tutela

e l'educazione di quello, e la Reggenza della Monarchia le stabilì

un Consiglio a parte, dagli Spagnuoli chiamato Giunta, composto

dell'Arcivescovo di Toledo, dell'Inquisitor Maggiore, del Presidente

di Castiglia, del Cancellier d'Aragona, del Conte di Pennaranda e del

Marchese d'Aytona. Erano i quattro primi nominati non a contemplazione

della qualità de' soggetti, ma delle cariche, e perciò, come si disse,

nell'istesso giorno che il Re morì, essendo spirato il Cardinale di

Sandoval, che reggeva la Chiesa di Toledo, la Regina la conferì al

Cardinal d'Aragona, e poichè costui si trovava Inquisitor Maggiore, gli

sostituì in questa carica il P. Everardo Nitardo, nato in Germania,

Gesuita, che regolava, non men a guisa di arbitro, la volontà della

Regina, che come Confessore la sua coscienza, il quale, dopo aver

governato per molti anni in questa Giunta, ottenne parimente la dignità

di Cardinale.

Pervenne l'avviso della morte del Re in Napoli ai 13 ottobre, con

lettere del Marchese della Fuente, Ambasciador Cattolico in Francia,

ma convenne al Cardinal d'Aragona Vicerè tenerla celata, fin che dalla

Corte di Spagna non giungessero i dispacci. Prima il Cardinale con

pubblica celebrità e cavalcata fece acclamar il novello Regnante, con

far coniare alcune monete, chiamate dal suo nome _Carlini_, ch'egli

andava spargendo per le pubbliche strade per dove cavalcando passava.

Dopo l'acclamazione, cominciossi ad udire il mesto suono delle campane,

e si vide la città piena di duolo e di lagrime, piangendo la morte

del defunto Re. La Corte del Vicerè, la Nobiltà, i Magistrati, gli

Ufficiali, i Curiali e Mercatanti, in fine, toltane la gente minuta,

non vi fu persona d'onesta condizione, che non vestisse a bruno. Ricevè

il Vicerè le visite di duolo da Titolati e Cavalieri, da' Magistrati,

dagli Ufficiali Militari, da' Ministri di stranieri Principi, da

Superiori delle Religioni, ed anche dal Cardinal Acquaviva, il quale

trovandosi in Napoli, passò col Vicerè il medesimo ufficio, e vestì

per tutto il tempo che vi dimorò, l'abito pavonazzo. Solo il nostro

Cardinal Arcivescovo non volle accompagnare il comune dolore, e

si guardò come dalla peste, d'andar giammai in palazzo, fingendo

indisposizioni e malattie. Egli non voleva contravvenire a certi suoi

cerimoniali, delli quali era cotanto zelante, che nè disordini, nè mali

più gravi, che da tali inurbanità e poco rispetto ne potessero seguire,

lo potevano ritrarre per un pelo a non esattamente eseguirli; diceva

non esser egli a ciò obbligato, nè convenire a lui, come Pastore, usare

con la sua Corte vestimenti lugubri.

Per non esporsi per ciò il Vicerè a nuove cerimoniali brighe, dopo

essersi per nove giorni celebrati i funerali nella Cappella del Regal

Palagio, ed in molte altre Chiese, si disposero le pubbliche esequie,

lasciato il Duomo, nella Regal Chiesa di S. Chiara, ove fu eretto un

magnifico Mausoleo, e per l'invenzione dell'opera fu data la cura al

Consigliere _D. Marcello_ Marciano, il quale altresì si prese il carico

degli Epitafi e delle Iscrizioni, siccome per le dipinture se ne diede

il pensiere al famoso Luca Giordano. Disposta la pompa ed i lugubri

apparati, furono celebrate l'esequie il giorno 18 di febbraio del nuovo

anno 1666 con gran solennità e magnificenza, e perchè ne rimanesse fra

noi sempre viva la memoria, il Consigliere _Marciano_ volle minutamente

descriverle in un suo particolar libro, ch'egli diede alla luce,

intitolato le _Pompe funebri dell'Universo_.

Il Re Filippo nel suo lungo regnare, cominciando da' 6 aprile del 1621,

insino a' 4 d'agosto del 1664, stabilì per nostro governo più di 50

leggi, le quali ei dirizzò a' suoi Vicerè, che per lui amministrarono

il Regno: diede egli per quelle a noi molti salutari provvedimenti,

li quali, per non tesserne qui un lungo e nojoso catalogo, possono

con facilità vedersi ne' volumi delle nostre Prammatiche, venendo

additate, secondo i tempi, ne' quali furono stabilite, nella tante

volte rammentata _Cronologia_ prefissa al primo tomo delle medesime.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9 · 第 34 / 64 题