La musica e il teatro.
La musica non sembra arte umana, pare un linguaggio che venga da
regioni ignorate e lontane e scenda nel profondo dell'anima, facendovi
vibrare delle corde occulte e trasportandola in regioni superiori e
soprannaturali.
La musica è nata colla donna; fin dai primi tempi della creazione, la
sua voce limpida e squillante saliva nell'aria assieme al gorgheggio
degli uccelli a festeggiare la natura risorta.
Il canto muliebre dopo aver echeggiato forte e selvaggio nelle antiche
foreste ed esser salito al cielo dalle are druidiche unito ai sacrifizî
cruenti, salì per le eccelse volte delle chiese e dei conventi su in
alto col fumo degl'incensi; ed ora sulla scena dei nostri teatri,
soggioga col suo fascino una folla plaudente e può dare uno dei
maggiori godimenti che si possano desiderare su questa terra.
Se si narra d'Orfeo che riuscì a domare colla musica le fiere, e di
David che potè calmare le ire del forsennato Saulle, bisogna dire che
la musica abbia una potenza sovrumana.
Quando poi uomini di genio costrinsero i suoni a seguire certe leggi e
vi aggiunsero le armonie sgorganti dalle loro anime come limpide acque
dalle fonti perenni, la musica si trasformò in arte sublime e quasi
divina.
È strano che la donna la quale interpreta con tanta arte la musica
altrui, che ha nella gola gorgheggi da usignuolo e sa trarre, colle
mani esperte, concenti melodiosi dagli istrumenti più ingrati, non sia
mai riuscita a comporre nell'arte musicale, un'opera, non dico sublime,
ma nemmeno mediocre.
Può darsi che applicando la mente allo studio dell'armonia, possa
in avvenire far sgorgare la poesia che racchiude nell'anima in note
melodiose, ma può anche essere che la sua natura si ribelli a tanto
sforzo e si contenti della parte d'interprete delle ispirazioni altrui.
In ogni caso per dedicarsi alla musica con profitto, ci vogliono
attitudini speciali, e fin troppe fanciulle imparano a tormentare
qualche strumento, procurano di trar suoni più o meno grati dal
gravicembalo, dall'arpa o dal violino, si contentano anche della
chitarra o mandolino, pur di strimpellare qualche cosa, ma in generale
non riescono che a tormentare le povere orecchie di chi le ascolta
piuttosto che a divertirle.
Non basta saper trarre un suono più o meno armonioso da uno strumento,
bisogna che l'artista sappia immedesimarsi in quello come se formassero
una cosa sola, e abbia tanta potenza animatrice da dar vita ai suoni
che colla sua arte ne ricava.
Chi riesce a far parlare uno strumento, è certo che, oltre all'avere
una mente atta a comprendere e a interpretare il linguaggio dei
suoni, deve essersi dedicato intensamente al suo strumento al punto da
renderlo pieghevole e ubbidiente ai suoi cenni come uno schiavo. Certo
specialmente oggidì che la musica è diventata una scienza, si possono
contare molti concertisti che riescono colla loro abilità di esecutori,
a guadagnare abbastanza per vivere indipendenti ed essere applauditi.
Però la carriera che è il miraggio delle fantasie giovanili, il paese
incantato dei sogni, la meta che ognuno vorrebbe toccare, è il teatro.
Non credo che vi sia donna, per quanto ricca e felice, che
nell'assistere in teatro al trionfo d'una grande artista, non abbia
provato il desiderio di cambiarsi con quell'artista e poter destare
colla voce quell'entusiasmo nel pubblico.
È da molti secoli che la donna è accettata sulla scena e anche i più
arrabbiati antifemministi l'approvano, la lodano e la incoraggiano,
quantunque la donna destinata agli studi incessanti, ai lunghi viaggi,
alle prove della scena, molto meno di chiunque altra troverà il tempo
per le cure domestiche e per l'educazione dei figli.
Ma l'artista diverte, affascina, appartiene un po' a tutto il
pubblico, e in questo, quando si tratta del proprio godimento, ogni
altra considerazione scompare. È certo che l'artista è più amata,
più desiderata, più acclamata di tutte le altre donne, può aspirare
alla situazione più elevata, alle ricchezze più favolose, è libera,
indipendente, sirena e regina a un tempo, può essere l'idolo di
una folla plaudente, raggiungere tale celebrità e suscitare tanto
entusiasmo, come a nessuna donna nelle altre carriere è dato sperare.
Però bisogna notare che per poche che riescono a raggiungere la meta
della fortuna e della celebrità, innumerevole è la schiera di quelle
che rimangono indietro, e la carriera del teatro è altrettanto bella,
luminosa per quelle che riescono, come stentata, piena di dolori
e di sciagure, senza pace, senza dignità per coloro che rimangono
nell'ombra.
Se sul palcoscenico tutto appare in distanza sfolgorante di splendore
e di luce, dietro la scena lo spettacolo è tutt'altro che piacevole,
e qualche volta si assiste a scene ignobili e ripugnanti; non è tutto
oro quello che risplende sulla scena, anzi vi è molto orpello, e la
volgarità e la menzogna regnano sovrane.
Quel mondo sconosciuto a quelli che non lo frequentano, è pieno di
sudiciume e di fango, tanto che una donna fine e gentile vi si trova a
disagio, e se non è molto avveduta ed attenta, finisce per insudiciarsi
anche senza volerlo.
Tutto è falso dietro le scene, come le gemme e le corone delle
regine e lo scettro dei re, false le amicizie e le ammirazioni; vi
si parla un linguaggio speciale, tanto che molte persone sensibili,
provano ripugnanza a vivere in un ambiente corrotto e corrompitore e
preferiscono rinunciare alle gioie dell'arte.
Ecco perchè mi pare che la donna debba pensare molto prima di dedicarsi
alla carriera del teatro, e più di tutto non debba lasciarsi sedurre
dalla speranza di facili applausi e lauti guadagni quella che non
riunisce in sè le qualità necessarie per poter riuscire e trionfare;
pensi che oltre al grande amore pel teatro, e questo molti lo sentono,
e ai doni naturali, come bella voce, grazia nei movimenti, intelligenza
speciale, occorre una facoltà innata di saper immedesimarsi nei
personaggi che si devono rappresentare, e oltre a tutto anche un po' di
fortuna.
In un tempo nel quale era limitato il campo delle carriere concesse
alla donna, quelle che sentivano un forte bisogno d'indipendenza e
volevano liberarsi dalle meschine occupazioni domestiche e dai legami
della famiglia, se avevano voce, studiavano il canto, altrimenti si
davano all'arte drammatica, e pur di esser libere, in mancanza di
meglio, chiedevano alla danza e alla mimica il mezzo per non morire di
fame.
Ora altre vie fortunatamente sono aperte o si apriranno in breve
all'operosità femminile, e la donna che non ha in sè elementi quasi
sicuri di riuscire, non dovrebbe lasciarsi tentare da una carriera
che qualche volta fa salire molto in alto, ma più spesso fa piombare
nell'abisso, è fonte di disinganni e per giunta, salvo in certi casi,
non è priva di pericoli e d'insidie.
Tutti conoscono la vita delle grandi artiste, sia liriche che
drammatiche, la stampa sparge le loro notizie ai quattro venti, si
sa come vivono, che cosa mangiano, come viaggiano, di che cosa si
occupano; i giornali ne descrivono le vesti eleganti, i gioielli
degni di adornare regine sul trono, fanno balenare agli occhi del
pubblico come i tesori di Golconda; nel mondo si ripercuote l'eco dei
loro trionfi, gli uomini sono ai loro piedi come schiavi, pronti ad
ogni sacrifizio, per appagarle, tutte le signore fanno loro festa,
ne imitano gli abbigliamenti e procurano d'indovinare il segreto che
possiedono per poter, vere trionfatrici, trascinar dietro a sè una
folla esultante.
Ma la vita di quelle che al pari delle compagne fortunate si sono date
all'arte piene d'illusioni e di speranze e sono rimaste a mezza strada
troppo tardi per scegliere un'altra via, chi la racconta? Chi narra le
loro sofferenze? Spesso son condannate a patire la fame per vestirsi
decentemente; costrette a rappresentare personaggi lieti colla morte
nel cuore, non sapendo se potranno sfamarsi il giorno appresso, in
balia d'impresarî che pagano poco o non pagano, seminando debiti da
cui sono perseguitate lungo il cammino, costrette ad andar raminghe
di città in città raccogliendo più disapprovazioni che quattrini,
fra le tentazioni di una vita oziosa e vagabonda che fa loro sentire
l'amarezza dei disinganni, finchè vinte della vita, muoiono di stenti
in un ospedale o vivono gli ultimi anni di elemosina, e scoraggiate e
avvilite quasi invidiano la sorte dell'operaia che passa la giornata in
un lavoro monotono e quasi meccanico, ma che almeno la tiene occupata e
le dà un tozzo di pane.
La vita della scena è come un foco d'artifizio; anche per le artiste
che hanno brillato di luce intensa viene il giorno dell'abbandono, il
pubblico si volge ad altri astri che sorgono sull'orizzonte, e se non
calpesta l'idolo passato, lo dimentica.
Se l'artista ha potuto nei giorni dell'abbondanza metter da parte un
po' di quattrini, potrà avere una casa e condurre una vita agiata e
senza privazioni materiali; ma sentirà pur sempre un vuoto intorno a
sè ripensando ai trionfi passati, se non avrà saputo ornare la mente di
utili cognizioni e coltivare nei giorni migliori qualche buona amicizia
che riesca a renderle più sopportabili i giorni tristi dell'età matura.