CAPITOLO I.

— «Ester, Ester! Chiama il servo, e fa ch'egli mi dia una coppa

d'acqua.» —

— «Non vorreste invece del vino, padre?» —

— «Digli di portare l'una e l'altro.»

Siamo nel padiglione sulla terrazza dell'antico palazzo degli Hur a

Gerusalemme. Dal parapetto prospettante il cortile Ester chiamò un

servitore nel momento istesso in cui un'altro domestico s'avvicinava,

inchinandosi rispettosamente.

— «Un plico pel padrone» — diss'egli, porgendo una lettera avvolta in

un rotolo di tela, legato e sigillato.

Convien qui spiegare al lettore, che si era al ventunesimo giorno di

Marzo, cioè quasi tre anni dopo l'Annunziazione di Cristo a Bethabara.

— In quel periodo di tempo, Ben Hur, il quale non poteva soffrire

l'abbandono e lo stato rovinoso del palazzo di suo padre, aveva per

mezzo di Malluch comperata la casa da Ponzio Pilato, e con opportune

riparazioni, le porte, i cortili, le scale, i terrazzi, le pareti, il

tetto, erano stati ripristinati al punto, che non solo non rimaneva più

traccia delle tragiche vicende di cui era stata vittima la famiglia,

ma tutto si trovava improntato ad una ricchezza e ad uno splendore

maggiore. Ad ogni angolo il visitatore incontrava prove del buon gusto

che il giovane proprietario aveva portato dal suo lungo soggiorno nella

villa di Miseno e nella capitale Romana.

Non si deve da ciò concludere che Ben Hur si fosse pubblicamente fatto

riconoscere proprietario.

Secondo lui non ne era ancora venuto il momento, e per la stessa

ragione non aveva neppure ripreso il suo vero nome.

Accudendo al lavoro di preparazione in Galilea, seguiva pazientemente

l'opera del Nazareno: un personaggio che gli appariva più misterioso

che mai, e i cui prodigi, spesso compiuti in sua presenza, lo

riempivano d'angosciosi dubbï sulla sua personalità e sulla sua

missione. Di tempo in tempo veniva alla città santa ad alloggiare nella

casa paterna, ma sempre di nascosto e come ospite.

È bene notare però, che queste periodiche visite di Ben Hur non erano

unicamente dovute al bisogno di un po' di riposo. Balthasar ed Iras

alloggiavano nel palazzo, ed egli non era insensibile al fascino della

fanciulla, mentre il padre, quantunque indebolito di corpo, possedeva

ancora tanta forza intellettuale da interessare vivamente il giovane

coi suoi sorprendenti discorsi intorno alla divinità del ramingo

taumaturgo, di cui tutti erano in attesa.

In quanto a Simonide e ad Ester, essi erano arrivati da Antiochia solo

pochi giorni prima, dopo un viaggio faticoso per il vecchio, portato in

un palanchino sospeso fra due cammelli, che non sempre camminavano allo

stesso passo. Ma una volta arrivato, non pareva al pover'uomo di vedere

abbastanza del suo paese natìo. Il suo diletto era di passare il tempo

sul tetto, rannicchiato su di una seggiola, precisa all'altra lasciata

ad Antiochia. All'ombra del padiglione egli respirava con gioia l'aria

dei vicini colli; vedeva sorgere il sole, ne seguiva il percorso

sino al suo cadere, e pensava al passato. Colla sua Ester vicina,

gli era più facile, là, in vista del cielo, il rievocare l'imagine di

quell'altra fanciulla da lui amata in gioventù, di colei che fu sua

moglie e che col passar degli anni gli era sempre divenuta più cara.

Malgrado ciò, non trascurava gli affari. Ogni giorno un messaggero

gli portava il rapporto di Samballat, cui era stata affidata la

direzione degli affari, ed ogni giorno ripartiva un messaggero latore

d'indicazioni così particolareggiate da non lasciar posto ad alcuna

iniziativa che non fosse la propria, nè ad alcuna eventualità salvo,

beninteso, quelle che per volontà di Dio sfuggono alla previsione del

più chiaroveggente degli uomini.

Mentre Ester faceva ritorno al padiglione, il sole che illuminava il

terrazzo della casa, ravvolse in un'onda di luce, che fece vieppiù

risaltare la grazia della sua persona, la perfetta regolarità del suo

volto, la sua rosea carnagione spirante gioventù e salute, e il suo

sguardo intelligente, abbellito da un'espressione d'infinita bontà. In

una parola appariva una donna da amarsi con tutto l'animo, ed il cui

amore era da ambirsi come il colmo della felicità.

Essa guardò il plico, si fermò, lo guardò una seconda volta più

attentamente, ed arrosì riconoscendo il sigillo di Ben Hur. Accelerò il

passo e lo porse al padre.

Simonide attese un momento, e anch'egli esaminò il sigillo. Aperto il

plico ne estrasse il rotolo, che porse alla fanciulla. — «Leggi,» — le

disse.

Gli occhi del padre erano fissi su di lei mentre parlava, e

un'espressione di tristezza gli si dipinse sul volto.

— «Vedo che sai da chi esso viene. Ester.» —

— «Sì, dal... nostro... padrone.» —

Quantunque le parole uscissero a stento, nessun turbamento appariva

nello sguardo che le accompagnò.

Lentamente il vecchio lasciò cadere il capo sul petto.

— «Tu l'ami, Ester,» — disse con voce calma.

— «Sì,» — rispose la fanciulla.

— «Hai ben riflettuto a quello che fai?» —

— «Mi sono provata a non pensare a lui, padre, e solo a ricordarmi,

com'è mio dovere, ch'egli è il nostro padrone. Ma lo sforzo è tornato

vano.» —

— «Sei una buona figliuola, sì, una buona figliuola, come lo era tua

madre» — mormorò il vecchio, facendosi pensoso; dopo qualche istante

continuò:

— «Che Iddio mi perdoni, ma son d'avviso che l'amor tuo non sarebbe

vano, s'io avessi conservato tutto quanto era in mio possesso, com'era

pure in mia facoltà di fare. Grande è la potenza del danaro!» —

— «Sarebbe stato peggio per me se tu l'avessi fatto, poichè allora

sarei indegna d'un suo sguardo e non potrei essere orgogliosa di te.

Non vuoi ora che legga?» —

— «Un momento» — esclamò, — «lascia che a fin di bene, figliuola mia,

ti faccia conoscere il male in tutta la sua estensione. Valutandolo

meco, può darsi che ti sembri meno terribile. Il suo cuore, Ester, è

impegnato.»

— «Lo so,» — fece ella tranquillamente.

— «L'Egiziana lo ha colto nella sua rete,» — continuò Simonide, —

«essa ha tutta l'astuzia della sua razza aggiunta alla bellezza che

affascina. Molta bellezza e molta astuzia, ma, come le altre sue pari,

poco cuore. La figlia che disprezza il proprio padre non può fare la

felicità del marito.» —

— «Merita essa quest'accusa?» —

— «Balthasar,» — proseguì Simonide, — «è uomo saggio, singolarmente

dotato per un Gentile, e la sua fede lo nobilita: eppure sua figlia

lo deride. La udii io stesso ieri, parlando di lui, uscire in queste

parole: — «Le follìe della gioventù sono perdonabili, ma nulla è

ammirabile nei vecchi all'infuori della saggezza, e quando questa se

n'è andata, il meglio ch'essi possano fare è di morire.» —

Parole crudeli, degne d'un Romano.

Io, vedi, le applicai a me stesso, ben sapendo come non sia da me

lontana quella debolezza ch'ella rinfaccia al padre suo.

Ma tu, Ester, tu non dirai mai di me, nevvero, mai che sarebbe

meglio ch'io fossi morto? No, mai, perchè tua madre era una figlia di

Giuda.» —

Con gli occhi gonfi di lagrime, essa lo baciò, mormorando — «Son figlia

di mia madre.» —

— «Sì, e mia figlia, la figlia mia, la quale è per me ciò che il Tempio

era per Salomone.» —

Dopo una lunga pausa, egli appoggiò la mano sulla spalla della figlia

e continuò: — «Quando egli avrà preso in moglie l'Egiziana, o mia

Ester, il suo pensiero correrà a te con pentimento. Il suo spirito sarà

turbato, perchè allora si accorgerà d'essere unicamente l'istrumento

della malsana ambizione di quella donna. Roma è la mèta dei suoi sogni.

Per lei egli è il figlio del duumviro Arrio, e non di Hur, principe di

Gerusalemme.» —

Ester non si provò neppure a celare l'effetto di queste parole.

— «Salvalo, padre! Sei ancora in tempo!» — essa implorò.

Rispose il vecchio scuotendo il capo. — «Si può salvare un uomo che

annega, non già un uomo innamorato.» —

— «Ma tu hai molt'influenza sopra di lui; egli è solo al mondo;

additagli il pericolo; aprigli gli occhi sul carattere di quella

donna.» —

— «Ciò potrebbe salvarlo da lei, ma non lo darebbe a te. No,» — e qui

aggrottò le ciglia, — «io sono un servo come lo furono i miei padri,

di generazione in generazione; pertanto come potrei io dirgli: — Guarda

padrone, io ho una figlia che è assai più bella di quell'Egiziana e che

meglio ti ama? — Non per nulla vissi libero e potente per tanti anni;

— quelle parole mi abbrucierebbero la lingua, — le stesse pietre di

quelle vecchie colline laggiù arrossirebbero di vergogna per me. No,

per tutti i Patriarchi, Ester, anzichè profferirle, vorrei scendere con

te nel sepolcro della povera mia moglie.» —

Il volto di Ester si fece di bragia.

— «Non intesi mai che tu avessi a parlargli così, padre. Io pensava

solo a lui, alla sua felicità, non alla mia. Se ho osato amarlo,

per questo appunto saprò mantenermi degna della sua stima: solo così

potrò scusare ai mie occhi la mia follìa. Ora lasciami leggere la sua

lettera.» —

— «Sì, leggila.» —

Essa lesse rapidamente come per por termine ad un argomento increscioso.

— «_Nisan, 8 giorno, sulla via da Galilea a Gerusalemme._» —

Il Nazareno è pure in cammino. Con lui, ma a sua insaputa io conduco

tutta una legione dei miei. Una seconda legione ci segue. La Pasqua

serve di pretesto all'agglomeramento. Egli disse alla partenza —

«Andremo a Gerusalemme e tutte le cose che furono scritte di me dai

profeti avverranno.» —

— «La nostra attesa è presso al suo termine.» —

— «In tutta fretta.» —

— «La pace sia con te, Simonide.» —

— «BEN HUR.» —

Ester restituì la lettera al padre, soffocando a stento un singhiozzo.

Non v'era una sola parola per lei, neppure un saluto! Eppure non

sarebbe stata gran cosa l'aggiungere — «La pace sia anche coi tuoi.» —

Per la prima volta in vita sua provò il morso della gelosia.

— «L'ottavo giorno» — ripetè Simonide, — «l'ottavo giorno; e questo,

Ester, è....» —

— «Il nono» — rispose la figlia.

— «Allora potrebbe essere già a Bethania.» —

— «E forse potremo vederlo questa stessa sera,» — soggiunse essa,

dimenticando per un'istante il proprio disinganno nella gioia di quella

prospettiva.

— «Può darsi, può darsi! Domani è la festa del pane azzimo e

probabilmente vorrà assistervi; vedremo fors'anche il Nazareno; sì,

forse li vedremo entrambi, Ester.» —

In quel punto comparve il servo col vino e l'acqua. Ester servì il

padre, e, mentre era così occupata, Iras si presentò sul terrazzo.

Agli occhi dell'Ebrea, l'Egiziana non era mai parsa così bella come in

questo momento.

Le sue vesti leggiere come veli le svolazzavano intorno, e

l'avviluppavano come in una nuvoletta di nebbia; la fronte, il collo e

le braccia scintillavano per i grossi gioielli tanto in uso presso il

suo popolo. Ilare il volto, esultante in ogni movimento della persona,

compresa della propria bellezza, ma senza affettazione, tale era Iras.

Ester al vederla si sentì una stretta al cuore e si fece più vicina al

padre.

— «Pace a voi, Simonide, e pace alla vezzosa Ester,» — incominciò

la giovane Egiziana. — «Voi mi rammentate, messere, sia detto

senz'offendervi, quei preti di Persia che al declinar del giorno

salgono in cima al Tempio per rivolgere le loro preghiere al sole che

tramonta. Se non ne conoscete il rito lasciatemi chiamar mio padre,

egli è versato nella magìa.» —

— «Bella Egiziana» — replicò il negoziante, chinando il capo con

gravità cortese, vostro padre è tal uomo da non ritenersi offeso s'egli

mi udisse dire che la sua scienza persiana è la parte minima della sua

saggezza.» —

Iras sorrise ironicamente.

— «Parlando da filosofo, come me ne date l'esempio,» — rispose, — «una

parte minima suppone necessariamente una parte maggiore. Ora ditemi

di grazia quale stimate voi essere la parte maggiore di quella rara

qualità che vi piace attribuirgli?» —

Simonide le lanciò uno sguardo severo.

— «La pura saggezza si rivolge sempre a Dio; la più pura saggezza è la

conoscenza di Dio, e io non conosco nessuno che la possegga in grado

più elevato, o che meglio la manifesti nella parola o negli atti,

del buon Balthasar.» — E per troncare il discorso alzò la coppa e

sorseggiò.

L'Egiziana, un po' stizzita, si volse ad Ester.

— «Un uomo che ha dei milioni in serbo e possiede flotte di navi,

non può comprendere in quali cose noi povere donne troviamo diletto.

Lasciamolo. Là presso al muricciolo potremo conversare.» —

Si avvicinarono al parapetto e si fermarono proprio al punto ove, anni

prima, Ben Hur aveva smosso quel coccio di tegola, che era caduto sulla

testa di Grato.

— «Non sei mai stata a Roma?» — chiese Iras trastullandosi

negligentemente con uno dei braccialetti che si era tolto dal braccio.

— «No» — rispose timidamente Ester.

— «Non hai mai desiderato di andarvi?» —

— «Neppure.» —

— «Ah, come è stata banale la tua vita!» —

Il sospiro che accompagnò quelle parole non avrebbe potuto essere

più eloquente, se l'Egiziana avesse voluto con esso commiserare il

proprio destino. Un istante appresso proruppe in uno scroscio di risa

ed esclamò: — «Oh mia povera ingenua, gli uccelletti che ancor non

hanno lasciato il nido sanno poco meno di te.» — Ma vedendo l'imbarazzo

d'Ester, di nuovo cambiò tattica e proseguì in tono di confidenza: —

«Via, non offenderti, io scherzava. Lascia che baci la ferita e che ti

dica ciò che a nessun'altra persona direi» — e con un nuovo scroscio di

risa che abilmente mascherò il lampo che le guizzò negli occhi, disse:

— «Viene il Re!» —

Ester la guardò sorpresa.

— «Il Nazareno» — continuò Iras — «Colui di cui tanto parlarono i

nostri genitori e pel quale ha tanto lavorato Ben Hur» — qui la sua

voce s'abbassò. — «Il Nazareno arriverà domani, e Ben Hur sarà qui

questa sera.» —

Ester fece uno sforzo per dissimulare la propria agitazione, ma non vi

riuscì, abbassò gli occhi, si fece rossa in viso, e non vide il sorriso

trionfante sul volto dell'Egiziana.

— «Guarda. Eccone la prova» — e si tolse dalla cintura un rotolo.

— «Rallegrati meco, amica mia! Egli sarà qui questa sera! Sul Tevere

egli possiede un palazzo principesco che m'ha promesso in dono; esserne

la padrona vuol dire essere....» —

Qui il rumore di passi accelerati nella sottostante via la interruppe,

e sporgendo il capo dal parapetto, tosto ne lo ritrasse esclamando con

gioia: — «Benedetto sia Iside; è lui, è Ben Hur; strano ch'egli arrivi

mentre stavamo parlando di lui. Se questo non è di buon augurio vuol

dire che non vi sono più Dei. Abbracciami, Ester.» —

L'Ebrea la guardò con volto acceso e cogli occhi esprimenti, forse per

la prima volta in sua vita, un sentimento non lontano dall'ira. Quasi

non bastasse che a lei fosse proibito di pensare, salvo in sogno,

all'uomo da lei amato, doveva anche la fortunata rivale confidarle

tutta trionfante i proprii successi e le brillanti sue speranze

nell'avvenire. A lei, serva d'un servo, non una parola, neppure un

cenno, mentre costei poteva far pompa di una lettera di cui era facile

indovinare il contenuto. Era troppo! Essa non si potè trattenere dal

chiedere:

— «L'ami tanto, dunque, oppure ami Roma di più?» —

L'Egiziana indietreggiò di un passo, chinò l'altiera sua testa fin

quasi a toccare quella dell'Ebrea, e chiese a sua volta: — «Che

importa a te, o figlia di Simonide?» — Ester, tuttora in preda alla sua

agitazione, incominciò;

— «Egli è...» — ma un pensiero fulmineo le arrestò sulle labbra la

parola che stava per pronunciare; essa si fece confusa, trepidante,

indi ricuperata un po' di calma potè proferire: — «Egli è l'amico di

mio padre.» —

Per nulla al mondo avrebbe in quel momento potuto confessare la propria

condizione servile. Iras rise leggermente.

— «Non altro che questo?» — chiese in tono beffardo. — «Ah, per gli

Dei d'amore dell'Egitto, tienti pure i tuoi baci, tu stessa m'hai testè

appreso che ve ne sono altri di ben maggior valore che mi attendono qui

in Giudea e... vado a prendermeli; la pace sia con te!» —

Ester seguì collo sguardo la rivale finchè, scendendo lentamente

gli scalini, essa scomparve; allora si nascose il volto nelle mani

e proruppe in lagrime, lagrime di vergogna e di dolore, mentre, ad

accrescere lo stato d'orgasmo in cui si trovava, le si affacciarono

alla mente, con un nuovo e scottante significato, le parole del padre:

— «L'amor tuo non sarebbe vano s'io avessi conservato tutto quanto io

possedeva, com'era in mia facoltà di fare.» —

Quando la povera fanciulla ebbe ricuperata la sua calma, le stelle

luccicavano già per la volta del cielo, illuminando debolmente la città

e la catena di monti che la circondavano. Ester ritornò nel padiglione

e riprese il suo solito posto presso il padre. Evidentemente il destino

voleva che quello, e solo quello, fosse il compito cui doveva dedicare,

se non la vita, la sua gioventù; e, sia detto a sua lode, ora, che era

passato il primo impeto d'amarezza, l'idea di quel dovere destò in lei

un senso di sollievo.

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 137 / 155 题