Malluch si fermò alla porta; Ben Hur entrò da solo.
La stanza era quella medesima in cui aveva per la prima volta veduto
Simonide, e nulla era mutato della sua apparenza, tranne che, presso
alla poltrona del vecchio, era stato posto un grande candelabro di
bronzo con molte braccia da cui pendevano numerose lampade d'argento,
tutte accese. La luce era chiara e illuminava i tavolati delle pareti,
la cornice dorata, e la volta di mica viola.
Fatti due passi Ben Hur si arrestò.
Tre persone erano presenti e lo guardavano. — Simonide, Ilderim ed
Ester. Egli girò gli occhi dall'uno all'altro come per trovar risposta
alla domanda mezzo formulata dal suo cervello: — «Che cosa vogliono da
me questi tre?» — A questa tenne subito dietro un'altra: — «Sono amici
o nemici?» —
Finalmente i suoi sguardi si fermarono su Ester. I due uomini gli
avevano risposto con espressione bonaria, ma ciò ch'egli lesse nel
volto della fanciulla era qualche cosa di più spirituale, che,
quantunque sfuggisse ad ogni definizione, penetrò profondamente
nell'animo suo. Ebbe per un istante la visione di un altro viso, quella
dell'Egiziana, ma si dileguò subito.
— «Figlio di Hur.» —
Egli si voltò verso Simonide.
— «Figlio di Hur» — ripetè il negoziante, sillabando con enfasi solenne
le parole, come per imprimergli bene in mente tutto il significato
dell'apostrofe — «La pace del Signore Iddio, dei nostri padri sia con
te. Prendila da parte mia e dei miei.» —
Il vecchio sedeva nella sua poltrona. Era la stessa testa regale,
il volto pallido, l'aria imperiosa, sotto l'influenza della quale i
visitatori dimenticavano le sue membra deformi. I bianchi occhi neri
brillavano sopra le bianche sopracciglia. Un momento rimase così, poi
incrociò le braccia sul petto.
L'atto, messo in rapporto col saluto, non poteva essere frainteso, e
non lo fu.
— «Simonide» — rispose Ben Hur, commosso — «la pace che tu offri, io
l'accetto. Come figlio a padre te la ritorno: soltanto intendiamoci
chiaramente fra di noi.» —
Così, delicatamente, egli cercò di eludere la sottomissione del
negoziante, ed invece della relazione fra padrone e schiavo, volle
sostituire un vincolo più elevato e più santo.
Simonide lasciò cadere le mani, e volgendosi ad Ester disse:
— «Una sedia per il padrone, o figlia.» —
Essa si affrettò a portargli una sedia, e rimase in piedi, con le gote
coperte di rossore, guardando ora all'uno, ora all'altro, da Ben Hur a
Simonide, da Simonide a Ben Hur. Dopo una breve pausa Ben Hur prese la
sedia dalle sue mani e l'avvicinò alla poltrona del negoziante.
— «Io siederò qui,» — egli disse.
I suoi occhi incontrarono quelli di lei, per un istante solo, ma egli
ed Ester si sentirono migliori per quello sguardo.
Simonide si inchinò e disse con un sospiro di sollievo:
— «Ester, mia figlia, portami le carte.» —
Essa andò ad un tavolato nella parete, lo aperse e ne estrasse un
rotolo di papiri che porse al padre.
— «Tu dicesti bene, figlio di Hur» — cominciò Simonide, spiegando i
fogli — «intendiamoci chiaramente. In anticipazione della richiesta
— che io avrei offerto spontaneamente se tu l'avessi rifiutata io ho
preparato alcune note che lumeggiano la situazione. Due sono i punti
che hanno bisogno di essere spiegati — la proprietà dapprima, e poi
i nostri rapporti. L'esposizione è chiara riguardo ad entrambi. Vuoi
leggerla?» —
Ben Hur prese le carte, ma diede uno sguardo ad Ilderim.
— «No» — disse Simonide — «la presenza dello sceicco non ti impedisca
di leggere; il conto che troverai ha bisogno di un testimonio. In
calce di esso tu troverai il nome di Ilderim. Egli è al corrente di
tutto ed è tuo amico. Tutto quanto egli è stato per me, sarà anche per
te.» —
Simonide guardò l'arabo con un sorriso che questi gli rese con un grave
cenno del capo, dicendo: — «Tu l'hai detto.» —
Ben Hur rispose: — «Io ho avuto già altre prove della sua amicizia e
toccherebbe a me di mostrarmene degno.» — poi soggiunse: — «Più tardi,
o Simonide, leggerò con attenzione le carte; per ora, riprendile, e, se
ciò non ti stanca, esponi brevemente il loro contenuto.» —
Simonide riprese il rotolo.
— «Qui, Ester, vicino a me, e prendi le pagine man mano che te le
porgo.» —
Essa si pose presso alla sua poltrona, appoggiando la mano destra
leggermente sulla spalla del vecchio. Formavano così un gruppo solo, e,
quando egli parlava, sembrava che il rendiconto procedesse da entrambi.
— «Questo» — disse Simonide, spiegando la prima pagina — «contiene
l'esposizione delle somme che io ebbi da tuo padre, e che salvai dalla
confisca Romana. Non v'erano beni, soltanto danaro, e anche questo i
predoni avrebbero preso, se non fosse stato che, secondo consuetudini
Ebraiche, esso si trovava sotto la forma di cambiali tratte sui
mercati di Roma, Alessandria, Damasco, Cartagine e Valenza ed altre
città minori. La somma così salvata ammontava a centoventi talenti
Ebraici.» —
Egli diede il foglio ad Ester e prese il secondo.
— «Di questo importo io m'incaricai. Ora ascolta i miei crediti. Vedrai
che in questa parola io intendo significar i guadagni ricavati da
quella somma.» —
Da vari fogli lesse le seguenti cifre, che rendiamo, omettendo le
frazioni:
_Crediti:_
Navi 60 talenti
Merci nei magazzeni 110 »
Carichi di transito 35 »
Cammelli, cavalli, ecc. 20 »
Magazzini 10 »
Cambiali 54 »
Contanti 254 »
———
Totale 553 talenti
— «Aggiungi a questi, e ai cinquecento cinquantatre talenti guadagnati,
il capitale originale ricevuto da tuo padre, tu hai SEICENTO
SETTANTATRE TALENTI! — tutti tuoi, che ti fanno, o figlio di Hur, il
suddito più ricco della terra.» —
Egli prese i papiri dalle mani di Ester, tranne uno, e li porse a Ben
Hur.
L'orgoglio che traspariva da quel gesto, non offendeva; poteva derivare
dal sentimento del proprio dovere ben compiuto, o riguardare unicamente
Ben Hur.
— «Ed ora non v'è nulla» — egli aggiunse, abbassando la voce, ma non
gli occhi — «ora non v'è nulla che tu non possa fare.» —
Il momento era solenne. Simonide tornò ad incrociare le braccia sul
petto. Ester era ansiosa. Ilderim si lisciava la barba nervosamente.
Una fortuna che giunga improvvisa è la prova di fuoco del carattere
umano.
Prendendo il rotolo, Ben Hur si alzò, lottando con la sua emozione.
— «Tutto ciò è come una luce del cielo, mandata a dissipare le tenebre
di una notte che io credeva dovesse durare eterna, tanto era lunga e
priva d'ogni speranza» — egli disse con voce rauca. — «Io ringrazio il
Signore, che non mi ha abbandonato, e poi te o Simonide; la tua fedeltà
compensa la crudeltà di altri, e rivendica la natura umana. — «Non v'è
nulla ch'io non possa fare:» — Sia così. Tu mi sei testimonio, sceicco
Ilderim. Ascolta bene le mie parole, e ricordale; e tu pure, Ester,
ottimo angelo di questo buon uomo, ascoltami.» —
Egli tese la mano col rotolo a Simonide.
— «Tutto ciò che queste carte contengono, navi, case, mercanzie,
cammelli, cavalli, denaro, tutto io ti restituisco, o Simonide,
confermandolo a te ed ai tuoi per sempre.» —
Ester sorrise fra le sue lagrime; Ilderim afferrò con ambe le mani
la sua barba, mentre gli occhi gli luccicavano come carboni. Simonide
soltanto rimase calmo.
— «Confermandole a te ed ai tuoi per sempre» — continuò Ben Hur — «con
una eccezione e ad un patto.» —