CAPITOLO SESTO.[2]

Non è rimasa zazza di Bellondo;

A pelo a pelo mi passò gli orlicci:

Tombolando pur dianzi vidi 'l fondo.

=Zazza:= forse per =zazzera= secondo il Ridolfi; oppur =niente

affatto=, come nel Cap. I. Non v'è restato nemmeno un capello.

=Bellondo:= soprannome di persona che stesse sulla galanteria, e

facesse il bello. Rid. Alla penetrazion del Salvini sembra =quasi

bello-tondo=, cioè pane.

=A pelo a pelo:= giusto giusto, a misura a misura. =Orlicci:=

propriamente le croste del pane; qui per similitudine l'estremità

di qualunque cosa. Arrivò appena appena a farmi godere degli

ultimi residui.

=Tombolando:= cascando a precipizio. =Vidi 'l fondo:= giunsi a

veder il fine d'ogni poco di bene; precipitai nella miseria.

A chieder a ciuffetto ebbi capricci:

In un guinzaglio cispi e zaffardosi.

Gonfiai, e poi mollai di dire: o micci;

=Chieder a ciuffetto:= è chieder roba a uno che =ciuffa=, o

carpisce l'altrui, tanto è lontano da dar del suo; quindi usasi

per cercar cosa quasi impossibile ad ottenersi.

=Guinzaglio:= striscia di corame, con cui i cani da caccia

s'attaccano pel collare. E siccome ad una stessa se n'attaccan

talora più d'uno, così n'è venuto il proverbio: =Stan bene in

un guinzaglio=; e si dice di persone d'un medesimo costume. Rid.

=Cispi:= cisposi.=Zaffardosi:= imbrattati di qualsisia lordura.

Non sai di chi più far conto; posson mettersi tutti in un mazzo,

com'i =cispi e i zaffardosi=.

=Gonfiai:= s'intende per la rabbia. Tenni tenni; e poi più non

potendo, lasciai andare e dissi: oh micci che siete ec.

E l'anime del nocciolo amorosi.

E se tesser non può, ed ella fili:

E la luna nel pozzo a' sottrattosi.

=L'anime ec.= di due strettissimi amici suol dirsi: =Son due anime

in un nocciolo=. Qui per ironia, come sarebbe: Oh i bravi amici

veramente!

=Se tesser ec.= modo aspro per disprezzar chi pregato e ripregato

non ci vuol favorire. Rid. Giacchè non si compiaccion di farmi

grazia, si stiano, io poi non li curo piucchè tanto.

=La luna ec.= mostrar la luna nel pozzo è dar ad incendere una

cosa per l'altra. =Sottrattosi:= che fan professione d'ingannare.

È un'imprecazione contra i falsi amici, quasi dicesse: Piaccia al

cielo, che cadan sovra di loro quegl'inganni, con cui d'altri si

burlano.

Donnuccia se' tornato per li pili;

Animo tuo, e manico di vanga;

Ben sappiam ciò, che tiene i tuo' barili.

=Donnuccia:= si dice ad uomo d'animo vile. =Se' tornato per li

pili=; non t'è bastato l'andarti male una volta; e come sciocca

femminuccia sei tornato pel contrappelo, per avere il resto.

=Animo tuo ec.= viva il tuo gran cuore; abbiasi un cuor sì grande,

e poi si debba pure maneggiar la zappa, che fralle zappe stesse si

diverrà illustre e famoso. Spiritosissima ironia.

=Ben sappiam ec.= ben ti conosco a fondo, ben so quanto pesi. Il

Salvini che non è mai contento se in ogni detto non iscopre un

gergo furbesco, dice =barili= valer =bardasse=.

Or lima, ed or vendemmia, ed or ti sfanga;

Siri margotti fanno del baccello:

E con le tube un ermellin s'infanga.

=Or lima:= adesso è il tempo che tu lavori di rapina. =Vendemmia=;

che tu facci di mal acquisto buona raccolta. =Sfanga:= e che ti

levi dal fango della miseria, e da' taccoli.

=Siri ec.= mentre ora badano alle baje, e non pensano a te.

I ragazzi tagliando la cima del baccello inguisachè s'alzi e

s'abbassi in forma di cappuccetto sull'interna fava, dicesi che

=fan ser margotto=. Salv.

=Con le tube ec.= via non te ne fare scrupolo, che anche

gl'innocentini cedono alla necessità; come lo stesso ermellino al

suon delle trombe del cacciatore non più per salvarsi schifa il

fango e l'immondezza. Rid.

Bucherattola dalle per l'anello:

S'io rido, e tu fa me; non brancicare.

E ricordossi il mosto, e l'acquerello.

=Bucherattola:= picciola buca. =Anello:= foro dell'ano. Dalle

una cosa per un altra. Brunetto è molto amante di proverbiare con

sozzi equivoci.

=S'io rido ec.= tal sia di me, s'io lo dico per burla. =Non

brancicare=; tieni le mani a te.

=Ricordossi ec.= allora si mise egli in punto di farsi render

conto di tutto da capo a fondo. Ridolf. Così si dice =averci

messo il mosto e l'acquerello= per averci perduto tutto; essendo

il mosto il primo sugo, e l'acquerello l'ultimo della vinaccia,

estratto da lei a forza d'acqua.

Il tempo si comincia a rabbuffare;

Ed ha un pelo al cui detto struffaldo:

La cubattola non racciabattare.

=Il tempo ec.= minaccia tempesta; detto metaforicamente di uno,

che comincia a far temere della sua collera. Molto più in là va il

Salvini, e spiega che comincia a crescer la barba.

=Ha un pelo:= usasi =pigliar pelo= in significato d'adombrarsi

e insospettirsi. =Detto struffaldo:= tale da potersi dire uno

=struffolo=, cioè un ispido mazzo di paglia o di capecchio.

Vuol dire che l'avea preso un diabolico umore il più tristo e

bisbetico.

=Cubattola:= stromento da caccia tessuto di verghe.

=Racciabattare:= rattoppare. Non ti fidare in sì torbido tempo a

metter pezze, e ordir nuove trappole,

In cottardita sta, perch'egli è baldo;

E havvi meno a far, che 'n paradiso

Non ha San Marcellino, e Santo Baldo.

=Cottardita:= veste di carattere, conceduta già da' Sovrani a

persone di rango o di merito. Encicl. e Du Fresn. Quindi =stare

in cottardita= è mettersi in aria autentica per farsela valere.

=Baldo:= baldanzoso.

=Havvi meno a far=; eppure non è cosa per lui lo spiegar

quest'aria. Non si sa poi l'origine del proverbio per rapporto a

Baldo e Marcellino. Forse potrebbe alludere alla supposta storia

d'aver S. Marcellino offerto incenso ag'idoli.

E chi paura avesse del mal viso,

Non vadi a San Giovanni sciobrigato;

Nè guardi 'l pel nell'uovo troppo fiso.

=S. Giovanni:= festa con fiera in Firenze, ove concorreano tutti

i bravi della Toscana. =Sciobrigato:= senza brighe, senz'affari.

Chi teme un brutto ceffo com'ha costui, e non ha affari per

quella fiera, non vi vada; perchè dovendovi star ozioso, se la

farebbe colle persone, e incontrerebbe mostacci da farlo tremar

di spavento. =Son passato ancor io da S. Giovanni=; è un detto

Fiorentino per far capire di non aver paura. Paoli.

=Nè guardi ec.= nè la consideri troppo per la minuta, faccia

occhio grosso, affinchè non abbia a procacciarsi affanni.

I stambernicchi! e' nel vaglio ha pisciato;

E 'l diavol no 'l baciò avale in bocca:

Bench'e' sia scalterito e' fu arcato.

=I stambernicchi:= pensa il Ridolfi esser voce enfatica, come

=cappita! oh la gran cosa=! Dante Inf. 32. disse parimente

=Tabernicch= per cosa grande e smisurata ; essendo =Tabernicch= un

altissimo monte della Dalmazia. =Nel vaglio ec.= ha perduto invano

il tempo e la fatica.

=E 'l diavol ec.= col diavolo non se la potè tenere; il diavolo

ne sa più di lui, e lo cuccò. Quindi a =bocca baciata=, di buon

accordo. =Avale:= poco fa.

=Scalterito:= benchè egli fosse astuto e scaltrito, fu colto

all'arco. =Arcato:= preso con inganno.

È sopra il cane, e presta ha la bicocca:

A veder par l'Abbate da Pacciano;

E per darli alla spalla se ne scocca:

=È sopra il cane:= ha avuto de' brutti cani alla vita: cioè

gli sono state addosso persone da non uscirsene coll'ossa sane.

Metafora tolta da' cani che gli sbirri lascian dietro a coloro,

cui vogliono arrestare. =Bicocca:= castelluccio di rifugio. E la

sua astutezza gli trovò sempre una sicura ritirata. Rid.

=Par l'Abbate ec.= sta con una cera di pasqua, e par che non sian

fatti suoi. Il Salvini ci fa sapere che quest'=Abbate da Pacciano=

sottoscrisse il Concilio Fiorentino; notizia poco interessante per

l'intelligenza di Ser Brunetto.

=Darli alla spalla:= ma per quanto se gli stringano alle spalle

persone di vaglia, ei =se ne scocca=, cioè se ne libera con tal

disinvoltura, che più spedito non si scioglierebbe strale da arco

scoccato.

E pur chiccheri ciaccheri ciciano.

E 'l majo è frasca a fidarsi in ghiandaja;

Ma 'n gola gli pisciò, com'a friano.

=Chiccheri ec.= parole per se stesse insignificanti, usate per

esprimer l'inconcludenti chiacchiere di taluno. Eppur sembra che

non sappia accozzar due parole, nè altro sia il suo parlare ch'un

perpetuo =chicchi bichicchi=.

=Majo:= ramo fronzuto, ch'i contadini Toscani innalberano il primo

di maggio avanti le case delle loro innamorate, cantando canzoni

coll'intercalare: =Bene venga maggio, ben venuto maggio=. Vuol

dire che siccome cotesto ramo sarebbe =(frasca)= sciocco se si

lusingasse che l'astute ghiandaje si fidasser di lui come di vero

albero, così sciocco è chi si fida d'un più astuto di se.

=Ma 'n gola ec.= lo minchionò nella più solenne maniera. =Friano:=

gergo allusivo in qualche modo alla famosa =Frine=, meretrice

d'Atene.

Le natiche, e 'l lecchetto, e la corlaja,

E la versiera, e 'l diavol saccolone.

E che diascane? dice la massaja.

=Lecchetto:= è propriamente una picciola colonnetta o palo, che

serve per meta; ma qui è uno sporco gergo Toscano.

=Versiera ec.= cioè mise in opera i già detti mezzi bricconi, =e

il diavolo e la versiera=; colle quali ultime parole intendesi

comprender le molte altre baronate, che nominar non si vogliono.

=Che diascane:= al sentir tante bricconate riprende sorpresa la

=(massaja)= serva: E che diascane, che è mai cotesto? =Diascane=

si dice da chi ha scrupolo di dir =diavolo=, a cui equivale.

Comanda a Monterappoli il lancione;

E stringo 'n su le secche in Barberia:

E 'l picchinaccio mi colse al cantone;

=Monterappoli:= castello 18. miglia lontan da Firenze, famoso per

l'uve celebrate dal Redi. =Lancione:= famiglio di corte; detto dal

portare una specie di lancia. Veramente, ripiglia il Poeta, si può

far d'ogni erba fascio; non essendovi più giustizia.

=Stringo ec.= ed io lo provo che trovo mille intoppi nel più bel

de' miei affari; che tale appunto è il significato di =stringere o

restar sulle secche di Barberia=.

=Picchinaccio:= in vece di =piccinaccio=, dicesi d'uomo di bassa

statura ma furbo e facinoroso. Oggi: =Piccino, ma tutto pepe=. =Al

cantone:= al voltar d'un canto, come fa chi apposta taluno. Rid.

Ed aspetta il fagiuolo in druderia,

Ed alla fossa ciaschedun si peli:

Il guidalesco ha marcio in giulleria.

=Aspetta ec.= attende il minchione al passo. =E io rimanga in asso

un bel fagiuolo=. Buon. Tanc. =In druderia:= alle tresche e a'

bagordi.

=Alla fossa ec.= e sta aspettando chi venga a lasciarvi il pelo;

tolto dall'uso di ripulire e pelar gli uccisi animali ad una fossa

d'acqua corrente. Rid.

=Guidalesco:= lesione fatta sul dosso delle bestie dal lungo

portar la soma. =Giulleria:= scurrilità. È sì vecchio fralle

tresche scurrili, che v'ha fatto il callo.

Dà dà, che non l'accerti; che pur beli?

La gatta in sacco abbia Nalda massiccia,

La cerbola novella, ed i micheli;

=Dà dà:= risposta al sozzo invito di quel fetido =picchinaccio=.

Fa pur tutti i tuoi sforzi, che con me =non l'accerti=, non ti

vìen fatto il colpo; tu la sbagli con me. =Che pur beli:= che

concludi a far il bambin piangente? Io non mi muovo.

=La gatta ec.= io voglio vedermi il fatto mio; tal sia di Nalda

se lasciasi da te ingarbugliare. =Vender la gatta nel sacco= è

aggirare alcuno senza dargli tempo di vedersi i fatti suoi.

=La cerbola novella:= la cervetta. Salv. Nuova espressione

ch'accresce forza al proverbio della =gatta in sacco=, e

che suppone il Ridolfi indicare altra tresca ingannevole. =I

micheli:= forse dal Franc. =michè=, beffato; nè lungi sarebbe

dall'interpretazion del Ridolfi, il quale pensa corrispondere a

=bernardi=, di cui in Cola di Rienzo: =Chi gli toccava la coda, e

chi i bernardi=.

E asso in cul a Ghita, e molta ciccia.

E se tu l'hai per mal, sì te ne scigni;

E 'l diavol tentennino al bujo arriccia.

=Asso:= detto copertamente sotto figura, come direbbesi un fusto

un cero. =Ghita:= accorciativo di Margherita.

=Se tu ec.= se tal mia ritenutezza dispiaceti, e tu crepa.

Proverbio derivato forse dall'uso di slacciarsi la veste per men

sentire un dolore; E s'usa ad esprimer quel non curarsi ch'alcuno

s'abbia a mal d'una cosa.

=Diavol tentennino:= diavol tentatore; da =tentennare=, agitare,

commuovere. =Arriccia:= arricciare è rizzar irto il pelo, come

gatto stizzito. Lo so ch'una furia divien quel diavolo ch'hai

sempre a lato, invisibil =(al bujo)= ministro del tuo furore.

L'anima vienti a gola, e più non ghigni,

E non remoli cica d'impazzare;

E gl'incruscati tozzi son ferigni.

=L'anima ec.= lo so che poco ci vuole, e l'anima spinta dalla

fame da te se ne vola; e che perciò vorresti incappare un qualche

merlotto per mangiare alle sue spalle. =Più non ghigni:= la stessa

fame t'ha fatto dimenticare il solito riso.

=Non remoli cica:= e punto dalla tua rabbia canina non sei molto

lontano dall'andar in pazzia.

=Tozzi:= duri avanzi di pane. =Incruscati:= carichi di grossa

crusca. =Ferigni:= impastati di più sottil cruschello. I tozzi del

più nero pane ti sembran belli e buoni; cioè a tutto attaccheresti

i denti, tutto ti parrebbe un zucchero.

Più presto se', che non è al cacare

La mogliera di zaffo zaffardoso:

Le calze ho poste a leggere imparare.

=Più presto se' ec.= la fame ti fa essere assai sollecito,

vorresti subito avermi nella rete. Modo basso allusivo alla

fretta, con cui si corre, quando le bisogne non ammetton punto di

dilazione.

=Zaffo zaffardoso:= tappo lordo; vil gergo di stronzo, di cui è

moglie la natica. Salv.

=Calze:= per calzoni. Io per me non ti posso troppo aiutare,

perchè ho impegnati fino i calzoni. =Mandar a imparare a leggere=

è frequentatissimo dalla plebe per mandar a pegno; forse derivato,

dice il Ridolfi, dal polizzino che se ne ha, su cui consolarsi

leggendo.

Tu non riguardi mai raso nè toso,

Ma sempre a mosca cieca mugiolando;

E fassi allo 'nfornare il pan goloso.

=Non riguardi ec.= tu non sai far distinzione tra persona e

persona, ti meni alla disperata addosso ad ognuno. =Raso= è più

che =toso=.

=A mosca cieca:= operi sempre alla cieca, non badi se è o non è

boccone da farti pro. =Mosca cieca= giuoco fanciullesco, detto dal

bendarsi gli occhi di uno. =Mugiolando:= come cane affamato, che

freme tra' denti.

=Fassi ec.= come l'odor del pane infornato eccita l'appetito, così

stuzzica la tua avida gola ogni occasion che ti capita!; e subito

ti ci lanci.

E' vanno a saccomanno pedovando:

E chi ha li gattoni è uccellato.

Un frusino! deh vienlo mazzicando.

=E' vanno ec.= volgesi a parlar per le generali di cotesti

puzzolenti mezzani, e dice che comm'assassini di strada

s'avventano a tutti. =Pedovando:= pedovare è scorrer saccheggiando

a piedi, come =cavalcare= è scorrervi a cavallo.

=Gattoni:= malore che carica l'articolazione delle mascelle, e

rende l'uomo inetto alle consuete operazioni. =È uccellato:=

è burlato. E chi non è piucchè spedito a salvarsi in cotesto

assassinio, ci resta com'un messere.

=Frusino:= crede il Ridolfi esser lo stesso che =fruscolo=,

bastone. Oh un buon randello per rompergli =(mazzicando)= l'ossa!

E chi è nella malta non trottato,

L'asino fatto par del pentolajo;

E respice non ha il frugolato.

=Malta:= quel fango che depositò l'acqua torbida ristagnata; oggi

=memma=. Onde =affogar nella memma= non sapere uscir d'un intrigo.

Quanto a proposito il Salvini! =Lat. maltha=, et nota, =materia

quadam durissima ex calce viva, come dice Plinio; onde smalto=.

=Non trottato:= non esperto; traslato da' cavalli, che si dicon

=trottati=, quand'ebbero scuola di cavallerizza. Rid.

=L'asino ec.= chi non sa l'arte di disbrigarsi da un imbarazzo,

resterà al laccio dì questi mezzani; e quanti son gli usci tante

saran le donne che lo peleranno. =Far come l'asino del pentolajo=

è fermarsi a cicalare ad ogni uscio, com'il pentolajo per vendere

ferma il suo asino ad ogni porta.

=Respice:= cioè res; secondo lo stil furbesco, ch'aggiunge

alla vera voce sillabe inutili per ricoprirla. =Non averne

respice= è non aver più niente d'alcuna cosa. Salv. =Frugolato:=

frequentativo di frugato, tentato. Rid. E chi è preso di mira

dagl'importuni assalti di costoro, vede il fondo d'ogni suo avere.

E tutto in somma della lingua l'hajo;

E ben si sanno le sue maccatelle;

E par pur ch'abbia cacato l'acciajo.

=In somma ec.= l'ho tutto sulla punta della lingua; un poco che

venga stuzzicato, so che debbo dire.

=Maccatelle:= que' peccati, che da chi li commise s'hanno per non

saputi. Quindi =scoprir le maccatelle=.

=E par ec.= tolto da chi ha fatta la cura dell'acciajo. Come

dicesse: Ben si sa qual sordido commercio ha fatto d'umana carne

cotesto mezzano; eppure è sì affamato come se uscito fosse fresco

fresco dalla cura dell'acciajo.

Che Dio non disse! Egli ha pur zaccherelle:

E tutto è del papavero cotesto:

La forza pasce 'l prato, e tonda l'erbe.

=Che non disse:= quante scuse quel mezzan maledetto non trovò egli

per iscolparsi d'aver altrui impoverito! Disse che quegli avea

mille =(zaccherelle)= taccoli; e questi furon che gli asciugaron

la borsa.

=Del papavero ec.= e che tutto era effetto della sua pigrizia, e

del suo letargo nel maneggio de proprj affari. = La forza ec.=

ci vuol industria e fatica per cavar frutto dal suo terreno;

nè bisogna dormire come fa egli. Questo verso o è scorretto, o

contiene una gran licenza di rima.

A bocca secca sta, ch'è un bisesto;

E si prostende a barba spimacciata;

Per non stuccar di cammellin mi vesto.

=A bocca secca:= sta a denti asciutti, fa le fette magre; ma non è

cosa nuova, che possa a me darsene colpa: =è un bisesto=, son già

quattro anni.

=Si prostende ec.= modo esprimente un'agiata poltroneria. =So che

tu stavi a barba spimacciata=. Sacch. 106.

=Cammellin:= oggi =ciambellotto=, saja di pel di cammello per far

vesti da mezza stagione. Per non annojare con sì lungo discorso,

muto abito.

E grossa e mazzocchiuta e sfolgorata,

Ghibellin marcio, e coglion di sambuco:

E qui non mi ripigli la brigata.

=Mazzocchiuta:= che finisce in grosso, come terminasse in

pannocchia. =E 'l baston grave e mazzocchiuto e grosso=. Morg.

26. 73. Qui pure parla d'una mazza, che ci vorrebbe a usi tal

Ghibellino. =Sfolgorata:= magnifica.

Perchè 'l cervello a galla mi conduco

Ad ogni piè sospinto con baggiane;

E come favilesche poi traluco.

=Cervello a galla:= perchè i fumi mi vanno al capo, e mi salta

il cervello sopra la berretta; come suol dirsi d'un che va in

collera.

=Ad ogni piè sospinto:= avverbialmente, e vale spessissimo.

=Baggiane:= parole lusinghevoli per condur taluno al proprio

volere.

=Favilesche:= per faville. Con tutta la dolcezza di mie parole

prendo poi subito fuoco, se trovo ostacolo a' miei voleri.

Carne di lupo, la zanna del cane:

E' staberla susine con ganasce;

Un cardelletto egli è, ch'appicca zane.

=Carne ec.= con chi è carne di lupo, cioè con chi è tristo e

maligno bisogna usar zanna di cane; cioè bisogna mostrar i denti,

e non farsela fare. Similmente: =Chi ha il lupo per compare, porti

il can sotto il mantello=.

=Staberla:= l'intende il Ridolfi per =mastica, stritola=; e

la crede una caricata espressione nata nella stessa enfasi del

parlare. =Susine:= è molto comune a questo frutto l'esser agro

e maligno. Vuol dir che costui a piena gargozza pascesi di

malignità.

=Un cardelletto:= egli è uno spiritello inquieto. =Appicca zane:=

ti spaccia per reo di cose, delle quali sei affatto innocente. Lo

stesso =appiccar sonagli=.

Ed arbor sotterrato non ha grasce:

Cianciafruscole sono a dare il gaggio,

Perch'a cul erto del mondo si pasce.

=Arbor ec.= finchè sta sotto terra non se ne trae =(grasce)= alcun

frutto; così costui mentre mormora di nascosto, non merita che

disprezzo.

=Cianciafruscole:= composto di =ciancia e fruscola=. Son ciarle

inutili, nemmen meritan la spesa che vi si badi. =Gaggio:=

ricompensa, mercede; onde =ingaggiare=.

=Perchè ec.= perchè è una bestia del campo; perchè campa in questo

mondo colla faccia sul terreno e il culo all'aria all'uso delle

bestie.

Più che sabato santo tu se' maggio,

E vienti il capogirlo per trincare:

Ed ha più tempo, che non ha scheraggio.

=Più che ec.= tu sei più lungo =(maggio)= del sabato santo,

che non finisce mai a chi aspetta la pasqua; quando cominci una

canzone non la finisci mai più. Sembra risposta di uno, che lo

riprendi del troppo andar in lungo col suo mordace discorso.

=Capogirlo:= capogiro, effetto d'esaltazion di vapori dallo

stomaco alla testa. =Trincare:= bere smoderatamente. Il soverchio

vino è quello che ti fa passar pel capo coteste torbide fantasie.

=Ed ha ec.= le magagne di colui son cose vecchie più della vecchia

chiesa di S. Pietro Scheraggio; nè è più da farne tanti schiamazzi

come tu fai. Cotesta chiesa è antichissima in Firenze, così

nominata da un vicino scolatojo d'acque e di lordure della città.

La finattola pigli a strugolare

Con una fava bugia: vuo' tu nulla?

Ed alle Smirne è ito per corbare.

=Finattola:= crede il Ridolfi esser diminutivo di fine. Io credo

esser l'ultima posatura d'un fluido da qualche tempo stagnante.

=Strugolare:= forse da =truogolo=, vaso del beverone de' porci;

perciò =strugolare= per rimestare, intorbidare.

=Fava:= figur. per alterigia stolta. =Chi domin è costui, ch'ha sì

gran fava?= Sold. 5. Bugia: bucata, vuota. =E' debba avere un poco

il cervel bugio=. Morg. 15. 43. Con una vana prosopopeja troppo

vai tu rimestando un fango già vecchio e posato.

=Alle Smirne:= il Ridolfi crede esser lo stesso che =andato in

Calicut, in Og Magog=, cioè in brutti e lontani paesi. =Corbare:=

gracchiar come corvo. Ora vedi dove è andato a sbattere per

attaccar una briga; è andato lontan mille miglia, s'è attaccato a

cose vecchie e rancide.

Le corna ha la giraffa, e 'l cul le trulla;

Per befania smascellai di risa,

Perchè la trentavecchia parve ciulla;

=Le corna:= que' guidaleschi che son sulla schiena delle bestie da

cavalcare (come son le giraffe) invecchiate sotto il pestio del

lor cavaliere. Può intendersi di donna già logora e consumata.

=Trulla:= non fa altro che spetezzare pel rilassamento de'

fianchi.

=Befania:= il giorno dell'Epifania. Similmente il Berni d'una

vecchia squarquoia: =Il dì di befania Vo porla per befana alla

finestra=. Allude all'opinion de' Toscani fanciulli, i quali

credon che la notte dell'Epifania giri la befana per le strade e

per le case.

=Trentavecchia:= spauracchio de' ragazzi, come la befana;

ch'appunto suol dirsi d'una vecchia brutta e scontrafatta.

=Ciulla:= fanciulla.

E per la vena pazza s'è ancisa.

Addio ser Ugo, che la paglia è data;

A cesta fu per ribobol divisa.

=Per la vena ec.= per quel suo ramo di pazzia di voler far la

bella e la giovine s'è rovinata, s'è ammazzata.

=Ser Ugo:= presso il Davanzati così: =Ugo Latimero, che dicemmo

predicator di riboboli=. Scism. 77. =La paglia è data:= è finito

per te, hai perduto in questa vecchia il più bel soggetto de' tuoi

riboboli.

=A cesta ec.= paglia, cioè materia di riboboli ve ne fu da

potersene dare a piene ceste; ma ora è finita.

Adesa in letto, e sta raggruzzolata:

Che l'arco, com'a' ceci, la sparnacci,

Che m'ha furata mezza la curata.

=Raggruzzolata:= raggruppata al genial caldo del suo covacciolo.

=Arco:= usato per bastoncello corto e curvo. =Sparnacci:= da

=sparnicciare:= Lat. =excutere=. Com'il coreggiato fa saltar i

ceci per l'aja, così un buon randello faccia guizzar costei pel

letto.

E' stanno come capre, e coltellacci;

Non va dal gozzo 'n giù la sorba lazza;

E 'l cavriol pon porri, stu avacci.

=E' stanno:= cioè la detta Adesa, e altra persona ch'avea a far

con costei. =Come capre ec.= son in discordia, si posson tanto

vedere, quanto le capre posson vedere i coltellacci, da cui sono

scannate.

=Lazza:= aspra immatura. Si son dati scambievolmente certi bocconi

da non potersi inghiottire, sebben si faccia forza e si finga.

=Cavriol:= animale velocissimo. =Pon porri:= balocca com'un

perditempo. =Stu avacci:= se tu sei destro in approfittarti

dell'occasione. Vuol dire che chi sa con costei trar profitto di

lor discordie, farà restar com'un balocco ogni più lesto rivale.

Non ha ramo nè razza chi biscazza;

E or ben piove nell'orto del Prete:

La gatta fagna talora stramazza.

=Non ha ec.= al contrario rimarrà un troncone =chi biscazza=; cioè

chi sta cogli oziosi ne' ridotti di giuoco, lasciando passar il

momento di sì propizia fortuna. =Non aver nè ramo nè razza= è non

aver discendenza, esser com'uno scioperato vagabondo che non si sa

chi si sia.

=Or ben piove ec.= ora il vento spira propizio. Que' tanti mortorj

che fan pianger le case, fanno ingrassar il prete; il qual si

rifà, come orto alle frequenti piogge. Quindi il proverbio. Rid.

=Fagna:= l'astuta gatta per voler far la morta, talvolta poi

tombola davvero; così chi fa il minchione, restaci talora

minchionato veramente.

Quot vis, & ego dabo tibi, pete:

Disse fratelmo, e poi non me l'attenne;

Perch'i' son nella falta con gran sete.

=Fratelmo:= mio fratello.

=Perch'i' ec.= perlochè io mi trovo in angustie, molto asciutto

e consumato, non avendomi mantenuta la parola. =Falta:= mancanza

d'averi, necessità.

Con le tanaglie di Cerracchio venne,

E de' zoccoli trasse le bullette:

Nè piuma mai rimessi, nè penne.

=Cerracchio:= crede il Salvini che sia da cerre, ch'in furbesco

val mani. Il Ridolfi pensa esser lo stesso che =tenaglie di

Nicodemo=, cioè attrezzo o preparativo di gran forza. Quindi

dicesi: =Ci vorrebber le tenaglie di Nicodemo=. Il senso è qui che

costui venne ben risoluto e ben preparato.

=Bullette:= chiodetti di largo cappello. Suol dirsi: =Ei s'attaccò

fino a' chiodi=, cioè spogliò affatto la casa.

=Nè piuma ec.= non mi rifeci mai più; sempre miserabile mi son

restato.

Ma quello Dio che morte ricevette,

Gl'Ipocriti sconfonda, e i traditori

E li bugiardi falsi in parolette.

E a me dia grazia, ch'io passi i furori

Per peggio non sentir, che nuove tresche.

Ed il Caca da Reggio è de' Priori;

=Il Caca:= famoso assassino, quasi altro Caco. Salv. Privo il

Ridolfi di tanta erudizione dice che questo verso vuol deridere le

millantarie d'un vile, che di se spacciasse gran cose; e andasse,

come suol dirsi, =facendo il Potta da Modena=. Tasson. Secch.

1. 12. =I Priori= erano sei eletti dell'arti che vigilavano al

buon governo della città di Firenze. Quest'uffizio fu stabilito

nel 1282. Ne segue che Brunetto scrisse il Pataffio in età molto

avanzata.

Ma lodo Cristo, che non furon pesche.

=Ma lodo ec.= contuttociò sia lodato Dio, perchè potea peggio

avvenire. Allude alla volgar novella d'un Comune, che consultando

sul regalo da farsi al nuovo Potestà; chi opinò per le pera,

chi per le pesche, e chi pe' fichi. Prevalse il partito degli

ultimi, e con tal presente si spedirono i Deputati. Nell'atto

d'aprirsi le ceste e porgersi al Potestà, i fichi eran già marci.

S'ordinò ch'i preziosi frutti si tirassero in faccia a' Deputati

medesimi. Costoro considerando il rischio di tornarsene col

volto fracassato: =Fortuna=, dicean consolandosi del minor male,

=fortuna che non furon pesche=.

Pataffio - Tesoretto · 第 20 / 66 题