Oh potenza evocatrice del sogno, in chi sa sognare! Basta ap

[Illustrazione: Matilde Serao]

“_Semprevivi_„

BIBLIOTECA POPOLARE CONTEMPORANEA

MATILDE SERAO

SOGNANDO

CATANIA

CAV. NICCOLÒ GIANNOTTA, Editore

Libraio della Real Casa

_Via Lincoln — Via Manzoni — Via Sisto_

(Stabili propri)

—

1906

PROPRIETÀ LETTERARIA

_ai sensi del testo unico delle Leggi 25 giugno 1865,

10 agosto 1875 e 18 maggio 1882,

approvato con R. Decreto e Regolamento 19 settembre 1882_

Reale Tipografia dell'Edit. Cav. N. GIANNOTTA

Premiato Stabilimento a vapore con macchine celeri tedesche

CATANIA - Via Sisto 58-60-62-62 bis - (Stabile proprio) - CATANIA

SOGNANDO

I.

Io mi rammento di un assai vecchio e assai malinconico libro di Carlo

Dickens, intitolato _I tempi difficili_. Emana dalle pagine di questo

romanzo dimenticato una di quelle acute e irrimediabili tristezze a cui

neppure la indulgente e assolvente filosofia dell'autore osa trovare,

infine, consolazione: onde colui che legge, piega il capo sull'ultimo

foglio e sente salire, dal fondo della sua anima, tutto quanto v'è di

segretamente doloroso. Questo romanzo narra, principalmente, la storia

di un padre che ha due figliuoli, un maschio e una femmina, che egli

ama molto, ma a cui, per un suo assoluto criterio matematico, egli

impartisce una educazione, diretta solo a sviluppare le loro qualità

positive, mentre tutte le facoltà fantastiche e poetiche sono, da

questo padre, distrutte nello spirito dei suoi figliuoli. Egli è il

nemico dell'immaginazione: la ritiene come una facoltà sconveniente e

quasi simile alla follia. Dice, questo Tommaso Gradgrind, tali parole

nella prima pagina dei _Tempi difficili_: — «Ciò che io voglio, sono

dei fatti. Insegnate dei fatti ai giovanetti e alle giovanette, non

altro che dei fatti. I fatti sono la sola cosa di cui vi sia bisogno

quaggiù. Non piantate altra cosa e sradicate tutto il resto. Non è

che coi fatti che si forma lo spirito di un animale che ragiona: il

resto non gli servirà mai a nulla». E, così, i suoi due figliuoli

riescono, per un certo tempo, due perfetti animali ragionanti:

l'aridità più profonda e più larga regna in quelle due nature, poichè

tutte le piante e i fiori e le frutta ne furono sradicati e inceneriti.

Tommaso Gradgrind è orgoglioso dell'opera sua. Sua figlia Luisa e suo

figlio Tom, a guardarli nell'apparenza, sono due macchine bene oliate

che girano e gireranno così, fino all'ora della morte. Ma, ad un

tratto, l'ingranaggio si ferma; e innanzi agli occhi del padre, prima

stupefatto e poi straziato, si leva la figura desolata e convulsa di

sua figlia, che ha accettato di sposare un uomo ricco o tronfio, non

amato da lei, e che s'innamora di un altro: si eleva la figura del

suo figliuolo diventato un ipocrita e un vizioso, il quale semina

intorno a sè la vergogna e la sventura. E queste due creature delle

sue viscere, agitantisi fra il dolore, il disonore e la morte, gridano

la maledizione su colui che tolse ai loro cuori tutti i sentimenti

di bontà, di tenerezza, di pietà, di poesia, di entusiasmo, con cui

si lotta, vincendo e perdendo, nella vita. Essi imprecano contro una

educazione che disseccò in essi tutte le fluide sorgenti sentimentali

e che li lasciò in balìa di ogni tranello e di ogni seduzione, senza

guida morale, senza sostegno della coscienza. Quando Tommaso Gradgrind

s'accorge d'aver compiuto un'opera iniqua e scellerata, uccidendo nei

suoi figli la forza che li avrebbe aiutati a vivere, è troppo tardi:

invano il padre che fu così duro con sè stesso, coi suoi e con quanti

lo circondano, s'intenerisce, si pente, perde la testa: il male è

irreparabile. I suoi due figliuoli non troveranno mai più il sentiero

che conduce alla quiete e all'affetto: Luisa sarà votata a un'eterna

vedovanza, senz'amore, senza figli, senza dolcezze: Tom partirà per

viaggi lontani, a redimersi dei suoi gravi falli, e morirà lungi dalla

casa paterna, in un ospedale straniero. E intanto, intorno a questa

intima e duplice tragedia, altra gente, molto più umile, molto più

semplice, procede nella esistenza, soffrendo, è vero, versando tutte

le sue lacrime, ma ritrovando, sempre, il sorriso della serenità, il

riflesso di una speranza intima, la energia silenziosa per camminare

fra i triboli, con gli occhi fissi in un orizzonte dell'anima che nulla

velerà giammai.

E non siamo noi, di buona voglia e contro voglia, un poco Tommaso

Gradgrind, tutti quanti? Purtroppo, nulla c'inspira più diffidenza che

la immaginazione. Se un nostro amico mostra della esaltazione, giusta

o ingiusta che sia, per qualunque cosa, noi lo guardiamo con occhio

sospettoso e nell'affetto che gli portiamo, non manca un certo sgomento

e una certa pietà. Se una nostra amica ha delle qualità di entusiasmo,

se ella si trasporta facilmente e arde di zelo, magari per cosa impari

al suo ardore, noi cerchiamo ricondurla, ahimè, alla verità quotidiana,

le tarpiamo le ali con qualche discorsetto freddo, e ripetiamo anche

noi, purtroppo, la regola del _due e due fanno quattro_, secondo la

quale, pare, tutti dovremmo vivere. Il figlio nostro che più c'inspira

tenerezza e più ci dà preoccupazioni, è quello che mostra troppa

fantasia nei suoi primi componimenti scolastici, nelle sue prime

lettere: noi ci affanniamo pel suo avvenire, quasi egli portasse in sè

un pericolo permanente e minaccioso. La figliuola che più ci tormenta

col suo carattere, è quella che ha delle idee poetiche per la testa,

e i suoi genitori cercano di far presto a maritarla, per affidare in

altre mani la cura di questo singolar morbo che è l'immaginazione. Le

frasi che più si sentono ripetere in questo tempo, quali sono? Chi

dice: — _Siamo serii._ — Chi dice: — _Siamo pratici._ — Chi dice: —

_Ragioniamo._ — Anzi, tutti dicono, anche i pazzi: — _Ragioniamo._ —

Giammai la ragione, la ragione pura, semplice e fredda, trovò tanti

adoratori, tanti devoti, tanti ammiratori. Uno dei più grandi elogi che

si possa fare, ora, a un uomo, è di dichiararlo, ahimè, pieno di senso

comune; e il maggiore elogio che si faccia, ora, a una donna, è di

proclamare il suo buon senso. Noi non tentiamo combattere direttamente,

come il fatale protagonista del romanzo inglese, la immaginazione: noi

non oseremmo mai distruggere completamente in un amico, in un figlio,

in un'anima che ci sia cara, le facoltà candide spontanee vibranti

della fantasia, onde tanta poesia si riversa sull'esistenza; ma noi

tremiamo per essi, noi vorremmo che un miracolo, non fatto da noi,

impietrasse il loro cuore troppo tenero, spegnesse i colori della loro

fantasia e li lasciasse nella vita gelidi, forti, ferrei, senza gioie e

senza dolori. Oh quanto la temiamo, noi, la vita, per noi e per quelli

che amiamo!

II.

No, giammai la vita inspirò in noi tante inquietitudini, tanti

sospetti, tanti timori: giammai noi fummo tanto oppressi dal peso

dell'esistenza, e giammai lo trovammo così affannoso, così duro, così

minacciante. La funzione del vivere, pensando, sentendo, agendo, ci

sembra un continuo problema da risolvere, e l'aver compiuto altre

ventiquattr'ore del nostro viaggio, ogni sera, ci dà quasi un senso di

sollievo, mentre l'aprir gli occhi alla luce, ogni mattina, ci dà un

senso di smarrimento, come se ci misurassimo impotenti a trascorrere

la nuova giornata. Ogni passo che noi facciamo, ci sembra arrischiato:

ogni fermata ci sembra mortale. Ogni nostro movimento è da noi troppo

discusso, troppo vagliato, e noi andiamo egualmente dalla inerzia al

pentimento, dall'azione al pentimento. Quanto migliaja di generazioni

d'uomini trovarono facile e piano, a traverso il tempo, lo spazio, a

traverso tutte le più varie condizioni, appare a noi irto di ostacoli,

talvolta insormontabili: le più semplici azioni che esseri fatti

di sangue e di nervi come noi compirono spensieratamente, sempre,

per secoli e secoli, sembrano a noi talmente difficili da lasciarci

scoraggiati. La scelta di una carriera, l'abbandono del cuore a un

amore, un grande viaggio, una novella intrapresa, un matrimonio, un

subitaneo cangiamento di cose, d'idee, di consuetudini, c'immergono

nelle più amare dubbiezze, ci tolgono ogni equilibrio, spesso ci

riducono alla ignavia morale, facendoci rinunziare a risolvere

i problemi più incalzanti dell'esistenza. Chi è più spensierato,

oramai? Mentre tutte le invenzioni della scienza, tutte le leggi della

politica, tutte le manifestazioni dell'arte sono dirette ad appianare

le difficoltà dell'esistenza, ogni giorno di più quest'esistenza pare

un orribile nodo gordiano che è impossibile di sciogliere e che niuno

è tanto audace da tagliare. Noi non vediamo innanzi a noi che erte

montagne da ascendere, mentre deboli sono i nostri polmoni e fiacche

sono le nostre gambe: non vediamo che deserte pianure da valicare,

sotto il sole cocente, pianure senz'acqua e senza oasi, mentre già le

nostre fauci son disseccate: noi non vediamo che un mare in tempesta

da traversare, mentre già pende in brandelli la vela della nostra

nave senza timone. Ma che ci è accaduto, dunque? Com'è che abbiamo

dimenticato la scienza della vita? Come va che l'arte del vivere non

è più nota? Chi ci ha tolto questa scienza e quest'arte? Chi diminuì

e sperperò le nostre forze? Chi ha spezzato in noi la molla della

nostra energia? Quale mano ha strappato a noi il velo che ci nascondeva

la verità e ci ha resi timidi, trepidanti, quasi vili? Chi, chi ha

ingrandito, innanzi a noi, la possanza della vita e ha ammiserito la

nostra possanza?

È la fredda ragione che tanto fece. È la voce della ragione quella

che vi parla, troppo spesso e forse unicamente, all'orecchio, e che vi

dice, gelidamente, quanto voi siate impari all'avversario, nella lunga

milizia che è l'esistenza. La fredda ragione v'invita a guardare in

voi stessi, a misurarvi, a pesarvi, a calcolarvi; e voi sentite tutta

la penuria del vostro vigore, le inevitabili eredità di debolezza che

sono nella specie, le miserie del sangue e delle fibre, le limitazioni

implacabili che mette la natura e che mette Iddio, le cadute fatali

della volontà innanzi agli istinti che non si domano, le strettoie dove

l'uomo si agita, e che la ragione, la fredda ragione, vi descrive, come

la catena del galeotto che si porta sino alla morte. Parla al vostro

orecchio la fredda ragione e vi mostra lo spettacolo della vita senza

velo, senza aureola, nella sua nuda verità; e voi vedete che siano le

vane promesse della gioventù, i fallaci giuramenti della passione,

le lusinghe ingannatrici dei trionfi umani, le brevi ed egoistiche

gioje dell'età virile, i tornanti amari ricordi della maturità e le

tristissime decadenze della vecchiaja. Ah essa parla, parla tanto,

parla troppo, la ragione, e vi mostra, sì, la via della virtù, ma ve

ne dichiara anche tutte le spine pungenti, tutte le asprezze dolorose,

tutte le privazioni inenarrabili, e, questa via lunga, ve la fa vedere

senza poesia, senz'attrazione, senza fascino, attossicante alla bocca

e al cuore come l'assenzio, senza altre consolazioni, senza estremi

compensi. Sì, è vero, la ragione vi assegna, rigorosamente, quello

che è il vostro dovere: ma questo dovere ve lo infligge in tutta la

sua austerità, in tutta la sua crudeltà, in tutta la sua amarezza; ma

quello che v'impone di fare, la ragione, cioè il vostro dovere, essa ve

lo mostra così brutto, così disadorno, così disgustoso, che l'uomo si

copre il volto con le mani, per non vedere: e la mortale fiacchezza lo

colpisce e lo atterra. Tutto il congegno sociale, così bizzarro, così

stravagante, così imperfetto, ma che non si potrebbe mutare, forse, che

in peggio, la ragione ve lo smonta, innanzi, nelle sue ruote, e voi ne

osservate tutti i traviamenti fatali, tutte le ingiustizie necessarie,

tutte le infamie inevitabili e voi provate l'orrore mortale dell'uomo

dinanzi ad una macchina mostruosa che lo deve schiacciare. Questo fa,

la ragione. È il suo còmpito. Essa deve dirvi la verità; e non importa

che questa verità sia il vostro dolore e la vostra morte.

III.

In un limpido raggio di luna che penetra nella foresta, sotto i grandi

alberi dove si è addormentato il canto degli uccelli, mentre mille

insetti notturni frusciano dolcemente, sovra un prato di erbe e di

fiori, dorme Titania la bionda, regina delle fate. Bianca, tenue, quasi

vaporosa, nella sua veste che pare di argento, velati i begli occhi

azzurri da le sottili palpebre, Titania la bionda giace, sui fiori,

tutta molle del chiaror lunare che pare tessa una trama scintillante

intorno al candido viso e alla leggiadra persona. La foresta manda

sospiri e profumi; poco lontano è Atene. Oberon, marito di Titania,

marito tenero e dispettoso, malcontento che Titania si sia rifiutata a

un suo lieve capriccio, decide di infliggerle una singolare punizione.

Egli distilla sugli occhi di Titania dormiente un succo possente,

un magico filtro: per esso, risvegliandosi, Titania amerà follemente

il primo essere che incontreranno i suoi occhi, quale che sia questo

essere, bello o brutto, elegante o triviale, intelligente o stupido:

per questo filtro mirabile, la prima persona che apparirà a Titania

la bionda, le sembrerà dotata di una bellezza sovrumana, e ogni suo

atto, il più volgare, ogni sua parola, la più semplice, saranno per

Titania una musica soave, un gesto incantevole. Titania la bionda si

risveglia, come trasognata: e innanzi ai suoi occhi appare Bottom, un

tessitore, un grosso bestione, che si è smarrito nella foresta, dove,

coi compagni, artieri ateniesi, veniva a concertare una commedia, visto

che questa povera gente, oltre a tirar la spola, a menar la pialla

e a battere il ferro sull'incudine, si industriava anche a recitare,

per guadagnar qualche soldo, sopra un teatrino di tavole. Bottom, fra

costoro, è il più goffo: brutto, stupido, con grosse orecchie asinine,

egli resta anche più imbecillito di fronte a Titania la bionda, la

esile e lieve regina delle fate, innamorata di lui. La malìa di Oberon

agisce, e la creatura che danza la notte sui prati, fra il coro delle

sue ninfe, la creatura che beve la rugiada nel calice di un fiore,

abbraccia il grosso bestione, rivolgendogli le più appassionate

parole, e gli carezza le orecchie asinine amorosamente. Bottom è

stato trasformato dal filtro miracoloso: tutto quello che gli manca,

il filtro glielo dà: la sua goffaggine, il suo cretinismo, la sua

bruttezza, colorite dagli occhi di Titania in cui il filtro agisce,

prendono la parvenza della grazia, della bellezza, della seduzione;

e tutta la foresta con i suoi fiori, i suoi profumi, le sue musiche

arcane, s'inchina a colui che divenne il signore della sua regina: e

le ninfe e i folletti e Titania istessa, trasvolante nel bosco come

un'ombra leggiera, s'inchinano a colui che l'incanto fece bello come un

dio!

Volle il divino Guglielmo Shakespeare, nel suo _Sogno d'una notte

d'estate_, in questo magico succo che veste dei colori più maliosi

una persona plebea e deforme, adombrare un simbolo amoroso ed umano?

Chi sa! Egli volle tutto, io credo: e tutto espresse, tutto raffigurò,

tutto personificò e, ancora per centinaia di anni, migliaia di lettori

e migliaia di spettatori troveranno in lui cose nuove, cose grandi,

cose profonde, cose impensate e meravigliose. Abbia o non abbia

simboleggiato il sublime accecamento della donna innanzi all'oggetto

amato, noi coi nostri occhi mortali vediamo in Titania il cuore umano,

in Bottom la vita, e nel magico filtro che tutto trasforma, il potere

sconfinato dell'immaginazione. La vita è grossolana, è mediocre, è

laida; ma basta che gli occhi di chi la guarda sieno stati bagnati da

quel misterioso elisir che è la fantasia, perchè la vita muti tutto il

suo aspetto, perchè essa possa parer diversa da quello che è, un'altra

cosa, un'altra figura, un'altra immagine, qualche cosa che attrae, che

conquide, che avvince. La vita è rude, è gretta, è crudele; ma se colui

che la subisce ha in sè il segreto filtro che Oberon distillò a Titania

dormiente, tutto sarà singolarmente mutato in bene, e Bottom, ancora

una volta, farà delirare la creatura gentile. Questa possente forza

di trasformazione agisce in noi così mirabilmente che, si può dire,

la vita intorno sia quella che noi facciamo con la nostra fantasia

e non già quella che è nella sua essenza così grama, così bassa. La

fantasia, in noi, diventa un artista creatore, dotato d'un tal sublime

potere di creare, che da un vile fango trae la statua, la persona, il

monumento, la città, il mondo. Plasmatrice inarrivabile, la fantasia,

in noi e fuor di noi, non muta solo il volto delle persone che amiamo,

non cambia per noi solo l'aspetto esteriore degli uomini e delle cose,

ma ne trasforma lo spirito e l'anima, ma trasforma il corso degli

avvenimenti e vince il Destino!

Quale uomo potrebbe continuare a vivere, se la sua immaginazione non

rifacesse intorno a sè la vita? Quale donna consentirebbe a vivere,

se la sua immaginazione non le nascondesse le laidezze ond'è cosparsa

la esistenza e non le infondesse il coraggio di esistere? Sublime

potere della fantasia! Per essa, il povero lavoratore che passerà i

suoi anni fra la fatica e gli stenti, lasciando di travagliare solo

per morire, si creerà del suo lavoro e delle sue privazioni un dovere

colorito di tutte le lusinghe di un nobile sacrificio; per essa, il

povero impiegato che trascina la sua vita fra aride e mal compensate

umili funzioni, vedrà il suo lungo cammino trasformato dal sogno in

pace famigliare, coi figli benedicenti alla bontà segreta e costante

del padre; per essa, la povera donna mal maritata, sofferente sotto

un giogo che la ragione le mostrerebbe assurdo, ma che la fantasia

le trasforma in un poetico dovere di onestà e di fedeltà, potrà

compiere il suo triste viaggio senza errare, col cuore solitario, ma

racconsolato; per essa l'uomo, che sentì mancare in sè e attorno a sè

le forze e le occasioni che lo dovevano condurre a una meta agognata,

sentirà meno velenose, meno pesanti le delusioni di chi sbagliò la sua

strada; per essa la fanciulla che amò invano, che non fu amata, che

vede tolta a sè la miglior parte della vita muliebre, cioè l'amore,

cerca altri moti più altruistici e più caritatevoli, di espandere

l'ardore non corrisposto del suo cuore; per essa, pel prodigioso potere

della fantasia, tutte le esistenze misere, senza conforti materiali,

senza conforti morali, — sono innumerevoli, ahimè, queste esistenze, —

sopportano quietamente la loro desolazione e quasi ne traggono origine

di serenità e di felicità. Sui nostri chiusi occhi, nel sonno, Oberon

gitta la sua arcana malìa; e l'anima nostra, trasportata dall'azione

bizzarra del filtro, non si cura della congerie di tristezze

disseminate lungo il corso degli anni, e trova in sè la energia della

lotta e della vittoria. Senza fantasia, chi potrebbe amare la vita dove

è l'immondo contatto degli sciocchi e dei perversi, dove s'agitano

le passioni più odiose e più nauseanti, dove la mancanza di fede, il

tradimento, l'abbandono colpiscono le anime più degne, dove sono tutte

le caducità e tutti gli errori? Chi, senza fantasia, potrebbe subire

l'insulto dei potenti, l'indifferenza della folla, la ingratitudine

degli amici? Chi, senza fantasia, potrebbe veder morire in sè ogni

speranza e fuori di sè ogni desiderio? Chi, senza fantasia, potrebbe

patire, sacrificarsi, vivere di abnegazione e di abnegazione morire?

IV.

E felici, invidiabilmente felici, coloro in cui la fantasia assurge

alla costante forma del sogno. Temperamenti caldi e, talvolta,

delicatissimi: caratteri pieni di passione irrompente e, spesso

impacciati e taciturni: anime piene di poesia e, per lo più, inabili a

esprimere quello che è la loro ricchezza spirituale: fibre spesso molto

gracili, ma che appariscono sostenute da una fiamma interiore: parvenze

di uomini, di donne, spesso molto semplici, spesso molto austere,

spesso inascoltate in ogni loro grido di gioia e di dolore: cuori

dove prende origine, dall'amore, dalla malinconia, dalla tristezza,

dalle lagrime che non sgorgano, il sogno, il sogno che trasporta,

che trascina, che travolge: costoro, tutti costoro, per gli occhi

che leggono oltre le chiuse fronti, portano il suggello di un dono

speciale, prezioso, che fu loro concesso dal Signore. Non è necessario,

perchè questa nobilissima facoltà del sogno si esplichi, che la mente

sia dotata di grande intelligenza: non è necessario che il cuore sia

saturo di sentimenti eroici: non è necessario che il carattere possieda

qualità vigorose e combattive: no, perchè si possa vivere sognando e

sognando morire, non si deve essere nè un grand'uomo, nè una grande

donna, nè un artista trionfale, nè uno scienziato mondiale. No! La

madre che, nella casa solitaria, ogni sera culla il suo bambino, e

quando egli si addormenta, si curva, lo benedice e resta immota a

guardarlo, mentre l'ora passa ed egli non se ne accorge, è trasportata

da un sogno di amore e di orgoglio nel quale suo figlio le appare

già grande, florido, bello, dolce, sereno, amato, stimato, ammirato:

il villano che si ferma, un minuto, guardando il campo che egli ha

seminato con la buona semente, è trasportato dal sogno del futuro pane

che la Terra gli darà, fecondata dal suo lavoro: l'operaio che ribadì

i chiodi sulle tavole robuste della nave che andrà via, lontano, sui

mari, sente nella ingenua anima il sogno di questa forza che egli crea,

umilmente e oscuramente, e nel giorno del suo varo, convulsamente,

l'operaio piange, di gioja, di tenerezza, vedendola, come nel suo

sogno, partire! E cento e mille altri, nelle case borghesi, nei

tuguri, nei palazzi, sui monti e sulle pianure, nelle popolose città,

nei centri solinghi di provincia, nei piccoli borghi perduti nella

campagna, sognano ad occhi parti un sogno piccolo o grande, un sogno di

gloria o di benessere, un sogno di odio o di amore, un sogno di bontà,

un sogno di rassegnazione, un sogno di pietà. L'uomo che passa accanto

a voi nella via, e che trascorre, quasi senza vedervi, porta in sè un

sogno che vi è ignoto: la pallida donna che solleva la portiera pesante

di una chiesa e s'inginocchia innanzi alla immagine di Maria, porta

in sè un sogno di dolore, forse, e forse di pentimento: il gentiluomo

che s'inchina, cortese, squisito, innanzi a una donna, e pare galante

e spensierato, sogna, forse, un sogno di gelosia e di furore: la dama

che si covre di brillanti e appare fulgida nella festa dove trionfa il

piacere, nasconde forse nell'anima un sogno di pace, di solitudine,

di silenzio, inaccessibile: il banchiere gajo e vittorioso che vi

stringe la mano sorridendo e sparisce, sogna, forse, il distacco da

questo vecchio povero mondo europeo dove niuno fa più fortuna, dove

tutti impoveriscono: la fanciulla che tace e pensa, quando intorno a

lei si narrano i fasti dalle grandi nozze, sogna, forse e senza forse,

l'altare che la vedrà inginocchiata nella candida veste, mentre ella

quasi si curva sulla visione, per scorgere il viso del misterioso

sposo che non le è apparso ancora: la donna che legge, nelle pagine

di un romanzo, nelle cronache di un giornale, l'urto terribile o truce

della passione amorosa, abbandona il libro, il foglio sulle ginocchia,

e sogna quello che non le fu, che non le sarà mai concesso, vivere e

perire per un amore.

Oh potenza evocatrice del sogno, in chi sa sognare! Basta aprire un

cassetto già chiuso da anni e guardare l'indirizzo di una lettera,

per rivedere, sì, per rivedere come se fossero vivi, i cari occhi

materni che mai seppero guardarvi senza dolcezza: basta contemplare un

fascio di fiori campestri, per sognare il grande silenzio delle vaste

distese solinghe, sotto il cielo stellato, nelle notti di estate:

basta odorare un noto profumo per vedersi apparire innanzi un volto

sfiorato dal dolore, che già, da molti anni, sparve dal mondo, e le cui

treccie nere odoravano di quel profumo: basta udire il fischio di un

treno che passa, per creare il sogno di una fuga: fuga interminabile,

chi sa dove, chi sa quando, in un paese che non si è mai visto, che

esiste, forse, solo nel sogno: basta il verso nostalgico e disperato

di un poeta per creare un sogno di dolore e di disperazione. Potenza

creatrice del sogno! Forme, linee, espressioni mai scorte, che non

si scorgeranno mai: voci, parole, musiche che le nostre orecchie di

carne non udiranno mai: emozioni, voluttà, ebbrezze che le nostre fibre

terrene non saprebbero sopportare: alte felicità e alte sciagure, più

grandi di ogni avvenimento estremo: improvvise ricchezze, improvvisi

trionfi, improvvise glorie che non ci saranno mai date: tutta un'altra

vita e mille vite, insieme ardenti, vibranti, tumultuanti, conducenti

all'apogeo di ogni sensazione e di ogni sentimento. O fortunati coloro

in cui il sogno tanto opera! Il sogno distende fra i sognatori e la

vita come un velario, come una nuvola, e il fortunato essere si avanza

in questa specie di custodia immateriale, in quest'atmosfera spirituale

isolante; e fra i veli del suo sogno, fra la bianca nuvola che lo

avvolge, nella solitudine che lo assorbe, il fortunato può abbandonarsi

alla sua profonda e cara visione, può come Issione struggersi di amore,

di dolore, di folle ardore, senza che nulla di quanto esiste, nella

verità, lo strappi al suo sentimentale delirio!

Assai, assai più invidiabili coloro in cui, quale leva magnetica, il

sogno diventa operoso. Può, spesso, la società positiva non saper

risparmiare a questi sognatori il suo disprezzo; ma nella intimità

del suo spirito, la società positiva invidia loro questa forza capace

di sollevare le montagne; ma la vita e la morte di questi sognatori

operosi finisce per istrappare un lungo grido di rimpianto e di

ammirazione persino in coloro che li derisero. Che importa poi ai

sognatori operosi la derisione, il sogghigno, la beffarda incredulità?

Coloro cui fu data questa suprema risorsa dell'intelligenza e del

sentimento, coloro che portano in sè questo divino segreto, sono

coverti di uno scudo fatato, scintillante, simile a quello su cui si

spezzò la lancia di Telramondo senza giungere al petto di Lohengrin.

Ogni anno, centinaja di deboli donne, soggette a tutte le fralezze

del sesso, entrano negli ordini religiosi militanti, e partono per le

scuole, per gli ospedali, pei campi di battaglia, per le missioni nei

paesi più inospiti e più selvaggi: e prese dal loro sogno di fede e di

carità, esse combattono, decimate dalle malattie, dalle fatiche, dai

climi perversi, dagli uomini perversi, e dove dieci sono cadute, venti,

cento ne arrivano; e questa catena di nobilissime sognatrici giammai

s'infrange, continuamente si prolunga. Ogni anno centinaja di giovani,

di uomini maturi, di vecchi, entrano nei gabinetti della scienza e

si curvano a interrogare tutti i misteri della natura e della vita, e

impallidiscono sopra il microscopio, e perdono i loro occhi, la loro

salute, semplicemente per portare un piccolo contributo alla verità;

e spesso intiere esistenze si consumano, così, ignorate; e spesso i

loro sforzi nulla raggiungono; e spesso la lotta è così inane, così

acre, così tormentosa che essa li uccide, in pieno sogno di passione

scientifica. Ma dove tanti perirono, altri, altri portanti nella mente

questa visione fulgida, vengono ancora, lottatori accaniti, lottatori

indomati, sino a che, un giorno glorioso, il sogno di tutti loro sia

compiuto da un solo e la umanità possa dire di aver vinto, ancora

una volta, il morbo e la morte. Ogni anno, ogni anno, in cento anime

si svolge il sogno di viaggi in regioni non ancora percorse da piede

d'uomo civilizzato: il grande sogno nordico, fra le nevi eterne del

polo, fra le immortali bianchezze dove i giorni senza sole succedono

alle albe livide e muojono nelle candide notti spettrali; e il sogno

dell'Africa, sotto quella Croce del Sud che tanti occhi ansiosi

interrogarono nelle notti di marcia, e che parve loro la mistica stella

che condusse i Re nella peregrinazione verso Soria, questi due sogni

immensi e profondi, affascinanti e travolgenti, tolgono alle ricchezze,

agli agi, alla patria, alle famiglie, cuori ed anime di sognatori

sublimi. Invano essi languiscono di sonno, di fame, di malattia, fra

i ghiacci che fanno scricchiolare la nave prigioniera: invano dieci,

dodici muojono colà nel settentrionale estremo vedovo sito di silenzio

e di gelo. Altri vi saranno che andranno, vinti dal sogno, a immolarsi,

a cadere. Invano, la terra d'Africa si copre dei più nobili cadaveri

di soldati, di marinai, di scienziati, di scrittori, di principi, di

avventurosi: invano, ogni giorno, è la notizia di una nuova tragedia.

Altri ancora, dalla Francia, dalla Germania, dall'Inghilterra, vi

vanno, vi andranno ancora, poichè questo sublime sogno pare riceva

un alimento prodigioso e misterioso dal sacrifizio, dal sangue, dalla

morte. Infuria dappertutto la collera delle classi meno felici, meno

fortunate contro coloro che tengono nelle mani tutti i poteri della

Terra; ma dovunque sono donne di cuore, dovunque sono anime gentili

muliebri, piccole e grandi associazioni di carità si formano, e ogni

miseria morale, ogni infelicità fisica trova la mano che soccorre e

che carezza, il sorriso che consola e che assolve, il ricovero che

custodisce il sonno e l'innocenza, la protezione che sorveglia e che

redime. Immensi dolori agitano il mondo: ma il sogno di carità che

affratella le donne di ogni paese e di ogni condizione, ha tale soffio

ardente e vivificante, che esse sole, esse, le oscure e grandi anime

sognanti, portano nei cuore il segreto che risolve il dolore umano!

E il letto di morte dove posa la sua testa stanca l'uomo che visse

e andò verso la tomba per un sogno di fede, di bontà, di gloria,

di grandezza, è pieno di pace finale per l'agonizzante. La monaca

che muore uccisa dal tifo, il missionario che finisce, ferito

dalla zagaglia barbara, lo scienziato che è avvelenato dai farmachi

che maneggia, l'inventore che è stritolato dalla sua macchina, il

viaggiatore che cade di freddo sulla tolda della nave confitta nella

banchina di ghiaccio, l'esploratore che è ucciso dalle febbri o dalla

lancia di un selvaggio, la dama che muore di una malattia presa nelle

sue opere di carità, muojono in pieno sogno senza destarsi dalla loro

nobile visione, e dànno la loro vita senza rammarico, rassegnatamente,

serenamente, sentendo di aver vissuto per qualche cosa di grande,

sentendo di aver vissuto per qualche cosa di nobile!

V.

Se non a tutti è concesso arrivare a queste altitudini operose di

sogno, tutti possiamo, però, mettere, in noi e attorno a noi, la poesia

di un sogno. Nello stretto giro di una piccola casa, nel piccolo limite

di un'esistenza tranquilla e sconosciuta, nel breve ambiente di un

amore, di una devozione nascosta, di una missione celata dell'anima,

l'uomo, la donna possono creare un sogno che li aiuti a vivere, che li

aiuti a soffrire, che insegni loro a godere, che li conduca serenamente

all'estremo loro giorno. Facciamo un sogno della nostra vita, quale

che essa sia, luminosa o tetra, deserta o popolosa: facciamo un

sogno vivido e invincibile della nostra esistenza, e le sue vicende

aspre ci sembreranno facili e gradite e i suoi dolori sopportabili

e purificanti. Sogniamo di esser buoni, sino alla morte: sogniamo di

amare, sino alla morte. Sogniamo, sino alla morte, non di esser felici

noi, ma di render felici quelli che amiamo!

La donna ispiratrice

Fioriva luminoso e fragrante calen d'aprile in Firenze; quando io

ebbi, pur ora, la ventura di passare colà pochi giorni. Nelle limpide

e bionde ore mattutine, le vie erano piene di una folla lietamente

affaccendata, dolcemente ciarliera e le donne recavan fiori fra le

mani, e non so quale fluida gioia di vivere inondava del suo benessere

le persone e le cose. Sull'antico Ponte Vecchio, nelle bottegucce degli

orafi, le contadine di Fiesole e di Signa si fermavano a comperare

gli ori leggeri e scintillanti, ancora simili, nella forma, ai monili

del Trecento, gli ori che doveano adornare il bruno collo di felici

spose, e i rudi loro uomini, quasi balzati da un quadro di Masaccio,

contrattavano il largo anello nuziale: mentre con passo ritmico, via

andavano le fanciulle straniere, cariche di bei gigli fiorentini,

di ranuncoli bizzarri, di fini mughetti, andavano pallide e delicate

figure di creature esotiche, ignote a noi, figure sparenti in un sogno

di beltà e in un segreto desiderio di amore!

Anche, in quelle ore prime, nero e bianco si erge nel sole il Duomo,

purissimo di sentimento mistico, purissimo di pensiero d'arte: la

gente ondeggia intorno, col riso negli occhi, e Arnolfo di Lapo

contempla il cielo onde gli venne l'ardore e la forza del suo nobile

lavoro. Dentro, le penombre si allungano sotto le antichissime volte:

ed è con un senso di stanchezza dolce che le ginocchia si piegano,

nel tempio meraviglioso, ed è una lenta, lunga, cheta preghiera che

sgorga dall'anima silenziosamente inebbriata. Duplice, interiore, muta

ebbrezza, che viene dalla fede rinnovellata nelle più fresche e più

limpide sorgenti, che viene dalla beltà dell'arte: estasi taciturna

che sospinge lo spirito sovra vette sublimi. Ombre vagolano, assai,

pianamente, per la vastità: accanto ai vecchi pilastri su cui si

appoggiarono le spalle dei padri antichi fiorentini, ancora erano anime

cristiane: e con cauti passi i visitatori si aggirano, salutando,

ogni tanto l'altare, ove i sacerdoti cantano le liturgie della

giornata. Qui, sui gradini della Confessione, presso l'immenso messale

miniato schiuso sopra un alto leggìo di legno scolpito, due persone

s'inchinano, insieme, accanto. Vengono di lontano, costoro: hanno

lasciato il freddo e grigio loro paese, cercando il sole per benedire

il gentile e soave idillio del loro sponsalizio, cercando di soddisfare

la loro sete di vivere, non solo alla passione santificata innanzi

a Dio, ma alla venustà delle cose, alla indicibile leggiadria della

natura. La donna è uno stelo sottile, tutta piena di grazia pudica, una

bionda gracile e fragile, sotto la veletta bianca che soffonde anche

più il fine viso: l'uomo è più pensoso e più terreno.

E ancora, a traverso il tempo, il fascino si perpetua, in quelle

anime non italiche, in quei cuori che sentono così diversamente da

noi: essi pregano, è vero: ma, quasi inconsciamente, l'amore si fonde

nel pensiero religioso e le due mani degli sposi si uniscono, senza

che la gentile stretta tenerissima offenda la santità del tempio,

ove sorride benignamente Santa Maria del Fiore. E a chi guarda, senza

beffarda curiosità, a chi guarda con simpatia, la piccola innocente

scena d'amore, la visione antica riappare, la visione degli amori

di un tempio, quando il Poeta vide la sua donna nel tempio e la

guardò e l'amò, mentre ella pregava. O roride mattinate di Pasqua,

con le campane sonanti nell'aria chiara, con quei canti di donne

e di fanciulli, o vesperi di maggio tutti coloriti di roseo e di

zaffiro, voi vedeste il Poeta innamorato e voi vedeste Beatrice,

questa benedetta, questa donna della salute, questa gentilissima! I

nostri torbidi occhi moderni, afflitti e inariditi da tanti mediocri

spettacoli, i nostri poveri occhi così disgustati e così stanchi, non

possono evocarvi, Beatrice, Beatrice, in questa cara ora, nel Duomo,

che fugacemente: voi apparite e sparite e noi non possediamo la magica

parola che vi trattenga innanzi a noi!

Ma la magica parola si può ritrovare, nella notte, in Firenze. Se,

dovunque, la notte, è suggestiva dei più cari e dei più spasimanti

sogni, se, dappertutto, quando le ombre sono ascese dalla terra al

cielo, ognuno può rievocare il solo vero bene che possiede il nostro

cuore, cioè il passato e ognuno può domandare alle fantasie la parola

dell'avvenire, Firenze è il paese più pieno di gentili e seducenti

fantasmi. Nella notte, la folla è scomparsa dalle vie: le botteghe,

le porte sono sbarrate: sono chiuse e oscure le finestre, i balconi:

tutto è silenzio. Le favorevoli ombre avvolgono tutto ciò che è nuovo:

e quasi che un supremo artista prepari ai nostri occhi uno spettacolo

indimenticabile, solo le delicate e forti linee delle antiche case,

delle chiese, delle statue emergono e palpitano innanzi a noi. Allora,

voi vagabondate senza fine, per le strade deserte e tacite, colpito

ad ogni istante da una bellezza schietta che nulla più viola, che

nulla più deturpa: voi andate per le viuzze, dove gli alti palagi in

cui ancora rifulge la grandezza toscana, mettono le masse dei loro

travertini e le sbarre delle loro inferriate, lavorate come gioielli.

In queste notti, il fascino del fiume sovra tutto vi vince; va, l'Arno,

passando tutto d'argento sotto le colonne dei vecchissimi ponti: va

l'Arno che ha visto e che sa: i fanali dei Lungarni vi si riflettono

e vi tremolano: chinatevi bene, se la notte è limpida, voi vedrete,

in Arno, vibrare, riflessa, la luce delle più vivide stelle, la bianca

luce di Venere seguace della Luna, la rossa di Saturno. Quanto tempo si

resta così, guardando le acque che corrono via? Chi sa! L'ora passa,

inavvertita: e innanzi ai vostri allucinati occhi, in una divina

allucinazione, qualche cosa di bianco, appare, un candore fuggente.

Non è forse la fantasima di Ginevra, forse, nel suo funereo lenzuolo

che corre le vie di Firenze? Conoscete voi la istoria d'amore? Ginevra

degli Amieri amava ed era amata: ma là volontà crudele dei parenti non

volle maritarla al gentiluomo che essa amava e la forzò a nozze con un

uomo odioso. Ella sofferse due o tre anni, in questo matrimonio: poi,

per la pena d'amore che non le dava mai pace, ammalò gravemente e morì.

La misero, coperta di fiori, in una chiesa e tutti tornarono alle loro

case, lasciando solo quel cadavere, con un chierico che lo vegliava.

Ora, Ginevra non era morta, era semplicemente caduta in un torpore

mortale; nella notte, si svegliò, si levò dalla bara, si levò dai

fiori, vestita di bianco, innanzi al chierico esterrefatto: e sgomenta,

smarrita, andò girando come folle, per la città. La prima porta a cui

andò a bussare, Ginevra, fu quella di suo padre: costui aperse, la

prese per un fantasma, la esorcizzò con le parole sacre e la scacciò

via. Allora, essa, desolata, corse alla casa di suo marito: bussò: non

le aprirono: bussò ancora: nulla. Tese l'orecchio e le giunsero suoni

di risa e di canti. Suo marito cenava giocondamente con una sua amante,

dimentico nella notte istessa della morta. Pure quella porta fu schiusa

e il marito vide Ginevra: ma egli non disse neppure gli esorcismi,

egli la scacciò brutalmente, come una ladra, come una vagabonda e le

sbattette la porta sul viso. Povera Ginevra, nella notte, sola, avvolta

nelle vesti funebri, cacciata via da tutti, inutilmente risuscitata,

ella pensò se non era meglio ritornarsene sul letto funereo e aspettare

colà veramente la morte, giacchè niuno più volea saperne di lei.

Disperata, con un'idea estrema, ella andò a battere alla porta del suo

amore, di colui che ella aveva amato, riamata: era l'ultimo tentativo.

Costui venne ad aprire: vegliava, piangeva sulla sua Ginevra morta.

Rivedendola in quella ora, così vestita, come pazza, egli non le chiese

se fosse un fantasma o un essere vivente: egli non si spaventò, non si

arretrò, non si sorprese: semplicemente le tese le braccia e le disse:

_entra_.

Così, nella notte chiara, è dolcissima cosa sedersi sotto la loggia

dove l'immenso talento di Orcagna profuse i suoi tesori e guardare

il cielo come la bronzea Giuditta lo guarda, e fissare gli occhi

sulla piazza ove s'erge il palazzo della Signoria. L'aria è fresca,

il silenzio è profondo: il profilo leggiadro e forte che il grande

Donatello lasciò all'ammirazione delle genti, pare più puro e più

vivo. Allora, se da un fascio di fiori giacente, accanto a voi, sale

un profumo primaverile, se qualcuno vi ripete un verso del Poeta,

o semplicemente questo verso vi canta nell'anima, siete voi, voi

sola, Beatrice, voi che riapparite, più lenta nell'incesso, più molle

nell'andare, giovinetta vestita di vermiglio e dalla cinta gemmata,

donna che sapevate così passare e salutare, portando via il cuore del

vostro poeta. Oh queste apparizioni hanno bisogno della notte alta e

solitaria, del grande silenzio dove vegliano da secoli i palazzi e le

statue, hanno bisogno di anime umili ed esaltate insieme da tutte le

poesie, queste apparizioni sono concesse a chi crede ancora nelle cose

del cuore. Ah voi l'abitate ancora, Firenze, o Beatrice, eternamente

congiunta in paradiso al vostro Poeta: voi, bellezza, voi, amore, voi,

candore, voi, musa, voi, ispiratrice, siete sempre l'anima muliebre

dove si assorbe e si esplica la verginalità, la grazia, la mitezza

fiorentina: voi lasciate vagare la vostra ombra amorosa e familiare, in

queste vie ove egli vi adorò, perchè noi conoscessimo ancora, sempre,

la verità profonda e fulgida, la sola verità, che non vi è di poeta

senza amore e che nulla vi è di grande, nel mondo, senza la donna,

senza la ispiratrice.

*

* *

L'ispiratrice, la Musa! Nessun più invidiabile destino, per una donna:

nessuna vita meglio vissuta che compiendo piamente il dolce e alto

incarico, per cui il Signore presceglie le sue creature predilette.

E che significa, per una donna, essere una ispiratrice? Significa,

è vero, essere bella, ma di una bellezza che non porti seco il gelo

della vanità e la crudeltà dell'egoismo: significa essere giovane, ma

di una gioventù non deturpata dalla frivolezza e dalla superficialità;

significa esser buona, non della bontà ristretta e arida che si

contenta di non fare il male: significa esser virtuosa, ma non di una

virtù arcigna e angolosa: significa essere innamorata, ma innamorata

non nel senso esigente, pretensioso e tormentoso, come molte donne,

ahimè sono! La beltà di una Musa deve essere fatta della più completa

unione fra lo spirito e le linee, fra gli occhi e lo sguardo, fra la

bocca e il sorriso, fra la persona e il suo passo: tanto che agli

occhi estatici del poeta appaia una figura dove brilli la divina

armonia che fa vibrare tutte le corde della mente e del cuore. La

gioventù di questa felice donna, che ebbe una così gran parte nel

mondo dell'intelletto e del sentimento, deve avere la freschezza

rorida del fiore, il candore affascinante, la semplicità che prende

e che trascina, la serenità che placa tutte le tempeste: la sua bontà

deve essere sapiente, larga, profonda, efficace, fonte inesauribile di

ogni dolcezza e di ogni tenerezza, una bontà che tutto sa, che tutto

comprende, che tutto perdona, che nulla dimentica, ma che ricorda per

perdonare ancora: la sua virtù deve essere clemente e assolvitrice:

e il suo amore, questo amore che deve dare al poeta tutta la forza e

tutta la felicità, questo amore, deve essere un miracolo di altruismo,

un abbandono tenero e costante, una indulgenza mite e generosa, una

passione alta e pure misurata, un senso schietto e silenzioso di

abnegazione senza lacrime, di sacrificio senza rimprovero. Non così,

forse, eravate voi, Beatrice, cara soave creatura che così poco

rimaneste sulla terra, ma che vi restaste abbastanza per compire il

vostro fato, ma che deste, dagli occhi e dal sorriso e dal saluto la

viva fiamma che doveva perpetuare, nei secoli, il nome del vostro Poeta

e il Vostro! Così, così, voi, esile giovanetta di Toscana, amata sin da

quando eravate fanciulletta, amabile creatura fatta di preghiera e di

amore, tutta serena nella leggiadria e tutta chiusa nella verecondia,

creatura che amaste, come nel più bel romanzo di amore che abbia il

mondo, nella _Vita Nuova_, è narrato. Povero, tenue, e pure profondo

e vasto e ardente amore, raccontato con la parola più nobile e più

schietta, col verso più innamorato e più passionale, riferendone gli

episodii più semplici, più giovanili e più ingenui, tanto che ogni

uomo, il più rozzo, nella _Vita Nuova_ trova rispecchiato un suo amore,

un suo idillio: giacchè le esistenze più misere e più brutali hanno

avuto un idillio, nella vita! Voi eravate così, Beatrice e fra quante

donne amarono i poeti, in tutte le plaghe del mondo e in tutti i tempi,

fra quante dettero il loro cuore e la loro persona, il loro amore e

la loro vita; voi, prima, voi Musa delle Muse, voi, ispiratrice delle

ispiratrici, mistico fantasma aureolato, luminoso, precedente, lontano,

la lunga schiera delle martiri felici che vissero e perirono per amare

un poeta.

Certo, non tutte potettero rassomigliare alla sublime fanciulla

fiorentina, che presto la morte rapì al mondo e collocò nella gloria

del Signore, dove il suo poeta la rivedette, dove la raggiunse. Certo

un essere così giovanilmente perfetto, così datore di ogni bene,

così fatto per attraversare semplicemente la terra, per ritornare

al Cielo, mai più riapparve nel mondo. Ma ciò non importa. La donna

ispiratrice può non essere bella, ma avrà sempre la grazia che conquide

e che meglio conquide: può non essere giovane, ma trovare nell'amore

il filtro che le ridà l'ora bella e piena di giovinezza: può il suo

cuore essere stato maltrattato dalla vita, ma le donne sanno, dove

è il balsamo che tocca e che sana: può avere l'anima abbeverata di

amarezza, ma essere più forte dei veleni che prepara l'esistenza.

Che importa! La donna è quello che vuole. Nel campo dello spirito e

del sentimento, ella può invocare da Dio e volere fortemente tutti i

miracoli che vivificano, che trasformano, che risuscitano, che mutano

l'essenza dell'anima, che rifanno tutto un cuore. Ella può quel che

vuole, se vuole. Ricordatevi, ricordatevi, voi che avete vissuto, come

me, voi cui interessa lo spettacolo dello spirito, ricordatevi quante

volte, in nome di un'idea, per un sentimento, perfino per un interesse,

voi vedeste mutarsi completamente un cuore muliebre, e dove era la

perversità, ritornare la ingenuità più sapiente, più conscia, e dove

era la secchezza e il gelo, nascere ogni fiore di dolce colore, di

dolce fragranza: ricordatevi, voi cui il problema dello spirito umano

tormenta i buoni occhi osservatori, quante volte vi parve di veder

nascere un'anima, novellamente, un'altra anima, e ve ne meravigliaste

grandemente. Tutti i miracoli sono concessi a una donna, quando l'agiti

dentro lo stimolo irresistibile di un ideale: tutto esso può sperare,

felice taumaturga, in onore di un affetto, sia odio, sia amore. Io

credo che si può nascere Salomè e diventare Maria Maddalena, nascere

Dubarry e diventare Carlotta Corday, nascere Cleopatra e diventare

Beatrice!

Sognando · 第 1 / 4 段