Mentre Gesio, il custode, si presentava al tribuno nella Torre di
Antonia, un uomo saliva il declivio orientale del monte degli Ulivi.
La strada era scabrosa e polverosa, e la vegetazione all'intorno era
bruciata dal sole d'estate. Il viaggiatore poteva dirsi fortunato, non
solo perchè era giovane e vigoroso, ma anche per gli abiti leggeri che
indossava.
Procedeva lentamente, guardandosi intorno non con l'occhio cauto
e ansioso di chi non è ben sicuro del suo cammino, ma piuttosto
coll'espressione di colui, che, dopo una lunga assenza, rivede
antiche conoscenze, espressione piacevole, che sembrava dire: — «Sono
contento di trovarmi ancora con voi, lasciatemi vedere quanto siete
cambiate.» —
Ogni tanto s'arrestava per la salita volgendo lo sguardo indietro sullo
splendido panorama che gli si offriva e che era chiuso dalle montagne
del Moab; però, mano mano che egli s'avvicinava alla vetta, affrettava
sempre più il passo, dimentico della fatica.
Per arrivare alla sommità, piegò a sinistra della strada un giorno
assai frequentata. Si fermò all'improvviso, come se una mano invisibile
lo avesse arrestato. Dando una rapida occhiata allo splendido paesaggio
che gli si presentava dinanzi, i suoi occhi si dilatarono, le guancie
s'imporporarono, ed il respiro gli si fece più rapido.
Il viaggiatore era Ben Hur, il luogo Gerusalemme.
Non la Città Santa d'oggi, ma la Città Santa tale e quale fu lasciata
da Erode, la Città Santa di Cristo. Se essa, veduta dal vecchio Monte
degli Ulivi, è ancora bella al giorno d'oggi, che cosa doveva sembrare
a lui?
Ben Hur si assise sopra una pietra, e, liberandosi dal fazzoletto
bianco che gli copriva il capo, si mise ad osservare minutamente. Molti
altri hanno guardato Gerusalemme da quella sommità in epoche diverse.
Il figlio di Vespasiano, il Saraceno, il Crociato, tutti conquistatori,
e molti pellegrini d'ogni parte del mondo, ma, probabilmente, nessuno
di essi avrà mai osservato il panorama con sentimenti più tristi
e più amari di quelli di Ben Hur. Eran ricordi dei tempi passati,
della famiglia, dei discorsi tenuti nell'infanzia, delle proprie
vicende, che gli affollavano la mente. La città coi suoi fabbricati,
era un testimonio vivente ed eterno dei delitti, della devozione,
delle debolezze, del genio e della religione del suo popolo. Sebbene
conoscesse Roma, Ben Hur rimase incantato. Quella vista lo avrebbe
inebriato di vanagloria, se non avesse pensato che quel principesco
dominio non apparteneva più ai suoi compatrioti, che l'adorazione nel
Tempio ora dipendeva dal beneplacito di stranieri, che la collina dove
Davide s'era fermato era sede di un palazzo marmoreo, donde emanavano
gli editti i crudeli dominatori, i quali con essi perseguitavano i
servi della fede. Ma questi erano piaceri e dolori comuni a tutti
gli Ebrei di quel tempo: Ben Hur vi aggiungeva poi riflessioni tutte
personali, ricordi che non avrebbe mai potuto dimenticare e che la
vista della patria richiamavan con più viva intensità.
Un paesaggio di colline subisce pochi cambiamenti; quando poi le
colline sono rocciose non ne subisce affatto. Lo spettacolo che la
natura offriva a Ben Hur era uguale a quello che la natura di quei
luoghi offre oggi, tranne il panorama della città, che è, naturalmente,
variato, per l'opera alacre dell'uomo sempre più incivilito.
Il sole riscaldava il versante occidentale del Monte degli Ulivi più
di quello orientale, e, naturalmente, gli uomini davano a quello la
loro preferenza. I vigneti, di cui il monte era parzialmente rivestito,
ed i pochi alberi sparsi, per la maggior parte fichi e vecchi ulivi
selvatici, erano verdeggianti. In fondo, presso l'asciutto letto del
Cedron, la verzura si faceva più bella e più piacevole alla vista;
là terminava il Monte degli Ulivi e cominciava il Moriah, baldanzoso,
bianco come la neve, fabbricato da Salomone e completato da Erode. Gli
occhi salivano poi di mano in mano sulle poderose roccie, fino alla
porta di Salomone; che formava il piedestallo del monumento di cui la
collina era lo zoccolo; gli occhi risalivano alla Corte dei Gentili,
a quella degli Israeliti, poi alla Corte delle Donne, insieme a quella
dei Sacerdoti, ciascuna delle quali era una mole di bianche colonne di
marmo, sovrapposte l'una all'altra come tante terrazze in cima delle
quali, formando la corona di questa superba mole, infinitamente sacri,
belli, maestosi, sfolgoranti d'oro, ecco il Padiglione, il Tabernacolo,
ed il Santo dei Santi!
L'Arca non era là, ma Jeova viveva nella fede dei figli d'Israele.
In nessun altro luogo si sarebbe trovato un tempio, un monumento
che pareggiasse questo edificio straordinario. E di tutto ciò ora
non rimane neppure una pietra. Chi lo rifarà? Quando ricomincierà la
ricostruzione? Così si domanda ogni pellegrino che si ferma al posto
occupato adesso da Ben Hur, ben sapendo che la risposta non può venire
che da Dio, che custodisce gelosamente i suoi segreti.
Ed ancora gli occhi di Ben Hur osservavano i tetti del tempio, la
collina di Sion piena di sacre memorie. Egli sapeva che la vallata, da
Fermaggiai, si stendeva lassù profondamente incassata fra il Moriah e
il Sion, e attraversata dallo Xisto; ricca di giardini e di palazzi,
ma sopratutto egli fissava con sguardi avidi il paesaggio maestoso per
edifici che incoronava la collina reale; la casa di Caifa; la Sinagoga
centrale, il Pretorio romano, l'Hippico, e i tristi ma superbi cenotafi
— Faselo e Marianna — sorgenti sullo sfondo del Gareb, rosseggiante in
lontananza. E quando, fra tutti, riconobbe il palazzo d'Erode, potè
forse pensare ad altro che al Re che doveva venire, sovrano cui egli
stesso si professava devoto, il cui cammino voleva spianare? La sua
fantasia corse veloce al giorno nel quale il nuovo Re sarebbe stato
proclamato e avrebbe preso possesso del Moriah, del sacro Tempio, di
Sion e delle sue torri e dei suoi palazzi, di Antonia minacciosa, alla
destra del Tempio, della nuova città di Bezetha, ancor priva di mura,
accolto da milioni di Israeliti acclamanti con palme e con bandiere,
cantando inni festosi perchè il Signore aveva vinto e li aveva fatti
signori del mondo.
Si dice che il sognare sia un fenomeno non del giorno ma della notte.
Se si studiasse meglio si vedrebbe che quasi tutti i propositi si
nutrirono in una specie di dormiveglia. Sognare è il premio di chi
lavora, è il vino che sostiene le nostre forze, che ci rende cara la
fatica perchè la stanchezza ch'ess'ingenera è propizia al sonno. Vivere
è sognare. Solo dopo morti non si sogna. Nessuno rida dunque di Ben
Hur per le sue fantasticherie, perchè chiunque si fosse trovato in quel
luogo ed in quelle condizioni di animo, avrebbe fatto altrettanto.
Il sole stava per tramontare. Per un momento il fiammeggiante disco
sembrava accovacciarsi sulle lontane vette delle montagne dell'ovest,
tingendo il cielo, sopra alla città, di un color di rame e indorando
le mura e le torri. Poi scomparve. Nella calma della sera, i pensieri
di Ben Hur si indirizzavano verso la casa paterna. Egli fissava i
suoi sguardi in un punto del cielo, un po' a nord dell'incomparabile
facciata del Santo dei Santi. Sotto di esso, proprio nella direzione
del filo a piombo, sorgeva la casa di suo padre, se pure ancora
esisteva.
La dolce influenza di quell'ora inteneriva i suoi sentimenti, e,
mettendo da parte le sue ambizioni, egli pensò al dovere che lo
conduceva a Gerusalemme.
Una sera mentre si trovava con Ilderim sul deserto esaminando il
terreno con occhio di soldato, in cerca di luoghi atti alla battaglia,
giunse un messaggero colla notizia che Grato era stato rimosso e Ponzio
Pilato ne prendeva il posto.
Messala, ridotto all'impotenza, credeva morto Ben Hur. Grato non
aveva più alcun potere; perchè avrebbe dovuto Ben Hur differire più
oltre la ricerca della madre e della sorella? Non v'era più nulla da
temere, ora. S'egli non poteva cercare le due donne personalmente nelle
prigioni della Giudea altri poteva farlo per lui. Se le due perdute
si fossero trovate, Pilato non poteva aver ragioni per trattenerle, e
se ne avesse avute, sarebbero state tali da cedere davanti al denaro.
Una volta trovate, egli le avrebbe portate in luogo sicuro, poi, con
la mente più calma, la coscienza tranquilla per aver compiuto questo
primo dovere, si sarebbe dedicato intieramente al _Re atteso_. La sua
risoluzione fu subito presa. Quella notte egli si consigliò con Ilderim
ed ottenne il suo assenso. Tre Arabi lo accompagnarono a Gerico, dove
egli li lasciò coi cavalli e procedette solo ed a piedi. Malluch doveva
incontrarlo a Gerusalemme. I disegni di Ben Hur erano molto vaghi.
Egli cercava di tenersi, in vista del futuro, nascosto alle autorità,
specialmente Romane. Malluch era un uomo astuto e fidato, proprio
quello che ci voleva per dirigere le ricerche.
Dove cominciare? Questo era il problema. Egli non ne aveva un'idea
chiara. Avrebbe desiderato di cominciare dalla Torre di Antonia. La
tradizione che non si poteva resistere a lungo negli oscuri labirinti
delle tristi celle, metteva il terrore nella mente degli Ebrei, più
che la forte guarnigione che custodiva il castello. Potevano benissimo
essere sepolte laggiù. Inoltre l'istinto c'insegna di cominciare le
ricerche nel posto dove le ultime vestigia si perdettero di vista, ed
egli non poteva dimenticare che l'ultimo sguardo che aveva ricevuto
dalle sue care perdute, era stato appunto mentre le guardie le
spingevano in direzione della Torre. Se non vi erano più, ma vi erano
state, rimarrebbe certamente qualche ricordo del fatto, qualche traccia
da seguire.
Oltre all'istinto anche una speranza lo spingeva.
Aveva saputo da Simonide che Amrah, la nutrice Egiziana, era ancora
in vita. Il lettore si ricorderà senza dubbio che la fedele creatura,
la mattina in cui la sventura piombò sugli Hur, sfuggì alle guardie, e
ritornò al palazzo, dove rimase rinchiusa.
Simonide la mantenne durante gli anni seguenti, cosicchè essa si
trovava ancora là, sola ad occupare la gran casa che Grato non era
riuscito a vendere ad onta di tutte le sue esibizioni.
La storia dei suoi legittimi proprietari bastava ad allontanare sia
i compratori che i semplici affittuarî. Passando davanti alla casa
la gente mormorava e diceva ch'essa era invasa dagli spiriti. Tale
diceria derivava probabilmente dalle apparizioni della povera e
vecchia Amrah talvolta sul tetto, tal'altra ad una finestra dietro le
grate. Certamente nessun altro spirito vi avrebbe potuto abitare con
maggior costanza e nessun'altra casa si prestava meglio di quella, alla
secretezza, al mistero della sua vita ritirata.
Ben Hur si immaginava che potendo raggiungere la vecchia, questa gli
sarebbe stata d'aiuto nelle indagini che stava per intraprendere.
In ogni modo il vederla in quel posto così pieno di cari ricordi
sarebbe stato per lui un lieto pronostico per la ricerca della sua
famiglia.
Così prima di tutto egli voleva dirigersi alla casa paterna in cerca di
Amrah.
Presa questa decisione, si alzò poco dopo il tramonto del sole, e
cominciò la discesa del monte per la strada che dalla vetta piega a
nord-est. In fondo, quasi al piede di esso, vicino al letto del Cedron,
la strada s'incontrava con quella che conduceva al villaggio di Siloam
ed allo stagno dello stesso nome. Là egli s'imbattè con un pastore
il quale conduceva alcune pecore al mercato. Gli parlò, ed in sua
compagnia, passando da Getsemani, entrò nella città per la Porta dei
Pesci.