CAPITOLO VI.

_Continuazione della storia d'Ali Bey. — Notizie intorno

all'interno dell'Affrica. — Presentazione all'imperatore di

Marocco. — Visite del Sultano e della sua Corte._

Poco dopo arrivato a Tanger la mia esistenza cominciò a diventare

aggradevole. La prima visita che mi fece il Kadi _Sidi Abderrahman

Mfarrasch_; il mio annuncio dell'eclissi del sole che doveva aver luogo

il 17 agosto, e di cui io ne avevo disegnata la figura quale doveva

vedersi nella sua massima oscurità; la vista de' miei equipaggi e de'

miei istromenti che arrivavano d'Europa in un battello; i miei regali al

Kadi, al Kaïd, ed ai primarj personaggi; le mie liberalità verso altre

persone, tutto contribuì a fissare sopra di me l'attenzione del

pubblico; cosicchè in breve tempo acquistai un'assoluta superiorità su

tutti i forastieri, e sopra i più distinti abitanti della città.

Dall'altro lato il cambiamento del clima, le sostenute fatiche, ed il

nuove genere di vita da me abbracciato alterarono alcun poco la mia

salute: onde fui costretto di assoggettarmi ad un regime rinfrescativo,

ed a prendere i bagni di mare. Queste precauzioni mi resero ben tosto la

salute; ricuperata la quale potei occuparmi delle mie collezioni. Un

giorno che, nuotando, mi ero alquanto allontanato dalla spiaggia, vidi

avvanzarsi quasi a fior d'acqua un enorme pesce lungo dai venticinque ai

trenta piedi, onde presi precipitosamente la direzione verso terra ove

le mie genti attonite mi richiamavano ad alta voce. Il pesce andò

sott'acqua, ma pochi istanti dopo ricomparve precisamente nel luogo ove

io mi ritrovavo quando lo vidi.

Un _talbe_ chiamato Sidi Amkeschet, venendo un giorno a trovarmi, ed

entrati accidentalmente sull'argomento dell'interno dell'Affrica, mi

parlò in tal modo:

«Dalla mia provincia di Sus, e di Tafilet partono spesse volte le

carovane che attraversano in due mesi il gran deserto per portarsi a

_Ghana_ ed a _Tombouctou_.»

«Nell'interno dell'Affrica conosconsi due fiumi col nome di Nilo; l'uno

de' quali attraversa il Cairo ed Alessandria, l'altro si dirige verso

Tombouctou.»

«Questi due fiumi sortono da un lago che trovasi nelle montagne della

Luna (_Djebel Kamar_). Quello dal Tombouctou non arriva fino al mare, ma

si perde in un altro lago. Le montagne della Luna ebbero tal nome dal

colore che prendono in ogni lunazione d'una corona, o d'un arco baleno».

«Da Marocco alle rive del Nilo di Tombouctou si viaggia con piena

sicurezza come in mezzo ad una città _quantunque colle mani piene

d'oro_; ma nell'altra banda del fiume _non avvi più giustizia nè

salvaguardia_, perchè abitata da nazioni assai diverse da questa. Entro

al fiume trovansi ferocissimi animali chiamati tsemsah, che divorano gli

uomini».

M'indicò colla mano la direzione dei due fiumi; il Nilo del Cairo,

diss'egli si volge a levante.... Io gli chiesi allora, interrompendolo;

«quello di Tombouctou anderà dunque a ponente?»... Certamente, risposemi

egli senza esitare, verso l'occidente».

Come mai conciliare tanta contraddizione? Stando al racconto che mi fu

fatto, farebbesi un commercio assai attivo e continuato tra i paesi

meridionali di Marocco e di Tombouctou; e per conseguenza sembra

impossibile che quella gente possa ignorare il corso del Nilo di

Tombouctou, trovandosi quasi giornalmente frequentate le sue rive dai

Marocchini. Riferiscono questi ultimi che quel fiume va ad Occidente; e

Mungo-Park assicura che volge le sue acque verso l'Oriente: che dobbiamo

conchiuderne?.... Accordando alla scoperta di Mungo-Park tutta la fede

che merita, diremo che passa per Tombouctou verso Occidente un altro

fiume, che ancora non conosciamo, e che i Marocchini confondono senza

dubbio col gran _Nilo Occidentale_ o _Joliba_ scoperto da Mungo-Park, il

quale confessò che questo fiume non passa precisamente per Tombouctou, o

pure che il Joliba fa in questo luogo uno straordinario contorcimento,

che è cagione dell'errore in cui versano gli abitanti di Marocco; o pure

convien supporre che questi ultimi ne parlino senza aver nulla veduto, e

soltanto dietro il racconto degli antichi geografi. Frattanto questa

relazione spogliata dagli errori che la sfigurano, indica sempre due

cose singolari: _l'unione, o la comunicazione dei due Nili verso la loro

origine nello stesso lago, e lo smarrimento del Nilo occidentale in un

altro lago_. Ritorneremo altrove su questo argomento.

L'artiglieria delle batterie di Tanger annunciò il 5 ottobre l'arrivo

del Sultano _Muley Solimano_ imperatore di Marocco, che scese al suo

alloggio nell'_Alcassaba_ o castello della città. Siccome non ero ancora

stato presentato al Sultano, io non sortivo di casa, onde aspettarvi gli

ordini, a seconda delle intelligenze che avevo col kaïd ed il kadi: e

perciò non potei vedere la cerimonia del suo arrivo.

All'indomani il kaïd mi fece sapere, che potevo allestire il regalo di

pratica per il susseguente giorno; lo che io feci all'istante. Al

mattino del giorno indicato ebbi una conferenza col kaïd ed il kadi

intorno al modo della mia presentazione. Il kaïd mi chiese la lista dei

doni che destinavo al Sultano; io gliela diedi, e fummo subito

d'accordo.

Perchè era giorno di venerdì andai prima alla gran moschea per fare la

preghiera del mezzogiorno, perchè questa è una indispensabile

obbligazione, e perchè doveva recarvisi ancora il Sultano.

Fui appena entrato nella moschea che un moro mi s'accostò, dicendomi,

che il Sultano aveva allora mandato uno de' suoi domestici per

prevenirmi che io potevo salire all'Alcassaba alle quattr'ore,

ond'essergli presentato.

Prima che giungesse il Sultano alla moschea entraronvi alcuni soldati

disordinati, e, quantunque armati, si posero dall'una parte e dell'altra

senza conservare alcun rango.

Il Sultano non fecesi aspettar molto; entrò seguito da un piccolo

accompagnamento di grandi, e di ufficiali tutti così semplicemente

abbigliati, che non distinguevansi altrimenti dal rimanente della

compagnia. Eranvi nella moschea, affollata di popolo, circa due mille

persone. Finchè io vi rimasi ebbi cura di tenermi un poco appartato.

La preghiera si eseguì al solito degli altri venerdì; ma la predica si

fece da un fakih del Sultano, che perorò con molta energia intorno

all'argomento «essere gravissimo peccato il commerciare coi cristiani,

non doversi dar loro nè vendere alcuna specie di vittovaglie, e simili

altre cose.

Terminata la preghiera mi feci aprire un passaggio dai miei domestici, e

sortj. Un centinajo di soldati negri trovavasi sotto le armi in

semicerchio fuori della porta, ov'era adunata moltissima gente. Tornato

a casa venne a cercarmi un domestico del Sultano per significarmi gli

ordini del suo padrone, ed in pari tempo per ricevere la mancia di

consuetudine.

Alle tre ore dopo mezzogiorno il Kaïd mi spedì nove uomini per ajutare

la mia gente a portare il mio regalo composto de' seguenti oggetti:

Venti fucili inglesi colle loro bajonette.

Due moschetti di grosso calibro.

Quindici paja di pistole inglesi.

Alcune migliaja di pietre focaje.

Due sacchi di piombo per la caccia.

Un equipaggio compiuto da cacciatore.

Un barile della miglior polvere inglese.

Varie pezze di ricche mussoline semplici e ricamate.

Alcune piccole bijotterie.

Un bellissimo parasole.

Varie confetture ed essenze.

Le armi erano entro alcune casse chiuse a chiave, e le altre cose

disposte sopra grandissimi piatti coperti da stoffe di damasco rosso

gallonate d'argento. Salj all'alcassaba alla testa degli uomini e dei

domestici che portavano il dono. Il kaïd aspettavami alla porta, ove mi

complimentò. Attraversai un portico sotto al quale trovavansi molti

ufficiali della corte; di dove entrai in una piccola moschea che gli sta

di fianco per fare la preghiera del vespero, cui assistette ancora il

Sultano.

Appena terminata la preghiera essendo uscito dalla moschea, vidi presso

alla porta un mulo per il Sultano, intorno al quale stava un infinito

numero di domestici, e di ufficiali della corte. Precedevano due uomini

armati di picca, o di lancia che tenevano perpendicolarmente, ed aveva

press'a poco la lunghezza di quattordici piedi. Il corteggio era seguito

da circa settecento soldati negri, armati di fucile, strettamente

riuniti, senz'ordine nè rango, e circondati da molto popolo. Io, ed il

kaïd presimo posto in mezzo al passaggio presso ai due lancieri. A canto

a noi venivano i regali portati sulle spalle dai miei domestici, e dagli

uomini mandatimi dal kaïd.

Giunse bentosto anche il Sultano e montò sulla sua cavalcatura, e quando

giunse in mezzo al cerchio, il kaïd ed io ci facemmo innanzi: il sultano

fermò la sua mula, ed il kaïd mi presentò: io chinai la testa, ponendomi

la mano al petto, cui il sultano corrispose abbassando il capo, e mi

disse; Siate il ben venuto; indi si volse alla folla, ed avendola

invitata a salutarmi con queste parole: _Ditegli che sia il ben venuto_:

all'istante tutta la gente gridò: _ben venuto_. Il sultano spronò il suo

muletto, e recossi ad una batteria lontana due cento passi.

Colà portatomi col mio introduttore, rimasi presso alla porta, lasciando

che s'avanzasse il solo kaïd col donativo. Quando entrammo nelle

batterie si fece un profondo silenzio. Eranvi almeno venti persone, la

maggior parte usceri e grandi ufficiali.

Poco dopo fui chiamato dal kaïd e lo seguii nel terrapieno della

batteria che formava una specie di terrazzo che guardava al nord sul

mare, ed era armato da nove pezzi di cannone del maggior calibro.

Nell'angolo orientale eravi una casuccia di legno, alcuni piedi più alta

della batteria, onde dominare il parapetto, a cui si saliva per una

scala di otto gradi.

Il sultano trovavasi entro questa casuccia seduto sopra un piccolo

materasso guarnito di guanciali. Il kaïd, due grandi ufficiali, ed io,

lasciammo le nostre pantoffole alla porta onde avere i piedi nudi, come

vuole l'usanza. Due ufficiali mi presero in mezzo tenendo ognuno per un

braccio, ed il kaïd mi si pose alla sinistra e ci presentammo al sultano

facendo una riverenza o profondo inchino della metà del corpo colla mano

destra al petto.

Il sultano dopo aver replicate le sue espressioni di _benvenuto_, mi

fece sedere sulla scala; gli ufficiali si ritirarono, ed il kaïd rimase

in piedi. Allora il sultano mi disse umanamente, e con voce amichevole

«che era assai contento di vedermi» e replicò molte volte somiglianti

espressioni tenendosi la mano al petto, onde farmi conoscere i suoi

sentimenti non meno colla voce che coi gesti. Conobbi questo sovrano

assai propenso a mio favore, lo che mi sorprese assai perchè niente

aveva fatto per meritarmi la sua grazia.

Mi chiese in seguito in quali paesi ero stato, quai linguaggi parlavo, e

se sapeva anche scriverli; quali scienze avevo studiato nelle scuole dei

cristiani, e quanto tempo mi ero trattenuto in Europa. Dopo avere

ringraziato il cielo d'avermi fatto uscire dai paesi infedeli, mi

testificò il suo rincrescimento perchè un uomo della mia qualità non si

fosse più presto recato a Marocco. Mi ringraziò d'avere preferito il suo

paese a quello d'Algeri, di Tunisi o di Tripoli, mi assicurò

replicatamente della sua protezione, e della sua amicizia. Mi chiese poi

se avevo stromenti per fare osservazioni scientifiche; e dietro la mia

risposta affermativa, mi disse che desiderava vederli, e che _potevo

portarli_.... Ebbe appena pronunciate queste parole, che il kaïd

s'avvicinò e prendendomi per mano voleva condurmi via: ma senza movermi

io feci osservare al sultano, che _bisognava aspettare fino

all'indomani, perchè avvicinandosi la sera non avevo tempo di

prepararli_. Il kaïd mi guardava attonito perchè a Marocco non è

permesso di contraddire alle voglie del sultano; il quale mi disse: «E

bene dunque portateli domani — a quale ora? Alle otto del mattino. — Io

non mancherò». Allora mi congedai dal sultano, e partii col kaïd.

Ero di poco ritornato a casa che vennero ad avvisarmi della visita

generale dei domestici del palazzo, cui doveasi in tale circostanza una

gratificazione. I miei domestici mi sbarazzarono da questa visita con

minor spesa ch'io non credevo.

Quando il sultano parlavami de' miei stromenti aveva fatto portare un

piccolo astrolabio di metallo di tre pollici di diametro, che serve per

regolare gli orologi, e le ore per la preghiera, e mi avea domandato se

ne avessi uno somigliante; al che rispondeva di no, soggiungendo che

_questo stromento era troppo inferiore a quelli di moderna invenzione_.

All'indomani andai al castello all'ora indicatami; trovai che il sultano

mi stava aspettando nello stesso luogo col suo primo fakih, o muftì ed

un altro suo favorito. Teneva avanti di se un servizio di tè.

Vedendomi entrare mi fece salire subito la scala, e sedere al suo lato:

indi preso il vaso, versò il tè in una tazza, ed avendovi posto del

latte, me la presentò colle sue proprie mani. In tanto egli chiese

carta, e calamajo, e gli fu portato un pezzo di cattiva carta, un

piccolo calamajo di corno con una penna di canna: scrisse in quattro

linee e mezzo una specie di preghiera che diede a leggere al suo fakih;

il quale gli fece osservare che aveva dimenticata una parola; ed il

sultano ripresa la penna vi aggiunse ciò che mancava. Avendo terminato

di prendere il tè S. M. Marocchina mi presentò la scrittura perchè la

leggessi, ed egli accompagnava la mia lettura indicandomi col dito sulla

carta ogni parola progressivamente e correggendo i difetti della mia

pronuncia come farebbe il maestro collo scolare. Terminata la lettura mi

pregò di custodire questa carta, che ancora conservo.

Si levò il vassellame del tè composto d'una zuccariera d'oro, d'un vaso

di tè, d'uno per il latte e di tre tazze di porcellana bianca ornata di

oro, il tutto posto sopra un gran piatto indorato.

Come porta l'uso del paese, egli aveva posto lo zuccaro nel vaso del tè;

metodo incomodo assai perchè obbliga a prendere la bevanda o troppo, o

poco addolcita.

Il sultano mi dava frequenti prove del suo affetto. Chiese di vedere i

miei strumenti, che osservò pezzo per pezzo con molta attenzione,

chiedendomi la spiegazione di ciò che non conosceva, o non sapeva quale

ne fosse l'uso. Mostrava di compiacersi assai di quanto gli rispondeva,

e desiderò che facessi in sua presenza una dimostrazione astronomica;

onde per appagarlo presi due altezze del sole con il circolo

moltiplicatore. Gli feci vedere varj libri di tavole e di logaritmi che

avevo portati meco per dimostrargli che gli strumenti non servono a

nulla, se non s'intendono que' libri, e molti altri. Mostrò d'essere

estremamente sorpreso alla vista di tante cifre, e quando gli offersi i

miei strumenti, risposemi, che io «dovevo conservarli perchè io solo ne

conosceva l'uso; e che avressimo avuto molti giorni, e molte notti per

contemplare con piacere il cielo». Da ciò compresi che pensava di

tenermi presso di se, avendomene fatti altri cenni. Soggiunse che

desiderava di vedere gli altri miei strumenti, che promisi di portare

all'indomani e mi congedai.

Il susseguente giorno essendomi portato al castello, salii nella sua

camera, ove lo trovai coricato sopra un piccolissimo matterasso ed un

guanciale: stavan seduti innanzi a lui sopra un tappeto il suo gran

fakih e due suoi favoriti. Appena vedutomi alzossi da sedere, ordinando

di portare un materasso somigliante al suo, che fece collocare al suo

fianco, e mi ordinò di adagiarmivi.

Dopo i vicendevoli complimenti, feci introdurre una macchina elettrica,

ed una camera oscura che gli presentai siccome oggetti di semplice

curiosità non applicabili alle scienze. Avendo montate le due macchine

posi la camera oscura presso ad una finestra: il sultano levossi e vi

entrò due volte; lo ricopersi io stesso colla coltre durante tutto il

tempo che vi rimase, compiacendosi di osservare gli oggetti trasmessi

dalla macchina; lo che io risguardai come una grandissima prova di

confidenza. Si divertì in seguito a vedere scaricarsi la bottiglia

elettrica a diverse riprese. Ma ciò che maravigliosamente lo sorprese fu

l'esperienza del colpo elettrico, che mi fece replicare più volte,

mentre ci tenevamo tutti per la mano per formare la catena, e volle

essere a lungo istruito intorno a queste macchine, ed all'influenza

dell'elettricità.

Il precedente giorno avevo mandato al sultano un cannocchiale, che

allora glie lo richiesi per regolarlo secondo la sua vista; ciò che io

feci all'istante, marcando sul tubo il conveniente grado dietro

l'esperimento da lui fattone.

Io avevo lunghissimi mustacchi, onde il sultano mi domandò perchè non li

accorciassi come gli altri Mori. Ed avendogli rimostrato che in Levante

non si tagliavano; mi rispose; «va bene, ma questa non è l'usanza del

paese». Quindi avendo fatto recare un pajo di forbici, tagliò alquanto i

suoi, ed in appresso prendendo i miei m'indicò quanto doveva toglierne e

lasciarne: e forse il primo suo pensiero era quello di scorciarmeli egli

medesimo, ma perchè io nulla risposi, depose le forbici. Mi chiese poi

se io tenevo une strumento adattato a misurare il calore; e gli promisi

di mandargliene uno. Mi congedai facendo levare i miei strumenti, e lo

stesso giorno gl'inviai un termometro.

Verso sera mentre stavo con alcuni amici, un domestico del sultano mi

recò da parte sua un regalo. Avendogli ordinalo di avanzarsi, si

presentò chinandosi fino a terra, e pose innanzi a me un involto di tela

d'oro e d'argento. La curiosità di vedere il primo regalo che mi faceva

l'imperatore di Marocco mi fece aprire l'involto con molta premura, e vi

trovai...... due pani assai neri.

Non essendo preparato a cotal dono, non mi sovvenne in quel primo

istante di cercarne il significato; e rimasi un momento così sorpreso

che non sapeva che dirmi; ma coloro ch'eran meco s'affrettarono di

complimentarmi, dicendo, quanto siete fortunato! quale felicità è la

vostra! _Voi siete fratello del sultan_o; _il sultano è vostro

fratello_: mi rissovvenni allora, che tra gli Arabi il più sacro segno

di fraternità è di darsi a vicenda un pezzo di pane, e di mangiarne

ambedue; e per conseguenza i pani mandatimi dal Sultano erano il suo

segno di fraternità con me. Erano neri perchè il pane mangiato dal

sultano si fa cuocere entro fornelli portatili di ferro; ciò che dà loro

un colore oscuro al di fuori, ma internamente sono bianchi e buonissimi.

All'indomani, dopo aver ricevuto le visite di alcuni cugini, o altri

parenti del Sultano, andai col kadi a visitare il fratello maggiore

dell'imperatore: egli chiamasi _Muley Abdsulem_, che ha la sventura

d'essere cieco. Il nostro intrattenimento che si prolungò quasi un'ora

fu tutto filantropico.

Il martedì undici ottobre il kaïd mi ordinò per parte del Sultano di

tenermi pronto a partire con lui il susseguente giorno alla volta di

Mequinez; prevenendomi di domandare tutto quanto poteva abbisognarmi.

Passai tosto a trovarlo nel castello per fargli sapere che io non potevo

partire così presto, avendo bisogno di rimanere a Tanger alcuni altri

giorni. Mi chiese quanto tempo mi abbisognava, ed avendogli risposto

dieci giorni, entrò dal Sultano, che me li accordò senza difficoltà.

Le stessa sera, accompagnato dal mio buon kadi, andai a render visita al

primo ministro _Sidi Mohamet Salaoui_ che mi ricevette seduto in su le

calcagna in un angolo della cameretta di legno, in cui avevo veduto il

Sultano; ma egli stava sul suolo senza pur avere una semplice stuoja, al

lume d'una miserabile lucerna di latta con quattro vetri, posta sul

suolo al suo fianco. Egli aveva poc'anzi ricevuto nella medesima maniera

il console generale di Francia che sortiva nell'atto ch'io entrai.

Sedemmo in terra presso di lui, trattenendoci un quarto d'ora in

complimenti.

Fui in appresso col kadi a visitare Muley Abdelmélek cugino germano del

Sultano, uomo rispettabilissimo che era generale della guardia.

Accampato sotto la tenda, stava co' suoi figliuoletti sdrajato sopra un

matterasso, ed aveva a lato il suo fakih. Appena entrati, il fakih si

alzò; Muley Abdelmélek si pose a sedere, e fece che noi pure sedessimo

presso di lui sopra un altro matterasso. La nostra conversazione che

durò quasi un'ora fu assai amichevole. Nel fare queste visite il kadi

servivasi della sua mula, ed io del mio cavallo, e la mia gente ci

accompagnava a piedi colle lanterne. Regalai tutte le persone visitate,

senza scordarmi di dar la mancia agli usceri ed ai domestici. Feci pure

qualche regalo ad alcuni grandi ufficiali e favoriti del Sultano.

Mercoledì 12, il Sultano partì di buon mattino alla volta di Mequinez.

In tal modo ebbe fine il mio ricevimento alla corte del sovrano di

Marocco.

Il Sultano _Muley Solimano_ mostra l'età di quarant'anni. È grande di

statura, e la sua carnagione è assai fresca. Il volto non bianco, ma non

soverchiamente bruno porta i segni della bontà; ha grandi e vivacissimi

occhi; semplicissimo è il suo vestire, per non dir di più, essendo

solito di portare un grossolano hhaïk; sono disinvolti i suoi movimenti;

parla con rapidità, agevolmente comprende ogni cosa. Egli è fakih, ossia

dottore della legge, e la sua istruzione è puramente ed interamente

musulmana.

Ogni lusso è sbandito dalla sua corte. Durante il soggiorno ch'egli fece

a Tanger rimase accampato sotto le tende poste all'ouest della città

senza alcun ordine. Le sue erano in mezzo ad un grandissimo spazio

vuoto, e circondato da un parapetto di tela dipinta in forma di

muraglia. Nella tenda di Muley Abdelmélek ch'era molto grande, non

vedevansi che due matterassi, un gran tappeto, un candelliere d'argento

con una gran torchia acceso. Intorno ad ogni tenda stavano attaccati i

cavalli ed i muli del padrone, ed in tutto il campo non vidi che due

cammelli. Malgrado la confusione ed il disordine di questo campo,

calcolai che poteva contenere all'incirca sei mille uomini.

Il kaïh accompagnò il Sultano fino alla prima stazione della sera; ed

allorchè ritornò a Tanger mi fece replicate istanze a chiedergli tutto

quanto poteva abbisognarmi. Lo pregai di farmi venir tende ed altri

oggetti necessarj ai miei progetti.

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 1 · 第 15 / 48 题