_Arrivo a Marocco. — Generosità del Sultano. — Semelalia. —
Partenza del Sultano. — Viaggi di Ali Bey a Mogador. — Saarra.
— Mogador. — Feste pubbliche. — Ritorno a Marocco._
Il Sultano, Muley Abdsulem, e tutti gli amici che avevo alla corte
mostraronsi assai contenti del mio arrivo. Appena avutone avviso, il
Sultano mi mandò una provvisione del latte della sua tavola come una
prova del suo affetto; e lo stesso fece Muley Abdsulem. Andai a
visitarlo il susseguente giorno, e ricevetti nuove testimonianze
d'amicizia e di stima, che raddoppiò in progresso.
Pochi giorni dopo il Sultano si degnò di accordarmi poderi
considerabili, col di cui prodotto potevo sostenere il mio rango
indipendentemente dai fondi ch'io possedeva. Ero nei miei appartamenti
quando uno de' suoi ministri si presentò, consegnandomi un firmano col
quale il sultano mi donava in assoluta proprietà una casa di piacere,
nominata _Semelalia_, con molti terreni coltivati ad uso di orto, e con
piantagioni di palme, d'ulivi ec.; ed inoltre una gran casa in città
detta casa di Sidi Benhamèd Duquèli.
Il palazzo e le piantagioni di Semelalia erano opera del Sultano Sidi
Mohamed padre di Muley Solimano, che soleva farvi l'ordinaria sua
dimora. Vi aveva fatti piantare i più belli e migliori alberi
fruttiferi, ed aggiunti deliziosi giardini. Un'abbondante vena d'acqua
condotta con magnifici acquedotti dal monte Atlante, aggiunge amenità a
quest'abitazione circondata da terreni chiusi da vasta muraglia che si
stende più di mezza lega: il podere e le palme sono al di fuori del
ricinto, che non contiene che giardini di piacere, orti, ed ulivi.
Grande è la casa di città fatta fabbricare ed abitata un tempo da
Benkamed Duquèli ministro favorito, che tenne lungo tempo le redini
dell'impero. Regolare è l'architettura dei bagni, e di una porzione
della casa, e non priva di eleganza; ma il rimanente, quantunque vasto,
non ben risponde al totale. Io conservo la proprietà di questi beni in
forza del firmano datato il 29 doulhaja dell'anno 1218 dell'egira (11
aprile 1804) che me ne assicura il godimento.
Tra pochi giorni il Sultano che voleva recarsi a Mequinez, bramando di
rendermi aggradevole la dimora nel suo impero, determinò ch'io andassi a
_Sovèra_ o Mogador, per fare una gita di piacere: ed in conseguenza
ordinò che i tre pascià delle provincie _d'Hthahha_ di _Scherma_, e di
_Sous_, si riunissero colle loro truppe a Mogador.
In conformità delle intenzioni del Sultano, io sortj da Marocco il
giovedì 26 aprile a mezzogiorno, viaggiando al S. O. ed all'O. S. O.
Alle quattr'ore traversai un piccolo fiume ed un'ora dopo l'_Enfiss_, e
feci alzar le tende sulla riva sinistra.
Il paese è una vasta pianura senza confine all'est, ed all'ouest, chiusa
al nord da piccole montagne, ed al sud, ed al sud est dalla catena
dell'Atlante. Il suolo è calcareo-arenoso, ed è un vero deserto
senz'altri esseri organici apparenti, che bassi cespugli e pochi lecci.
Il tempo fu tranquillo e sereno, ed il caldo orribile.
Il mio campo era formato di cinque tende: la mia, una per i miei fakih,
un'altra per la cucina, una quarta per i domestici, e l'ultima per la
mia guardia, composta di un caporale, e di quattro soldati negri della
guardia a cavallo del Sultano. Avea lasciato a Marocco i miei equipaggi
e la mia farmacia, di che n'ero dolente, trovandomi alquanto indisposto.
_Venerdì 27._
Mi rimisi in cammino alle otto ore del mattino dirigendomi al S. O., ed
all'O. S. O.: alle undici passai un piccolo fiume, ed alle cinque della
sera avendo attraversato il fiume _Schouschàoya_, che come gli altri
scorre dal S. O. al N. O., mi accampai sulla sponda sinistra. Il paese
rassomiglia a quello percorso jeri. La catena dell'Atlante s'allontana,
ed una delle sue ramificazioni assai più basse termina l'orizzonte al S.
Al dopo pranzo alcune collinette rompevano la eguaglianza del piano, ed
al N. vidi una montagna che parvemi isolata. Il terreno è composto d'una
marna argillosa abbastanza dura. Nè la vegetazione era diversa da quella
di jeri, tranne sulle rive del fiume, che sono coperte di bellissimi
orti, e che sembraronmi assai popolate. Molte donne col volto scoperto
lavavano al fiume.
Il mio male s'accrebbe. Mi trovavo a sette gradi e mezzo dal tropico: il
tempo era infernale; ed essendo privo di medicinali ebbi timore che la
malattia si rendesse seria.
_Sabato 28._
Malgrado la mia indisposizione feci partire la mia gente alle otto ore
del mattino, dirigendoli all'O., ed in appresso all'O. S. O. Mezz'ora
dopo mezzogiorno si passò in vicinanza di poche case e di alcune
cappelle chiamate _Sidi Moktard_. Alle quattro ritrovai altre case
disperse come fattorie o poderi. Giunto alle cinque in vicinanza di una
di queste abitazioni, situata accanto di un _dovar_, e presso ad un
ruscello, allettato da questa bella posizione, feci far alto, e prender
riposo.
Il terreno presenta a principio della marna mista di terra argillosa
rossa, ed in seguito roccie calcaree coperte d'uno strato sottile di
terra vegetale seminata d'un'infinita quantità di ciottoli calcarei, e
di alcuni sassi quarzosi.
Il paese era piano da principio, ma dopo mezzogiorno convenne salire e
scendere varie colline, in mezzo alle quali alzaronsi le tende.
Il tempo fu coperto, e faceva un vento d'O. alquanto fresco; lo che mi
fu di non piccolo sollievo. Bevei molta limonata, e questa bevanda
rinfrescativa mi giovò assai. La vegetazione assai povera la mattina, mi
presentò avanti sera campi seminati, ed alberi fioriti.
_Domenica 29._
Levatosi il campo ci ponemmo in cammino alle otto ed un quarto del
mattino verso l'O., ed in appresso verso O. S. O. fino alle quattro
della sera che si fece alto.
Il paese è tutto sparso di bellissime montagnette sulle quali vedonsi
moltissime case isolate; ciò che gli dà una qualche rassomiglianza colle
montagne della Svizzera; ma sgraziatamente ve ne sono molte cadenti.
Dalla sommità di alcune montagne scopersi un vasto paese montagnoso al
N. ed al S. Alle tre ore dopo mezzogiorno vidi il mare, e la costa di
Mogador.
Il terreno è composto di roccie calcaree coperte d'uno strato leggero di
terra vegetale, egualmente calcarea ed arenosa.
Rigogliosissima era la vegetazione. Mietevasi l'orzo, e vedevansi molte
piante fiorite; ma ciò che più mi sorprese, fu la moltiplicità degli
alberi, nel paese chiamati _argàn_.
Quest'albero prezioso si moltiplica da se medesimo senza aver bisogno di
coltura; cosicchè non altro resta a farsi che raccoglierne i frutti: è
una specie d'ulivo grossissimo, da cui se ne ritrae olio in abbondanza,
bonissimo a tutti gli usi. Benchè mi sia proposto di dare a parte la
descrizione delle piante, la somma utilità di questa mi sforza a dirne
qui alcune cose.
Sembra che Linneo mettesse questa pianta o nel genere _ramnus_, o nel
_sideroxilus_, e la chiama _rhamnus siculus_ nel suo Sistema, e
_sideroxilus spinosus_ nel suo Erbario. Il dotto botanico Driander gli
dà il nome di _rhamnus pentaphillus_, ma il sig. Schousboe console del
re di Danimarca a Marocco, che ha esaminate le piante del paese con
assai più di attenzione che non erasi ancora fatto prima, si determinò a
seguire i botanici Retz, e Wildenow, che la chiamarono _elaeodendron
argan_.
La descrizione del sig. Schousboe è senza dubbio più completa di tutte
le altre, e non vi si trovano che alcune leggere differenze indicate in
altra mia opera scientifica. L'albero, quand'io lo vidi, era in piena
fruttificazione. È spinoso, e trovasi sul frutto una grande abbondanza
di certo glutine resinoso, di cui forse la chimica potrebbe cavarne
profitto. La sua polpa, dopo averne estratto l'olio, è un eccellente
alimento per i buoj. Avvi in questo luogo un bosco di dieci in dodici
giornate di viaggio nella direzione N. e S. ove la mano dell'uomo non si
occupa d'altro, che di raccoglierne i frutti. Non sarebbe possibile di
renderlo indegno de' paesi meridionali dell'Europa? Ciò, a mio credere,
sarebbe più utile che l'acquisto d'una provincia.
_Lunedì 30 aprile._
Ci movemmo alle dieci ore e mezzo del mattino dirigendoci all'O. S. O.
Un'ora dopo usciti dal bosco si cominciò a camminare sull'arena in mezzo
a molte colline di sabbia sciolta, e poco dopo il mezzogiorno arrivammo
a Sovèra o Mogador, meta del viaggio.
Il paese aveva il medesimo aspetto di quello di jeri. Si entrò in un
piano di sabbia che è veramente un piccolo _sàhharra_, nel quale il
vento prende una sorprendente rapidità; la sabbia è tanto sottile, che
forma sul terreno le onde come quelle del mare; e queste onde sono tanto
considerabili, che in poche ore una collina di venti o trenta piedi
d'altezza può essere trasportata da un luogo all'altro. A questo
fenomeno che parevami poco probabile dovetti dare intera fede, quando ne
fui testimonio: ma questo trasporto non si eseguisce all'istante, come
viene comunemente creduto, nè è capace di sorprendere, e di seppellire
una carovana che cammina. Il vento levando continuatamente la sabbia
dalla superficie, si vede abbassarsi sensibilmente di più linee ad ogni
istante. Questa quantità di sabbia che va sempre più addensandosi in
aria per le successive ondate, non potendo sostenersi, cade e
s'ammucchia, formando una nuova collina; ed il luogo che occupava
poc'anzi vedesi affatto piano e senza la menoma traccia di quello che
era un istante prima. La quantità di sabbia levata dal vento in aria è
tale, che conviene attentamente evitare di averla direttamente in
faccia, e sopra tutto difenderne almeno gli occhi e la bocca. Questa
seconda sahharra può avere circa tre quarti di lega di larghezza ove si
attraversa; e conviene attentamente orizzontarsi, onde non ismarrirsi
negli andrivieni che devono farsi in mezzo alle colline di sabbia che
limitano la veduta, e cambiano di luogo con tanta frequenza, che non
vedesi che cielo e sabbia senza alcun'orma che possa diriggerci;
perciochè all'istante che l'uomo o il cavallo alza il piede, per
profonda che ne sia l'impronta, viene in sull'istante colmata affatto.
La grandezza, la rapidità, la continuazione delle ondate confondono in
modo la vista degli uomini e degli animali, che si cammina quasi a
tentoni. In questo luogo il camello ha un grande vantaggio, perchè
portando il suo collo perpendicolarmente alzato, viene ad avere il capo
al di sopra dalla più densa ondata; i suoi occhi sono difesi dalle sue
grandi palpebre semi-chiuse ed armate di densi peli; le vestigia de'
suoi passi sono poco profonde per la grandezza e la configurazione de'
suoi piedi fatti a guisa di cuscinetti; le sue lunghe gambe gli danno
modo di fare lo stesso cammino facendo meno passi di un altro animale, e
per conseguenza dura assai minor fatica degli altri. Questi avvantaggi
gli danno un andamento fermo e facile in un suolo ove gli altri animali
sono forzati di andare a passi lenti e corti, reggendosi a stento;
talchè li camello destinato dalla natura a questo genere di viaggi è un
nuovo motivo di lode verso il creatore, che diede il camello
all'Affricano, e la renna al Lapone.
La città di _Sovèra_ che trovasi sulle carte col nome di Mogador fu
fabbricata dal Sultano Sidi Mohamed padre del Sultano attuale. La sua
forma regolare, i suoi edificj di una conveniente altezza, le danno un
assai vago aspetto per una città d'Affrica: bello è il mercato maggiore
circondato di portici; e, quantunque alquanto anguste, sono abbastanza
belle ancora le contrade tirate a filo. Le sue mura difese da alcuni
pezzi di cannone la assicurano dalle incursioni degli Arabi. Si è alzata
una batteria verso il mare che lo batte di fronte; ma sgraziatamente le
cannoniere sono disposte in maniera che i cannoni, non si possono far
giuocare che con estrema difficoltà. Questa batteria è provveduta ancora
di alcuni mortai, e di due petriere. L'estrema piattaforma dalla banda
di mezzogiorno forma un angolo o fianco armato di un grosso cannone che
batte la bocca del porto, il quale vien formato dal canale che divide
dalla città un'isola posta al S. O. Mi fu detto che non è molto sicuro,
pure vi osservai ancorata una fregata inglese. All'ingresso del porto vi
è pure una batteria più alta dell'altra: e tra le due batterie vi sono
dei grandi magazzeni assai ben fatti.
L'isola che forma il porto può avere un miglio di diametro, ed è lontana
un mezzo miglio dalla terra. Viene difesa da alcuni pezzi di cannone, e
serve alla custodia dei prigionieri di stato.
A fronte delle sue fortificazioni questa città non potrebbe sostenersi
contro un attacco un poco ostinato, perchè non ha che le acque del fiume
lontano più di un miglio.
Il soggiorno di Sovèra è molto triste, trovandosi circondata da un
deserto di arena mobile, che non permette di passeggiarvi, e non avendo
verun giardino. In distanza di mezza lega sonovi però alcune montagne
coperte di macchie di _argani_, che vi prosperano assai.
Risiedono a Sovèra alcuni vice-consoli e negozianti di diverse nazioni
Europee, che vi formano come una colonia resa numerosa dai negozianti
Giudei del paese. Questi vi godono maggiore libertà che in tutt'altro
luogo dell'impero, fino a poter vestire all'europea, e vivere come gli
altri negozianti stranieri. Sono perciò più ricchi degli Ebrei delle
altre città; ma di tratto in tratto pagano questi vantaggi con terribili
avanie.
Ne' dieci giorni che rimasi a Sovèra il tempo fu sempre variabile; ma
potei farvi esatte osservazioni, che mi diedero la latitudine di 31° 32′
40″ al N., e la longitudine O. di 11° 55′ 45″ dell'osservatorio di
Parigi.
In questi dieci giorni i tre pascià ch'erano qui colle loro truppe mi
diedero lo spettacolo delle corse dei cavalli, e delle scaramuccie,
nelle quali rappresentavano i loro combattimenti coll'esercizio delle
armi a fuoco, consumando molta polvere, e facendo molto fracasso. Un
giorno mi condussero nel palazzo del Sultano, posto nelle montagne in
mezzo ad una foresta, ove mi fu dato un magnifico pranzo. Tornando alla
città avevamo intorno più di mille uomini a cavallo che facevano delle
corse e delle scaramuccie. Si visitò un palazzo che il Sultano Sidi
Mohamed aveva fatto fabbricare in una pianura di sabbia. Dopo averne
osservato l'interno, vidi, nell'atto che si usciva, una camera chiusa:
ordinai di aprirla, ed entratovi dentro col pascià, trovammo un falcone,
ch'eravisi senza dubbio introdotto per un buco; lo feci prendere e lo
portai meco. Pochi istanti dopo il corteggio si pose in cammino, ed
attraversammo il fiume poco profondo. Un soldato che mi era vicino
scoprì un grosso pesce lungo due piedi e mezzo, ch'era stordito per il
passaggio della cavalleria; lo ferì colla sua spada, e me lo presentò.
Non saprei ben dire quali e quanti felici presagi, si motivarono sulla
preda dell'uccello e del pesce....
[Illustrazione: _a._ SOLDATO MORO A CAVALLO IN ATTO DI
ATTACCARE IL NEMICO. _b._ ALI BEY IN VIAGGIO A CAVALLO.]
Terminati questi divertimenti, cui prese parte anche il popolo di
Mogador, ripresi la strada di Marocco scortato da quindici cavalieri
sotto il comando di un ufficiale. In tale circostanza incominciai a far
uso dell'ombrella, privilegio esclusivo del Sultano, de' suoi figli, e
fratelli, e vietato a qualunque altra persona.
Rifeci il cammino praticato nella venuta; e perchè preceduto dal mio
nome, tutti gli abitanti dei _dovar_ vicini alla strada, stavano
aspettandomi per complimentarmi. Gli uomini d'arme a cavallo schierati
in linea erano i primi, e mi salutavano con una riverenza accompagnata
dal grido _Allàh iebàrk òmor Sidina_, Dio benedica la vita del nostro
signore, venivano appresso i vecchi, ed i fanciulli, che mi salutavano
presentandomi un vaso di latte all'ordinario agro, perchè si costuma
così; ed io lo assaggiavo come voleva l'usanza. Tutti mi scongiuravano a
rimanere nel loro paese; le donne nascoste dietro la tenda, o dietro le
grotte facevano eccheggiare i contorni colle loro acute grida
d'applauso. Siccome questi saluti ripetevansi ad ogni istante, perchè
gli abitanti accorrevano da luoghi assai lontani, sarebbe inutile
l'avvertire ch'io non potevo accettare tutti gl'inviti. Chiedevanmi
allora una preghiera; io la faceva, ed essi mi attestavano la loro
riconoscenza colle corse de' cavalli, e colle salve de' loro fucili.
Quando arrivavo nel luogo destinato a passarvi la notte, dopo le
medesime ceremonie, e quando io ero di già accampato, tutti i notabili
della tribù, o del _dovar_ venivano una seconda volta, preceduti dallo
scheik, e dai principali abitanti, che due a due conducevano un grosso
montone tenendolo per le corna, e me lo presentavano; altri recavano del
couscoussou, orzo, polli, frutta ec. che consegnavano al mio maestro di
casa. Io invitavo i principali a prender meco il tè; ed essi mi tenevano
compagnia una mezz'ora od un'ora al più; dopo di che ritiravansi
orgogliosi dell'ospitalità ch'io aveva accordata, e del grazioso
accoglimento loro fatto.
La mattina nell'atto della partenza ricominciavano le corse de' cavalli,
le archibugiate e le grida della femmine; e per tal modo mi ricondussi
fino a Marocco il martedì 15 di maggio.