TORMENTA!

Pietro Borgagli osservava con crescente terrore la rapida trasformazione

che avveniva in sua moglie.

Ai primi sintomi della strana gelosia egli aveva sorriso.

Da qualche mese in qua però la sua Diana andava insolitamente a sedersi

su una poltrona a dondolo in quello studio che non sembrava stanza di

raccoglimento e di lavoro per uno scrittore, ma piccola serra di piante

da salotto e di vasi da fiori; e là ella faceva sembiante di svagarsi a

leggere.

A traverso le foglie del bambù che nascondeva un po' la poltrona,

alzando gli occhi dalle pagine già riempite di grossa nervosa scrittura,

egli sorprendeva spesso la moglie fissamente intenta a guardarlo sotto

le sopracciglia corrugate per lo sforzo, pareva, di voler vederci

meglio.

Gli sembrava impossibile, che ella si sentisse invadere da inesplicabile

diffidenza dell'opera letteraria di lui, ora che la felicità del

possesso dell'adorata creatura, contèsagli per due anni da insidiose

circostanze, davano alla sua immaginazione un rigoglio che i critici

notavano con unanime compiacenza all'apparizione di ogni suo nuovo

lavoro.

Infatti egli sentiva dentro di sè qualcosa di più fresco, di più agile,

di alato quasi; e il suo godimento artistico durante la produzione era

così acuto, così intenso da fargli augurare che i lettori risentissero

almeno un terzo dell'effetto di bellezza e di vita da lui provato

scrivendo.

Il giorno delle sue nozze era stato pubblicato in elegantissima edizione

il suo primo romanzo: _Il Gran Sogno_. L'editore ne aveva fatto tirare

una copia speciale, su carta della Cina con larghissimi margini, dove

parecchi artisti avevano profuso disegni a penna, e figure acquerellate

che davano a quella copia un valore straordinario. Rilegata in

pergamena, con ornamenti quattrocenteschi, racchiusa in un cofanetto di

pelle dello stesso stile, era stata il più prezioso dono delle loro

nozze e certamente il più gradito.

Il cofanetto portava impresso in oro il motto _Sic semper!_ E Pietro

aveva presentato, cerimoniosamente, piegando un ginocchio, il regalo del

munifico editore alla giovane signora che baciò in fronte, tremando

dalla commozione, il paggio editoriale, come egli si disse, già commosso

quanto lei.

Diana, distratta dal viaggio di nozze, dal trambusto di visite, di

ricevimenti, di spettacoli al loro ritorno in città — quando la stagione

invernale travolse nel suo vortice la giovane coppia, che la bellezza e

l'ingegno rendevano ricercatissima — dopo sei mesi di vita coniugale non

aveva ancora trovato un po' di tempo per tagliare e leggere la copia

ordinaria del romanzo che suo marito le aveva regalata con la semplice

dedica: _a Diana Cantelli, mio vero «Gran sogno!»_.

E sentì un po' di mortificazione, una sera in casa Marzani, quando la

giovane signora, sua amica di collegio, le disse:

— Ah, quel _Gran Sogno_ di tuo marito! Un capolavoro di sentimento, di

passione, di finezza! L'ho riletto due volte! Gli scrittori hanno un bel

dire che si tratta di semplici invenzioni della loro immaginazione con

qualche leggera tinta di realtà. Io credo, invece, che sia il contrario.

E vedendo che Diana, rimasta confusa, non sapeva che cosa rispondere,

riprese maliziosamente:

— Di' la verità: non te l'ha mai dato a leggere?

— Sì, e con questa dedica: a Diana Cantelli, mio vero _Gran sogno_.

Solamente....

— Solamente....

— Ti confesso che non ho ancora avuto la curiosità di aprirlo; mi basta

di leggere... — e sorrise — il suo autore, per ora.

Intanto la mattina dopo si affrettò a tagliare il volume e, chiusa nel

suo studiolo, cominciò a divorare avidamente quelle pagine che, come più

andava avanti, più le producevano la triste sensazione di farla

inoltrare negli oscuri penetrali dell'animo di suo marito, quasi di

nascosto, di sorpresa, e dov'ella non sarebbe forse mai arrivata senza

le suggestive parole della sua amica: Gli scrittori hanno un bel

dire..... — Sì, sì, era impossibile che quei personaggi non fossero

davvero esistiti, che quelle violenti passioni non si fossero davvero

scatenate nel cuore di essi fino al delirio, fino al delitto; che quelle

parole, quelle frasi caratteristiche non fossero state davvero

pronunziate con la desolata espressione che le pareva di sentire fin

nelle righe del libro.

E come poteva mai darsi che un uomo indovinasse o inventasse quelle

passioni, quei contrasti, quelle lotte senza che il suo cuore vi avesse

davvero partecipato in una o in altra maniera? Se non precisamente a

quel modo, se con particolari diversi, non voleva dir nulla; forse anche

con maggior violenza, con circostanze tali, senza dubbio, da far esitare

la penna più esperta.... da costringerla ad attenuare, a travisare un

po' la realtà, a deformarla probabilmente, per non far riconoscere

persone e fatti e suscitare scandali e recriminazioni.

Si maravigliava ella stessa di quell'improvvisa compenetrazione che le

faceva intravedere l'intimo legame tra l'autore e l'opera sua. Non le

era mai passato per la mente che ognuna delle figure, specialmente di

donna — erano quelle che più la interessavano — fossero ancora qualcosa

di vivo, di segreto nel cuore dell'artista, se egli sentiva la necessità

di riprodurle con la magìa della sua parola, quasi per fissarle meglio,

e perpetuarle per sè e per gli altri. Lo capiva ora tutt'a un tratto; e

mentre fino a poche ore addietro ella si credeva in pieno possesso del

cuore e dello spirito di suo marito, ora le sembrava di esserselo

sentito sfuggire lentamente, di mano in mano, senza nessuna lusinga di

più tornare a riconquistarlo.

Reagì contro questa impressione, pensando che ben altro era il sapersi

legata a lui da attuali forti vincoli di sentimenti e di carne, che non

il sopravvivere, se pur poteva chiamarsi tale, nell'immaginazione, nel

ricordo. Bisognava anzi già esser pervenuto a un punto di indifferenza

completa per cacciar via fuori di sè, quasi per sbarazzarsene, quei

fantasmi di una realtà una volta cara, e che, per felice disposizione

d'ingegno, assumevano forma d'arte, e dovevano probabilmente riuscire

irriconoscibili a colui stesso che li aveva a quel modo fatti vivere.

Rilesse alcune pagine, sfogliando il volume, fermandosi a un nome di

donna, seguendolo un po', abbandonandolo, riprendendolo verso la fine

nella scena più violenta, e sorrise, rassicurata.

Entrò col libro in mano nello studio del marito.

— Oh! finalmente...

— Sì, finalmente — ella lo interruppe, agitando il volume con grazioso

gesto di minaccia — e puoi esser contento di quel che mi hai fatto

soffrire.

Egli ebbe una mossa di stupore.

— Siete dei grandi sfacciati voi scrittori — riprese Diana con accento

indefinibile, di scherzo e di serietà. — Vi compiacete di raccontarci le

vostre prodezze, fingendo di raccontare la storia degli altri,

assegnandovi la più bella parte negli avvenimenti, cioè quella che a voi

sembra la più bella, e vi figurate così di aver gabbato i lettori. Ma

sai che questo tuo Gherardo del _Gran sogno_ è uomo spregevole, con

tutte le sue arie di incorreggibile sentimentale?

— Spregevole poi... — fece Borgagli, lusingato di veder presa sul serio

la sua opera d'arte.

— Ah! Tu lo difendi; è naturale. Quanta parte di te c'entra, confessalo,

in quell'ambiguo carattere?

— Ambiguo, no; complicato forse volevi dire. Allora facevo anche io il

mio gran sogno e tu eri un po' la donna intravista, inseguita e non mai

raggiunta, per dimenticare la quale Gherardo...

— E perchè voleva dimenticarla?

— Ecco — disse il marito, alzandosi da sedere e raccogliendo i fogli

sparsi su la scrivania già coperti della sua grossa e nervosa scrittura.

— Tu non puoi immaginare il piacere che mi produci in questo momento,

ragionando dei personaggi e dei fatti del mio romanzo come di persone e

di avvenimenti reali. Certamente qualcosa di mio c'è in essi e del me

più schietto e più sincero. Sono passati per la mia immaginazione, si

sono fusi, si sono organizzati in essa pur tentando di assumere una loro

distinta personalità. Io stesso non saprei precisamente dirti come

questo avvenga. L'artista, scrivendo, è in una specie di semi

inconsapevolezza, sta a guardare, maravigliato — più che non farebbero

gli altri — quel che avviene dentro di lui, il miracolo della creazione;

e forse è il solo a goderne pienamente, perchè, soltanto lui può

osservarne il processo di mano in mano che esso avviene. Quante viete

cose ti dico, mentre dovrei baciare la bella mano che tiene ancora il

mio libro, e la bellissima bocca che mi ha detto: Mi hai fatto soffrire!

Diana si lasciò baciare la mano e la bocca, spalancando i vividi occhi

caprini in viso al marito, un po' irrigidita di fronte alla calda

effusione di quel ringraziamento, di cui ella non riusciva a capire il

preciso significato, se egli non si burlasse, per caso, della sua

femminile ingenuità.

Parecchi volumi di novelle di suo marito ella aveva letti durante il

fidanzamento, ma senza interessarsi di scoprire quel che esse potessero

ricordare del passato di lui. Non aveva mai fatto nessuna distinzione

tra quelle narrazioni rapide, appassionate, contenenti un fiero dramma

interiore che talvolta scoppiava in tragedia; tra parecchie di esse

piene di finezze, argute, quasi maligne, specialmente quando si trattava

di rari caratteri di donne; e le molte novelle drammatiche o ironiche di

altri autori italiani e stranieri. Le une e le altre erano servite a

procurarle un po' di distrazione, con lieve godimento intellettuale.

Ora invece si era messa a rileggere non solamente le novelle e i

racconti di lui già raccolti in quattro bei volumi, ma anche le altre

ancora disperse tra le colonne dei giornali e le pagine delle rassegne,

dove suo marito le spargeva con profusione da gran signore, e che egli

ritardava a raccogliere, attendendo che le impressioni della recente

lettura si fossero alquanto scancellate e fosse solleticato il gusto di

tornare a leggerle.

Dapprima Borgagli si era rallegrato della conquista di una lettrice che

non era, per cultura, per affettuoso interesse, lettrice ordinaria.

Diceva anzi: della riconquista perchè, di giorno in giorno, notava certe

sottili osservazioni intorno a parecchie novelle che prima le erano

passate quasi inosservate. Pareva che ella avesse bisogno di

schiarimenti, di dilucidazioni a proposito di una battuta di dialogo, di

un motto passionale fatto sfuggire dalla bocca di una creatura, in un

terribile momento, quando sembrava che soltanto quella parola risolvesse

la inevitabile crisi di un povero cuore.

— Perchè ha risposto così?... Come hai tu saputo che ha risposto così? —

domandava infine ansiosamente.

— Perchè la situazione, capisci, portava che doveva rispondere così —

egli spiegava, stupito di quelle insistenti domande. — Non ho saputo, ho

intuito che ha risposto... cioè che avrebbe risposto così.

— Tu hai detto una volta, parlando con Leoni, che certe frasi, certi

motti non s'inventano: si prendono dal vero, in circostanze inattese,

uditi direttamente o riferiti.

— Non ho rossore di confessare — rispose, sorridendo, Borgagli — che

quattro o cinque delle frasi che più destano ammirazione in alcune mie

novelle, io me le sono appropriate, come chi trova per via un diamante,

smarrito del suo sbadato proprietario. E il paragone è soltanto giusto

riguardo al diamante. Coloro che han pronunziate quelle frasi, quei

motti sublimi o caratteristi, ne ignoravano il valore. Il pubblico

dev'essermi grato di non averli lasciati disperdere.

E il giorno dopo, a proposito di altre novelle, di altri racconti

specialmente di quelli usciti recentemente dalla penna di lui, ella

riprendeva la sua indagine con maggiore insistenza; e Pietro già notava

con qualche sgomento, quell'accento di profonda tristezza con cui ella

interrogava, quella espressione del viso che significava la dolorosa

delusione di non aver raggiunto il suo scopo.

— Ma che hai? che vuoi sapere — le diceva. — Sembra impossibile che una

persona intelligentissima e colta come te, cerchi di scoprire in

un'opera d'arte quel che non c'è. Il mio passato? Ma tu, adorata mia, da

due anni hai scancellato tutto, tutto! Hai fatto _cor novum_ dentro di

me, un cuore nuovo, dove non può più esservi posto neppure pei ricordi,

tanto tu lo riempi di te, rinnovando ogni giorno, ogni ora, ogni istante

il tuo sovrano possesso. Come non lo intendi? Come non ti accorgi del

male che ti fai? Giacchè tu soffri — non negarlo — tu diventi sempre

eccitabile, sempre più nervosa; ed io ho paura quando ti sento tremare,

fremere fra le mie braccia, come in questo momento, scossa da brividi

molto diversi da quelli, dolcissimi, di una volta.

— No, no, t'inganni! — ella tentava di negare. — Forse attraverso un

periodo strano, di facili eccitazioni, nel quale mi sembra di sentir

sviluppato in me un senso inesplicabile di veggenza, che però è ancora

in uno stato torbido, fosco.

— E rimarrà sempre tale, perchè sei tu che tenti di formartelo

artificiosamente e non riesci; tenti l'impossibile. Che t'importa di

sapere, con precisione, quel che c'è di me, della mia vita, del mio

passato, del mio cuore, del mio spirito nell'opera mia narrativa?

Qualcosa, molto o poco, dev'esserci, per forza. Ma ormai questo

qualcosa, poco o molto, non ha nessuna importanza; è ridotto, per dir

così, proprio a materiale — nota: a materiale — da servire alla

costruzione dell'opera d'arte. L'importante è la forza creatrice che ora

aiuta ad adoprarlo; e questa forza creatrice ha un personale slanciato,

capelli di un biondo scuro, occhi grandi, caprini, scintillanti, labbra

rosee, mani — oh, mani! — minuscole e braccia morbidissime; e dovrebbe

stringermi più forte, più forte... così; e baciarmi così, così, e

giurarmi di non torturarsi più, se non vuol farmi maledire quella che è

stata il mio orgoglio, la mia consolazione, la mia ragione di vivere

prima che entrasse in questa casa l'attuale gentile dominatrice, ed è e

sarà, da ora in poi, il mio omaggio, la mia raccolta di fiori immortali

da spargerle ai piedi: intendo la mia opera d'arte. Me lo giuri?.... Me

lo giuri dunque?

Diana, vinta da intensa commozione, si abbandonò singhiozzante tra le

braccia del marito balbettando:

— Sì! Sì!

Sdraiata indolentemente su la poltrona a dondolo, con un libro in mano,

che di tratto in tratto quasi le cascava sui ginocchi aperto o tenuto

socchiuso dall'indice, Diana passava molte ore nello studio del marito,

intento a terminare il romanzo che doveva comparire nel primo fascicolo

del prossimo anno su la maggior rassegna italiana.

Come per riposarsi, in alcuni giorni della settimana egli scriveva una

novella che, secondo lui, doveva tenergli _sciolta la mano_ con la

forzata rapidità della narrazione; e anche per sodisfare a certi impegni

con giornali e periodici che si contendevano i suoi lavori.

Mai Diana aveva mostrato curiosità di leggere le piccole cartelle del

manoscritto via via che suo marito le andava accumulando in un angolo

della scrivania.

Quella mattina egli la vide accostare con tale aria di sospetto che,

quando ella tese la mano per prendere le cartelle alle quali era già

sovrapposta l'ultima scritta, non ostante il sorriso, non ostante il

tono appositamente umile e gentile con cui furono pronunziate le parole:

— È permesso pregustare?... — non potè far a meno di fermarle il braccio

e domandarle:

— Ti senti male?

— No.... Lasciami leggere.

— Leggerai dopo. Rispondi: ti senti male?

— No.... Lasciami leggere.... Voglio leggere....

E si allontanò stringendo nel pugno il manoscritto, come una preda

vittoriosa.

Pietro Borgagli si sentì contrarre il cuore da uno spasimo atroce. E

ritto in piedi, col dorso delle mani fortemente appoggiato su l'orlo

della scrivania quasi avesse bisogno di premere su qualcosa di

resistente per convincersi di non esser vittima di un'allucinazione,

seguiva con gli occhi i movimenti di Diana, che leggeva le cartelle un

po' sgualcite dalla stretta del pugno con cui le aveva afferrate, e

indugiava, andava lestamente via con gli occhi, tornava addietro, fino a

che, arrivata all'ultima, non scattò, tendendo il manoscritto,

balbettando convulsamente:

— Ora non dirai che non è vero!

Per disgrazia, quella novella aveva forma di lettera. Un uomo

rinfacciava aspramente la donna che si era fatta giuoco di lui,

scoprendo tutte le vili manovre per mezzo delle quali lo aveva irretito;

e in quelle poche pagine già si sentiva lo schianto di un cuore onesto,

sincero, e l'amaro disprezzo con cui nobilmente si vendicava dicendo:

«Io non vi denunzierò a vostro marito nè al vostro amante. La vostra

miseria morale mi ispira in questo momento tanta pietà da rendermi

capace di perdonarvi, se il mio perdono potesse giovarvi a qualcosa.

«Ma voi siete...».

E doveva seguire il castigo, la parte più arditamente nobile, più

originale della novella.

Pietro Borgagli non poteva sorridere dell'inganno da cui si era lasciata

cogliere sua moglie. Questo morboso stato di animo di lei durava da

mesi; egli, sul principio, non se n'era preoccupato, stimandolo la forma

un po' esaltata di un amore che vuol avere l'esclusivo possesso della

persona amata. Avea contato su gli effetti della serietà dell'assoluta

dedizione della sua vita a colei che rappresentava ancora, come anni

addietro, il _gran sogno_ di lui già diventato realtà; sogno di

bellezza, di sentimento, d'ideale, che ora s'identificava con l'Arte,

l'altro gran sogno di ideale e di bellezza, raggiante, più che mai, nel

suo fervido intelletto.

Avea contato su questo; ma già si accorgeva di essersi illuso.

— Ora non dirai che non è vero!

Che poteva risponderle? Che lo spunto di quella novella gli era stato

dato da Leoni, il quale, sere addietro, gli aveva riferito il caso di un

suo amico, accorso una mattina da lui per sfogarsi pregandolo di

ascoltarlo se non voleva che commettesse una pazzia? Infatti quello

sfogo lo aveva salvato....

Quand'anche avesse risposto così, non sarebbe stato creduto.

Prese le cartelle che Diana gli porgeva e fissandola con sguardo

implorante, accompagnato da un sorriso che nascondeva la grande angoscia

dell'artista, cominciò a fare, ad uno ad uno, in minutissimi pezzi, i

piccoli fogli del manoscritto; e quando li ebbe tutti accumulati nel

piatto indiano, di rame cesellato che a lui gran fumatore di sigarette,

serviva da portacenere, accese un cerino e vi appiccò fuoco,

rimescolandoli perchè bruciassero meglio e presto.

Pallidissima, trattenendo il respiro, Diana aveva assistito immobile,

strizzandosi le mani, a quell'olocausto tanto più grande, quanto non

chiesto, nè immaginato; e quando le ultime monachine dileguarono, quasi

inseguite, su gli ultimi pezzettini di carta consumati dal fuoco, ella

si rovesciò pesantemente indietro: e sarebbe cascata sul pavimento se

Pietro non l'avesse sorretta, portandola di peso sul divano nel

salottino là accanto.

Pareva che su quella casa piena di sorrisi di giovinezza e di sorrisi

d'arte si appesantisse tutt'a un tratto un'ombra di muta tristezza con

la grave cefalalgia che faceva gemere la povera Diana nell'oscurità

della sua camera dove non doveva penetrare un fil di luce.

Suo marito le stava seduto al capezzale e sembrava anche a lui che il

buio, mentre contribuiva a non rendere più acute le trafitture di cui si

lamentava sommessamente Diana, serviva a calmare le agitazioni del suo

spirito intorno alla malattia di lei, contro la quale lottarono invano

due famosi dottori.

In certe ore di maggior desolazione, un terribile sgomento lo invadeva:

di perdere la bella adorata creatura nel più spaventevole modo, con la

pazzia. All'idea che avrebbe veduto sopravvivere, chi sa per quanti

anni! il corpo della infelice, mentre la sua intelligenza andrebbe di

mano in mano immergendosi nelle tenebre dell'ebetismo, Pietro Borgagli

si sentiva straziare da una specie di rimorso, quasi egli avesse

contribuito con la sua arte a produrre quell'eccitazione,

quell'esaltamento nervoso nel delicato impressionabile organismo della

sua giovane moglie.

Per ciò non l'abbandonava un momento, per sviare a forza di

affettuosissime cure il tremendo pericolo; a forza di volontà anche,

tentando di comunicare a lei, come sapeva che fosse possibile, tutto il

suo vigore di salute, col tenerle strette le mani scosse sempre da lievi

tremiti, indizi delle intime agitazioni che la travagliavano.

Da un mese, egli era entrato due sole volte nel suo studio, e per pochi

minuti, provando dolorosissima ripugnanza di tutto quel che richiamava

alla sua memoria il lavoro: carta, penna, libri, giornali.

E così fu preso da gioia infantile la mattina che Diana, entrata in

piena convalescenza volle ricondurvelo per mano e intronizzarlo,

com'ella disse, davanti a la scrivania.

Egli aveva dovuto obbedire, ma sùbito si era alzato per stringerla tra

le braccia, per baciarla con tale impeto che fece venire a Diana le

lacrime agli occhi dalla straordinaria commozione.

Tenendosi per mano si erano affacciati al largo terrazzino che dava su

l'aperta campagna. Gli pareva che tutto sorridesse in quella stesa di

verde dorato dal sole, e che terminava laggiù laggiù, nella scintillante

striscia di mare interrotta qua e là dalle chiome degli alberi, per cui

prendeva apparenza di una sequela di azzurri laghetti.

— Guarda! — egli disse, indicando una bassa nuvola scura che si avanzava

rapidamente.

Come avanguardia, centinaia di allodole si precipitarono per l'aria,

volteggiando, inseguendosi — pareva — radunandosi compatta

disperdendosi, spaurita — ora si capiva bene — dalla presenza di due

falchi che intanto non riuscivano a ghermirne una. Ed ecco il grande

sciame, di migliaia e migliaia di allodole, la bassa nuvola scura, che

accorreva — se ne udiva distinto il forte strillìo — per resistere

all'assalto col numero almeno, fuggendo poi via, lontano, per l'aperta

campagna, poi mentre i due falchi proseguivano il loro feroce

inseguimento.

Diana sembrava intenta a guardare la strana battaglia; ma tutt'a un

tratto si afferrò al braccio del marito, balbettando:

— Pietro!... Pietro!

E portò vivamente le mani agli occhi.

— Oh, Dio! Oh, Dio!... Questi fili neri che mi tremolano davanti... che

mi scendono su le pupille.... Oh, Dio! Oh, Dio!... Pietro!...

Egli l'aveva presa tra le braccia, facendola rientrare, con la gola

improvvisamente così inaridita da non poter dirle una parola.

— Non ti vedo più!... Non ti vedo più!

E si aggrappava a lui, spalancandogli in viso gli occhi limpidissimi che

intanto non ci vedevano più!

— Non è niente!... Non spaventarti! Non è niente!

Egli si sforzava di rassicurarla, ma aveva nella voce uno sgomento

maggiore di quello di lei.

— Siedi qui, riposati! Hai voluto lasciare troppo presto la camera....

Sarà un abbagliamento — chiudi gli occhi — prodotto dalla luce troppo

viva.

Le accarezzava il viso bagnato di lacrime la baciava delicatamente su

gli occhi; e intanto un fremito di sdegno o di ribellione gli infiammava

il sangue contro la vigliacca crudeltà del Destino che si accaniva su

quel povero corpo, su quella povera anima, su tanta fresca giovinezza,

su tanto amore!

— Bisogna attendere: bisogna aver fede nella virtù medicatrice della

Natura che ne sa più di noi — aveva detto il valente oculista consultato

più volte.

A Pietro Borgagli sembrava che con l'oscurarsi delle pupille di Diana

qualcosa si fosse oscurato anche dentro di lui. La voleva ogni giorno

nel suo studio, seduta su la solita poltrona, come un misterioso genio

tutelare, che taceva, e che però pareva tendesse l'orecchio per afferrar

qualcosa di impercettibile per gli altri. Silenzio e atteggiamento che

paralizzavano ogni sforzo di riprendere il romanzo interrotto o di

scrivere qualcuna delle sue brevi novelle richieste con insistenza dai

giornali e dalle rassegne per impegni trascurati da un pezzo.

Non sentendo il lieve stridere della penna su la carta, Diana domandava

ansiosamente:

— Non lavori?... Non puoi lavorare?

— Sì, sì, lavoro. Stento un po', dopo tanto intervallo.

— Povero amor mio!... Io sono la tua cattiva influenza.

— Non dovresti dirlo neppure per ischerzo!

— Oh! lo dico sul serio. Chi sa che qualche volta anche tu non lo pensi?

— Diana! Diana!

Andava a inginocchiarsele davanti, prendendola per le mani,

baciandogliele con lieve carezza, accostando il viso al viso di lei per

osservare, desolatamente, quegli occhi limpidissimi da far credere che

il non vederci più fosse una finzione, se si fosse potuto supporre tanta

cattiveria in una dolce creatura di bontà come Diana.

— Vedi? Ti distraggo anche senza volerlo! Va', riprendi a lavorare....

Al romanzo? A una novella? Puoi dirmelo senza timore che io diventi

gelosa dei fantasmi del tuo passato... Come sono stata stupida! Quanti

dispiaceri ti ho dati! E il signore mi ha gastigato!... Sai? Però ora mi

sembra di esserti più vicina, più intima... Mi esprimo male... Di

volerti più bene, oh! assai più bene di prima. E mi pareva impossibile

che ciò potesse accadere... Ma tu non sai che fartene dell'amore di

questa povera cieca che impaccia la tua vita, che, soprattutto,

t'impedisce di lavorare, di farti vivo con tanti tuoi ammiratori....

Lasciami.... dire....

Egli le turava la bocca! Non poteva sentirla parlare così, perchè

l'apparente tranquillità della voce non riusciva ad ingannarlo intorno

all'intimo significato di quelle parole di desolazione e di pianto

segreto.

E le settimane passavano, e i mesi passavano nel torpido silenzio di

quella solitudine dove Pietro Borgagli avea voluto rinchiudersi con

colei che egli sentiva di amare sempre più, specialmente dopo i rapidi

istanti — che poteva farci? — nei quali sentiva balenarsi in fondo al

cuore un improvviso sentimento di rivolta contro il suo destino, un

lampo di misero odio contro la innocente cagione di tutto questo.....

Ed erano i momenti nei quali Diana, stretta forte al cuore di lui, si

sentiva pienamente compensata di ogni sua disgrazia; nei quali Pietro

non sapeva in che modo scontare quell'involontario lampo d'odio che

sembrava gli avesse lasciato qualcosa di attossicante nel sangue.

— Non lavori? Non puoi lavorare?

— Il romanzo procede bene. Più tardi ti leggerò gli ultimi due capitoli

scritti.

— No, mi leggerai tutto a lavoro finito.

E il giorno dopo — e così ogni giorno — ella tornava cupamente a

interrogare:

— Non lavori?... Non ti riesce come prima?

— Anzi!... Mi pare che il tuo alito qui...

— Non dire bugie!... Non sento stridere la penna... Ho buon orecchio,

specialmente da che non ci vedo.

— Ho mutato penna. Perchè ti prendi il gusto di tormentarti senza

ragione?

— Te tormento, non me!

— Cattiva! Cattiva! Cattiva! Bisogna che io punisca cotesta bocca

calunniatrice!

Ed erano baci, ed erano abbracci deliranti, fino a che Diana vinta,

spossata dalla commozione, non pregava:

— Basta, Pietro!... Basta!

Che pietà, ogni mattina dover condurre per mano nello studio, fino a una

poltrona la bella creatura su le cui labbra appariva il caratteristico

sorriso dei ciechi, e farla sedere, aggiustandole alle spalle e sotto i

piedi i cuscini! Le si inginocchiava davanti, voleva che gli posasse le

mani su la testa in atto di benedizione, e le augurava:

— Sogna, mentre io inseguo il sogno della mia opera d'arte!

Diana diveniva, di giorno in giorno, più chiusa, più impenetrabile,

quantunque le rifiorisse sul viso una bellezza serena, gentile, una

maravigliosa maturità di bellezza, che si rivelava pure in certe

inflessioni della voce, in certe appassionate esitanze della parola,

quasi ella avesse una pienezza di cose da dire e volesse assolutamente

astenersene.

Questo formava la maggior tortura di Pietro Borgagli, gli produceva un

senso di stanchezza, di acredine, di sordo terrore insieme. E pensando

all'avvenire, egli levava gli occhi dai bianchi fogli che aveva davanti

e che stentava a coprire di quella caratteristica scrittura,

rivelatrice, una volta, dell'agile vivacità del suo pensiero di artista.

E fissava a lungo la cara silenziosa, che si dondolava lievemente su la

poltrona con le bianche mani aperte sui ginocchi, e gli occhi che non

vedevano, eppur fissi lontano, nello spazio, quasi guardassero, intenti,

una dolorosa visione.

Quella mattina, tutt'a un tratto, ella gli disse:

— Come dev'esser bella questa fine di aprile alla Roccetta!

Gli parve ch'ella intendesse di dirgli: — Andiamo ad isolarci di più! —

Per quanto vivessero segregati, ricevendo lui pochi amici, lei, e

raramente, una o due signore, intimissime, che non potevano farle

sentire l'offesa della compassione, pure qualcosa della vita esteriore

penetrava fino a loro, anche coi confusi rumori della via dove ferveva

fino a tardi la vita cittadina. Diana non potè accorgersi

dell'oscuramento del viso, del gesto d'impazienza provocati dalle sue

parole. Credè che suo marito, immerso nel lavoro, non avesse ben udito,

e ripetè:

— Come dev'esser bella questa fine di aprile alla Roccetta!

— Se vuoi, vi andremo domani... domani l'altro... — egli rispose.

— Domani... Grazie!... Non ti dispiace?

— Perchè dovrebbe dispiacermi, se fa piacere a te?

— Grazie!... Domani!

La villetta, con l'intonaco azzurro sbiadito dal tempo e dalle pioggie,

era stata fabbricata dall'avo di Pietro in cima a quella roccia che, da

ponente, scendeva quasi a picco su la vallata sassosa, coperta più in là

di erbe, di piante selvatiche, di alberi di ulivi.

Su la terrazza che permetteva di affacciarsi senza pericolo da quel

lato, al ritorno del loro viaggio di nozze, i giovani sposi avevano

passato serate deliziosissime, al lume di luna, in soavi colloqui, in

più soavi silenzi, durante i quali i loro cuori si erano detti quel che

le parole non avrebbero saputo mai dire!

E ogni volta che vi erano tornati, il maggior loro godimento era stato

il rivivere le indimenticabili serate di allora — Ricordi? — E tu,

ricordi? — quasi niente più potesse raggiungere le deliziose impressioni

di quel passato.

Due sere dopo, attorno ad essi, su la terrazza alitava una frescura

impregnata di selvaggi profumi campestri. Il sole stava per tramontare

dietro la collina dirimpetto, tra una maravigliosa gloria di nuvole

dagli orli d'oro, lanciando, diritti come frecce, nel cielo di tenue

smeraldo, i suoi ultimi raggi; e Pietro, assorto in questo spettacolo

che rapidamente vaniva sotto i suoi occhi, divinò, più che non vide, il

gesto di angoscia con cui Diana si passava le mani sul viso, il crollo

indietro della testa che rivelava la improvvisa risoluzione scoppiatale

nell'animo; e, senza un grido, si slanciò ad afferrare l'esile corpo

che, scavalcata la ringhiera, stava per precipitare nell'abisso della

vallata a trovarvi la morte.

La misera resistette un po', si agitò, tentò di svincolarsi, ma le forti

braccia di Pietro l'avevano già tirata dentro, su la terrazza, e

singhiozzante, mezza svenuta, la portavano di peso in camera,

deponendola sul letto.

Egli non osava di dirle una parola di rimprovero, quasi l'ingiusto

ribollimento di acredine contro di lei, che gli amareggiava la bocca da

due giorni, avesse contribuito a spingerla alla terribile risoluzione.

Ed ora tremava di rimorso davanti a quel corpo disteso sul letto e che

sussultava convulso; col terrore negli occhi di quel che sarebbe

avvenuto, se egli non fosse arrivato in tempo per impedirgli di

precipitare nel vuoto!

Diana alzò le braccia brancicando l'aria e chiamò con un fil di voce:

— Pietro! Pietro!

Sentendosi abbracciata e baciata impetuosamente, ella scoppiò in un

pianto dirotto, di sfogo, di sollievo. E appena si fu calmata, Pietro,

con dolce rimprovero, le disse su la bocca, come bacio:

— Perchè? Perchè?

— Per liberarti!

— Di che cosa?

— Di me, di me, che ti rendo infelice come uomo e come artista!

— T'inganni, Diana! La disgraziata sei tu che, forse, con un

altr'uomo... Ho detto forse... Nessuno avrebbe potuto amarti come ti ho

amato, come t'amo ancora, come sento di poter amarti sempre più!... Lo

sai che, in certi momenti, ho avuto fin la stoltezza di rallegrarmi

della tua cecità, geloso che i tuoi sguardi potessero, per caso, vedere

qualcosa.... qualcosa da menomare, da rubarmi il tuo amore?

— Mi ripeti le belle cose che tu suoli scrivere.... Non mi illudi

però.... Non è colpa mia, se ti ho fatto soffrire... Per questo... Oh,

come sono stanca! Stanca in tutti i sensi, col sangue tutto sossopra,

con improvvise nuove punture agli occhi...

— Riposa. Io ti veglierò a piè del letto...

— È già sera avanzata?

— Sono appena le sei e mezzo. Ma prima porgimi le tue mani, così, e

giurami per la santa memoria di tua madre, che non tenterai mai più, mai

più, in nessuna maniera... Ti figuri dunque che io potrei sopravviverti?

Tanta poca stima hai di me?... Giurami!

— Te lo giuro!... Ma sarebbe stato meglio altrimenti!

— Come sei crudele, Diana!

Si era buttato, vestito, sul lettino accanto, per poter accorrere sùbito

se Diana avesse avuto bisogno della sua assistenza. Non aveva chiuso

occhio, agitatissimo. Alle altre sue preoccupazioni, si era aggiunta ora

anche questa del possibile suicidio di Diana in un nuovo improvviso

sconvolgimento della sua coscienza!

— Ah — pensava — si ha un bel voler essere forti, scettici contro le

circostanze della vita! Arrivata a un punto, qualunque fibra più

resistente vien tutt'a un tratto spezzata.

Nella sua prima giovinezza, egli cavava, anzi, dalle contrarietà, gran

incitamento al lavoro. Aveva scritto molte delle cose più belle in

momenti in cui un altro si sarebbe lasciato vincere da scoraggiamenti,

da fiacchezze, da vili rinunzie.

Ora — e non poteva farne colpa ai suoi trentadue anni — non aveva saputo

resistere come allora, quando era solo a lottare pel suo ideale d'arte.

Si sentiva diminuito. Non amava più il lavoro; non trovava in esso le

consolazioni, le sodisfazioni di una volta. La strana gelosia di Diana

pel passato che le sembrava di veder rivivere in ogni pagina di lui, lo

facevano stare in guardia, in sorveglianza che un accenno, una frase non

dessero pretesti di turbamenti alla povera creatura innamorata. Si

sentiva impacciata la immaginazione, diminuita ogni libertà di

espressioni, di sentimento, di bollori, di passioni....

Era amato, è vero, come pochi potevano lusingarsi di essere stati amati;

egli avea visto realizzare il suo gran sogno di bellezza e di amore non

soltanto nell'Arte ma nella Vita; e colei che si agitava di tratto in

tratto su quel lettino, e che, appunto per accesso di amore, poche ore

addietro, avea tentato di morire, gli ispirava tale profonda tenerezza

per la quale in quel momento non gli sembrava gran sacrifizio fin la

rinunzia all'Arte.

— No, l'Arte non vale la vita! — ripeteva talvolta mentalmente.

Si sentì chiamare con voce così concitata da farlo balzare in piedi

atterrito:

— Quella striscia di luce... Pietro!...

E prima che potesse rendersi conto a che cosa Diana accennasse, un grido

acuto di gioia risuonava nella camera:

— Ti vedo!... Ti vedo! Pietro!... Pietro mio!

Quel che il valente oculista aveva dubbiosamente detto: — Bisogna aver

fede nella virtù medicatrice della Natura — riceveva improvvisa

conferma. La quasi identica violenta impressione che aveva prodotto la

cefalalgia e poi la cecità, oprando ora in senso contrario, rendeva

all'organo visivo la sua funzione non distrutta, ma impedita....

— Ti vedo! Ti vedo!...

Era un balbettamento; sillabe che pareva s'impigliassero tra i

singhiozzi; singhiozzi che non riuscivano, tormentosamente, a

sciogliersi in pianto; e mani che brancicavano quasi non fossero sicure

della realtà che tornava a sorridere agli occhi...

Pietro, dapprima, aveva creduto a un improvviso sconvolgimento

dell'intelligenza di sua moglie, all'estremo disastro tante volte temuto

in quei tristissimi giorni, nei quali era stato condannato a passare le

giornate nella buia camera dove ella soffriva gli strazi della

cefalalgia... Appena però dovè convincersi del miracolo oprato dalla

Natura, una gioia infantile lo sopraffece; poi un riso convulso, poi una

commozione così profonda che somigliava allo stupore....

E siccome la viva luce che inondava la camera dalla finestra spalancata,

abbagliava troppo la rediviva — non seppe meglio chiamarla in quel punto

— egli si affrettò a socchiudere gli scuri.

La teneva tra le braccia, seduta sui ginocchi, quasi l'avesse ritrovata

dopo lungo smarrimento, quasi avesse ancora paura di vedersela

nuovamente portar via.

E, nel silenzio, essi sentivano i battiti anelanti dei loro cuori

felici.

Per parecchi mesi s'immersero, con vivissimo entusiasmo, nella vita di

società.

— Volete rifarvi del tempo perduto! — gli dicevano amiche, e amici che

non si stancavano di festeggiarli.

— Hanno ancora tanta giovinezza davanti a loro! — rispose una volta la

signora Marzani che non sospettava neppure dalla lontana il gran male

prodotto da certe sue parole.

Sì, era vero; volevano rifarsi del tempo perduto, quantunque avessero

tanta giovinezza davanti a loro. Troppi e troppi mesi erano rimasti in

un isolamento che ora cercavano di scancellare dalla loro memoria, tanto

era increscioso. Respiravano a pieni polmoni le salsedine delle stazioni

balneari, viaggiando in incognito, perchè Pietro Borgagli odiava le

interviste, i fotografi delle spiaggie, nè voleva che la gente guardasse

come bestia rara lo scrittore che il caso della moglie, riferito dai

giornali, aveva rimesso in vista, e del quale si annunziano prossimi

volumi di romanzi, di novelle, e un dramma passionale.

Un giorno si era divertito a dir questo a un giovane ma importuno

giornalista che lo aveva riconosciuto e additato ai bagnanti di

Viareggio, costringendolo così a scappare di colà. Tutti i giornali

avevano riportato la notizia, rallegrandosi del suo ritorno all'Arte e

augurandogli nuovi gloriosi successi.

Gliene scrisse, lietissimo, il suo più caro amico, Leoni. Quella

lettera, che arrivava da Londra, e dove ogni parola, ogni periodo

parevano agitati da affettuosissima gioia li aveva raggiunti a Venezia,

quando già si preparavano a tornare a casa del troppo prolungato

pellegrinaggio, e produsse su tutte e due penosissima impressione. Non

osarono comunicarsi, lusingandosi l'una e l'altro di essersi ingannati.

Diana aveva cominciato a notare che quella riposante tranquillità venuta

dietro alle esaltazioni, alle concitazioni, ai tormenti, alla paura di

risvegli del passato nel cuore del marito, alle momentanee sodisfazioni

di scoprirsi illusa, al riprendere e rinnovarsi delle stesse

esaltazioni, degli stessi tormenti, delle stesse paure, insieme con

l'angoscia della sopravvenuta cecità, e col cupo orrore della tenebra

dov'era sparito ogni sorriso di giovinezza; sì, aveva cominciato a

notare che in quella riposante tranquillità c'era qualcosa di torpido,

di insignificante, e che lei intanto vi si adagiava con vigliacca

rassegnazione, quasi non avesse più altro da desiderare, da

sperimentare, all'infuori delle giornaliere occupazioni casalinghe che

in certe circostanze la prendevano forte, come non avrebbe mai creduto

che potesse accaderle.

Da principio le era parso che ciò significasse stanchezza della vita di

alberghi, di riunioni, di teatri, di concerti; vivo bisogno di riposo,

di tregua almeno. Presto si accorse che era già, invece, un senso di

esaurimento, un disinteressarsi di ogni idealità, un abbandonarsi alle

minute cure esteriori della comoda vita che l'agiatezza le consentiva.

In quanto a suo marito, ormai, ella era assolutamente sicura di non aver

niente da temere dal passato, niente dal presente e molto meno

dall'avvenire.

Anche lui si sentiva evidentemente stanco, vinto da un torpore, che egli

non avrebbe saputo dire se fisico o intellettuale. Per poco, in certi

momenti, non credeva spenta o vicina a spegnersi ogni sua facoltà

artistica; e non ne provava nessun rimpianto, come se questo fosse un

fatto ordinario, nella natura delle cose. Gli pareva di averlo osservato

precedentemente in altri, che intanto o non se n'erano accorti, o

avevano voluto continuare per forza a produrre, dando misero spettacolo

di decadenza.

Non aveva lavorato a bastanza? Ora poteva coscenziosamente riposarsi;

ora poteva svagarsi leggendo i lavori degli altri, osservando la

tempesta dalla spiaggia: la tempesta della critica, la tempesta del

mutevole gusto del pubblico che si lasciava abbagliare dalle lustre dei

ciarlatani dell'arte, e aveva quel che si meritava.

Leoni, tornato da Londra, era rimasto profondamente afflitto di

ritrovarlo in questo stato d'animo. Non osava di credere ai suoi

orecchi, sentendolo parlare, non con profonda ironia, non con desolante

scetticismo, dell'Arte che ne aveva cinto di gloria il nome; e sarebbe

stato indizio di un'evoluzione che poteva riuscire feconda, perchè

l'ironia, lo scetticismo sono attività dello spirito capaci di rivelarsi

in splendide creazioni.

C'era però nelle parole di Pietro Borgagli un'incredibile supina

indifferenza.

— Ma è possibile? Tu mi fai strabiliare!

— Se è, vuol dire che è possibile — rispose Borgagli all'amico. — In

certi momenti — in certi lucidi intervalli, forse tu pensi — me ne

maraviglio anch'io. Sin dalla mia prima giovinezza ho lottato, ho fatto

a pugni contro tutto e contro tutti che volevano porre ostacoli alla mia

azione. Poi fu lotta diversa, inferiore, con le grandi difficoltà della

forma, con le non meno grandi difficoltà dei soggetti che mi piaceva di

affrontare. Vincevo perchè sentivo, fuori e dentro di me, qualcuno o

qualcosa che voleva opprimermi, atterrarmi; e per ciò tutti i miei

lavori, novelle, romanzi, polemiche, squillavano come trombe guerresche,

avevano l'aria di correre all'assalto, anche quando erano soffuse di

grande pietà, di sottile gentilezza, raggianti di poesia nella loro

umile espressione di tristissima realtà....

— E non senti riaccendere, ricordando, le divine vampe dell'entusiasmo?

— Niente, caro Leoni! Non vedo più nessuno che mi si pari dinanzi per

tagliarmi il passo; non vedo rizzarsi più davanti a me un qualche

ostacolo che vorrebbe costringermi a tornare addietro. Forse ho sofferto

troppo, ho fatto soffrire troppo; è anche lei nello stesso mio stato, e

io la osservo, la studio con crescente orrore. Niente più vibra in

lei... Ah, la sua divina gelosia! Ah, quelle convulsioni del suo

organismo che produssero la cecità, che le riaccesero di nuovo, come

sublime rivincita, la vista!.... Niente! Niente! A te posso dirlo: Ho

passate intere giornate a rileggermi.... Ho visto ripassarmi davanti

tutte le creature da me messe al mondo: ho provato — e ne sentivo

rossore — un senso di ammirazione per colui che aveva lasciato così

potente impronta su quelle pagine che a stento mi sembravano mie....

Niente! Niente! Che vuol dire questo?.... Guarda; ti si è spenta la

sigaretta... No, non bisogna riaccendere una sigaretta spenta. Eccone

un'altra: ne accendo una anch'io, e non ritorniamo su questo stupido

soggetto. Ormai!... Ormai!

— Protesto!... Mi ribello! — esclamò Leoni. — Senti: tu hai scritto un

mirabile libro: _Il Gran Sogno_. Devi — devi, intendi? — scriverne un

altro che sarà, ne sono certo, il tuo capolavoro: _Tormenta_ (ti regalo

il bel titolo) questa tua storia che — tu ancora non te ne accorgi — ti

freme, ti ribolle dentro...

— Forse!... Forse!... Amico, fratello mio! Forse! — mormorò Borgagli.

Ma _Tormenta_ non è comparsa finora!

Il nemico è in noi · 第 7 / 28 题