CAPITOLO I.

Gli avvenimenti che adesso narreremo avvennero tre giorni dopo dalla

notte in cui Ben Hur lasciò Antiochia per recarsi collo sceicco Ilderim

nel deserto.

Un grande avvenimento — grande almeno rispetto alle sorti del nostro

eroe — è accaduto: a Valerio Grato è subentrato Ponzio Pilato.

La destituzione, rammentiamolo, costò a Simonide cinque talenti in

denaro romano, pagati a Seiano che allora era all'apogeo della sua

potenza come favorito imperiale; lo scopo del tentativo era quello

di diminuire i pericoli di Ben Hur durante la sua permanenza in

Gerusalemme e nei suoi dintorni, permanenza dovuta alla ricerca della

famiglia. A questo pietoso fine il servo metteva a disposizione i

guadagni di Druso e de' suoi compagni, i quali, avendo pagate le loro

scommesse, divennero tosto — com'è logico — i nemici di Messala, la

cui riputazione in Roma non aveva ancor ricuperata l'antica fama. Pur

essendo breve il tempo dal quale erano a Gerusalemme i Romani, gli

Ebrei sapevano che il cambio non poteva, così provvisorio, esser di un

gran vantaggio per sè.

Le coorti mandate a sostituire la guarnigione d'Antiochia facevano

la loro entrata in città verso sera; il mattino seguente il primo

spettacolo che s'offrì al popolo fu quello delle mura dell'Antica Torre

ornate di insegne militari che consistevano in busti degli imperatori

adorni di aquile e di sfere rappresentanti il mondo. Una moltitudine

di gente si pose in marcia per recarsi a Cesarea dove Pilato indugiava

e lo supplicò di togliere quelle immagini detestate. Cinque giorni e

cinque notti circondò le porte del suo palazzo; finalmente egli stabilì

di avere un colloquio coi capi, nel Circo. Quando essi si adunarono là,

egli li attorniò di soldati, ma, invece di incontrare resistenza, trovò

umiliazioni e profferte di vite; vinto da questo nuovo metodo, concesse

quel che gli avevano chiesto. Fece riportare le imagini e le insegne a

Cesarea, dove Grato, con giusta riflessione, aveva tenuti celati tali

abbominii durante gli undici anni del suo comando.

Anche gli uomini malvagi, ogni tanto, frammettono delle buone azioni

alle loro malvagità. Pilato ordinò di fatti una ispezione di tutte le

prigioni della Giudea e un elenco di nomi delle persone carcerate,

con una relazione sui delitti dei quali eran state accusate. Senza

dubbio il motivo era quello così comune agli ufficiali appena entrati

in carica: il timore della responsabilità che erano per incontrare;

il popolo, nondimeno, pensando al bene che poteva derivarne, lo

elogiava, e, per un po' di tempo, fu rallegrato e confortato dal fatto.

Avvenivano scoperte stupefacenti nelle inchieste eseguite. Centinaia di

persone vennero liberate perchè incatenate senz'accusa; altre, ritenute

per molti anni per morte, ritornavano a goder la luce della quale in

tristi segrete eran state private; e, peggio ancora, furon trovate

prigioni sotterranee di cui non v'era sentore e di cui le stesse

autorità carcerarie si erano dimenticate. Appunto su una di queste

prigioni ignorate di Gerusalemme, richiamiamo l'attenzione del lettore.

La Torre d'Antonia, che è bene rammentare come occupasse i due

terzi dell'area sacra nel monte Moriah, era, in origine, un castello

fabbricato dai Macedoni. Più tardi, Giovanni Ircano, ridusse il palazzo

ad una fortezza per la difesa del Tempio, ed in quell'epoca esso era

considerato come inespugnabile. Quando però venne Erode, col suo genio

ardito, ne rinforzò le mura e le estese, lasciando un vasto fabbricato

a racchiudere tutte le dipendenze necessarie alla fortezza, vale a dire

scuderia, capanne, armerie, magazzeni, cisterne, e, non ultime per

importanza, prigioni d'ogni qualità. Egli appianò la rupe massiccia

e la forò per porvi le fondamenta di un fabbricato, unendolo con un

enorme colonnato al Tempio, dal tetto del quale si poteva guardare

sopra le corti dell'edificio sacro. In tali condizioni la Torre

cadde alfine dalle sue mani in quella dei Romani che furono pronti ad

intuirne i vantaggi e a convertirla ad usi più degni. Mentre comandava

Grato era una cittadella fortificata e una prigione sotterranea pei

rivoluzionari. Guai se le truppe uscivano da quelle porte per reprimere

un disordine! Guai se un Ebreo v'entrava come arrestato! Ma, dopo

questa piccola divagazione, ci affrettiamo a riprendere il filo della

nostra storia.

L'ordine del nuovo Procuratore, che richiedeva il rapporto

delle persone imprigionate, fu ricevuto alla Torre d'Antonia, e

sollecitamente eseguito; due giorni eran passati dacchè l'ultimo

prigioniero era stato condotto su negli uffici per essere interrogato.

Il rapporto, pronto per esser spedito, giaceva sul tavolo del tribuno;

fra cinque minuti sarebbe stato rimesso a Pilato che abitava il palazzo

sul monte Sion.

L'ufficio del tribuno era spazioso e fresco, ammobiliato in uno

stile atto alla dignità di un comandante investito d'una carica così

importante. Il tribuno sembrava stanco ed impaziente; allorchè gli

fosse giunto il rapporto sarebbe andato sulla terrazza del colonnato

per respirare e per muoversi divertendosi ad osservar gli Ebrei giù

nelle corti del Tempio. I suoi dipendenti e i suoi servi dividevan

la sua impazienza. Mentre attendeva apparve un uomo sulla porta. Egli

faceva risuonare un mazzo di chiavi, ognuna pesante come un martello, e

riuscì così ad attrarre l'attenzione del tribuno.

— «Ah! Gesio! entra pure» — egli gli disse.

Mentre il nuovo venuto s'avvicinava al tavolo dietro al quale il Capo

sedeva in una poltrona a bracciuoli, tutti i presenti lo guardarono, e,

avendo osservata una certa espressione di spavento e di mortificazione

sul suo viso, divennero silenziosi per poter udire ciò che egli avesse

a narrare.

— «O tribuno» — cominciò egli, facendo un profondo inchino — «ho paura

di spiacerti dicendo ciò che dovrò dire.» —

— «Un altro errore commesso, eh, Gesio? Una condanna ingiusta?» —

— «Se potessi persuadermi che non fosse che un semplice errore non

avrei una tal paura.......» —

— «Un delitto allora? oppure una trasgressione a qualche ordine

impartito? tu puoi offendere Cesare e maledire gli Dei, e vivere, ma

non così se l'offesa si riferisce alle aquile.... ah tu sai, Gesio!...,

ma, prosegui!...» —

— «Son ormai otto anni dacchè Valerio Grato mi scelse come custode

dei prigionieri, qui, nella torre» — disse l'uomo, calmo — «Rammento

ancora il giorno in cui entrai in servizio. V'era stato un tumulto

il dì innanzi ed erano accadute delle zuffe per via. Noi uccidemmo

parecchi Ebrei ed avemmo vittime per parte nostra. Il baccano avvenne,

così almeno mi dissero, per un tentato assassinio contro Grato, ch'era

caduto da cavallo a cagione di una tegola gettatagli addosso da un

tetto. Io trovai Grato seduto dove precisamente siedi tu, o tribuno,

con la testa fasciata. Egli mi comunicò la mia nomina e mi diede queste

chiavi, numerate in corrispondenza delle celle; erano i distintivi

del mio ufficio e non avrei mai dovuto abbandonarli. Sul tavolo v'era

un rotolo di pergamena. Chiamandomi a sè, egli aprì il rotolo. — «Qui

vi son le piante delle celle» — disse. Ve ne erano raffigurate tre. —

«Questa — proseguì — mostra la disposizione dell'ultimo piano; questa

vi da a comprendere come sia fatto il secondo piano, e quest'altra è

quella del primo. Ve le affido.» — Io le presi. — Egli continuò:

— «Ora avete le chiavi e le piante; andate subito e famigliarizzatevi

di tutto l'ordinamento delle carceri; visitate ogni cella ed osservate

in che condizioni essa si trovi. Quando occorra qualche riparo, per

assicurarvi meglio del prigioniero, ordinate secondo quel che meglio

vi sembra, poichè, finch'io comanderò, sarete il capo delle prigioni e

niun altro in esse avrà l'autorità vostra.» —

Io lo salutai e mi volsi per andarmene, ma fui richiamato addietro.

— «Ah, mi dimenticavo — soggiunse — datemi la pianta del secondo

piano.» —

Gliela diedi ed egli la distese sul tavolo.

— «Qui, Gesio, vedete una cella» — e pose il dito su quella segnata col

numero V.

— «In essa vi son tre uomini, di carattere rivoluzionario.

Impadronitisi di un segreto di Stato, scontano ora la propria

curiosità, la quale — e mi guardò severamente — è, in casi come questi,

peggiore di un delitto. In pena della colpa commessa son stati resi

ciechi e muti e dovranno rimanere tali per la vita. Non dovranno

ricevere che cibo e bevande attraverso un buco che troverete nel muro.

Comprendete, Gesio?» —

Gli risposi di aver capito.

— «Sta bene» — continuò — «un'altra cosa non dovete dimenticare» — e

mi fissò con cipiglio minaccioso — «la porta della loro cella — cella

numero V sul medesimo piano — questa qui, Gesio — » e mise il dito

sopra il disegno della cella perchè mi rimanesse impressa — «non dovrà

mai esser aperta per qualsivoglia motivo, nè per lasciar entrare o

sortire alcuno, neppur voi stesso.» —

— «Ma se essi muoiono?» — chiesi. —

— «Se muoiono — rispose — la cella sarà la loro tomba. La cella è

infetta di lebbra. Capite?» —

Detto ciò, mi congedò.

Gesio tacque e dalla sua tunica estrasse tre pergamene tutte ingiallite

dal tempo e dall'uso; scegliendone una la stese sul tavolo innanzi al

tribuno dicendo semplicemente:

— «Questo è il primo piano.» —

Tutti quelli che eran lì presenti osservarono la pianta:

+-----------------------------------+-----+

| CORRIDOIO | • |

+-------+-------+-------+-------+---+-----+

| V | IV | III | II | I |

+-------+-------+-------+-------+---------+

— «Questa è, precisamente, o tribuno, la pianta così quale la ricevetti

da Grato. — Guarda: qui è la cella numero V» — disse Gesio. —

— «Vedo,» — rispose il tribuno — «Prosegui. La cella è infetta di

lebbra....» —

— «Desidererei chiederti una cosa» — interruppe il carceriere.

Il tribuno fece un segno d'incoraggiamento.

— «Non avevo io il diritto, date le affermazioni fattemi, di presumere

che la pianta fosse esatta?» —

— «Non potevi credere diversamente.» —

— «Ebbene: la pianta non è esatta.» —

Il Tribuno lo guardò sorpreso.

— «Non è esatta — ripigliò il custode. — Non parla che di cinque celle

esistenti in quel piano, mentre ve ne sono sei.» —

— «Sei, dici?» —

— «Vi mostrerò il piano com'è realmente — o come credo ch'esso sia.

Sopra una pagina del suo taccuino disegnò la pianta che segue e la

offrì da osservare al tribuno:

+-----------------------------------+-----+

| CORRIDOIO | • |

+-------+-------+-------+-------+---+-----+

| V | IV | III | II | I |

+-------+-------+-------+-------+---------+

| VI |

+-----------------------------------------+

— «Tu hai fatto bene — disse il tribuno esaminando il disegno e

credendo che la narrazione fosse finita. — «Farò correggere la

pianta, o, meglio ancora, ne farò fare una nuova da dare a te. Vieni a

prenderla domattina.» —

Così dicendo s'alzò.

— «Odimi ancora, o tribuno.» —

— «Domani, Gesio, domani.» —

— «Ciò che ho ancora da dirti è urgente.» —

Il tribuno riprese con bonarietà il suo posto.

— «Mi sbrigherò» — disse il custode umilmente — «solo lascia che

ti domandi ancora una cosa. Non avevo il diritto di credere a Grato

riguardo a quanto mi disse intorno ai prigionieri della cella numero

V?» —

— «Sì, era tuo dovere di credere che vi fossero tre prigionieri nella

cella — prigionieri di Stato — ciechi e muti.» —

— «Ebbene» — disse il carceriere — «neppur quello era vero.» —

— «No?» — interruppe il tribuno con interessamento.

— «Senti e giudica tu stesso, o tribuno. Come mi hai ordinato, visitai

tutte le celle incominciando da quelle dell'ultimo piano e terminando

con quelle del primo. L'ordine che la porta del V. non venisse aperta

era stato rispettato; durante tutti gli otto anni, cibi e bevande per

tre uomini erano stati passati attraverso al buco esistente nel muro.

Ieri andai ad aprir la porta curioso di veder i miserabili che, contro

ogni previsione, eran vissuti così a lungo. La chiave non entrava nella

toppa. Spingemmo un po', e la porta cadde arrugginita sui cardini.

Entrando, non trovai che un uomo, vecchio, cieco, muto, e nudo. I suoi

capelli cadevano in disordine oltre la vita. La sua pelle era indurita

come pergamena. Tendendo le mani mostrava le sue unghie lunghe ed

attorcigliate come gli artigli di un uccello. Gli chiesi ove fossero

i suoi compagni: egli scosse il capo in segno di diniego. Credendo di

trovare gli altri frugammo per la cella. Il pavimento e le mura erano

nude. Se tre uomini fosser stati rinchiusi là dentro, e due di essi

fossero morti, almeno le loro ossa si sarebbero trovate.» —

— «Perciò tu credi...» —

— «Credo, o tribuno, che un solo prigioniero sia stato là per otto

anni.» —

Il tribuno guardò il carceriere scrutandolo profondamente e disse:

— «Bada; tu accusi Valerio Grato di qualche cosa più che d'una

menzogna.» —

Gesio s'inchinò ma disse:

— «Egli potrebbe essersi sbagliato.» —

— «No; egli aveva ragione» — replicò il tribuno vivamente. — «Ciò

risulta dal tuo stesso rapporto. Non hai tu detto or ora, che, per otto

anni, furono somministrati cibi e bevande per tre uomini?» —

Gli astanti approvarono l'avvedutezza del loro capo: tuttavia Gesio non

sembrò darsi per vinto.

— «Tu non hai udito neppur la metà del mio racconto, o tribuno.

Allorchè l'avrai udito per intero sarai del mio stesso parere. Vuoi

sapere che feci di quell'uomo? Gli feci fare un bagno, lo feci calzare

e vestire e poi lo condussi alla porta della torre e gli diedi la

libertà. Credevo di essermene sbrigato. Oggi invece egli tornò indietro

e fu condotto da me. Con cenni e lagrime finì per farmi comprendere che

desiderava far ritorno nella sua cella e gliene diedi il permesso.

Mentre stavano per condurlo via, egli si liberò un momento, mi baciò i

piedi, poi, con una pietosa e muta preghiera, insistette perchè andassi

con lui. Accondiscesi. Il mistero dei tre uomini era tuttavia impresso

nella mia mente. Ero insoddisfatto di non esserne venuto a capo. Ora

son contento di aver ceduto alla preghiera di quel cieco.» —

Tutti i presenti si fecero silenziosi.

— «Allorchè fummo nella cella ed il prigioniero lo seppe, prese la mia

mano premurosamente e mi condusse vicino ad un buco simile a quello

attraverso al quale noi passavamo il cibo dal corridoio. Sebbene avesse

la grandezza d'un elmo, ieri m'era sfuggito. Sempre tenendo la mia

mano nella sua egli accostò il viso al buco e diede in un grido simile

a quello di una belva. Una voce debole rispose. Io ne fui stupito e

chiamai forte: — «Olà!» — a tutta prima non ebbi nessuna risposta.

Chiamai di nuovo e udii queste parole: — «Che tu sia benedetto, o mio

Dio!» — Ancor più sorprendente, o tribuno, la voce era quella di una

donna. Ed io chiesi:

— «Chi siete?» — ed ebbi in risposta:

— «Una donna d'Israele sepolta qui con sua figlia. Aiutateci presto o

morremo!» —

Dissi loro di star di buon animo e corsi qui per saper la tua volontà.

Il tribuno si alzò frettolosamente.

— «Avevi ragione, Gesio;» — diss'egli, — «e adesso capisco. La pianta

era falsa e bugiarda era pure la storia dei tre uomini. Vi sono stati

dei Romani migliori di Valerio Grato.» —

— «Sì, disse il carceriere, poichè seppi dal prigioniero che

aveva regolarmente dato alla donna i cibi e le bevande che aveva

ricevuti.» —

— «Il perchè ne è chiaro» — disse il tribuno, e osservando il contegno

degli amici e riflettendo che avrebbe fatto bene l'avere dei testimoni,

soggiunse:

— «Salviamo quelle donne. Venite tutti.» —

Gesio era raggiante.

— «Bisognerà che foriamo la parete» — egli disse: — «Io potrei

trovare il posto ove era la porta, ma essa è stata murata con pietre e

calcina.» —

Il tribuno si fermò per dire al suo scrivano:

— «Manda degli uomini dietro a me cogli utensili necessari. Fa presto,

e conserva la pianta che dev'essere corretta.» —

Poco dopo essi erano partiti alla volta del carcere.

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 114 / 155 题