Giacchè tutte le Muse che ispirarono i grandi poeti dell'umanità

furono donne essenzialmente diverse, di tempi, di paesi, di condizioni

così varie e così dissimili, che mai altre. Volti bianchi e volti

bruni, fronti dove risiedeva viva la gioventù e fronti già tocche

indelebilmente dagli anni, creature austere e fantasie capricciose,

anime il cui maggior pregio era la debolezza e volontà violente di

trionfatrici, tutte le forme plastiche e tutte le essenze spirituali

formano la schiera delle ispiratrici: eppure sotto la carezza delle

loro bianche mani, i cuori dei poeti si aprirono e nacque la poesia

alata e folgorante per i cieli dell'arte. Un solo grande vincolo le

accomunava, le accomuna ancora, tutte quante, ed è questo desiderio

di essere la fonte, donde l'ingegno del poeta trarrà ogni beltà

d'immagini e ogni preziosità di forma, di essere la fiamma che incende

le polveri onde alta e nobile, non devastatrice, si leva la gran

vampa che sorprende le menti degli uomini, questo vincolo le unisce,

questa missione grande, spesso dolorosa, spesso martirizzante. Ah

dolce e amara cosa essere una Musa! Dire: ecco, quest'uomo ha in sè

una forza, ma essa dorme, io la sveglierò; tutte le facoltà di questo

ingegno sono nobili, ma immerse nell'ignavia, io vincerò la loro

lunga inerzia: il lavoro che svincola lo spirito e gli dà le ali, è in

orrore a quest'uomo, e io lo indurrò ad amarlo: la via, la bella via è

innanzi agli occhi di costui, ma egli chiude gli occhi per non vederla,

indolente, fiacco, scoraggiato, io prenderò la sua mano e camminerò

con lui. Camminare con lui: la gran parola! Vuol dire mettere la sua

piccola mano nella mano talvolta gelida, talvolta perfida, talvolta

debole, talvolta paurosa di un uomo e sorreggerne tutte le debolezze,

riscaldarne il gelo, vincerne le perfidie e domarne tutti gli sgomenti:

questo con una piccola mano feminile carezzevole e sicura, salda e

leale. Vuol dire camminare anche avanti, perchè i triboli della strada

feriscano prima lei la ispiratrice, che li scarta, che li allontana e

non lacrima per le ferite: andare avanti, perchè il poeta non devii,

perchè egli continui direttamente il suo cammino verso la sua meta:

andare avanti, perchè il proprio core sia scudo ai colpi di tutti i

maghi e di tutte le streghe che giurano vendetta, sempre, sovra ogni

culla di poeta: questo è camminare con lui. Ma vuol dire anche stargli

vicino e piangere tutte le sue lagrime, se le lacrime sono necessarie;

e dargli tutti i sorrisi, anche col cuore straziato quando egli voglia

un sorriso; e sorreggerlo nelle ore di fiacchezza mortale: e medicare

amorosamente tutte le ferite che il mondo riserba specialmente ai

poeti; e cingere quell'amata persona delle proprie braccia per ridarle

il vigore e posare quel capo adorato sul proprio cuore, per ridargli

la pace. Camminare con lui, vuol dire anche dimenticare la propria

beltà e la propria giovinezza, obbliare di essere una donna con

una volontà propria, con un carattere proprio: annullare lentamente

la personalità propria: dimenticarsi di essere: sparire nell'ombra

del poeta. Camminare con lui, significa, spesso, per la Musa, per

l'inspiratrice non essere nè amata più, nè ammirata più: significa

avere avuto un'ora di amore e una vita di dolore: significa subire

l'abbandono più crudele, essere tradita sempre, quando si è sempre

fedele: vedere mille rivali trionfare e trionfare la gran rivale, sovra

tutto, che è la poesia: andare alla morte, significa, camminare con

lui! Ma, in cambio di questo assorbimento, di questo annichilimento, di

questa morte, rivivere più pura, più bella, più splendida nelle opere

del poeta: prendere un posto così luminoso che poche creature umane

possono diversamente: salire a una gloria che durerà nel tempo, quando

centinaia di primavere, già, abbiano sfrondato le loro rose sulla tomba

della Musa. Meraviglioso premio che va alle più fortunate inspiratrici:

premio stupendo a tutta una esistenza martirizzata! E neppure tutte

le raggiungono, questa corona di luce, questa bella palma data al

miglior sangue dal loro cuore versato: molte inspiratrici restano

sconosciute, giacchè l'ingrato poeta dimenticò colei che fu l'origine

della propria fortuna spirituale, o l'adombrò in modo che niuno potesse

riconoscerla. E allora queste ispiratrici si appagano, tacitamente, di

avere dato al poeta tutto quello che gli mancava, si consolano pensando

che il tale libro, il tale poema, non esisterebbe, se il loro amore

non avesse circondato l'amato capo di un'aureola di serenità, credono

di avere ottenuto il premio se colui che amarono fu grande, anche un

poco per esse. Se madame de Beaumont è morta per l'egoista, per il

disumano visconte di Chateaubriand, strappando a tutti le lagrime,

salvo che al suo poeta, i critici non sanno ancora dire chi fu che

inspirò all'olimpico Wolfango Goethe la Carlotta del suo _Werther_ e la

Margherita del suo _Faust_!

*

* *

Ma non tutti gli uomini possono essere poeti: Dio concesse questo dono

fatale a pochi eletti, a poche aquile capaci di fissare il sole, ma,

talvolta, destinate a morire fulminate. In cento altre forme, in cento

altre manifestazioni del pensiero e dell'azione, lo spirito dell'uomo

può volare nei cieli della grandezza. Da secoli l'umanità si dibatte

contro i problemi che la turbano e l'attraggono irresistibilmente:

e il piccolo gruppo di pensosi, a traverso il tempo, è cresciuto,

cresciuto: dove uno è morto, dieci sono nati: un combattente è caduto,

cento novelli guerrieri si sono avanzati. Legioni di smorti e pure

ardenti lavoratori passano le loro giornate, curvi dai travagli che dà

l'esercizio della scienza e dell'arte; schiere di ostinati ricercatori,

allora manipoli, adesso schiere, domandano allo studio paziente e

tenace, uno dei segreti dell'esistenza che una suprema ironia continua

a nasconder loro, beffardamente sogghignando; il mondo racchiude,

oramai, falangi di apostoli che rinunziando, con gli occhi serrati per

non cedere alle tentazioni, a ogni comune bene, gittano la loro vita,

perchè il destino dei loro fratelli sia meno grave, meno doloroso:

tanto che quest'audace e misera umanità, ieri ancora inconscia, ma

già inquieta, è oggi in un incessante spasimo di pensiero, in un

febbrile movimento che mai si possa. Colui che, nel silenzio della

notte, tenta fermare nel verso l'impeto di una passione, la luce

d'un'idea, colui che dove tutto è tenebra, innanzi a sè, vede sorgere

una immagine e tremante di gioia e di paura, vuol renderla in tutta

la sua vivezza, colui che vuol mettere, nel nobile crogiuolo della

forma lirica, tutto quello che freme in lui e che palpita intorno,

il poeta, infine combatte una battaglia solinga e disperata, simile

a quella di Giacobbe con l'Angelo: e la vittoria ha con sè così alte

lusinghe, che è poco dare per essa la forza, l'amore e la vita. Ma le

lotte di tante altre anime di artisti, di scienziati, di filosofi, di

mistici, d'inventori, ma le torture che sono inflitte a costoro dalle

cose nemiche e dagli uomini nemici, anche hanno il loro singulto che

schianta il petto, anche hanno il loro grido lungo e roco, che fa

impallidire chi lo ascolta. E spesso, tutta questa pugna è inutile e

le vigorie degli uomini si sciupano, si disperdono in vani tentativi:

spesso, colui che cerca, nulla trova: spesso, quando egli ha trovato,

si accorge che quanto chiedeva e ha ottenuto, è inane, spesso il premio

raggiunto, è destinato a onorare chi non l'ottenne: la vicenda delle

cose umane ha sanguinose ingiustizie, delusioni terribili, scherni che

fanno impazzire. Ah non solo il poeta può essere un eroe e può essere

un martire; non solo! Il mondo ha altri martiri e altri eroi: più

umili, più buoni, più oscuri; una folla di martiri e di eroi. Il poeta

ha, nella vita e nella morte, un'ora di apoteosi: questi altri eroi,

spesso, non l'hanno mai, e la polvere delle loro ossa tormentate, torna

alla terra, oscuramente!

Ebbene, ognuno di questi uomini di pensieri e di volontà ha avuto la

sua Musa, la sua ispiratrice; la tradizione sublime, la sublime eredità

di Beatrice è passata nelle vene di tante altre donne, quasi tutte

ignote: accanto a ogni anima che tentò strappare i veli crudeli che ci

celano ancora tanta parte dell'ideale, vi è, sempre, noi lo sappiamo,

sebbene nessuno ce lo abbia detto, vi è sempre un'altra anima, vi è un

sorriso, vi è un bacio, vi è la donna, la donna che ispira, anche se la

sua mente sia angusta, anche se il suo mondo spirituale sia meschino,

anche se ella sia fatta di semplice beltà, anche se ella non sia

bella, ma piaccia, anche se ella non piaccia, ma ami! Ride, perfida,

dalle tele la donna che Giorgio Barbarelli amò e odiò, insieme, ma

che gli dette, più largo e più umano, il senso dell'arte, onde il

nome di Giorgio ne tiene alto il suo posto, nella pleiade veneziana:

in una piccola via di Trastevere, una guida, un amico, vi mostra la

finestretta donde la Fornarina attendeva, nei vespri di Roma, il suo

Raffaello. Ella lo uccise, dicono: ma, veramente, ella rivelò al freddo

e purissimo cultore dell'arte classica, all'adoratore della bellezza,

greca, una beltà viva e parlante, una suffusione di grazia e di sorriso

che solo l'amore potea ispirare: e se egli è vero che morì per lei,

egli morì bene e la morte fa sapiente, colpendolo quando già il suo

genio aveva dato tutti i suoi frutti, quando egli aveva detto la sua

più grande parola. La vanità maschile dichiara pomposamente che il

grande Leonardo non amò nessuna donna: ma nel Louvre di Parigi sorride

misticamente e sensualmente la sua Gioconda, sorride con tanta finezza

tanta malizia tanta seduzione e tanta perversità, che si comprende come

questo ritratto di Monna Lisa, durasse, nientemeno, cinque anni e il

cav. Giocondo, suo marito, assai s'impazientisse di questa lunghezza.

Il beato Angelico ha vissuto una vita di purità e di fede, piegato

in adorazione davanti ai suoi ideali mistici: la storia, la critica

non trovano nell'esistenza di questo piissimo artista la traccia di

una sola donna. Eppure vi è! Ed è la Madonna, la ispiratrice di frate

Angelico, la Madonna, che dolcemente gli appariva, nelle sue notti

senza sonno, sulle colline fiorite di Fiesole, la città etrusca: è la

Madonna che appariva al suo fedele, circondata dagli angeli oranti e

cantanti le glorie del Signore e della Vergine! E se bene si guardasse

in tutte le esistenze dei grandi, se si potesse ficcare lo sguardo in

tutte le ore della loro vita, si troverebbe una figura feminile che

li accompagna nel viaggio, che, forse senza neppure intenderlo, è la

ragione segreta del lavoro e delle loro opere. Figure velate, è vero.

Chi le conosce? Chi ne ricorda i nomi? Nessuno. Sono lunghe teorie di

creature avvolte nei veli del mistero: sono processioni di anime di

cui nessuno seppe la storia. Amarono, furono amate, ecco tutto: e forse

non amarono abbastanza, non abbastanza furono amate, ma vissero nella

casa dove un uomo di genio, di pensiero, di azione, visse, ma furono

le compagne, le mogli, le amanti di un guerriero, di un conquistatore,

di un filosofo, di uno scienziato, di un'artista, ma furono, accanto

a lui, il simulacro della feminilità, il simbolo di Beatrice. E colui

che le sogna, colui che sa che esse esistettero, anche se niuno ne ha

fatto menzione, colui che induce la loro vita, colui che le indovina,

figure immobili e sorridenti, figure fedeli, forse e, forse, infedeli,

ma sempre piene di fascino, colui che intuisce la loro grazia e il

loro potere, le vede, come sono state, nelle mille espressioni di

mille vite diverse, negli amori e nelle passioni, negli affetti e nelle

adorazioni, nelle tenerezze e negli entusiasmi, le vede, angeli, donne,

femmine, talvolta, fatte per la felicità e fatte per la tortura ma esse

sole sorgenti di tortura e sorgenti di felicità: le vede, legate a un

uomo coi vincoli creati dall'amore, dal capriccio, dalla consuetudine,

forse anche dal disprezzo e dall'odio: le vede, le più alte, quelle che

intesero tutta la loro missione, vivere perchè egli raccolga tutte le

dolcezze e tutte le ebbrezze, costoro, le dirette nipoti di Beatrice:

le vede, le altre, quelle che non seppero comprendere, ma, almeno, si

lasciarono amare, ma, almeno, misero tutta la loro bellezza in omaggio

di un'arte o di una scienza. Che importa, se neppure il loro nome è

giunto sino a noi? Che fa, un nome? Che dice una storia? Esse hanno

esistito: la pruova della loro vita è nelle opere degli artisti e dei

pensatori, degli scienziati e dei mistici. Esse hanno vissuto, giacchè

l'umanità ha avuto le sue alte cime, giacchè l'uomo è stato grande.

Pallide donne, rosee fanciulle, volti consunti dagli anni e dai dolori,

fronti candide che non furono mai solcate da tristezze, cuori macerati

nelle lacrime, bocche che seppero solamente baciare, esse furono:

popolane amanti e costanti, grandi dame purissime e altiere, borghesi

gentili e semplici, donne d'amore appassionate e crudeli, monache

smorte sotto il biancore delle cuffie; innamorate, amanti, spose,

mogli; tenere, dure, amorose, folli, spietate, adoratrici, adorate,

viventi tutta una vita accanto a lui, o passandovi solo un giorno:

apparendogli nel nimbo di una poesia quasi sovrumana e sparendo subito,

per sempre, o servendolo umilmente, nella schiavitù desiderata e voluta

dell'amore.

Talvolta, una linea di una statua, il colore di un quadro, una pagina

di prosa, un verso parla di loro: talvolta, nulla. Ma in tutta la loro

espressione e in tutta la loro suggestione di beltà o di grandezza,

parlano i poemi e i quadri, parlano le statue e i libri, parlano le

grandi scoperte e le grandi invenzioni, parlano le guerre vinte e

i paesi conquistati, narrando la istoria grande della ispirazione

feminile. Gli uomini dicono che una donna è incapace di fare un

capolavoro. Forse: non lo so. So che vi è una donna, in ogni capolavoro

di un uomo.

*

* *

Ma non tutte le donne possono essere innamorate, amanti, spose, mogli.

Avete osservato quanto e troppo si parli dell'amore, in questo nostro

tempo, e come questo elemento unico, egoisticamente attragga tutti

gli sforzi degli artisti e tutte le ricerche degli psicologi? Avete

notato come la passione che pure considera e riassume tutti gli ardori

di tutti gli effetti, sia monocorde, nel mondo moderno, sia la sola

passione d'amore quella che ci occupi e ci preoccupi, tutti quanti,

attori e spettatori, soggetti di cronaca e cronisti? Avete considerato

che il mondo moderno non si degna studiare la donna che nei soli

rapporti del sesso, nella sola manifestazione amorosa, trascurando

tutto il resto? Ama, non ama, non può amare, non vuole amare, non

deve amare, non sa amare, non può vivere senza amare, muore di amore,

muore per amore; ecco le sole questioni che opprimono gli studiosi

e gli artisti. Ma dunque, non sa e non deve fare altro la donna, e

veramente non sa e non fa altro, questa nostra donna? Null'altro? Ma

dunque ella non esiste più, in tutti gli altri suoi affetti, ella non

è più una figlia amorosa, ella non è più una sorella amorosa, ella non

è più un'amica amorosa, ella non è più una cristiana pregante, ella

non è più una donna che pensa, che sente, che vive, oltre l'amore?

Possibile? Possibile? E giacchè nessuno psicologo, ahimè, nessun

artista, ha potuto negare la tremenda verità ed è che l'amore sia un

sentimento breve e fallace, un sentimento più degli altri soggetto a

tutte le miserie, ed a tutte le caducità umane giacchè le limitazioni,

le imperfezioni, le delusioni dell'amore non le può negare nessuno,

giacchè esso, sovra tutto, è breve, breve, breve, vuol dire che la

esistenza feminile conta solo, nel mondo sentimentale, per due anni,

per un anno, per sei mesi? E le donne che non riescono a essere

amate, le donne che non riescono ad amare? Non esistono costoro? È

possibile? E quando non si può più nè amare, nè essere amate di amore,

bisogna, dunque, veramente morire? Solo l'amante ha diritto di vivere,

solo l'amante, è oggetto di analisi nei romanzi e nei trattati di

psicologia? E la madre, signori, signore, la madre? La madre che è

madre, sempre, col suo cuore, da venti anni sino alla morte, la madre

il cui sentimento non teme il tempo, non teme il tradimento, non teme

l'abbandono, la madre che ama, che è amata, oltre la tomba? La madre,

il cui sentimento è rafforzato dall'istinto, più vero, più innegabile,

la madre che ama con le sue viscere e col suo cuore, la madre il cui

amore ha mille forme, mille furori, mille ardori, mille follie? O

psicologi, o artisti, o figli, o ingrati!

Ma se, nell'assorbimento ingiusto e monotono, indizio di debolezza e

d'impotenza dell'arte e della psicologia moderna, se in questa idea

fissa dell'amore, se in questa monomania in cui quelli che pensano

e che osservano restringono meschinissimamente la loro visione, è

dimenticata questa forma così svariata e così nobile, così umana e così

divina che è la madre, ella non perde, no, il suo fedele, costante,

immutabile posto d'ispiratrice, che tenne nel tempo, che nel tempo

terrà. Se l'amante prende un uomo e lo fa diventare un artista, la

madre riceve da Dio un bimbo e dà alla società un uomo: e i germi della

grandezza spirituale che l'amore fa fiorire, furono invero seminati,

dalle mani materne. O anni dell'infanzia, quando, ai mistici che

onorarono la filosofia religiosa e la fede, le prime preghiere furono

insegnate da una cara voce e le manine furono congiunte da due bianche

mani affettuose; o anni dell'infanzia quando, a coloro che furono

grandi nella poesia e nella prosa, i primi libri furono aperti dalle

stesse mani provvide e la testa materna si chinò accanto a quella del

fanciullo, per rendergli più agevole, meno pesante lo studio; o anni

dell'infanzia, quando i primi conati della mente trovarono i buoni,

dolci occhi materni sorridenti incoraggianti! O voci di Dio, o voci

dell'arte, o voci della scienza, non parlaste, voi, per mezzo della

_sua_ voce? Le sacre parole che accendono l'anima, le parole che dànno

i sogni e che dànno le visioni, le parole che schiudono gli orizzonti,

oltre i confini del mondo, non è, forse, lei che le ha pronunziate, per

la _prima_?

Prima ispiratrice! Quando appena appena gli occhi del fanciullo

si schiudono, intendendolo rudimentalmente, allo spettacolo del

mondo, è la madre che gli addita la semplice beltà delle cose: più

tardi, egli ne comprenderà il senso, più tardi, egli ne afferrerà

tutti i significati, ma la impressione primiera, quella che uno

sguardo sapiente e dolce gli indicò, rimarrà come sorgente eterna

di ammirazione. Quando appena appena il cuore del fanciullo comincia

a palpitare, amando qualcuno, è un cuore palpitante che si appoggia

sul suo, è una parola tenera che gli spiega le ragioni e gli scopi

dell'amore, è una guida amorosa che gli insegna perchè si deve amare

e come si deve amare. Quando l'aspetto dei cieli immensi e le vivide

stelle, e tutto l'organismo mirabile del creato e dell'uomo si

rivelano confusamente al bimbo, la madre, prima ispiratrice di fede

e di pietà, gli dice come Iddio volle questa grandezza a lui simile,

come lui sublime. Spesso, nella infanzia, coloro che furono, più

tardi, destinati a essere le fiaccole dell'umanità, non dànno segno

d'ingegno più vivace: spesso, il loro mondo interiore, già esistente,

non sa esprimersi. Ah che la madre vede quello che gli altri non

vedono. Ah che essa sa quello che gli altri non sanno; ella ha il

presentimento ed ella ha lo spirito profetico; e ciò che, più tardi,

meraviglierà il mondo, non la stupisce! A questi figliuoli che già

portano impressa sulla fronte il mistico suggello dell'idea, a questi

figli che furono segnati dallo spirito, a questi fanciulli fatali,

i cui occhi già cercano alla vita quello che essa non può dar loro

che più tardi, per forza, per violenza, le carezze materne vanno più

pietose, più soavi, già lenienti i primi segreti sussulti. Ah chi li

conosce, questi primi sussulti dei fanciulli che saranno artisti e

pensatori, chi li conosce e chi ne freme, di terrore e di orgoglio,

se non voi, madre! Queste prime ansie che conturbano l'adolescenza

e la rendono infinitamente triste, quando la coscienza dell'ingegno

soffoca di emozione il giovanetto, voi le raccogliete, o madre! Siete

voi che comprendete e cercate placare le subite e bizzarre ribellioni

di uno spirito che si sprigiona dalla mediocrità, le malinconie lunghe

e ingiustificate dei quindici anni, e la selvatichezza scontrosa e le

fughe da tutti i contatti volgari: voi che intendete il segreto delle

notti già trascorse alla lettura e allo studio, il segreto della mano

che disegna e che cancella, il moto della mano che cerca sui tasti,

qualche cosa che non giungo a precisare! Il primo aprirsi, sgomento

e inebbriato dell'animo del vostro fanciullo, quando batte sul cuore

l'arte e batte la scienza, quando il pensiero già martella nella testa,

è spiato da voi e voi ve ne spaventate e ve ne inebbriate, come vostro

figlio, e voi avete negli occhi la sua stessa luce di paura e di felice

meraviglia, voi madre sua, madre di questo ingegno che si è svegliato e

che vibra, madre di quest'anima che grandeggerà, domani!

Prima ispiratrice! Le opere di giovinezza così folte di cose e così

ingenue, così ricche di energie accumulate e così simpaticamente

inesperte, così audaci e così innocenti, queste opere di giovinezza,

ritengono tutta la ispirazione materna. Vi spira dentro una tenerezza

che, ahimè, sparirà successivamente, poichè la vita è amara ed è anche

amara l'arte: vi è un candore affascinante che non resisterà ai morsi

dell'esistenza, ma che forma la delizia delle opere di gioventù:

vi è una bontà, riflesso, eco, della bontà materna. Uno scrittore,

un'artista giovanile può essere violento, se il suo bel sangue ricco

ribolle, non sarà mai crudele; può essere aggressivo, non sarà mai

spietato; può essere appassionato, sarà sempre casto, poichè alle

sue spalle, avanti a lui, la mano materna, la voce materna, la parola

materna ancora guidano il suo intelletto. Purtroppo, purtroppo, tutto

ciò è destinato a dileguarsi, a perire: i roventi ed essicanti aliti

del mondo distruggono questa rugiada, distruggono questo balsamo. Ma

esso fu: ma nel cuore del più perverso artista, ma nell'anima del più

gelido pensatore, ancora, talvolta, tutto si penetra di dolcezza, tutto

si colorisce di bontà e il nome materno, mai sarà da essi nominato

senza il miracolo gentile.

Ispiratrice prima, o madre, ma per voi non si scrive la _Commedia_,

non si scrive il _Canzoniere_, nè si dipinge la _Trasfigurazione_, nè

si compone la _Nona sinfonia_: i figli non vi immortalano. Voi li fate

belli e sani, voi date loro il talento e la cultura, voi insegnate loro

la preghiera e il lavoro, voi asciugate le loro lagrime e carezzate i

loro volti, ma un'altra donna viene e ve li porta via, un'altra donna

che essi canteranno, che sarà la loro Musa e il loro altare, il loro

amore e il loro rogo. Ogni tanto, il figlio, l'artista ritornerà,

stanco, disfatto, alle braccia materne: ma per fuggirne: e voi, forse,

morirete sconsolata. Non l'amore solo ve li ruba: ma è l'idea, è la

loro idea, questa terribile, lusinghiera abitatrice dello spirito. La

gelida morte vi porta nelle sue braccia, lontano da lui. Sconsolata,

lontana! Il mondo delle anime, oltre la tomba, è fatto per voi,

madre: ancora i grandi, buoni, occhi materni guardano il poeta e lo

benedicono.

CARLO GOZZI E LA FIABA

(1720-1806)

I.

Il nobile e appassionato eroe, la dolce e amorosa eroina teneramente

conversano d'amore, Truffaldino e Brighella scambiano i soliti lazzi

sul loro famoso appetito e sulla loro famosa poltronaggine, quando

un tremuoto scuote la scena, tuona, lampeggia e innanzi agli occhi

stupefatti della coppia sentimentale, innanzi alle due maschere

popolari appare un negromante, o una fata, o un genio, o una statua che

con tono fatidico pronuncia una sentenza crudele contro la felicità

degli innamorati, sacrandoli a un imminente avvenire di lacrime e

di disperazione. La radice di questa sentenza è in qualche antico

delitto commesso dal padre o dal fratello dell'eroe e che costui

deve amaramente scontare; è in qualche misteriosa secolare pena che

uno spirito superiore va espiando e per la cui fine è necessario il

sacrificio e, talvolta, la morte dell'eroina; è in una contingenza

bizzarra di fati avversi per cui, quasi senza ragione, i due fedeli

debbono vedere ferocemente contrastato e forse ucciso il loro amore.

Le anime dell'eroe e della eroina cercano ribellarsi subito al dolore,

alla divisione, alla miseria: ma è una ribellione debole e breve:

l'uomo, la donna, chinano il capo e si apprestano alla gran pruova,

anzi alle grandi pruove, giacchè il destino, per bocca di una di queste

statue, di queste maghe, di questi genii, chiede loro cose complicate,

lunghe, terribili, che confinano con l'impossibile, che, spesso,

sono impossibili. Chinano il capo: e le maschere, loro servi, loro

confidenti, loro ministri, si abbandonano alle più meste facezie, alle

burlette più funebri, seguendo anche essi la sorte atroce dell'eroe e

dell'eroina.

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