STORIA FOSCA

— Tu menti! — urlò il barone.

Era pallido come un morto, tremava tutto e fulminava cogli occhi il

vecchio servitore che gli stava davanti, pallido anche lui, a testa

bassa, col viso pieno di lagrime.

— Eccellenza!

E il vecchio giungeva le mani, in atto di preghiera.

Ma il barone si era slanciato su le pistole posate sopra il tavolino:

— Confessa che hai mentito! Confessa che hai mentito!

Soffocava, dalla rabbia.

Il vecchio portò le mani al viso, senza indietreggiare, senza

difendersi:

— Ho detto la santa verità! Abbiamo un'anima sola; non voglio dannarmi!

Allora il barone sentì cascarsi le braccia; e guardava attorno,

smarrito. Non credeva ancora alle sue orecchie!

La camera era inondata di luce. Per le aperte invetriate un sorriso di

verde, un profumo di primavera irrompevano follemente dal giardino della

villa. Il cinguettìo dei passeri sul letto e tra gli alberi, lo

schiamazzo delle galline e dei tacchini nella corte, l'allegro abbaiare

dei cani echeggiavano per la vôlta come un coro di festa, un'irrisione

in quel punto.

Il barone avea rimesso le pistole sul tavolino, macchinalmente,

barcollando, e si passava le mani su la fronte bagnata di sudore

ghiaccio.

Gli pareva di ammattire; provava un dolore di morte; il cuore gli si

schiantava! Ma... aveva proprio veduto, coi suoi occhi?

— Sì, eccellenza, con questi occhi!

— Coi tuoi occhi?

Giuseppe con una mano sul petto spingeva le pupille in alto:

— Giuro al cospetto di Dio!

— È orribile!

Il barone si torceva le dita, passava la lingua, su le labbra inaridite

a un tratto e guardava per terra di qua e di là, senza sapere quello che

facesse. Non aveva più forza di parlare; e interrogava insistente, con

lo sguardo, il servitore che esitava.

— Sì, sì, ogni volta che il signor barone era andato in Palermo o era

rimasto a dormire in villa al tempo della vendemmia e del raccolto delle

ulive. Non si era risolto a parlare per paura di non esser creduto...

Ah, lo aveva ben detto lui che la baronessa era troppo giovane pel

signor barone!

Il barone piangeva come un fanciullo, con le gomita appoggiate a un

mobile, e la testa fra le mani:

— Era orribile! Era orribile! Imbecille! Dovea prevederlo! La colpa era

tutta sua, imbecillone! Ah, certo il diavolo gli aveva suggerito di

rimaritarsi!

Il sangue gli montava a fiotti alla testa e gli sconvolgeva il cervello.

Quei terribili progetti di vendetta che gli si abbozzavano nella mente,

uno sopra l'altro, alla rinfusa, gli davano il capogiro. E dimenticava

il vecchio Giuseppe singhiozzante in un canto.

— Grazie! — gli disse, facendo uno sforzo per ricomporsi e asciugandosi

gli occhi.

— _Voscenza_ deve perdonarmi! Avevo rimorso di star zitto. Ed ora... che

farà _voscenza_? Non si danni l'anima, non si danni l'anima! Lo mandi

lontano...

— Mio figlio!... Mio figlio! — mormorava il barone, cacciandosi le mani

tra i capelli.

*

* *

Il barone Russo-Scaro era sui quarantanove anni quando avea sposato

Cecilia di Pietranera appena di ventidue.

— Tu commetti una grande sciocchezza — gli disse suo zio l'abate di San

Benedetto.

— Cecilia è la bontà in persona — avea risposto il barone.

— Sarà sempre una matrigna...

— Giorgio ha quindici anni. Per ora è in collegio: poi verrà

l'università; poi daremo moglie anche a lui...

— Ma tu non sei più un giovane...

— Sono ben conservato!

Nel viaggio di nozze erano stati scambiati per padre e figlia; ma il

barone avea dimenticato sùbito quella cattiva impressione. Così il primo

anno del loro matrimonio era passato tranquillamente.

La baronessa amava di vivere ritirata. Era seria, quasi triste; e il

marito non sapea che cosa inventare per distrarla. Innamorato, volea

farsi perdonare la sua età col mezzo d'altri compensi: e le profondeva

regali.

— Ancora? — esclamava Cecilia a ogni nuova sorpresa del marito.

— Non è mai abbastanza!

E la baciava su la fronte.

Un desiderio lo tormentava:

— Se avesse avuto un figliuolo da lei! Oh, allora soltanto gli sarebbe

parsa proprio sua!

Ma il figliuolo non veniva.

— Meglio! — ella esclamava quando il barone toccava malinconicamente

questo tasto. — Non abbiamo Giorgio?

— Sì, sì, ma è tutt'altro! — rispondeva quello sospirando.

Infatti la loro casa non era allegra; vi mancava un raggio di sole.

Ella passava le giornate divorando romanzi e libri di viaggi. Non amava

il marito, ma non provava ripugnanza di trovarsi sua moglie. I suoi

parenti avevano voluto così ed ella avea ubbidito, senza che questo le

costasse nulla. Certe volte sentiva svegliarsi dal fondo del cuore un

sentimento indefinito, qualcosa che ella stessa non arrivava a capire,

un bisogno, un'irrequietezza, una smania; ma confondeva il malessere

dello spirito col malessere fisico, e consultava il dottore. Il dottore

ci perdeva il latino:

— Nervi!

Le sue ricette non approdavano a nulla.

*

* *

— Sai? Giorgio torna in famiglia — le annunziò una sera il barone.

Cecilia non mostrò nè piacere, nè dispiacere, ma una leggiera sorpresa:

— Ah!

Il barone avea creduto che il ritorno di Giorgio non le fosse gradito e,

per scusarlo, s'era affrettato ad aggiungere:

— È un po' ammalato. I medici gli consigliano qualche mese d'aria

nativa.

— Gli farà bene, certamente.

Ella continuava a leggere, distratta.

Il barone si sentiva su le spine; quella indifferenza egli la prendeva

in mala parte.

— Quando? — domandò la baronessa dopo qualche minuto di silenzio.

— Presto.

— Bisognerà preparargli le stanze...

— Andremo in villa. L'aprile e il maggio li passeremo là. Ti dispiace?

— Anzi!

Il barone si era sentito togliere un gran peso dal petto.

*

* *

La villa del _Gelso Nero_ era deliziosamente situata in mezzo a quel

giardino di aranci, quantunque che non fosse molto bella con quel

casamento a due piani. Dietro la siepe di nespoli del Giappone, di pomi

e di peri che circondava la spianata, gli agrumi affacciavano le loro

cime luccicanti, di un verde bronzino. L'aria era tutta imbalsamata dal

profumo della loro _zàgara_.

Nei primi giorni, la baronessa e il figliastro si eran trattati con un

po' d'impaccio. Giorgio non sapeva adattarsi a chiamare mamma una

matrigna così giovane; a lei non riusciva di chiamarlo semplicemente

Giorgio, e gli dava del _baronello_.

Facevano lunghe passeggiate, a piedi o a cavallo, insieme col barone.

Qualche volta andavano anche soli, quando il barone s'intratteneva a

dare un'occhiata ai lavori dei calabresi che sterravano la vasca. Così

in meno di due settimane l'impaccio fra matrigna e figliastro era stato

vinto. Già si davano del tu, e il barone n'era lietissimo.

Giorgio, gracile, bianco, pareva un fanciullo addirittura, con quei

capelli d'un biondo cinericcio e quella straordinaria dolcezza dello

sguardo. Però la sua voce, armoniosa, femminile, turbava la baronessa.

Sentendolo parlare, ella lo guardava fisso. Tanta gentile freschezza le

ridestava, tumultuosamente, le sue prime sensazioni di ragazza. Fremiti

deliziosi le correvano per tutta la persona; il cuore le si gonfiava.

Quando passavano la mattinata nell'uliveto, sul prato smaltato di fiori

e dorato dal sole, o in giardino — egli sdraiato bocconi tra l'erbe,

all'ombra di un magnifico albero di arancio; ella seduta al suo fianco

sul cuscino che Giorgio portava apposta — intanto che questi leggeva ad

alta voce, con una monotonìa d'inflessioni efficacissima, Cecilia stava

ad ascoltarlo lavorando all'uncinetto. Di tanto in tanto quei suoi begli

occhi neri lampeggiavano fra l'ombra dei rami; poi restavano assorti in

un punto lontano.

— Sai che in collegio t'odiavo? — le disse Giorgio una volta sbucciando

un'arancia.

— Davvero? E perchè?

— Mi ero figurato che fossi brutta. Invece...

— Sono meno brutta che non ti immaginavi?

— Sei bella!

Glielo aveva detto sinceramente, con ammirazione di fanciullo,

continuando a sbucciare.

La baronessa s'era alzata, e preso il libro messo a cavalcioni di un

ramo, lo sfogliava inoltrandosi lentamente pel viale. Giorgio andò a

raggiungerla per offrirle l'arancia.

— No, grazie.

— Metà almeno!...

— No, non ne ho voglia.

— Almeno uno spicchio!

— No.

E sorrideva, guardandolo negli occhi stranamente intenerita.

Giorgio le si era piantato dinanzi, porgendole lo spicchio presso la

bocca, insistendo.

— Metà.

Cedeva, per compiacerlo. Giorgio mangiava l'altra metà:

— Come è dolce!

E assaporava.

— Via, lasciami leggere — disse la baronessa impallidita.

*

* *

Ma quel ragazzo non s'avvedeva di nulla. Trovata in casa non un'intrusa

ma una sorella, anzi qualche cosa di più, una amica, si sentiva felice.

— Beata giovinezza! — esclamava Cecilia nel suo interno.

Però non si mostrava sempre del medesimo umore con lui. Certe volte

mutava da un momento all'altro, dalla dolcezza a un tono brusco.

— Ha i nervi — diceva Giorgio a suo padre.

— Ti senti forse male? — le domandava il barone.

— No; perchè dovrei sentirmi male?

— Giorgio mi ha detto: Cecilia ha i nervi.

La baronessa abbassava la testa e aggrottava le sopracciglia.

Il barone interpretava quell'atto a modo suo: ci vedeva lo stesso dolore

che tormentava lui, il desiderio smanioso di quel frutto della loro

unione che tardava tanto a venire!

La presenza di Giorgio dovea essere una continua irritazione di quel

sentimento, un'offesa, involontaria, alle legittime esigenze di quel

cuore! Lo capiva, pur troppo! Ma chi ne aveva colpa?... Ora che suo

figlio s'era rimesso in salute, poteva ritornare in collegio. Intanto,

c'era ancora da sperare!

Ma quando partecipò la sua risoluzione alla baronessa, questa si oppose:

— Quel ragazzo è ancora sofferente. Perchè tanta fretta di mandarlo via?

Volete far sospettare che io, la matrigna, cerco di tenerlo lontano? Le

vacanze sono prossime. In ottobre Giorgio si sarà rimesso del tutto...

E lui che credeva di farle piacere! Com'era lieto di scoprire che si era

ingannato!

*

* *

In città, la vita di Cecilia e di Giorgio scorreva più monotona. La

lettura, il pianoforte potevano svagarli per qualche ora. Le giornate

parevano eterne! La sera, durante la solita passeggiata pel viale

alberato, fuori il Dazio, mentre il barone giocava a' tarocchi nel

Casino di convegno, Giorgio diceva delle barzellette, osava delle

confidenze come con un camerata. Una sera le raccontò la storia di un

suo amoruccio a dieci anni, una vera fanciullaggine.

— E poi?

— Poi?... Nulla — rispose Giorgio.

Ella si era aggravata sul braccio camminando a passi lenti, muta, con

gli occhi fissi nel cielo stellato. Poi aveva lasciato il braccio per

ficcare le mani nelle maniche della mantiglia con un gesto da

freddolosa, e aveva avuto il capriccio di andar quasi di corsa; poi si

era fermata a un tratto:

— Voglio tornare a casa. La serata è troppo fresca... Sento dei

brividi...

— Fa caldo invece!

E in casa si era svestita in fretta ed era andata a sedersi sul

terrazzino, con la testa appoggiata al ferro della ringhiera, gli occhi

socchiusi, dondolando la seggiola.

— Ninna, ooh! Ninna ooh! — cantava Giorgio, ridendo, agevolando con la

mano quel dondolamento. — Ninna, ooh!

Al lume di luna che cadeva di sbieco dalla grondaia della casa, i

capelli di lei e la mano appoggiata su la sbarra della ringhiera

risaltavano luminosi; il resto della figura si velava nell'ombra: e in

quell'ombra il bianco dei suoi denti brillava tra le labbra semiaperte a

un sorriso.

— Ninna, ooh!

— Giorgio, sta' fermo! Sta' fermo!

E tentava fiaccamente di trattenergli la mano.

Ma Giorgio non smetteva, da ragazzo imbizzito. All'ultimo,

improvvisamente, le soffiò sul viso e scappò via.

Cecilia s'era rizzata d'un colpo, come se quel soffio l'avesse frustata.

Si mordeva le labbra, si passava le mani sui capelli, col petto che le

si sollevava. Giorgio, battendo le mani, rideva in fondo alla stanza,

nel buio.

*

* *

Il barone era andato a Palermo; ed essi avean seguitato a fare il

chiasso per gli appartamenti, rincorrendosi, nascondendosi dietro agli

usci, proprio come due ragazzi, appena si sentivano stanchi di leggere o

seccati di suonare.

Due volte erano andati al _Gelso Nero_ in carrozza, per poche ore, il

tempo di fare una giratina pel giardino degli agrumi e di perdersi sotto

gli archi a sesto acuto dell'uliveto, o sotto il pergolato che

attraversava la vigna. Tornando, sul tardi, la Cecilia si rannicchiava

in fondo alla carrozza, muta, guardando fissamente Giorgio con certi

sguardi divoratori, quando lui non poteva vederla: e di tratto in tratto

avea certe scossettine nervose che le faceano strizzar gli occhi e

scuoter la testa.

Giorgio, rincantucciato nel lato opposto, non pensava a nulla; e se si

voltava verso la matrigna e incontrava la punta acuta degli sguardi di

lei, sorrideva a fior di labbra con puerile compiacenza, senza

sottintesi. Allora sorrideva anche lei, tristamente, e stendeva la mano

ad accarezzargli la bionda capigliatura che gli si arruffava su la

fronte d'avorio, con una carezza da mamma; e il suo polso batteva più

celere e la sua mano, piccola e bianca, tremava.

In uno di questi ritorni Giorgio, destandosi dalla sua indolenza, le

disse:

— Domenica avrò diciassette anni; divento quasi un uomo.

Cecilia lo guardò come se queste parole significassero chi sa che cosa:

— Diciassette anni!

*

* *

E la settimana dopo andarono di nuovo al _Gelso Nero_, questa volta a

cavallo.

Era una giornata d'estate, col cielo leggermente nuvoloso, piena di

tepori. Ma verso sera, quando essi già si apparecchiavano a ritornare,

avea cominciato a venir giù una acquerugiola fina fina che sembrava un

gran velo di tulle steso contro il sole al tramonto.

— Pioggia d'estate! — disse Giorgio osservando il tempo dalla finestra.

La baronessa guardava il cielo e la campagna muta, con la fronte

corrugata, le labbra strette, gustando quel sordo e carezzevole rumore

della pioggia sul fogliame che luccicava, agitato lievemente dal vento.

Lontano, lontano, brontolavano i tuoni: il temporale s'avvicinava,

preceduto da lampi.

I cavalli, insellati, nitrivano e scalpitavano sotto la tettoia della

stalla. Ma la pioggia avea continuato a venir giù più fitta. Il sole era

già sparito dietro montagne di nuvoli nerastri.

— O dove vuole andare, _voscenza_? — disse il massaio. — Pioverà

certamente tutta la nottata.

La baronessa avea guardato Giorgio e, tutti e due, si erano messi a

ridere:

— Che bella sorpresa!

Anche la massaia era comparsa su l'uscio della stanza col suo

grembiulone bianco di traliccio:

— Doveva accendere i lumi? Preparare i letti? Cuocere un po' di verdura,

_un filu di amareddi_, per la cena? C'erano delle uova fresche — il

pecoraio, più tardi, avrebbe portato la ricotta...

— Oh, bene! Oh, bravo!

Giorgio ruzzava come un bimbo, intanto che la baronessa, addossata alla

finestra, si mordeva lievemente la punta dell'indice, con li sguardi

sprofondati nell'oscurità a traverso la nera campagna.

I canali scrosciavano sull'acciottolato davanti a la casa. Le fiammate

dei contadini vi gettavano larghe striscie di luce rossiccia dagli usci

aperti del pianterreno, e su quelle passavano, di tratto in tratto,

strane ombre allungate. La voce di Giorgio — sceso un momento giù dagli

uomini — scoppiava argentina fra le risate, a riprese. Un cane abbaiava.

Poi Giorgio era tornato su ridendo:

— Che grullo quel boaro! Lo canzonano tutti. Ha paura delle _Nonne_ che

gli spastoiano le vacche per farlo arrabbiare! Una notte, dice, gli

hanno anche impiastricciato quattro ciocche della sua zazzera; se lui le

avesse tagliate, sarebbe morto sul colpo. Che grullo!

— E la biancheria da letto? Ah! ci tocca di dormire su le materasse,

belli e vestiti!

Allora, mèssisi a rovistare i cassettoni, in fondo a un armadio, avean

trovato due paia di lenzuola rimaste in campagna per caso. E rifacevano

i letti, chiassosamente. Giorgio strappava il lenzuolo rimboccato;

Cecilia fingeva d'arrabbiarsi:

— Come sei strambo!

E tornavano a rimboccare, ridendo, irrefrenabilmente, abbandonandosi a

traverso il letto, l'una di qua, l'altro di là, tenendosi i fianchi, non

ne potendo più. E così, daccapo, nell'altra camera attorno il letto di

lui.

La cena era parsa deliziosissima.

— Ghiotti questi _amareddi_!

— Squisito questo pane dei contadini!

Seduti di faccia, coi gomiti su la tavola e il viso fra le mani, con le

ginocchia che si toccavano, perduti in mille discorsi inconcludenti,

indugiavano ad andare a letto. Giorgio un po' sonnacchioso, ella con li

occhi foschi, luccicanti, le labbra umide e più accese del solito.

Parlavano a voce bassa, a intervalli.

Giorgio si rizzò il primo, snodandosi la cravatta, e sbottonando la

camicia, scoprì il suo collo tornito, più bianco della spuma, un collo

da vergine. Cecilia lo accompagnò fino all'uscio della camera e rimase

là, addossata allo spigolo, dopo di avergli appostata sbadatamente una

sedia a piè del letto.

— Buona notte!

— Buona notte!

La pioggia veniva giù forte ma uguale con uno scroscio sordo sordo.

Tutta la villa dormiva.

La baronessa cominciò a spogliarsi, lasciando cadere i capelli snodati

su le spalle ignude. Si passava su la fronte le mani fredde, madide come

quelle d'una malata. Tutt'a un tratto, così mezza svestita, barcollante

come una persona ebbra, avea fatto uno, due passi verso l'uscio... e

l'avea aperto, risoluta.

*

* *

Era stata lei!

Al povero ragazzo non era mai passato pel capo che ciò potesse accadere.

Ah, tutto li avea preparati!

E avean continuato, insaziabili, come due esseri senza coscienza, come

due bruti belli e giovani che tracannavano la coppa della vita, per

esaurirla.

Nulla era venuto a turbarli: nè cura del presente, nè pensiero

dell'avvenire.

Una figura, un fantasma non s'era mai rizzato in mezzo a loro! Ogni

sentimento era stato soffocato da quel delirio di sensi scoppiato pari a

un fulmine in mezzo alla loro serenità gioconda. Ella lo avea fatto

tremare sotto la violenza del suo fascino; egli l'avea scossa tutta con

la sua carne di fanciullo più bianca della spuma, fresca, vellutata, la

soavità del suo sorriso, l'azzurro profondo del suo sguardo; complici:

la libera solitudine, la cieca confidenza di chi non potea neppur

sospettare e il cielo e la terra e ogni cosa, in quell'autunno siciliano

che ha tutte le seduzioni della primavera con qualche cosa di più intimo

e di più seducente.

*

* *

Il pretore, il brigadiere dei carabinieri e due amici erano stati

introdotti dal barone in punta di piedi, allo scuro.

Il barone avea acceso un fiammifero; la sua mano, che lo teneva in alto

per rischiarare il gran letto nuziale a traverso le cortine, tremava

convulsa.

— Per carità, signor barone! Siamo ancora a tempo, sia generoso!

Il pretore lo scongiura, stringendogli fortemente le braccia.

— È molto se invoco soltanto la legge! — avea risposto il barone.

Da quella mattina in poi le imposte del palazzo Russo-Scaro non sono

state più aperte, chiuse per lutto eterno. La villa del _Gelso Nero_ è

rimasta anch'essa deserta.

Quando lo zio del barone, il vecchio abate di San Benedetto, passa per

caso davanti a quel palazzo che gli rammenta la catastrofe dell'ultimo

rampollo della sua famiglia, abbassa la testa, accasciato:

— Se vedete una grande rovina — suol ripetere con la sua profonda

amarezza di cenobita — dite pure, senza timore d'ingannarvi, che una

donna è passata per là![1]

[1] Vedi la Nota in fine del volume.

Milano, 15 febbraio 1879.

Il nemico è in noi · 第 8 / 28 题