Gli altri gridarono, ridendo: — «Salve, salve, Re degli Ebrei!» —

— «Se tu sei veramente Re dei Giudei, o Figlio di Dio, discendi» —

dissero ad alta voce.

Al che uno dei ladri cessò di lamentarsi, e gridò al Nazareno: — «Sì,

se tu sei Cristo, salva te stesso e noi.» —

Il popolo rise ed applaudì; ma mentre aspettavano la risposta, si

udì l'altro malfattore dire al primo: — «Non temi tu Dio? Noi abbiamo

ricevuto il giusto castigo dei nostri misfatti; ma quest'uomo non ha

fatto nulla di male.» —

Gli spettatori rimasero stupiti, e nel silenzio che seguì, il secondo

malfattore parlò ancora, rivolgendosi al Nazareno:

— «O Signore,» — egli disse — «ricordati di me quando entrerai nel tuo

regno!» —

Simonide trasalì. — «Quando entrerai nel tuo regno!» — Era proprio

questo il dubbio che angosciava la sua mente in quell'istante, il

dubbio di cui tanto aveva discusso con Balthasar.

— «Hai udito?» — gli disse Ben Hur. — «Il regno non può essere di

questa terra. Quel testimonio, sulla soglia della tomba, affermò che

il Re prenderà possesso del suo regno, e lo stesso ho udito io nei miei

sogni.» —

— «Silenzio!» — disse Simonide, con tono imperioso. — «Taci, ti prego!

Se il Nazareno rispondesse...» —

E mentre parlava, il Nazareno rispose, e con voce chiara e limpida

disse:

— «Veramente io ti dico che tu oggi sarai con me in Paradiso.» —

Simonide giunse le mani e disse: — «Non più, non più, mio Dio! Le

tenebre sono disperse; io vedo con altri occhi — come Balthasar, vedo

con gli occhi della vera fede!» —

Finalmente il vecchio servitore aveva conseguito la meritata

ricompensa. Il suo corpo rotto dalla tortura non sarebbe mai

più guarito, e la memoria delle passate sofferenze rimarrebbe

incancellabile; ma improvvisamente una nuova vita gli appariva, più

bella di questa terrena — e il suo nome era: Paradiso. Là egli avrebbe

trovato il Regno che sognava, e il Re per cui aveva lavorato. Una

grande pace lo invase.

Ma fra i dottori e i sacerdoti ai piedi della croce regnava la

costernazione e lo spavento. Essi avevano condannato il Nazareno per

aver predicato in tutto il paese che egli era il Messia; ed ecco,

che sulla croce, con maggior sicurezza che mai, non solo egli aveva

riaffermato la sua missione, ma prometteva il godimento del suo regno

ad un malfattore. Essi tremarono davanti alle conseguenze del loro

atto. Lo stesso superbo pontefice ebbe paura. Donde traeva quell'uomo

la sua convinzione se non dalla verità! E da chi la verità se non da

Dio?

Il respiro del Nazareno diventava più affannoso: i suoi sospiri erano

rantoli. Solo tre ore sulla croce, e stava già per morire!

La notizia corse di bocca in bocca e tutti tacquero; il vento cessò di

soffiare, un'afa soffocante era nell'aria e si aggiungeva all'oscurità.

Nessuno che non lo avesse saputo, avrebbe detto che sul pendio di

quella collina vi erano tre milioni di persone atterrite — così

tranquille se ne stavano.

Attraverso le tenebre, sopra il capo ai più vicini, venne il grido di

disperazione, se non di rimprovero del moribondo:

— «Mio Dio! Mio Dio! Perchè mi hai tu abbandonato?» —

La voce fece trasalire quanti la udirono, Ben Hur ne fu

irresistibilmente commosso.

I soldati avevano portato con se un recipiente di vino e di acqua, e lo

avevano collocato a poca distanza dalla croce. Con una spugna immersa

nel liquido, e attaccata all'estremità di un bastone, essi potevano

inumidire la lingua dei torturati. Ben Hur pensò al sorso d'acqua

ch'egli aveva ricevuto alla fontana di Nazareth; un'impulso lo assalì;

afferrando la spugna, la tuffò nel recipiente, e corse verso la croce.

— «Lascialo stare» — gridò il popolo con collera — «lascialo

stare!» —

Senza badare alle grida, egli continuò, e bagnò le labbra al Nazareno.

Troppo tardi, troppo tardi!

Tuttavia il volto, chiaramente visibile a Ben Hur, bruttato com'era

dal sangue e dalla polvere, si illuminò di un subito sorriso; gli occhi

si spalancarono, e si fissarono su un punto che essi soltanto vedevano

lontano nel cielo; e un grido di gioia, di trionfo quasi, sfuggì dalle

labbra della vittima.

— «È finito! È finito!» —

Così un eroe, morendo, celebra con un ultimo urrà l'estrema impresa.

La luce degli occhi si spense; lentamente la testa incoronata cadde sul

petto ansante. Ben Hur credette che tutto fosse finito; ma la grande

anima si raccolse in un ultimo sforzo; sicchè egli, e quelli che gli

stavano vicino poterono udire le parole estreme, pronunciate a bassa

voce, come ad uno che stesse ad ascoltarle lì presso:

— «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito.» —

Un fremito scosse le membra martirizzate; vi fu un grido di terribile

angoscia, e la sua missione, e la sua vita erano terminate. Il suo gran

cuore, così traboccante d'affetto, s'era spezzato. Perchè di questo o

lettore, quell'uomo morì!

Ben Hur ritornò presso gli amici e disse semplicemente: — «È finito.

Egli è morto.» —

In un attimo la moltitudine seppe la nuova; ma nessuno la ripetè ad

alta voce; non si sentì che un lungo sommesso mormorio che si propagò

in ogni direzione: — «Egli è morto! Egli è morto!» — La volontà del

popolo era fatta; il Nazareno era morto; ma ogni viso guardava il suo

vicino con terrore. Il sangue di lui ricadrebbe sul loro capo! E mentre

essi si fissavano l'un l'altro, il suolo cominciò a tremare, e un urlo

di spavento uscì da ogni bocca. Tosto l'oscurità si dissipò, e alla

chiara luce del sole ricomparso, ognuno col medesimo sguardo vide le

croci vacillare sotto la scossa del terremoto. Quella di mezzo sembrava

inalzarsi gigante sopra le altre, come volesse sollevare il suo peso

verso il cielo. E tutti coloro che avevano vilipeso il Nazareno, tutti

quelli che lo avevano battuto, tutti quelli che lo avevano condannato

alla croce, tutti quelli che nel profondo del cuore lo volevano morto,

si sentivano personalmente additati all'ira Divina, e minacciati dal

cielo.

Allora cominciò una pazza fuga di uomini, a piedi, a cavallo, su

cammelli e su cocchi; e, come se la natura fosse adirata contro

di essi, e volesse essa medesima assumere la difesa e la vendetta

della vittima innocente, l'onda del terremoto li inseguì, facendo

traballare la terra sotto i loro piedi, gettandoli l'uno contro

l'altro, urlanti per folle terrore. Il suo sangue ricadeva sul loro

capo! Cittadini e forestieri, sacerdoti e laici, mendicanti, Sadducei,

Farisei si urtavano, si percotevano nella loro corsa disperata. Se

essi imploravano il nome di Dio, la terra, rispondeva all'oltraggio

con nuovi scoppi di furore, colpendo tutti senza distinzione. Il gran

Sacerdote fu gettato a terra come gli altri, le sue splendide vesti

imbrattate, la sua bocca riempita di polvere. Egli e il suo popolo

erano uguali in una cosa almeno: Il sangue del Nazareno era sul capo di

entrambi.

Quando il sole riapparve sulla scena della crocefissione, la madre

del Nazareno, il discepolo e le donne di Galilea, il centurione coi

suoi soldati, e Ben Hur e la sua compagnia, erano i soli rimasti sulla

collina. Essi non avevano badato alla fuga generale, troppo occupati

nel provvedere alla propria salvezza.

— «Siediti qui» — disse Ben Hur ad Ester, obbligandola a sedere

ai piedi del padre. — «Ora copriti gli occhi, e non guardare; ma

poni tutta la tua fiducia in Dio — e nell'anima dell'uomo, così

ingiustamente assassinato.» —

— «No,» — disse Simonide con riverenza. — «D'ora innanzi parliamo di

lui come del Cristo.» —

— «Sia» — disse Ben Hur.

In questa un onda di terremoto urtò la collina. Le urla dei ladri sulle

croci barcollanti erano terribili. Quantunque stordito dai movimenti

del suolo, Ben Hur trovò tempo di dare uno sguardo a Balthasar, e lo

vide disteso a terra e immobile. Egli si piegò su di lui, lo chiamò —

non rispose. Il buon uomo era morto! Allora Ben Hur si ricordò di aver

udito un grido, quasi in risposta all'estremo appello del Nazareno;

egli non s'era voltato per veder d'onde procedesse; ma, fino all'ultimo

giorno di sua vita serbò la convinzione che lo spirito dell'Egiziano

avesse accompagnato il suo Maestro alla soglia del Regno Promesso.

Quest'idea non riposava soltanto sul grido che aveva udito. Se la fede

fu meritata ricompensa nella persona di Gaspare, e l'amore in quella

di Melchiorre, era giusto che colui che nella sua vita così nobilmente

aveva compenetrato ed illustrato le tre virtù riunite — Fede, Amore e

Buone opere, fosse stato prescelto per un premio maggiore.

I servitori di Balthasar avevano abbandonato il loro padrone; e, quando

tutto fu finito, i due Galilei riportarono alla città il vecchio nella

sua lettiga, come in una bara.

Era una triste processione quella che entrò nella porta meridionale del

palazzo dei Hur, al tramonto di quella memorabile giornata. Circa alla

stessa ora il corpo di Cristo fu levato dalla croce.

Le spoglie di Balthasar furono deposte nella stanza degli ospiti.

Tutti i servitori lo attorniarono piangendo, perchè tutti lo avevano

amato in vita; ma quando videro il suo viso composto ad un sorriso

di ineffabile beatitudine, asciugarono le lacrime e dissero: —

«Sta bene — Egli è più felice stasera, che non lo fosse quando uscì

stamattina.» —

Ben Hur non volle confidare ad un domestico il compito di partecipare

ad Iras la morte del padre. Andò egli stesso per condurla presso il

cadavere. Egli s'immaginava il dolore della giovane, lasciata ormai

sola nel mondo; era questo un momento di oblìo e di perdono.

Si ricordò che non aveva chiesto perchè essa non aveva fatto parte

della comitiva quel mattino, e dove fosse; si ricordò che non aveva

nemmeno pensato a lei, e riflettendo con rimorso a questa dimenticanza,

era disposto a far pace, anche in vista del grande dolore che veniva ad

arrecarle.

Egli scosse le tende della sua porta; e quantunque udisse il tintinnire

dei campanelli, nell'interno, non ebbe nessuna risposta; la chiamò per

nome, ad alta voce — nessuno rispose. Sospinse la portiera, ed entrò

nella stanza. Essa non c'era. Salì rapidamente sul terrazzo, ma non la

trovò. Interrogati i domestici, seppe che non era stata veduta in tutta

la giornata.

Dopo avere invano frugato in ogni angolo della casa, Ben Hur ritornò

nella stanza degli ospiti e prese il posto che sarebbe spettato alla

figlia, vicino al corpo del genitore. Il suo cuore era pieno della

bontà di Cristo, che sulla soglia del paradiso aveva voluto chiamare a

sè l'anima del suo vecchio e fedele servitore.

Quando il lutto del funerale era già quasi dissipato, al nono giorno

della guarigione, come prescriveva la legge, Ben Hur ricondusse a casa

la madre e Tirzah; e da quel giorno, i due maggiori nomi che la lingua

umana sappia pronunciare, furono sempre riverentemente accoppiati,

— «DIO PADRE E CRISTO FIGLIO» —

. . . . . . .

Cinque anni erano trascorsi dal giorno della crocefissione, ed Ester,

la moglie di Ben Hur, sedeva nella sua stanza nella bellissima villa

di Miseno. Era un caldo pomeriggio di primavera e il sole d'Italia

splendeva fervido sopra i mirti e le rose del giardino. Tutto quanto

l'appartamento era Romano, solo l'abbigliamento di Ester era di foggia

Ebraica. Tirzah e due fanciulli, che giocavano sopra una pelle di leone

sul pavimento, le tenevano compagnia, e non si aveva che ad osservare

con quale cura essa vegliava sopra i piccini, per conoscere che quelli

erano suoi figli.

Il tempo era stato generoso con essa, e gli anni non avevano diminuita

la sua bellezza. Nel diventare padrona della villa, aveva attuato uno

dei suoi sogni più cari.

Ad interrompere questa semplice scena domestica, un servitore apparve

sull'uscio e disse:

— «Una donna nell'atrio desidera di parlare con la padrona.» —

— «Lasciala entrare. La riceverò qui.» —

Dopo pochi istanti comparve la straniera. Nel vederla, l'Ebrea si

alzò e stava per parlare; poi esitò, cambiò colore, e finalmente

disse, tirandosi indietro: — «Mi pare di riconoscervi, buona donna —

siete....» —

— «Iras, la figlia di Balthasar.» —

Ester celò la sua sorpresa, ed ordinò al domestico di portare una sedia.

— «No,» — disse Iras, freddamente — «parto subito.» —

Le due donne si guardarono in viso. Sappiamo ciò che fosse Ester — una

bellissima donna, una madre felice, una sposa contenta. D'altra parte

era chiaro che la sorte non aveva trattato con egual favore la sua

antica rivale. La figura alta e slanciata riteneva ancora parte della

sua grazia; ma una vita cattiva aveva impresso le sue traccie su tutta

la persona. Il viso s'era fatto volgare; i grandi occhi erano rossi, e

gonfie le palpebre; le guancie erano pallide ed infossate, le labbra

dure e ciniche, e la generale trascuratezza la invecchiarono anzi

tempo. La veste era laida e bruttata dal fango della via. Iras ruppe

per prima il silenzio penoso.

— «Sono questi i tuoi bimbi?» —

Ester li guardò e sorrise.

— «Si. Vuoi parlare con essi?» —

— «Li spaventerei» — rispose Iras. Poi si avvicinò ad Ester, e

vedendola indietreggiare lievemente, disse, — «Non aver paura. Io reco

un messaggio per tuo marito. Digli che il suo nemico è morto, e che,

per la miseria che mi ha fatto soffrire, io l'uccisi.» —

— «Il suo nemico?» —

— «Messala. Digli inoltre, che per il male che io gli ho voluto

sono stata punita così amaramente, che anch'egli ne avrebbe

compassione.» —

Le lacrime spuntarono negli occhi di Ester, ed essa voleva parlare.

— «No» — disse Iras. — «Io non voglio nè pietà nè lacrime. Digli in

ultimo che ho fatto la scoperta che l'essere Romano equivale ad essere

bruto. Addio.» — Essa fece per andarsene. Ester la trattenne:

— «Fermati, e parla con mio marito. Egli non nutre rancore contro di

te. Egli sarà tuo amico. — Noi siamo Cristiani.» —

L'altra rimase ferma.

— «No; io sono ciò che ho voluto essere. Fra breve tutto sarà

terminato.» —

— «Ma...» — disse Ester, esitando — «Non possiamo... Non c'è nulla che

desidereresti... nulla che...» —

Il volto dell'Egiziana tradì la sua commozione, e l'ombra di un sorriso

le sfiorò le labbra. Essa guardò i fanciulli sul pavimento.

— «Vi è qualche cosa» — disse.

Ester seguì la direzione del suo sguardo, e con rapido intuito,

comprese, e disse:

— «Puoi farlo.» —

Iras si avvicinò ad essi, e inginocchiandosi sulla pelle di leone, li

baciò entrambi. Alzandosi lentamente, li guardò ancora; poi andò verso

la porta ed uscì, e senza una parola d'addio, camminando rapidamente,

prima che Ester si decidesse a seguirla, era sparita.

Ben Hur, quando intese della visita, ebbe la prova di ciò che aveva

sospettato da lungo tempo, che cioè il giorno della crocefissione, Iras

aveva abbandonato suo padre per gettarsi nelle braccia di Messala. Ciò

non ostante, egli uscì subito coi suoi servi e frugò la contrada, in

cerca di lei, ma invano. La baia azzurra che ride così innocente sotto

i baci del sole, cela oscuri segreti. Se potesse parlare, ci saprebbe

narrare la fine dell'Egiziana.

. . . . . . .

Simonide visse fino a tarda età. Nel decimo anno del regno di Nerone,

egli abbandonò la direzione della sua colossale azienda di Antiochia.

Fino all'ultimo il suo commercio fu prosperoso.

Una sera di quell'anno, egli sedeva nella sua poltrona sul terrazzo

del magazzeno. Ben Hur ed Ester coi loro tre bambini erano con lui.

L'ultima delle sue navi galleggiava nella rada del fiume; tutte le

altre erano state vendute. Dall'epoca della crocefissione, un solo

grande dolore aveva turbato la calma serenità della loro vita, — il

giorno che morì la madre di Ben Hur; ed anche allora il lutto sarebbe

stato maggiore, senza il conforto della loro fede Cristiana.

La nave menzionata era arrivata il giorno precedente da Roma, recando

la notizia delle persecuzioni dei Cristiani cominciate da Nerone nella

capitale, e il crocchio sopra il terrazzo stava discutendo la nuova,

quando Malluch, che si trovava ancora al loro servizio, si avvicinò,

presentando un plico a Ben Hur.

— «Chi lo porta?» — chiese Ben Hur, dopo aver letto.

— «Un Arabo.» —

— «Dov'è?» —

— «È partito subito.» —

— «Ascolta!» — disse Ben Hur a Simonide.

E lesse la seguente lettera.

— «Io, Ilderim, figlio di Ilderim il Generoso, e sceicco della tribù

di Ilderim, a Giuda, figlio di Hur.

Sappi, o amico di mio padre, quanto mio padre ti amava. Leggi lo

scritto che io t'accludo, e saprai. La sua volontà è la mia; quindi

ciò ch'egli ti diede, è tuo.

Tutto quanto i Parti gli tolsero nella grande battaglia in cui lo

uccisero, io ho ripreso — questo scritto fra le altre cose, e la

vendetta, e tutta la discendenza di quella Mira, che ai suoi tempi

fu madre di altrettante stelle.

Pace sia con te e coi tuoi.

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 150 / 155 题