--Quando ci vedranno primi al pericolo, io soggiunsi, supereranno la

nostra aspettazione. A Maddaloni i Siciliani, sotto Bixio, fugarono

alla baionetta più d'una volta le ostinate colonne nemiche.

--Garibaldi, mio caro Caldesi, non ama le lungaggini, nè io le amo più

di lui, replicò Nullo. Potremmo, indirizzando la parola a me, ottenere

i risultati di Bixio se uno dei nostri incorniciasse i due

battaglioni.

Ed io di nuovo:

--Supplirà al valore il numero. I tremila che suppongo troveremo a

Bojano e qualche aiuto che fornirà Campobasso, capoluogo della

provincia, ci abiliteranno ad una guerra corta e fulminea.

Eravamo già entrati nel Sannio. Il Matese e il Molise sui due versanti

dell'Appennino, che noi varcammo sino a Campobasso e rivarcammo sino a

Bojano, furono l'antica patria di quella stirpe guerriera e

formidabile che umiliò Roma nei più fieri giorni della repubblica.

Lungo il viaggio, data qualche tregua alle cure della guerra,

allentammo la briglia al nostro entusiasmo d'umanisti, mutammo per

poco la marcia militare in pellegrinaggio archeologico, e rifrugando

nei nostri studî giovanili di Tito Livio, di Micali, di Niebhur,

c'industriammo di ricomporre leggende, tradizioni, fatti, istituti,

templi, città, collocandoli al loro posto sui dossi silvestri e

desolati di quelle montagne limitate dalla Campania, dalla Apulia,

dalla Lucania; dove un dì fiorirono oltre due milioni di Sanniti, ed

oggi miseramente vi stenta la vita appena mezzo milione di _cafoni_.

--E stimi tu, mi dimandò il capitano Zasio, questi straccioni, con

sandali di pelle di capra, con feltro a tronco di cono, messi sossopra

da un vescovo per riavere il Borbone e la schiavitù, discendenti

legittimi di quei terribili e pomposi guerrieri, che armavano talvolta

ottantamila fanti e ottomila cavalli, e sfoggiavano tuniche marziali

di preziosi colori e scudi intarsiati d'oro e di argento, e

tenerissimi della libertà, facevano sudar sangue ai Romani intesi a

domarli, e domi e pesti e scaduti potevano aiutarli validamente contro

Annibale, e nella rassegna delle milizie dei soci in Roma figurare con

settantasettemila soldati?

--Misericordia! esclamò Nullo, a tanto sfoggio d'impreveduta

erudizione.

--Scommetto che ha il libro in tasca, disse Caldesi procedendo alla

perquisizione personale. Perdio non l'ha! Fresco di collegio il

giovinotto! Mette appena i baffi. Or bene, in che anno _urbis conditæ_

intervenne la rassegna?

E Zasio:

--Nel 529 per paura della invasione dei Galli.

--Bravo ragazzo, riprese Caldesi, verificheremo nella biblioteca di

Campobasso.

--Io non dubito punto, risposi a Zasio, che in codesti _cafoni_

circoli puro il sangue sannitico.

--Le prove! le prove! interruppe Caldesi. Noi sappiamo che Silla,

l'implacabile distruggitore del Sannio, andava ripetendo al terzo e al

quarto, in casa, in foro e pei quadrivî, che Roma non avrebbe riposo

sin che un solo Sannita sopravvivesse.

--Padronissimo il signor Silla; ma noi sappiamo altresì che centomila

pidocchi divorarono prima lui e il desiderio crudele.

--Non dimenticare, ripigliò il capitano Zasio, che di venti città

sannitiche non si rinviene più nè indizio nè memoria.

--Si; con ciò si spiega la scomparsa di tre quarti della popolazione:

però sussistono Telesia, Isernia, Bojano, Eclano, Alfidena. Non ci

troverai più parimente nè i due milioni di libbre di rame in moneta,

trasportato a Roma da Papirio il giovine, nè le armature onde Carvilio

fuse il colosso di Giove in Campidoglio, visibile dalla cima di monte

Albano. Ma che per ciò? Le reliquie dell'antica razza sopravvissero

con le reliquie di quelle città. Caduti i Cesari, passarono sotto il

dominio dei Longobardi, esercito e non popolo: poi sotto la podestà

dei Greci, dei Saracini, dei Normanni, eserciti sempre e non popoli.

Nè popolo fu mai distrutto nell'età moderna. I luoghi disameni, la

vita pastorale e rusticana, le rare e scarse convivenze cittadine non

contribuirono certamente alla mescolanza dei sangui e a nuovi innesti

sul primitivo ceppo. I successivi padroni li avranno tiranneggiati ed

emunti, ma non impalmarono le loro donne, abbastanza brutte. Oggi

costoro soggiacciono ciechi all'autorità del vescovo, che nelle chiese

li stimola alla reazione e li determina alle più atroci vendette in

nome dell'indipendenza.

--Nel tumulto d'Isernia, disse Nullo, mutilarono orribilmente gli

avversarî presi. Un cafone vantava lo squisito sapore del lombo di don

Peppino cotto alla bragia¹. Poi rivoltosi al vetturino lo interrogò

sull'appellativo di _cafone_.

¹ Questo fatto ed altri parecchi dell'istesso genere, che allora

correvano di bocca in bocca, vennero poi riconfermati nel processo

che di quella reazione fu incoato davanti alla Corte d'Assise di

Santa Maria di Capua (giugno e luglio 1864).

--_Cafoni_, eccellenza, si chiamano i contadini, e _galantuomini_ i

proprietari.

--Il vescovo dei Sanniti d'una volta, io ripigliai, era il

_Meddix-Tuticus_...

--Ferma, ferma, gridò Caldesi al cocchiere; e il cocchiere arrestò

subitamente i cavalli.

--Che c'è? chiese il capitano Zasio.

E Caldesi con uno scoppio di risa:--Il nome di quel vescovo?

Il giovine Zasio, che in fatto di erudizione non gradiva lo scherzo,

rispose con qualche enfasi:

--Meddix-Tuticus non era un nome proprio, ma il titolo del magistrato

supremo di ciascuna società sannitica. Le loro convivenze erano

teocrazie, e quel titolo è voce di lingua osca.

--No, interruppe Nullo seccamente.

--Come, no? replicò con vivacità e con faccia vermiglia il capitano.

A cui Nullo:--È voce di lingua bergamasca.

Il capitano, la cui serietà erudita dovette capitolare, fece al

cocchiere:--Avanti!

Ma il maggiore Caldesi, vago di nuove celie, mi dimandò:

--Che c'entra monsignor vescovo d'Isernia col tuo _Tuticus_ per la

discendenza sannitica dei _cafoni_?

--Come ora il vescovo, in altro secolo ispiravali e movevali arbitro

il Tuticus, magistrato e sacerdote. Vedi là sulla sinistra quel monte?

È il Taburno. Alle falde, le Forche Caudine.

Ed egli:--Me ne rallegro tanto.

--Sulla cima selvosa sorgeva uno dei sacri delubri custodito da cento

spade fedeli, ove si raccoglievano i Sanniti con religioso tremore,

nel silenzio, nell'oscurità, fra i gemiti delle vittime umane al piede

degli altari scellerati. Là con orribili giuramenti promettevano

sommissione e obbedienza assoluta ai principi sacerdoti. Obbedivano

allora e combattevano per la libertà delle patrie montagne;

obbediscono adesso a una simile autorità, e credono di combattere per

lo stesso fine. I tempi e le forme mutarono, l'istinto di soggezione

religiosa rimase invariato, e sussiste tuttavia vincolo sociale e

ispirazione guerriera.

--Può darsi, osservò con ciera pensosa il capitano, ma le mi paiono

arbitrarie analogie e fragili deduzioni. Un abisso di secoli disgiunge

le due età, e ci vorrebbe la pupilla divina per discernere i

sottilissimi fili del rapporto.

--Io non v'insisto: però v'ha un'altra qualità di prova; le medaglie

scoperte a Rocca d'Aspramonte presso Bojano. Le teste nelle medaglie

paiono fotografie dei _cafoni_; chioma crespa e voluminosa, fronte

bassa e larga, naso schiacciato e narici turgide, zigomi espressi,

mento ampio e labbra senza curve.

--Sembrano i connotati d'un passaporto, fece Caldesi. Se tali le

medaglie, tali i _cafoni_; ma non basta per battezzarli Sanniti. Ci

vuole una prova morale; li vedrò in battaglia.

A Ponte Landolfo ci aperse la sua casa l'esattore delle gabelle, caldo

fautore delle nuove cose e uomo d'accorti consigli. Egli c'informò che

duemila fra soldati regi e gendarmi occupavano Isernia, ove mettevano

capo due o tre migliaia di _cafoni_, i quali mantenevano viva la

ribellione in un raggio di quindici a venti miglia da quel centro.

Costoro, spartiti a squadre che caporali dei gendarmi guidavano,

campeggiavano sui monti dilatando l'orbita della insurrezione a' più

rimoti villaggi, e componevano ugualmente a squadre i nuovi associati

senza distaccarli dalla cultura dei proprî campi.

--E questi, ei proseguiva, sono i più terribili, perchè, scorgendoli

voi alla zappa e alla marra sulle sudate pendici, non ne pigliate

sospetto; ma eglino, ad un segno convenuto, per vie ignote altrui, ad

essi notissime, vi balzano a tergo, oste ordinata e inattesa. Le

vostre genti, quand'anche intrepide, salvo non formino esercito da

schiacciarli, non gl'intimiderà. Solamente li impaurisce il fragore

del cannone. Avete cannoni?

--No.

--Or bene, due cose vi sono indispensabili per vincere, secondo a me

pare: un paio di cannoni, e cautissimo occhio contro le sorprese.

Quivi il maggiore toccandomi colla mano una spalla mi bisbigliò:

--Sai che comincio a crederli Sanniti davvero! Abbiamo lungamente

dibattuto fra noi se dovevano chiedersi i cannoni a Garibaldi; ma

poichè io solo mi vi opponevo, venne deliberato affermativamente, e

commesso a me l'officio d'ire oratore a Caserta per ottenerli. Andai,

dimostrai, insistetti, pregai, ma ritornai senza cannoni. A questa

novella il gabelliere fece un segno di croce sopra il naso. Passate in

rassegna le truppe a Ponte Landolfo, esse mossero per Bojano e noi

deviammo a Campobasso.

Giace Campobasso in una dolce vallea cinta di poggi e di domestiche

collinette floride di vigneti, le quali stranamente contrastano colle

rupi del selvaggio Appennino varcate allora allora. Al nostro ingresso

nella piazza, dalla strada di Civita Nuova arrivava un centinaio di

_cafoni_ insorti, prigionieri di drappelli volanti dei volontari

paesani, legati a due a due con corde ai polsi senza che la

circolazione del sangue abbia messo in gran pensieri i legatori; un

grosso cavo scorrente per lo lungo conservava in colonna le cinquanta

coppie, e _cafoni_ patrioti custodivano e conducevano i _cafoni_

ribelli fra gli applausi della popolazione accorrente e accalcata, e

li gettarono nelle carceri, stivate di già. Le carceri formavano un

lato della piazza, e dalle finestre senza cassettoni, massime di

pianterreno, i detenuti, arrampicati alle inferrate, conversavano

placidamente coi cittadini, e dalle finestre superiori calando borse

chiedevano l'elemosina. Alcuni cappelli tignosi allineati sul lastrico

imploravano con tacita favella l'obolo al passeggiero, e qualche mano

pia distribuiva il rame raccolto ai rispettivi proprietarî. Altri

parlava, altri discuteva, altri chiamava, altri guaiva, altri cantava;

tumulto assordante e perpetuo.

La popolazione ci accolse lietissima, e il signor X..., il più

opulento e riputato dei cittadini, ci aperse le sue case ospitali.

Il tenente colonnello Nullo venne munito dal dittatore di piena

potestà civile e militare nella provincia, per cui l'intendente

De-Luca affrettossi ad ossequiarlo ed a profferirsigli ai comandi.

Alto della persona, bell'uomo, energico, fiero, reprimeva

faticosamente l'ingenita baldanza al cospetto di Nullo più fiero di

lui, e in pochi istanti fastidito della sua facondia romorosa e

soffocante. Con voce metallica e profonda e con gesto soggiogatore,

l'intendente descrisse le sue recenti scorrerie militari in Isernia,

le peregrine prove di valore, gli atti virili di repressione, il

salutare tremore incusso, e sigillò la virtuosa istoria col fatto

della ritirata; secondo me, consanguinea della fuga; gemella della

ritirata di Senofonte, secondo lui.

--Ciò poco monta, sorse a dire Nullo; siete disposto, signor

intendente, a riadunare i vostri commilitoni e a seguirmi?

--Veramente, colonnello, gl'interessi amministrativi della

provincia...

--Bene, bene, riprese Nullo con sottile, ma visibile sogghigno,

provvedetemi d'ambulanze e di viveri che invierete senza indugio a

Bojano.

Frattanto il capitano Zasio, che, pari al Medoro dell'Ariosto,

«... avea la guancia colorita

E bianca e grata nell'età novella;

E fra la gente a quella impresa uscita

Non era faccia più gioconda e bella,»

era rimaso a geniali colloquî con le signore di casa. Il giovine

guerriero raccontava con ardente linguaggio le meraviglie dei Mille a

una fanciulla di ventun'anni che ascoltavalo con crescente attenzione.

Cognata del signor X... e orfana, visse insieme alla sorella nel

severo raccoglimento d'una famiglia perseguitata dal Borbone, il quale

interdisse per dodici anni al signor X... l'uscita dalla provincia del

Molise. Chiusa in sè stessa, nelle letture assidue, nei lavori

femminili e nelle cure casalinghe ella contrasse abitudini riserbate e

contemplative. Non vide mai Napoli, centro del gran mondo e del bel

mondo. In villa, l'autunno, dalla vetta del monte con avido occhio

cercava quel mondo fra i vaporosi termini dell'orizzonte, schiva delle

assegnate e borghigiane consuetudini di Campobasso, schiva della

pedestre e vulgare gioventù concittadina. Ella perseguiva con pensiero

costante un ideale che in quella valle rimota e solitaria giammai non

avvicinò. Sortiti dalla natura alti e fieri sensi, nudrita d'odio

contro la tirannide che perennemente stillavano le labbra del cognato,

sospirava i terribili mattini della riscossa e della vendetta

nazionale, e idoleggiava ne' suoi sogni un uomo, il quale con gli

studî, con la coraggiosa propaganda avesseli affrettati, e con

valorosa mano avesse aggiunta una foglia alla corona della vittoria.

Nel nobile cuore di un tal uomo, Silvia immaginava di versare il

guardato tesoro di forti e tenerissimi affetti. Non era una bellezza

incontestabile, e per avventura il piglio energico offendeva le

delicate linee della grazia, se pure la sua spontaneità nativa non

rendevalo attraente come il fiore della selva. Spigliata e agile della

persona, avea il passo, la posa, la dignità d'una principessa. Calzava

il breve e asciutto piede con eleganza pericolosa; e se alcuna rara

volta toglievasi i guanti, mostrava una mano lunghetta e rosea, con

pozzette ridenti e con ridenti e rosee e ovali e tersissime unghie.

Aveva bellissimi gli occhi bruni, ai quali le folte ciglia conferivano

un'espressione complessa di voluttà, di mestizia, d'ingenuità, di

penetrazione. I voluminosi e nitidi capelli neri, pettinati a ritroso

e raccolti in un fascio di elaborate treccie, facevano spiccare la

fronte di statua greca, ove esultava la giovinezza. Uno zendado bianco

coprivale a metà la stupenda curva del capo, e aggruppato disotto al

collo scendeva in doppia falda listata di frangia d'oro.

Il velo d'Iside.

Quel dì il capitano e Silvia, attirati inconsapevolmente l'uno verso

l'altra, ebbero più fiate occasione di particolari colloquî: si

trovarono vicini a pranzo, soli a passeggio in giardino nell'ora del

caffè, e dirimpetto in carrozza. Questa serie d'opportunità non fu

ordita, nacque da sè; e noi intertenendoci coi signori X..., vi

abbiamo cooperato. Egli palesossi cavalleresco, appassionato,

eloquente. Vago di sintesi ed educato alla scuola sentimentale degli

umanitarî, le sue idee pigliavano sembianze pellegrine nella mente di

Silvia, e vi s'impressero come una ghirlanda di punti luminosi che

l'abbagliarono. Forse, udite da altre labbra, ella avrebbele accolte

con più cauta deferenza; ma, raccomandate dalla giovinezza e protette

dal valore, ogni acume di critica divenne ottuso. Silvia apparve

ascoltatrice intelligente, interlocutrice vereconda, giudiziosa e

arguta.

Noi c'eravamo accorti di questa simpatia e, per avventura, ne sospettò

anche la sorella. Nell'intervallo in cui il capitano fu mandato da

Nullo all'intendente per accelerare l'allestimento delle provvigioni,

il maggiore Caldesi con pietoso artificio condusse la conversazione su

di lui, e ne sbozzò con forti imprimiture la vita.

Silvia, assisa sopra divano appartato, sfogliando l'albo dei ritratti

e sfiorando col mento la testa bionda d'una nipotina, non dava segno

apparente di attenzione, ma bevea con avidissimi orecchi il grato

eloquio dell'oratore faentino; e quand'egli ragionò del brillante

coraggio di Zasio, io la colsi mentre, disotto agli archi delle

magiche ciglia, essa saettò sul maggiore un'occhiata sfavillante di

gratitudine, e, scolorata in viso, svolse con più rapida mano le

pagine dell'albo.

Al ricomparire del capitano le accoglienze di lei divennero molto più

contegnose di prima, e forse uno zinzino confuse. I loro discorsi mano

mano si fecero meno eruditi, meno abbondanti e i silenzî più

prolungati. Ognuno dei due cercava invano argomenti di chiacchiera,

sentivasi vuota la mente, e dell'inopinata imbecillità stupiva e

dispettava. Lo incontrarsi dei loro sguardi principiò a produrre un

crescente e inesplicabile turbamento, e l'indomani sera, all'opera,

porgendole il braccio sino al palchetto, egli fu assalito da un

tremito, non isfuggito a lei, che gli concesse appena di reggersi in

piedi. Il teatro era illuminato a giorno in onor nostro, ed ella vi

comparve in tutto il fulgore della sua bellezza. L'ampio volume dei

capelli, fisso posteriormente da pettine d'oro a mezzaluna, scendevale

spartito in doppia onda di ricci sul colmo e agitato seno. La profusa

luce di cento lampadi dava alla sua faccia, pallida per l'emozione di

que' due giorni, una trasparenza e un tono di sì squisita delicatezza

che solamente il pennello del Correggio avrebbe saputo colorire.

Alla sinfonia dell'opera precedette l'inno di Garibaldi, nuovo allora

e miracoloso, che cantarono i virtuosi sul proscenio. Dalla

elettrizzata folla eruppe un turbine d'applausi, e in quell'istante di

universale esaltamento, gli occhi dei due innamorati si confusero in

uno sguardo appassionato e decisivo. Dopo lo spettacolo, riconducendo

alla carrozza l'angelica donna, l'uffiziale osò premere leggermente

col suo braccio il braccio di lei, e parvegli che ella non isdegnasse

la tacita dichiarazione. Ignoro se fosse il primo amore di Zasio; era

certamente il primo di Silvia.

Indarno la notte, l'inebriato capitano provò di addormentarsi;

riaccesa la candela, indarno tentò la lettura dell'ultimo

_Politecnico_ che trovò sul tavolo; l'immagine di Silvia

rifletteasigli dominatrice nel pensiero. Parendogli poca l'aria

respirabile nella camera, si rivestì, aperse la porta che metteva in

giardino, e uscì. Ma nemmeno la notturna brezza consentiva al suo

petto traboccante di felicità il libero respiro. Egli esalava la piena

degli affetti in caldissimi sospiri; spiava ne' cieli l'accarezzata

forma, con le mani giunte mandavale baci lassù, e obliandosi esclamò

quasi con un singulto:--Divina Silvia! Silvia non veduta, vide e udì.

Abitava la camera superiore e, da più lunga ora, di dietro allo

sportello della persiana invocava essa pure dal pio raggio delle

stelle quiete al suo cuore commosso.

Il giorno susseguente ci ponemmo in viaggio per Bojano. Il capitano

tesoreggiò il minuto in cui ella passeggiava soletta tra le aiuole del

giardino, le si accostò peritoso, e le disse con voce tremante e con

aspetto smarrito:

--Partiamo; forse non ci vedremo più; una palla potrebbe...

A questa frase s'accorse d'una lagrima sul ciglio di lei e tacque.

--Dunque, addio, Silvia, ripigliò l'agitato giovine.

Silvia, stesegli la mano, quel giorno senza guanti! Egli la strinse

palpitando, e come uscito di sè stesso:

--Silvia, ti amo, balbettò; e fuggì.

Al nostro arrivo in Bojano, Nullo, che immaginò accampati sulla piazza

i tremila volontarî, scorgendo la piazza ignuda, non frenò la sua ira

contro il signor Pallotta.

--Saranno in caserma, fece burlando il Caldesi.

--Dove sono le genti promesse? chiese Nullo ingrecato al gentiluomo

con una ciera che diceva:--Accònciati dell'anima!

--Signor colonnello, mancarono al convegno.

--Avete spedito esploratori?

--Non ne ho trovati.

--Di quanti militi della guardia nazionale pronti a marciare

disponete?

--D'una ventina.

Ed io che conoscevo il lato debole del compare, mettendomi nel

discorso, soggiunsi:

--Li guiderete voi.

--Vi pare decoroso per un maggiore, guidare venti uomini!

L'ingenua risposta ci restituì il buon umore, e pigliammo l'uomo e le

cose dal loro verso, sostituendo l'epigramma e la celia all'invettiva

e alla collera.

I due battaglioni, le guide e i cavalli nostri pervennero già sul

luogo dalla sera antecedente. Il gentiluomo mandò in giro i tamburi

della milizia cittadina per battere a raccolta, e si adunò

l'annunciata ventina con un sergente e due caporali. Mentre Nullo si

congratulava seco loro e li ringraziava, il maggiore Caldesi a me in

aria di canzonatura:

--Questa ventina d'eroi incarna la novissima parola di _Bovianum_,

metropoli della federazione sannitica, e, come ci tramandò Tito Livio,

_opulentissimum armis virisque_.

Lo squarcio erudito del patriota di Faenza riscosse dal sonnambulismo

il capitano innamorato; e, in istile satirico, rompendo il silenzio:

--Sta in difesa di Alberto Mario che _Bovianum_ rimase distrutto da

Silla!

Ma le nostre oziose ciarle troncò un _cafone_ capitato da Isernia, il

quale con allegro sembiante raccontava la improvvisa ritirata dei regi

eseguita nella notte verso Capua con parte dei _cafoni_, e la

scomparsa degli altri per l'appressarsi delle truppe piemontesi. La

grata novella rinfrancò gli spiriti sbigottiti della città che

temevano ad ogni ora una scorreria cafonica, e il novelliero ebbe

carezze e benedizioni. Nullo ordinò immediatamente una ricognizione a

Cantalupo con metà delle genti.

--Sai, Nullo, disse Caldesi con voce più nasale del solito; io non gli

credo, e se fossi in te lo piglierei e lo farei fucilare qui sulla

piazza da questi buoni militi della guardia civica. Che ti pare, eh?

E Nullo:--Si vedrà.

Montati in sella, uscimmo, nelle ore pomeridiane, di Bojano, la quale

si sviluppa in lunga riga alla radice d'un monte dirupato, a dieci

miglia da Campobasso, a venti da Isernia, e forma il vertice

dell'angolo ottuso descritto dalla strada consolare. Mirando ad

Isernia, Bojano costituiva la nostra base naturale d'operazione.

Guadato il fiume Tiferno che le scorre dappresso, movemmo su

Cantalupo, piccola borgata a ridosso d'una ridente collina, un po' a

sinistra della consolare. Giratala con una compagnia, la investimmo di

dietro e di fronte al passo di corsa e vi snidammo uno sciame di

_cafoni_ insorti, i quali ricoverarono velocissimi sovra più alto

monte da tergo, sulle cui sommità ravvisammo altre squadre postate di

riserva e in vedetta. Il fratello del nostro ospite di Cantalupo,

arrivato da Isernia nella notte, ci ammonì che i regî e gl'insorti

accampavano in quella città, e che vi si aspettava da Capua il

generale Scotti con quattromila uomini.

--Evidente dunque, susurrò Caldesi al mio orecchio, che la notizia

fatta spargere in Bojano nascondeva un'insidia. Il perfido messaggiero

certamente ora cammina relatore al nemico delle nostre povere forze.

Quattro palle in petto gli avrebbero chiusa la bocca. Ma Nullo ha la

natura del leone e sdegna di percuotere i colpevoli volgari!

Il giorno seguente (17 ottobre) sul mezzodì, chiamato da Nullo, giunse

il resto della colonna da Bojano e, lasciati cento uomini guardiani di

Cantalupo, si proseguì alla volta d'Isernia. Dopo le due, eccoci

all'altezza di Castelpetroso. Troviamo la borgata letteralmente

deserta, toltine un vecchio e una ragazzetta che ci contemplavano con

atteggiamento d'idioti senza rispondere alle nostre interrogazioni.

--Quest'aria di cimitero, osservò il maggiore, non mi piace. Il

gabelliere di Ponte Landolfo ci parlò di agguati. Ei mi sembra il

caso. Di codesti abitanti non ne vidi uno al lavoro dei campi. Dove se

ne andarono eglino? Il luogo eminente di Castelpetroso è naturalmente

forte; io mi arresterei qui per oggi. Qui abbiamo le spalle

assicurate. Che ne dici, Mario?

--Anch'io, risposi. Non sembra indifferente esplorare la montagna per

chiarire la causa di tale derelizione. E giacchè i Piemontesi avanzano

dalla via di Sulmona, di qui potrebbesi irrompere di fianco sul nemico

accapigliato con essi di fronte. Tale consiglio prudente mi

suggeriscono i dubbî di Nullo sulla fermezza de' nostri soldati.

A cui Nullo:

La camicia rossa Episodi - Terza edizione riveduta e corretta · 第 12 / 15 段