_Arrivo a Tanger. — Interrogatorio. — Presentazione al
governatore. — Stabilimento d'Ali Bey nella sua casa. —
Preparativi per andare alla moschea. — Festa natale del
profeta. — Marabout. — Visita al Kadi. — Congedo del suo
introduttore._
Dietro la presa risoluzione essendo tornato in Ispagna nell'aprile del
1803, m'imbarcai a Tariffa sopra un piccolo battello; ed attraversato in
quattr'ore lo stretto di Gibilterra, entrai nel porto di _Tanja_ o
Tanger alle dieci ore del mattino, il giorno 29 giugno dello stesso
anno, mercoledì 9 del mese _vabiul-anal_ dell'anno 1218 dell'egira.
La sensazione che prova colui che fa la prima volta questo tragitto
brevissimo con può paragonarsi che all'effetto d'un sogno. Passando in
così corto spazio di tempo in un mondo affatto nuovo, e che non ha
veruna rassomiglianza con quello che si è lasciato; si trova come
trasportati in un altro pianeta.
In tutte le contrade del mondo gli abitanti de' paesi limitrofi più o
meno uniti da reciproche relazioni, amalgamano, per così dire, e
confondono i loro idiomi, le usanze, i costumi, talchè si passa
gradatamente dagli uni agli altri, e quasi senz'avvedersene; ma questa
costante legge della natura non è comune agli abitanti delle due coste
dello stretto di Gibilterra, i quali, malgrado la vicinanza loro, sono
gli uni agli altri così stranieri quanto un francese lo sarebbe ad un
chinese. Nelle nostre contrade del Levante, se noi osserviamo
progressivamente l'abitante dell'Arabia, della Siria, della Turchia,
della Valacchia, dell'Allemagna, una lunga serie di transizioni ne
indica in qualche modo tutti i gradi che separano l'uomo barbaro
dall'uomo civilizzato: ma qui l'osservatore tocca in un solo mattino gli
estremi della catena della civilizzazione, e nella piccola distanza di
due leghe e due terzi, che è la più breve tra le due coste[1], trova la
differenza di venti secoli.
[1] _Ali Bey parla sempre di venti leghe per grado._ (Nota
dell'Editore)
Avvicinandoci a terra si presentarono a noi alcuni Mori; uno de' quali,
che mi si disse essere il capitano del porto, avvilupato in una specie
di sacco grossolano con cappuccio, colle gambe ed i piedi ignudi,
tenendo una gran canna in mano, entrò nell'acqua chiedendo il
certificato di sanità, che gli fu dato dal mio padrone; indi rivoltosi a
me, fecemi le seguenti interrogazioni.
_Capitano_. Di dove venite?
_Ali Bey_. Da Londra, per Cadice.
_C_. Non parlate voi il moresco?[2]
[2] _Il capitano parlava il linguaggio mogrebino._ (N. dell'E.)
_A_. No.
_C_. Qual è adunque la vostra patria?
_A_. Aleppo.
_C_. E dove trovasi Aleppo?
_A_. Nello _Scham_ (la Siria).
_C_. Che paese è Scham?
_A_. È a levante presso la Turchia.
_C_. Voi dunque siete Turco?
_A_. Non sono Turco, ma il mio paese è sotto il dominio del Gran
Signore.
_C_. Ma voi siete musulmano?
_A_. Sì.
_C_. Avete passaporti?
_A_. Sì, ne tengo uno di Cadice.
_C_. E perchè non è di Londra?
_A_. Perchè il governatore di Cadice lo ritenne, rilasciandomi questo.
_C_. Datemelo.
Io lo passai al capitano, il quale, dando ordine di non permettere ad
alcuno di sbarcare, partì per mostrare il mio passaporto al Kaïd ossia
governatore. Questi lo mandò al console di Spagna perchè lo
riconoscesse; il quale avendolo dichiarato autentico, me lo rimise per
mezzo del vice-console, che venne al mio battello con un Turco chiamato
Sid Mohamed, capo dei cannonieri della piazza, che il governatore aveva
incaricato di farmi nuove interrogazioni.
Mi furono rinnovate quelle del capitano del porto, dopo di che partirono
per farne rapporto al Kaïd.
Ricomparve in appresso il capitano coll'ordine del governatore per il
mio sbarco. Scesi tosto a terra facendomi condurre al Kaïd appoggiato a
due mori, perchè quando attraversai la Spagna avevo riportata una grave
ferita alla gamba, rovesciandosi la mia vettura.
Il Kaïd mi accolse gentilmente: e dopo avermi fatte press'a poco le
medesime interpellazìoni, diede ordine di allestirmi una casa, e mi
congedò complimentandomi ed offrendomi i suoi servigi.
Dopo averlo ringraziato uscj accompagnato dalle stesse persone, e fui
condotto alla bottega d'un barbiere. Il turco che mi aveva interrogato
nel battello andò e tornò più volte senza poter procurarsi la chiave
della casa destinatami, il di cui proprietario trovavasi in campagna.
Sopraggiunta la notte il mio turco recò del pesce da mangiarsi con lui;
e quando, dopo avere leggiermente cenato, mi disponevo a coricarmi sopra
una specie di banca da letto, alcuni soldati della guardia del Kaïd
entrarono bruscamente, ordinandomi di ripassare dal Kaïd.
Io mi alzai e mi lasciai condurre dal Kaïd, il quale aspettavami con
impazienza alcuni passi fuori della porta, e mi fece salire in una
camera, ove trovavasi il suo segretario, ed il suo kiàhia, ossia
luogotenente governatore. Dopo essersi scusato perchè non mi ritenne la
mattina, soggiunse gentilmente, che voleva essermi ospite finchè fosse
preparata la mia casa. Fummo serviti di caffè senza zuccaro, e più volte
ripetute le interrogazioni, e le risposte sul conto mio; e finalmente
dopo un'abbondante cena, di cui ne gustai pochissimo, mi coricai come
gli altri sullo stesso tappeto.
Nel dopo pranzo dello stesso giorno aveva sbarcata la mia valigia ov'era
tutto il mio equipaggio. Ne offrj la chiave alla dogana; dove non si
volle nè visitarla, nè ricevere alcuna mancia. Questa valigia mi
accompagnò costantemente finchè fui collocato nella mia casa.
All'indomani dopo merenda il padrone del battello mi pregò di chiedere
al Kaïd il permesso di caricare alcune vittovaglie: al che mi rifiutai,
non credendomi entrato così avanti nell'amicizia del governatore, per
azzardare tali inchieste. Si pranzò a mezzogiorno; durante il quale
chiesi spesso notizie della mia casa, e non ebbi in risposta che dei sì;
ma verso sera mi fu dato avviso ch'era allestita. Presi allora congedo
da Kaïd che mi offrì di nuovo i suoi servigi, e fui condotto al nuovo
mio domicilio.
Vidi entrando ch'erasi consumato l'antecedente giorno ad imbiancarne i
muri, ed a coprire il palco di tutte le camere d'uno strato di due in
tre pollici di argilla, che non era peranco perfettamente asciutta. Feci
molti ringraziamenti per la cura presa nell'abbellire la mia abitazione;
ed ammirai nello stesso tempo la rara semplicità dei costumi di un
popolo, che s'accontenta di simili case, e che nè pure conosce
probabilmente l'uso delle finestre nelle fabbriche delle case; di modo
che le camere non ricevono aria e luce che dalla porta d'un andatojo,
che mette sul cortile. A fronte di tali inconvenienti, era tale il mio
desiderio, o dirò meglio l'estremo bisogno ch'io avevo di trovarmi
finalmente solo e pienamente libero, che ricevetti questo cattivo
alloggio come un singolare beneficio, e ne approfittai in sul momento.
Per questa prima notte mi coricai sopra una stuoja, valendomi della
valigia per guanciale, e d'un drappo di lana per ricoprirmi.
All'indomani, venerdì primo luglio, feci comperare quanto strettamente
occorrevami per gli usi domestici della casa, stuoje per coprire il
suolo e parte delle pareti, alcuni tappeti, un materasso, cuscini ed
altri utensiglj.
Le usanze de' Marocchini sono in Europa pochissimo conosciute, perchè
coloro che vi vengono, sogliono d'ordinario adottare i costumi dei
Turchi delle reggenze. Il Marocchino non copre mai le gambe; ha
pantoffole gialle assai grossolane, ove non entra il tallone; la veste
principale consiste in una specie di grandissimo drappo bianco di lana
chiamato hhaïk, entro il quale s'avviluppa dal capo fino ai piedi.
Perchè desiderando ancor io di vestire come gli altri, sacrificai le mie
calze e le mie gentili pantoffole turche, avvolgendomi in un immenso
hhaïk, e lasciando le gambe ed i piedi ignudi, ad eccezione della punta
che entrava nelle mie enormi e pesanti papuzze.
Era venerdì, onde dovendo andare alla moschea per le preghiere del
mezzogiorno, il mio turco m'istruì intorno al rito del paese alquanto
diverso da quello dei turchi. Ma ciò non bastava: mi dovetti far radere
nuovamente il capo, quantunque già raso pochi dì prima a Cadice: e
quest'operazione fu ancora eseguita dallo stesso turco, la di cui
inesorabil mano mi rese la cute tutta rossa ad eccezione d'una ciocca di
capelli nel mezzo. Dalla testa passò a radere tutte le altre parti del
corpo, non lasciando indizio di quanto il nostro santo profeta
proscrisse nella sua legge quale orribile impurità. Mi condusse poi al
bagno pubblico ove facemmo il nostro lavacro legale. Ma di ciò più
diffusamente altrove, come pure delle cerimonie della preghiera alla
moschea ove s'andò a mezzodì, chiudendosi in tal modo le pie opere di
questo giorno.
Nella susseguente mattina di sabbato ebbe principio la solennità
d'_Elmouloud_, o natività del nostro Santo profeta, che dura otto
giorni; ne' quali vengono circoncisi i fanciulli. Ogni giorno mattina e
sera alcuni musici eseguiscono con grossolani e sconcertati stromenti
varie suonate innanzi alla porta del Kaïd.
In questi giorni festivi ci siamo recati a fare le nostre divozioni in
un eremitaggio, o luogo sacro posto a duecento tese dalla città, ove si
venerano le spoglie mortali d'un santo; e serve ad un tempo d'abitazione
ad un altro santo vivo, fratello del defunto, che riceve le offerte per
l'uno e per l'altro. Vedesi da questo lato della città il cimitero dei
musulmani.
Il sepolcro del santo situato nel centro della cappella era ricoperto di
varj pezzi di stoffa assai sdruscita tessuta di seta, cotone, oro ed
argento. Stavano in un angolo alcuni Mori, che cantavano a coro pochi
versetti del Corano[3].
[3] Kour'ann _è il vero nome del Corano quale viene pronunciato
dagli Arabi_. (N. dell'E. F.)
Poi ch'ebbimo fatte le nostre preghiere al sepolcro si passò a visitare
il santo vivo, che vidimo in mezzo ad altri Mori nell'orto vicino alla
cappella. Egli ci accolse di buon garbo, ed il mio Turco, dopo esserci
seduti, gli raccontò la mia storia. Il santo ringraziava Dio d'ogni
cosa, ma in particolare d'avermi ricondotto nella terra de' fedeli
credenti. Mi prese per mano, e fatta un'orazione sotto voce, mi pose la
sua sul petto, e ne recitò un'altra; dopo di che ci separammo.
Quest'uomo vestiva come gli altri abitanti.
Di là si andò a trovare il _Fakih Sidi Abderrahmam-Mfarrasch_ capo dei
_fakih_ ossia dottori della legge, _imam_ o capo della principale
moschea di Tanger, e _Kadi_, val a dire giudice del cantone. Questo
venerabil vecchio rispettato da tutto il paese, è in grandissima
riputazione presso lo stesso Re di Marocco. Ascoltò con molta attenzione
il racconto delle mie avventare fattogli dal Turco, e mi accertò del suo
parziale attaccamento. Poi ch'ebbi soddisfatto a queste convenienze,
desideravo di potermi liberamente occupare intorno ai miei affari, ma
l'incessante compagnia del mio Turco riuscivami infinitamente molesta,
perchè non poteva travagliare nè giorno nè notte. Avrei voluto tenerlo
alcun poco lontano, ma non m'arrischiavo di farlo, temendo che avesse
avuto commissione dal Kaïd di osservare da vicino tutti i miei
andamenti, nel qual caso i miei tentativi potevano avere disgustose
conseguenze. Pure siccome s'incaricava ogni giorno de' miei piccoli
affari, e dell'economia domestica, non senza qualche suo profitto, non
fu difficile trovare veri o falsi pretesti di mostrarmi scontento di
lui; in seguito ai quali essendo venute in chiaro, che non aveva verun
appoggio presso il Kaïd, l'allontanai interamente, dopo averlo per altro
generosamente regalato, onde compensarlo de' servigi resimi ne' primi
giorni, e non inimicarmelo.
Ricuperata in tal modo la mia libertà, ripresi le mie favorite
occupazioni.