--Occuperemo Pettorano a due miglia da Isernia; vedetelo lassù, sulla

punta di quel monte a pan di zucchero. Dobbiamo gettarci sul nemico

anzi che arrivi il rinforzo di Scotti. Se gl'insorti ci minacceranno

le spalle, noi sposteremo la nostra base d'operazione da Bojano a

Castel di Sangro, mutandoci siffattamente in vanguardia dei

Piemontesi. Se irresistibilmente attaccati di fronte, ripareremo con

sicurezza su Bojano facendo testa a Castelpetroso.

--Però non credo, replicò Caldesi, che giovi scendere da un'altezza

sicura per risalirne altra dubbiosa.

--L'idea di Nullo è brillante e schiettamente garibaldina, io

ripicchiai, ma presuppone l'idea sorella che noi sfondiamo il nemico

procedente da Isernia per effettuare la marcia di fianco sulla

consolare di Castel di Sangro; la quale idea ne presuppone una terza:

l'intrepidità dei soldati.

Comunque fosse di queste nostre speculazioni e discrepanze

strategiche, prepotendo la massima abituale dell'andare avanti, si

procedette sino ad un'osteria sulla consolare alle falde di Pettorano.

Ivi attendendo le nostre genti, ristorai di acqua e di biada il mio

cavallo, presagendo che in quel dì avrei dovuto contare non poco sul

fatto suo.

Alle quattro facemmo il nostro ingresso in Pettorano.

Da Cantalupo a Pettorano apresi, solcata dalla consolare, una gola

ripidissima e alpestre di ben tredici miglia, convergente sino a

Castelpetroso e quasi parallela sino a Pettorano. Poi essa spandesi in

dolce vallata ove giace Isernia, che si vede e si domina da Pettorano.

Nullo affidò un mezzo battaglione al capitano Zasio, commettendogli di

piantarsi su Carpinone, arduo monte di prospetto a Pettorano. Collocò

il maggiore all'osteria con sessanta uomini di riserva; e a me ordinò

di munire, coi seicento rimanenti, il colle di Pettorano che protende

una delle sue pendici a guisa di cuneo orizzontale verso Isernia.

Ciò fatto, spiegai in catena una mezza compagnia a traverso la gola,

anello tra le falde di Carpinone e di Pettorano. Alle quattro e mezzo

principiò la manovra del nemico da Isernia. Un battaglione di regî, la

più parte gendarmi, avanzava sulla consolare e sui campi laterali con

mezzo squadrone di cavalleria; alle ali _cafoni_ a torme. Per animare

i nostri con una prova segnalata di valore, Nullo mi fece raccogliere

le guide e i soldati d'ordinanza.

Così in diciotto si scese da Pettorano; toccata l'osteria, il maggiore

e Mingon si aggiunsero al drappello. Di là al galoppo all'incontro

dell'avanguardia borbonica sulla consolare. Quei di Carpinone,

testimoni del fatto, ci battevano le mani, e mandavano alte grida

d'entusiasmo ripercosse dal monte di Pettorano. Spintici in prossimità

dei regî, li caricammo a briglia sciolta, e li mettemmo in volta

disordinati.

--Indietro, indietro! I _cafoni_ al monte! urlarono di repente i

nostri di Carpinone. Noi li udimmo, e nondimeno si proseguì

l'irruzione. E per verità vivissime e inaspettate scariche ci colsero

di fianco dalla pendice avanzata di Pettorano, che io avevo guernita

di duecento uomini. Nullo non sapeva persuadersi come quell'importante

posto fosse stato preso senza lotta, e temendo di perdere Pettorano,

divisò di rifare il cammino sino alla borgata. Si accese pertanto un

combattimento strano fra noi cavalieri e i _cafoni_, che dietro agli

alberi ci bersagliavano diabolicamente a pochi passi. Al sottotenente

Bettoni, delle guide, una palla infranse una gamba e lo condussero

alla nostra piccola ambulanza all'osteria. Noi cacciando i cavalli su

per l'erta nell'oliveto con rivoltelle e con spade venimmo alle

strette coi _cafoni_. Intanto, scesi in aiuto alquanti da Carpinone, e

accorsi quelli che io collocai nella gola, dopo un accanito contrasto

ci riescì fatto di ributtare gl'insorti in piena rotta. Nullo mi

ordinò di assumere il comando dei sopraggiunti, d'inseguire i

_cafoni_, di regolarmi secondo le circostanze, e di tornare a

ragguagliarlo. Egli e il maggiore e le guide voltarono il cavallo

verso Pettorano.

Messi insieme un centocinquanta soldati, li guidai contro i fuggenti.

L'avanguardia regia respinta dalla nostra carica a cavallo, il

successivo ritrarsi dei _cafoni_ e lo affacciarsi del mio corpo

persecutore gettarono qualche scompiglio nella colonna nemica, la

quale ripiegava sovra Isernia. Tentò essa due volte di fronteggiarmi,

ma raccolti i miei in massa l'assaltai alla baionetta, e pervenni di

gettarne una parte sulla sinistra e d'impedire il suo ricongiugnimento

col rimanente che per la consolare si rifugiò in Isernia. Mi sorse in

pensiero d'entrarvi insieme alla rinfusa, ma ignoravo quale fosse la

mente della cittadinanza; temevo d'oltrepassare le intenzioni del

comandante, e quantunque i miei avessero superato le mie speranze, non

ero certo della loro virtù per un cimento supremo e cotanto ineguale.

Stetti perplesso alquanto, e al fine deliberai d'impadronirmi della

linea di collinette che limitano la pianura e sovrastano a Isernia;

ove mi collocai. A man ritta la consolare biforcandosi volge ad

Isernia e a Castel di Sangro. Mi rallegravo d'averla sgomberata dai

nemici epperò di poter porgere facoltà a Nullo d'eseguire senza

ostacolo l'antiveduto cambiamento della base d'operazione, se

necessario.

Era già mezz'ora di sera e nessun ordine mi venne trasmesso dal

comandante. Laonde, consegnata ad un capitano la custodia della

collina, rifeci la via al quartieregenerale di Pettorano per riferire

il risultato delle mie operazioni, per apprendere i particolari della

vittoria su tutta la linea e per ricevere nuove istruzioni. Una

sequela d'archibusate partite da Pettorano mi fastidiva il ritorno, e

deploravo il solito vezzo dei volontarî di tirare ad ogni ala di

vento, anche contro ai proprî amici. Giunto con qualche difficoltà a

traverso i campi, intercisi da fossati e da siepi, sulla consolare,

mossi al trotto verso l'osteria discosta circa due miglia. Dopo un

miglio m'imbattei in alcune squadre dei nostri carri senza cavalli.

Riconosciutici a vicenda, queglino mi dimandarono notizie con voci

confuse e paurose, narrando che furono sbaragliati dai regî e che pel

momento favorivali l'oscurità.

--Caso parziale, io risposi con accento rassicurante; noi abbiamo

battuto completamente il nemico e la giornata è nostra.

A tali asseveranze stettero paghi e lieti, ed io tirai diritto al

passo. Il silenzio diventava di più in più profondo e solenne. Dopo

breve tratto, dalla pendice di Pettorano la consolare piega a

sinistra, traversa la gola, poi si ripiega a destra alle radici di

Carpinone. Ivi mi percossero l'orecchio gemiti di moribondi, e la

notte stellata consentivami appena di distinguere alcune masse brune

sul fondo chiaro della strada. Smontai di sella e riconobbi che gli

erano cadaveri e feriti, tragicamente mescolati insieme. Subito

m'acquetai ricordando i caduti nel combattimento che sostenemmo per

espugnare la pendice. Sperando che qualcuno di quei dolorosi potesse

intendermi, li affidai che avrei mandato senza indugio a raccoglierli

e medicarli. Veruno pronunciò sillaba, e l'ininterrotto rantolo

dell'agonia fu la sola risposta che mi venne udita. Ma nel procedere

sul mesto sentiero, la vista frequente di consimili masse brune

funestò i sereni pensieri della vittoria, e mi assicurò che quello fu

teatro d'altre e fiere lotte, mentre io all'avanguardia guadagnavo le

colline d'Isernia.--Quant'è grave il sonno sugli allori! dicevo

sospirando meco medesimo. Affè di Dio, si direbbe che non ci fosse

anima viva! Poveri diavoli, le fatiche della marcia, le ansie della

battaglia li affranse. Solito effetto del primo fuoco. La sensazione

del primo fuoco stanca più della marcia. Avevo ragione di obbiettare

ai dubbî di Nullo sul loro valore, e Nullo si sentirà arcicontento del

torto, considerando che le prime armi dei volontarî americani nella

guerra dell'indipendenza, e dei francesi nel 1792 si riepilogano in

belle e buone fughe. Però se la campagna è seminata di morti a

simiglianza della strada, vincemmo peggio di Pirro.

Con siffatte riflessioni capitai all'osteria. Bruciavo dal desiderio

di risapere gli eventi, di consolare le fauci riarse con un bicchier

di vino e lo stomaco vuoto con qualche vivanda.--Quivi, pensai,

piglierò in un favo il maggiore e Mingon a cena. Entrai, chiamai,

picchiai e corsi la casa di dentro e di fuori. Deserto! nè ospiti, nè

oste, nè creatura viva.--Bene, dissi, l'oste se ne sarà ito saviamente

e gli amici sarannosi ristretti a Pettorano. Ma, perdio, nemmeno un

picchetto di guardia! nemmeno una sentinella! Traversai la consolare e

cavalcai su per la salita di Pettorano, scacciando dall'animo le cure

uggiose che vi faceano capolino. La fantasia mi figurava la statua

della vittoria coperta d'un manto funebre.

A mezzo dell'erta incontrai un pecoraio col suo gregge reduce dai

pascoli propinqui; e con accento nemico rispose alle mie

interrogazioni che non sapeva nulla, e giratami villanamente la

schiena affrettossi alle pecore. Salendo con screscente sospetto, in

prossimità delle prime case di Pettorano arrestai un contadino che

discendeva, e impugnata la rivoltella gli domandai:

--Vieni da Pettorano?

--Sissignore.

--Vi sono gli uffiziali garibaldini, quei dalla camicia rossa?

--No.

--Come no? Dimmi il vero o ti buco la testa con due palle.

--Signore! ci sono i gendarmi e i soldati di re Francesco che mangiano

e bevono in allegrezza.

--Ma gli uffiziali e la truppa garibaldina?

--Circondati e vinti dai soldati e dai paesani, un'ora innanzi sera i

cavalieri tentarono ritirarsi per la consolare, e i fanti per i monti

sulla direzione di Bojano.

Sbalordito da questo annunzio fulmineo, stetti alquanto sospeso e mi

lampeggiarono alla mente in riprova gli ordini indarno aspettati, i

colpi di moschetto di Pettorano, i carri di provvigione e il drappello

tagliati fuori, il silenzio, i feriti senza soccorso, l'osteria

abbandonata. Poscia ripigliai:

--I _cafoni_ dove si diressero?

--Si accamparono sulle alture che dominano la consolare da qui a

Castelpetroso.

--Sono in gran numero?

--Non saprei quanti con precisione, ma certo da due a tremila.

--Tu m'inganni ed io t'ucciderò. Dissi e montai il cane della

rivoltella; indi soggiunsi:

--Precedimi a Pettorano. Mossi il cavallo; e il contadino a me:

--Arrestatevi, signore; v'assicuro che là trovate i gendarmi, e

v'incamminate alla morte. Se volessi ingannarvi, vi direi--andiamo.

--Ebbene, va a verificare di nuovo, io t'attenderò ai piedi della

salita; giurami sull'ostia sacra che ritornerai e mi riferirai la

verità; io ti regalerò due piastre.

--Giuro e vado per accontentarvi; ma i gendarmi ci sono come voi siete

qui.

Parevami codardia lo scendere, eppure trepidando sulla sorte della mia

schiera e risoluto di raggiungerla, scesi. Venti minuti appresso

ricomparve il contadino a riconfermarmi il fatto terribile. Dategli le

due piastre e stesagli la mano, lo ringraziai stupefatto assai più

della sua generosità che della nostra disfatta. Egli, separandosi da

me, mi augurò buona fortuna e mi consigliò di pigliare la cima dei

monti. Io mi avviai verso le colline d'Isernia al mio manipolo. Ma a

poca ora di là l'incontrai sgominato e atterrito e assottigliato; nel

riconoscermi, quei miseri, si racconsolarono alquanto, e riseppi che

un'ora dopo la mia partenza un nugolo di nemici fece impeto sulla

collina, e ne li ributtò all'arma bianca, perseguitandoli.

Io li ragguagliai della situazione, e gl'invitai a seguirmi verso

Bojano, sulla consolare, aprendoci la ritirata con la punta della

baionetta.

--La ritirata di soldati garibaldini, conchiusi, deve risolversi in un

assalto.

Nativi del Molise quei volontarî, pratici dei luoghi, m'invitarono

alla loro volta di lasciare il cavallo, di montare sulla cima delle

montagne, e di cima in cima riparare a Bojano con minore pericolo.

Risposi che in quello infortunio non erami grave il morire, che avrei

stimato viltà abbandonare il cavallo, e che preferivo la morte

affrontando il nemico, alla salute evitandolo. Eglino non pertanto

presero l'erta, ma, divisi nell'opinione, si divisero per le opposte

montagne, ed io soletto voltai e mi mossi sulla consolare. Percorse

due miglia, la gola allargandosi s'impaluda ed esala miasmi crudeli.

Afflitto dalla febbre perniciosa nel settembre e paventandone la

ricomparsa, balzai in piedi, tolsi, disotto alla sella, il panno e me

ne feci mantello. Radi colpi di moschetto disturbarono di poco il mio

viaggio. I cafoni sicuramente si concentrarono alla termopile di

Castelpetroso. Procedevo al passo per non istancare il cavallo

travagliato da nove ore d'incessante lavoro, serbandolo al supremo

esperimento. Un miglio ancora e m'apparve sulla via biancastra una

macchia nera. Dapprima la giudicai un albero abbattuto, ma il rumore

dei passi di gente armata sul dosso soprastante m'indusse a crederla

un gruppo di _cafoni_. In qualche minuto mi s'intimò l'_alto, chi va

là?_ A cui, _Viva l'Italia!_ gridai, e mi spinsi avanti al galoppo.

--Ferma, amici, amici.

Era un pugno di sbandati, fra i quali parecchi uffiziali. Non appena

io pronunciai alcune parole, mi vennero udite dall'alto le seguenti

esclamazioni.--Ah! signor Alberto! signor Alberto! il mio padrone! E

sento un uomo balzare da un enorme masso sulla strada e dietro di lui

un cavallo fare il medesimo salto senza fiaccarsi le gambe. Strettemi

le ginocchia, quell'uomo ripetè con traboccante emozione:

--Ah! signor Alberto! vivo! ora sono contento!

Era Pietro di Bergamo, il mio soldato di ordinanza.

Sei o sette di loro contemporaneamente s'industriarono di chiarirmi

sulle vicende della giornata. Sfogato il naturale talento di

spassionarsi in massa, mi furono cortesi di favellare uno alla volta.

E narrarono che altri trovossi sul colle di Pettorano, altri

all'osteria, e Pietro con lo stato maggiore. Appresi adunque che il

battaglione regio e le due ali _cafoniche_ marciavano da Isernia in

arco di cerchio, di forma che la sinistra toccando il monte di

Carpinone e la destra investendo la pendice di Pettorano, il

battaglione nel centro figurava in seconda linea, e che intanto un

secondo corpo di gendarmi uscito dalla opposta porta d'Isernia, per

celati sentieri irruppe su Pettorano di fianco, appoggiato dalla

manovra simultanea della mentovata ala destra. Quest'ultima operazione

eseguitasi mentre il comandante e noi del suo seguito si assaliva a

cavallo il battaglione del centro, i difensori di Pettorano,

avviluppati da due fuochi, separati da Nullo, che avrebbeli

coll'esempio trattenuti o tratti in opportuno luogo, diedero volta a

passo accelerato. La discesa sulla consolare e il ricongiungimento con

gli amici furono loro vietati dalla presenza di ben tremila _cafoni_

in armi, i quali, sbucati dai versanti esterni della doppia riga di

monti e calativi per primi, preclusero da tergo il passaggio.

Laonde, la scarmigliata colonna, offesa per ogni verso, arrampicossi

sulle scoscese sommità con un filo di speranza di ridursi almeno in

parte a salvamento. In questo mezzo, riedeva Nullo per difendere

Pettorano, ma, pervenuto all'osteria, grosso nerbo di gendarmi e di

_cafoni_ dalle finestre e all'aperto, lo accolse con un fuoco

micidiale. Ricostituita, in mezzo alle palle borboniche, la

retroguardia, già trabalzata dall'osteria, e le guide, con ripetuta

irruzione saggiarono indarno di schiudersi il varco. Allora la scorata

retroguardia rifugiossi al monte, ripromettendosi la compagnia degli

accampati in Carpinone. Nullo, il maggiore Caldesi e sette guide,

rimasti deserti, spronarono i cavalli nella folta dei nemici, e mercè

di quell'impeto, di minacciose grida, di sciabolate e di colpi di

rivoltelle passarono oltre, ma poco più in là urtarono nella

moltitudine dei _cafoni_, e se ne ignora la sorte. Pietro, impedito di

seguirli, dovette cacciarsi col cavallo alla montagna, e fra balze e

greppi penosamente si trascinò là ove lo rividi. Se non che, la

terribilità della situazione non era la morte, giudicata inevitabile,

sibbene il modo della morte. Quegli spietati non accordavano

quartiere, e i caduti nelle loro mani, o feriti o sani, lentamente

uccidevano.

Durante l'esposizione della lacrimevole istoria, io meco stesso andavo

indagando le cause del disastro, e parevami che Nullo, scambiato il

temporeggiamento col tempo perso, errasse scostandosi dalla posizione

gagliarda di Castelpetroso, prima d'avere munite le spalle e

addestrata al fuoco la schiera novizia; e poscia, anteposto all'utile

coraggio la temerità perniciosa, errasse dipartendosi, per avventarsi

col suo stato maggiore sul nemico, dal battaglione di Pettorano. Lui

presente e i suoi, la pendice non sarebbe stata perduta, nè Pettorano

presa senza combattimento, e, in ogni ipotesi, egli avrebbe potuto

colorire il disegno d'invertire l'ordine della guerra trasferendosi,

con movimento obliquo, sulla consolare di Castel di Sangro, mentre le

maggiori forze nemiche adunavansi su quella di Bojano. I nostri di

Carpinone ne avrebbero agevolato la riuscita.

Esaurite le informazioni e le considerazioni, io così parlai a quella

banda di afflitti:

--Strettamente recinti dal nemico cento volte più poderoso di noi,

impossibile la resa perchè esso tortura e scanna i prigionieri e

perchè i garibaldini non si arrendono. Noi siamo perduti. La fortuna

ci ha riserbato questa fine, ma la nostra volontà ce la farà subire

con infamia od affrontare con onore. Probabilmente la notte persuase

il nemico di raccogliersi in Castelpetroso, ov'egli aspetterà le

vaganti reliquie della nostra legione che tentassero il ritorno,

sinchè il nuovo sole gli conceda di trucidarle per la campagna. Lo

stato disperato v'ispiri il coraggio della disperazione. Vi propongo

che ci apriamo il passo di Castelpetroso con la baionetta; io mi porrò

in testa di colonna. Uniti e risoluti, qualcuno di noi potrà escirne

vivo. La via dell'onore è anche la via della salute. Avanti!

Scossi e riscaldati dalla mia concione, benchè adagio, mossero i piedi

e mi tennero dietro. A mezz'ora di là, c'imbattemmo in una carrozza

rovesciata sull'orlo della consolare, senza cavalli. Era la carrozza,

ch'io feci noleggiare a Caserta da Pietro. Dinanzi ad essa giaceva il

vetturino immerso nel proprio sangue, che si dibatteva nell'ultime

angosce della morte. Poco più giù, sulla china, stavano supini varî

cadaveri ignudi; alla luce di fiammiferi ravvisai Bettoni di Cremona,

ferito sotto Pettorano, sottotenente delle guide, Lavagnolo di Udine,

Mori di Mantova, guide; il soldato d'ordinanza di Caldesi e alcuni

altri che non riconobbi; tutti trafitti da arma bianca. Solo il

cencioso vetturino era vestito. M'accorsi che il miserando spettacolo

svigorì gli animi della mia squadra. Pur nondimeno si andò avanti, io

vuotando il sacco delle buone ragioni, e Pietro associandovi alcuna

salutifera piattonata sui renitenti. Un'ora di più, e spuntarono sul

basso della strada varie case della fatale borgata, distaccate da essa

un quarto di miglio; ce le indicarono le striscie di luce uscita dai

balconi socchiusi. Io chiamai quattro dei più intrepidi a precedere la

colonna in due coppie a cinquanta passi per esplorare la strada e

antivenire una sorpresa, con ordine di ripiegarsi sulla nostra fronte

in prossimità della borgata. Faticosamente potei deciderli a venti

passi, e in qualche minuto, indietreggiando, si rimescolarono con gli

altri. E a me che ne li rampognava, una voce ostile mi saettò che

invece di mandare avanti altrui, vi andassi io stesso.

--Andrò, risposi, se uno di voi assume il comando in luogo mio.

Promisi d'essere primo nell'entrata di Castelpetroso e sarò primo. Ad

ogni modo qui siamo tutti ugualmente primi.

Io e Pietro all'antiguardo, e i tetri guerrieri ci tenean dietro

lentissimi. Oltrepassato in pace il casolare, eccoci al fine a

Castelpetroso. Costrutta a tre quarti della montagna ripidissima,

Castelpetroso è una borgata lunga oltre mezzo miglio, tortuosa e

solcata dalla consolare. In quella notte vi si attendarono

effettivamente due migliaia di _cafoni_, perchè punto strategico.

A un gomito della strada arrestai i seguaci, e li arringai di nuovo

quanto più calorosamente mi venne fatto. Frattanto i posti avanzati

dei _cafoni_, impediti di offenderci coi fucili, perchè ivi il monte,

ergendosi a picco, ci cuopriva, rotolarono sassi e macigni che ci

rovinavano addosso; allorquando da un cespuglio di faccia, appartato

dalla consolare, s'intese il _chi va là?_ Pietro chiesemi che cosa

dovesse rispondere.

--Rispondi: _Viva l'Italia!_ No: _Viva Garibaldi!_ Capiranno meglio.

Replicarono alla nostra risposta con un colpo di fucile che chiamò

all'armi le masnade.

--Amici, così io parlai; ora alla prova. Avanti! Viva l'Italia! Io vi

precedo. I sassi piovuti feceli titubare, la carabinata li distolse

dalla forte risoluzione, e retrocedettero. Indirizzatomi a Pietro, gli

dissi:

--Vieni tu?

--Vengo.

Vôlto un pensiero d'addio alla moglie mia, mi spiccai al galoppo.

Il nemico, schierato sul ciglione che costeggia da un capo all'altro

della borgata la consolare serpeggiante, ci aspettava coll'arme

puntata. Una scarica di prospetto ci salutò nell'ingresso, e, girato

l'angolo, fummo tempestati di fianco da un turbine di palle a brucia

pelo. Pietro, che galoppava alla mia sinistra, giudicò prudente di

porsi alla dritta, ond'io coprendolo gli fossi schermo, ed attuando

questa manovra mi levò dal piede una staffa. Inefficace precauzione,

imperocchè nel descrivere le curve e gli angoli della contrada,

eravamo talora fulminati e di fianco e di faccia e da tergo. Un getto

continuo di cartucce accese, tanta era la propinquità degli offensori,

balenava per ogni verso intorno a noi e ai cavalli. Agli spessi

volgimenti aggiungevasi il forte pendìo che ne costringeva a

rallentare il corso, e ci offrivamo al nemico più continuo e più

agevole obbietto. Il mio cavallo, sempre irrequieto e indocile nei

combattimenti, quella notte, forse penetrato della gravità del caso,

aveva messo giudizio e filava diritto come una freccia. Intanto si

andava avanti. Pietro impugnava uno spadone, io la rivoltella per

farci largo nella possibilità d'un assalto sulla via; e studioso

dell'equilibrio mi occupavo nel tempo stesso a tirare or da un lato

ora dall'altro il panno che m'ero già tolto di dosso e avevo posato

sul collo del cavallo: la cura della umidità del di poi e della febbre

probabile, mi distraeva dal fuoco attuale e dalla morte certa. I

_cafoni_, irritati di non vedermi cadere malgrado i cento e cento

colpi, raddoppiarono di lena coll'appendice delle feroci imprecazioni,

degli ululi furibondi, e ne intesi anche di donne. Era un tumulto.

Sulla fine della borgata la strada sviluppasi in emiciclo nella

congiunzione di due monti, ove le offese nemiche allentarono. In capo

ad esso un cavallo ucciso ingombrava il passo: quel di Pietro

trascorse senza difficoltà, ma il mio, affetto dal ribrezzo del

confratello estinto, rinculava, dava volta, impennavasi. Il nemico,

profittando dell'intoppo, mi bersagliò con tiri convergenti e gettossi

sulla strada per afferrarmi. Finalmente, più del ribrezzo, potendo

sull'animo della sconsigliata bestia la logica degli speroni, si

risolse di saltare il morto e di conservare due vivi.

Colà la gola si spalanca, la consolare cala dalla costa all'alveo del

Tiferno e lo traversa; i tiri sempre più discosti e innocenti grado

grado cessarono. Conceduto qualche respiro ai cavalli e acceso il

sigaro:

--Senza di lei, mi fece Pietro, partito fra l'ammirazione e la gioia,

io non ci sarei passato per Dio! e non so chi altri ci sarebbe

passato. Ora possiamo contare d'essere nati due volte a questo mondo.

La camicia rossa Episodi - Terza edizione riveduta e corretta · 第 13 / 15 段