Per comprendere quale fosse la vita della madre e della figlia durante
questi otto anni dobbiamo rammentare la raffinatezza e la coltura
dell'ambiente in cui erano abituate a vivere. Le condizioni ci sono
piacevoli o dolorose a seconda delle nostre abitudini e delle nostre
sensibilità. Non sarebbe un paradosso l'affermare che se avvenisse un
improvviso esodo di tutti gli uomini dal mondo verso il Paradiso, tal
quale com'è raffigurato dalla dottrina cristiana, esso non sarebbe
un paradiso per i più, e, d'altra parte, le sofferenze dell'inferno
non toccherebbero tutti con la medesima intensità. È appunto per dar
un'idea adeguata delle torture morali che attendevano le due donne
nel carcere della torre d'Antonia che noi, al principio del nostro
racconto, ci siamo dilungati nel descrivere il palazzo dei Hur con
tanta ricchezza di particolari, e la scena svoltasi tra Giuda e la
madre sul terrazzo di esso. La compassione e la simpatia del lettore
saranno tanto maggiori, quanto più astraendo dai semplici dolori fisici
potrà immaginare i patimenti morali e intellettuali delle due donne.
Ricordiamo il discorso tra madre e figlio, in cui essa gli parlava di
Dio, del suo popolo prediletto, degli Eroi, ora con la dottrina di un
filosofo, ora con l'ispirazione di un poeta, sempre però col cuore di
madre; e in preda a tali pensieri scendiamo nella loro cella.
— «Una donna d'Israele qui sepolta con sua figlia. Aiutateci presto o
morremo.» —
Tale fu la risposta che Gesio, il custode, udì dalla cella, la sesta,
come appariva dal disegno da lui consegnato al tribuno. Il lettore
riconoscerà dalla risposta chi fossero le infelici ed esclamerà senza
dubbio: — «Ecco alla fine la madre e la sorella di Ben Hur!» —
Difatti erano esse.
Otto anni prima, la mattina della loro cattura, erano state condotte
alla torre dove Grato aveva destinato che fossero rinchiuse. Egli
aveva scelto quel luogo perchè era quello che rimaneva sotto la sua più
immediata sorveglianza e, in esso, la sesta cella, perchè era lontana
dalle altre, e perchè era infetta dalla lebbra, volendo così che le
prigioniere si trovassero rinchiuse non in un carcere sicuro e sano
ma in una vera tomba. Esse vi furono perciò condotte da schiavi, in
un momento in cui non vi potessero essere testimoni, poi, a compimento
del proposito crudele, gli stessi schiavi, murata la porta, furon fatti
scomparire, nè di loro si seppe più nulla. Perchè le vittime potessero
avere un martirio più prolungato, Grato collocò in una cella vicina ad
esse un condannato cieco e muto ond'egli passasse loro il nutrimento
attraverso ad un foro. Il pover'uomo non avrebbe potuto, in nessuna
circostanza raccontare la sua storia, riconoscere le prigioniere o i
loro giudici.
Così, con un'astuzia dovuta in parte a Messala, il Romano, sotto
pretesto di punire una banda d'assassini, trovò modo di confiscare
i beni dei Hur, dei quali nulla pervenne agli scrigni imperiali.
Come compimento dell'ultima parte del suo progetto, Grato licenziò
il vecchio custode delle prigioni, non per timore che fosse a giorno
dell'accaduto, perchè in realtà nulla poteva saperne, ma perchè,
pratico dei sotterranei com'egli era, sarebbe stato impossibile il
nasconderglielo a lungo; con sorprendente abilità il Procuratore fece
disegnare delle nuove carte topografiche omettendo, come vedemmo, la
sesta cella: le infelici prigioniere potevano considerarsi sepolte per
sempre.
La sesta cella corrispondeva a quella che Gesio aveva disegnata. Non
si son potute avere informazioni esatte sulle sue dimensioni; solo si
sa ch'essa era ristretta, rustica, dal terreno e dalle pareti fatte a
guisa di roccie.
In origine il Castello dei Macedoni era separato dal tempio da una
stretta rupe. Gli operai, desiderosi di fabbricare un certo numero
di camere, incominciarono a forare la facciata al nord di questa
rupe e s'inoltrarono lasciando un soffitto naturale di pietra; poi
continuarono a costruire le celle V, IV, III, II, I, senza nessuna
comunicazione col numero VI. La sola cella numero V aveva un foro
comunicante con essa. Fabbricarono poi il corridoio e la scala che
doveva condurre al piano superiore.
I lavori furono eseguiti nel medesimo modo in cui furono intagliate le
tombe dei Re, visibili anch'oggi a poca distanza di Gerusalemme, solo
che, finiti gli scavi, la VI cella fu chiusa dalla parte esteriore con
un muro in cui si aprivano delle feritoie per il passaggio dell'aria.
Quando Erode s'impadronì del Tempio e della torre, fece ricostruire
queste mura più solidamente e chiuse tutte le feritoie meno una, la
quale, pure immettendo un po' d'aria libera e un po' di luce, lasciava
la cella nella più desolante oscurità.
Le due donne erano rannicchiate vicino alla feritoia, l'una seduta,
l'altra mezza sdraiata, appoggiandosi alla nuda roccia. Esse erano
completamente prive di vesti e la luce, penetrando dall'alto, dava
loro un aspetto spettrale. Il loro reciproco affetto, ancor vivo, ci
è rivelato dal vederle l'una nelle braccia dell'altra. La ricchezza,
i conforti, e le speranze, spariscono, ma l'amore rimane. L'amore è
eterno.
Il terreno sul quale le due donne stavano accovacciate, era
completamente levigato. Chi avrebbe potuto dire, per quanto tempo,
durante gli otto anni, esse eran rimaste sedute davanti all'unica
feritoia dalla quale un timido, ma amichevole raggio di luce ravvivava
le loro speranze?
Quando la luce faceva capolino esse comprendevano che albeggiava,
quando svaniva, capivano che scendeva la notte, in nessun altro luogo
così lunga e buia come laggiù!... Il mondo?... Attraverso a quella
fessura, come se essa fosse stata larga ed alta al pari della porta di
un palazzo reale, esse vagavano pel mondo con la fantasia, cercando
l'una il figlio, l'altra il fratello. Esse lo pensavano navigante
sul mare o sbarcato nelle isole; oggi in quella, domani in un'altra
città, ma sempre viaggiando, senza tregua, giacchè, come esse vivevano
attendendolo, egli doveva certo vivere cercandole. Quante volte, pur
essendo lontane, esse s'incontravan con lui col pensiero! Era una così
dolce lusinga per esse dirsi l'una coll'altra. — «Finchè egli vivrà non
saremo dimenticate, finchè egli si rammenterà di noi ci sarà speranza!»
— Chi può comprendere, se non dopo averlo provato, che un nonnulla
basta per incuter coraggio? Il ricordo di quei giorni trascorsi così
miseramente ci impone il rispetto; le loro sofferenze le rivestono ai
nostri occhi di santità. Anche senz'avvicinarci troppo alla prigione ci
accorgiamo ch'esse hanno subìto un gran mutamento, non dovuto al tempo
od alla prigionia. La madre era bella come donna, la figlia bella come
giovinetta. Neppur una persona amica avrebbe potuto dire di loro ora la
stessa cosa. I loro capelli erano lunghi, arruffati, e completamente
bianchi; e da tutta la loro persona spirava un'aria di ribrezzo che
avrebbe arrestato il più coraggioso visitatore. Forse soffrivano per
l'aria malsana, per le torture della fame e della sete non avendo avuto
di che sfamarsi dopo che il loro servo, il forzato cieco e muto, era
stato allontanato. Tirzah, lamentandosi, si appoggiò alla madre e le
cinse il collo dandole un bacio.
— «Quietati, Tirzah, verranno: Dio è buono. Noi ci siamo sempre
ricordati di lui e non ci siamo mai dimenticate di pregarlo ogni
qualvolta udivamo il suono delle trombe nel Tempio. Vedi, è ancora
chiaro e il sole splende, non possono esser che le sette. Qualcuno
verrà. Ne ho fede. Dio è buono!» —
Così parlò la madre.
Le sue parole erano semplici e persuasive, quantunque Tirzah, che
aveva appena compiuti i tredici anni quando noi le vedemmo per l'ultima
volta, ora, aggiungendole gli otto anni di carcere, non fosse più una
bambina.
— «Proverò ad esser forte, mamma,» — disse ella. — «Le tue sofferenze
devono essere grandi quanto le mie ed io voglio assolutamente
vivere per te e per mio fratello! Ma mi sento ardere la lingua e le
labbra!... Chissà dove si trova egli ora, chissà se riescirà mai a
salvarci!» —
Le loro voci impressionavano stranamente: eran dure, pungenti, d'un
suono metallico.
La madre avvicinò a sè la figlia e disse:
— «La notte scorsa ho sognato, Tirzah, e l'ho visto da vicino come
vedo te, ora. Dobbiamo credere nei sogni perchè anche i nostri padri ci
credevano.
Il nostro Signore parlò loro così parecchie volte. Mi sembrava che
ci trovassimo alla Porta delle Donne proprio di fronte alla Porta
Magnifica, in compagnia di molte persone, quando Giuda entrò guardando
di qua e di là; lo vidi ritto all'ombra della Porta. Il mio cuore
palpitò forte forte. M'accorsi ch'egli ci cercava, e gli corsi incontro
aprendogli le braccia e chiamandolo per nome. Egli m'udì, mi scorse, ma
non mi riconobbe. Dopo un attimo la visione scomparve.» —
— «Non accadrebbe forse così, mamma, se noi lo avessimo realmente ad
incontrare? Siamo assai cambiate. Chissà se ci riconoscerebbe!» —
— «Potrebbe darsi che non ci riconoscesse, ma...» — e la madre chinò
il capo: il suo viso si rannuvolò come s'essa fosse colpita da un gran
dolore, poi riprendendo la parola, ella disse: — «.... ma potremmo
anche farci riconoscere!» —
Tirzah alzò le braccia al cielo e supplicò, lamentandosi:
— «Dammi dell'acqua, mamma, un po' d'acqua! Anche una goccia sola mi
basterebbe!» —
La madre si guardò attorno confusa ed impotente a soddisfarla.
Ella aveva nominato Dio così spesso; aveva promesso in nome suo, ed ora
le sembrava che il ripetere la preghiera sarebbe stato uno scherno.
Un'ombra passò davanti alla feritoia, oscurandole la luce fioca, ed
ella pensò alla morte che si avvicinava sempre più e l'attendeva mentre
la sua fede andava man mano scemando.
Inconscia delle sue azioni, parlando come un automa perchè essa doveva
parlare per confortar la figlia, disse di nuovo:
— «Abbi pazienza, Tirzah; vengono; son quasi qui.» —
Le parve di udire un rumore proveniente dalla cella vicina, la loro
unica comunicazione col mondo esterno. Infatti non s'era sbagliata.
Dopo un minuto o due il grido del forzato risuonò attraverso la cella.
Anche Tirzah lo sentì ed entrambe si alzarono tenendosi per mano.
— «Sia ringraziato per sempre il Signore!» — esclamò la madre col
fervore di una persona che avesse ricuperata la fede e la speranza.
— «Olà» — sentirono gridare, e poi: — «Chi siete?» —
La voce era sconosciuta. Che cosa accadeva? Eccettuate le parole
scambiate con Tirzah queste eran le prime e le sole che essa avesse
udito in otto anni. Che gran salto — dalla morte alla vita — e che
salto repentino!
— «Una donna d'Israele, qui sepolta con sua figlia. Aiutateci presto o
morremo.» —
— «Fatevi animo. Ritornerò.» —
Le donne ruppero in forti singhiozzi. Erano state trovate e si veniva
in loro aiuto.
Di desiderio in desiderio le loro speranze volavano veloci, come le
rondini.
Poichè si sapeva dov'esse erano, verrebbero anche liberate. Avrebbero
ricuperato tutto ciò che avevano perduto: casa, amici, possedimenti,
libertà, figlio e fratello! La scarsa luce celava loro ancora le
bellezze del giorno, ma, immemori delle sofferenze, della sete e della
fame, del pericolo continuo di morte, le due donne caddero per terra
piangenti, tenendosi strette l'una all'altra.
Non aspettarono a lungo; Gesio si sbrigò in due parole e il tribuno era
un uomo d'azione.
— «O voi là dentro — gridò il tribuno dall'apertura — dove
siete?» —
— «Qui» — rispose la madre alzandosi.
Subito essa sentì un rumore proveniente da un'altra parte come di colpi
battuti contro il muro, colpi rapidi, sonori, dati da un'arma di ferro.
Madre e figlia non apersero bocca sapendo bene il significato di tutto
ciò; — una via di libertà si apriva loro d'innanzi.
Come uomini sepolti da lungo tempo nelle profonde miniere odon l'arrivo
dei loro salvatori annunciati dal martello e dal colpo del piccone,
esse sentivan i loro cuori palpitar più velocemente e i loro occhi si
fissavano sul punto donde procedevano i colpi.
Le braccia che lavoravano al di fuori erano forti; le mani abili, e la
buona volontà non mancava di certo.
I colpi si facevano ogni minuto più vigorosi; di quando in quando, un
pezzo di mattone cadeva con fracasso, e la libertà s'avvicinava sempre
più. Si udivano le voci degli operai.
E.... o gioia! — Un bagliore di luce rossa, luce di torcia, faceva
capolino attraverso un crepaccio rompendo l'oscurità con un bagliore
intenso, bello come i primi raggi del mattino.
— «È lui, mamma, è lui! Egli ci ha finalmente trovate!» — gridò Tirzah
colla vivacità della giovinezza.