— «Prima di tutto devi sapere, che Iside fu — e, per quanto io sappia,
potrebbe essere ancora, la più bella delle divinità: ed Osiride, suo
marito, benchè saggio e potente, era qualche volta punto da gelosia per
lei, poichè soltanto nei loro amori gli Dei assomigliano ai mortali.
Il palazzo della moglie divina era d'argento e coronava la più alta
montagna nella luna, dalla quale essa passava spesso nel sole, la
fonte dell'eterna luce dove Osiride aveva il proprio palazzo d'oro, che
abbaglia col suo splendore gli uomini che lo osano guardare.
Una volta — per gli Dei non esistono giorni — mentre stava con lui sul
tetto del palazzo d'oro, ella guardò per caso, lontano, all'estremo
limite dell'universo, e vide passare Indra con un esercito di scimmie
portate sul dorso di aquile. Egli, l'amico delle cose viventi — così
vien chiamato Indra — ritornava vittorioso dall'ultima guerra con
l'odioso Rassaka e lo seguivano l'eroe Rama e Sita, sua sposa, la più
bella delle donne dopo di Iside. E Iside si alzò, si levò la cintura di
stelle, e l'agitò verso Sita; Rama rispose invece ma agitando lo scudo
lucente. Tosto; tra l'esercito in marcia ed i due sul tetto d'oro,
scese qualche cosa che assomigliava alla notte e impediva interamente
la vista; ma non era la notte — era soltanto Osiride che corrugava la
fronte.
Ora avvenne che il soggetto del loro discorso in quel momento fosse
appunto tale, quale soltanto gli Dei possono tenere fra sè; ed egli si
alzò e disse maestosamente: — «Torna a casa, compirò da solo il lavoro.
Per fare una creatura completamente felice non ho bisogno del tuo
aiuto.» —
Devi sapere che Iside aveva gli occhi grandi come quelli della sacra
mucca, e dolci del pari. Essa li girò sorridendo in faccia al suo
Signore, e alzandosi essa pure, disse: — «Ti saluto, Osiride, e ti
dico arrivederci perchè io so che quanto prima mi chiamerai, poichè
tu non puoi fare, senza il mio aiuto, una creatura perfettamente
felice.» —
— «Vedremo» — egli disse.
Essa tornò al suo palazzo d'argento sui monti della luna, e, seduta
sulla torre più alta, si chinò sopra il suo telaio.
Grandi pensieri volgeva Osiride nella sua mente, e tale era lo sforzo
della sua volontà che le stelle nella volta celeste tremarono e alcune
si staccarono e caddero. Iside dalla sua torre le vide, ma non disse
nulla, e tranquilla attese all'opera dell'ago.
In breve un punto nero apparve contro il disco del sole, e crebbe e
crebbe, finchè raggiunse dimensioni maggiori della luna, ed essa seppe
che quello era un nuovo mondo, un gigantesco pianeta che gettò la sua
ombra sopra il suo palazzo, mostrando quanto fosse il corruccio del
Dio, suo marito.
Ma essa continuò a ricamare sul suo telaio.
A poco a poco dalla massa confusa del nuovo pianeta si distaccarono
montagne e mari, e fiumi e torrenti. Poi vide qualche cosa a
muoversi; ed essa si arrestò stupita. Il Primo Uomo era quello, che,
meravigliato, volgeva lo sguardo al sole, in tacita riconoscenza della
comune fonte di vita e calore. E intorno a lui fiorì la terra, e si
coperse di selve, e di prati, e si riempì di animali.
E l'uomo era felice e non si stancava di osservare con l'occhio pieno
di meraviglia per quelle sconosciute bellezze; ed Iside udì attraverso
l'atmosfera, come rombo di tuono lontano, un riso beffardo:
— «Ho avuto bisogno del tuo aiuto? Guarda una creatura perfettamente
felice.» —
Ma Iside si chinò silenziosa sopra il telaio. Aspettava.
Non durò molto che un mutamento si verificò nel Primo Uomo. Egli
divenne melanconico, giaceva giornate intere sulla sponda di un fiume,
noncurante e annoiato. E mentre Iside osservava con gioia questi
segni, la volta celeste ebbe un altro fremito, donde Iside seppe
che l'intelligenza creatrice di Osiride era nuovamente al lavoro. Ed
ecco che la Terra, prima una fredda massa grigia, fiammeggiò di mille
colori; le montagne divennero purpuree, verdi le piante, azzurro il
mare, infinite le tinte delle nuvole. E l'uomo battè le mani per la
gioia, risanato e nuovamente felice.
Iside sorrise sopra la sua torre nel palazzo d'argento.
Ma in breve l'uomo si stancò dei colori, e preso dalla medesima apatìa,
girò sconsolatamente pel mondo, sospirando. E di nuovo si udì il rombo
della volontà del Dio Creatore, e ad un tratto l'uomo fu visto tendere
l'orecchio, ed ascoltare; il suo viso divenne raggiante, ed egli per
la prima volta ebbe la percezione del suono. Il vento gli mormorava
ignote armonìe, musica erano lo stormir delle fronde, il mormorio
dei ruscelli, e i mille trilli degli uccelli nei boschi. E l'uomo era
felice.
Allora Iside divenne pensierosa, e pure ammirando il genio del suo
sposo divino, disse fra sè: — «Colore, Movimento, Suoni, Luce, non vi è
altro elemento di bellezza, e tutto è già stato dato alla Terra.» — Se
ora quella creatura si fosse annoiata di nuovo, Osiride avrebbe avuto
bisogno del suo aiuto. Rapido volava l'ago sopra la trama d'argento.
E l'Uomo fu lungamente felice, più a lungo che non lo fosse mai stato
prima; sembrò quasi che non avesse a stancarsi più mai. Ma Iside non
era impaziente e sopportò in silenzio i sorrisi del sole. Aspettò,
aspettò, e finalmente vide i segni di un mutamento nell'Uomo. I
suoni divennero famigliari alle sue orecchie; l'abitudine lo rese
indifferente allo stridere del grillo, come al canto dell'usignuolo,
come al ruggito del mare. Egli languì e si gettò desolato lungo la
sponda del fiume, e giacque senza moto.
La compassione di Iside la fece parlare.
— «Mio signore, la tua creatura sta morendo.» —
Ma Osiride, pur comprendendo, tacque; non poteva far altro.
— «Devo aiutarlo?» — essa chiese.
Osiride era troppo orgoglioso per rispondere.
Allora Iside diede l'ultimo punto col suo ago, raccolse la trama in
un rotolo scintillante, e lo gettò nello spazio, lo gettò in modo
che cadesse vicino all'Uomo. Ed egli, udendo il suono della caduta,
sollevò il capo e guardò. O meraviglia! Una Donna, la Prima Donna, si
chinò sopra di lui per aiutarlo. Essa gli tese la mano. Egli la prese,
si alzò, e da allora in poi più non provò la noia e fu felice per
sempre.» —
. . . . . . .
— «Tale o figlio di Hur! è la genesi del bello come la raccontano sul
Nilo.» —
Iras tacque.
— «Una bella invenzione, e graziosa,» — egli disse subito: — «ma è
imperfetta. Che cosa fece Osiride poi?» —
— «Te lo dirò» — essa rispose. — «Egli richiamò la moglie divina a sè,
e vissero felici d'allora in poi aiutandosi reciprocamente.» —
— «E non devo io fare come il Primo Uomo?» — disse egli portando la
mano di lei alle labbra. — «Amore, amore!» —
Appoggiò la testa lievemente sulle ginocchia di lei.
— «Tu troverai il Re» — essa disse, ponendogli la mano carezzevolmente
sopra il capo. — «Tu troverai il Re; lo servirai fedelmente. Con la
tua spada guadagnerai i doni più ricchi; ed il suo più valoroso soldato
sarà il mio eroe.» —
Egli si voltò e vide il volto di Iras chino sopra di lui.
In tutto il firmamento non v'erano in quel momento due stelle più
brillanti di quegli occhi che lo guardavano. Egli si rialzò, e, presala
fra le sue braccia, la baciò appassionatamente, dicendo: — «O Egitto,
Egitto! Se il Re avrà corone da regalare una sarà per me; io la porterò
a te e la metterò qui sul posto che le mie labbra sfiorarono. Tu sarai
Regina, la mia Regina. — Nessuna può esser più bella di te! Saremo
felici! sempre felici!» —
— «E tu mi dirai tutto, nevvero? e lascerai che io ti aiuti in tutto?»
— ella disse contraccambiando il bacio.
La domanda calmò il suo ardore.
— «Non basta che io ti ami?» — egli chiese.
— «Amore perfetto significa perfetta fiducia» — essa disse: — «Ma non
importa, tu imparerai a conoscermi meglio.» —
Essa ritirò la mano e si alzò.
— «Sei crudele» — egli disse.
Nell'allontanarsi essa si fermò presso il cammello e toccando la sua
fronte con le labbra:
— «Tu sei il più nobile della tua razza, perchè il tuo amore non è
offuscato dal sospetto.» —
Quindi sparì nella tenda.