Mentre il signor Van-Spengel eseguiva queste operazioni, il giudice
Lamère e il dottor Marol avevano fatte altre e più minute osservazioni
su le diverse ferite delle vittime, perdendosi in un ginepraio di
supposizioni intorno al modo con cui gli avvenimenti eran dovuti
accadere.
Un piccolo episodio li avea commossi.
Erano nella Camera della Marchesina.
— Perchè non l'avevano trovata uccisa là, ma nel salone di ricevimento?
La Marchesina era ancor sveglia verso le due e mezzo dopo la mezzanotte.
Che cosa faceva?
Il dottor Marol si accorse pel primo d'una lettera restata a mezzo, sul
tavolino, ma non osò buttarvi gli occhi. La sua squisitezza di animo gli
impediva di violare il segreto dei morti, il segreto di una signorina!
Il Giudice Lamère, invece, trattò quella lettera come un documento del
suo futuro processo, e la lesse.
Eccola: fu pubblicata dai giornali belgi di quell'anno.
«Mia cara,
«Sono felice! Bisogna che ti dica sùbito queste due parole; le capirai
meglio quando avrai letto fino all'ultima riga. Sono felice! Se ancora
me le tenessi nel cuore, potrebbero farmelo scoppiare. Oh! Sarò sempre
in tempo a morire. Oggi sono felice! Troppo felice!
«Figurati! Mi son messa a scrivere alle undici e mezzo di sera. È già
l'una dopo la mezzanotte, ed ho appena incominciato. Ma in queste due
ore e mezzo non ho fatto altro che parlare con te, ad alta voce, come se
ti avessi avuta presente. Ah! mia cara!....
«La penna non corrisponde alla foga del mio pensiero, al tumulto de'
miei affetti. Perchè le persone che si amano non s'intendono da lontano,
senza scriversi nè parlarsi? Ecco: io duro fatica a proseguire, ed ho
cento cose da dirti. Via, siamo serie!....
«Egli mi ama!
«Me l'ha detto questa mattina, in salotto, dove ci trovammo soli per due
brevi minuti. Io tremavo come una bimba nel sentirlo parlare. Egli
tremava più di me. Non intesi bene le prime parole; ma le compresi
egualmente e gli risposi... così strampalata! Oh, fu di una delicatezza
senza pari! Pareva chiedesse scusa di farmi felice.
«Scesi sùbito in giardino. Non potevo contenermi. Un fremito di piacere
mi agitava da capo a piedi e mi rendeva leggera come una piuma.
«Lì tutto sorrideva; tutto era pieno di profumi. I fiori mi salutavano
scotendo il capino su lo stelo con grazia indicibile; le acque delle
vasche mormoravano mille cosette maliziose che mi facevano provare certi
brividi!... Gioia fino allora ignorata!
«Correvo pei viali; mi fermavo; odoravo i fiori, li accarezzavo; agitavo
con le mani convulse le acque della vasca...
«Pare impossibile che una parola ci possa rendere così! Volevo esser
seria e non riuscivo. Mi sembravo che io profanassi il divino sentimento
dell'amore, manifestando la mia allegrezza in quel modo così
fanciullesco; ne avevo dispetto.... Ma tornavo a far peggio. Correvo di
nuovo, saltavo... Poveri fiori! Quelle mie carezze li maltrattavano, ne
guastavano le foglioline e le corolle, li sfogliavano anche; ma!... I
felici sono crudeli, cara mia!
«Egli m'ama! C'era proprio bisogno che me lo dicesse? No, no!... Ma pure
non vivevo tranquilla; dubitavo sempre, mi torturavo da mattina a sera:
mentre ora!...»
Il signor Lamère e il dottor Marol avevano le lacrime agli occhi. Il
cuore da cui erano sgorgate quelle righe piene di tanto affetto non
batteva più!
Il Lamère e il dottor Marol si guardarono in viso stupiti vedendo
entrare il signor Van-Spengel seguito dal giovane arrestato, tra le
guardie. Il Van-Spengel pareva in preda a un fierissimo accesso nervoso.
Metteva paura.
— Cancelliere — disse il signor Lamère, stendiamo dunque il verbale.
— Se ne risparmi la fatica — balbettò il signor Van-Spengel, avanzandosi
barcollante, con un sorriso da ebete. — Il verbale eccolo qua!....
E presentava il suo manoscritto, dando in uno scroscio di risa convulse.
Era ammattito!
*
* *
Il libro del dottor Croissart, interessantissimo per tutti i versi (egli
è direttore del Manicomio di Brusselle) termina con profonde
considerazioni su questo fenomeno di psicologia patologica, degne di
esser lette e meditate. Egli conchiude:
«Quando vediamo il nostro organismo mostrar tanta potenza in circostanze
così eccezionali ed evidentemente morbose, chi ardirà di asserire che le
presenti facoltà siano il limite estremo imposto ad esso dalla Natura?»
Catania 25 Marzo 1873.