La lettera intercettata era per più ragioni importante per Ben Hur.
Era una confessione che l'autore di essa era stato complice nella
soppressione della famiglia; che egli aveva sanzionato il piano
proposto da Valerio Grato a questo scopo; che egli aveva ricevuto
parte dei beni confiscati e che godeva ancora in quel momento; che egli
temeva la improvvisa comparsa di quegli ch'egli chiamava il principale
malfattore; nella quale vedeva una minaccia per la sicurezza propria
e quella di Grato; infine che egli era pronto ad eseguire qualunque
disegno che il fertile cervello del procuratore di Giudea avrebbe
saputo escogitare, per togliere di mezzo il comune nemico.
Specialmente quest'ultima considerazione, l'avviso di un pericolo
vicino, diede molto a pensare a Ben Hur, rimasto solo nella tenda dopo
la partenza di Ilderim. I suoi avversari erano personaggi potenti ed
astuti. Se essi lo temevano, egli aveva maggior ragione di temerli.
Cercò di chiarirsi bene la situazione e di riflettere sul modo in cui
l'odio di essi avrebbe potuto esplicarsi, ma i suoi pensieri venivano
costantemente turbati dalla visione della madre e della sorella. Poco
importava se il fondamento di questa sua persuasione era debole,
riposando essa interamente sul fatto che Messala non aveva appreso
la loro morte; la gioia che egli provava, soffocava ogni dubbio.
Finalmente aveva trovato una persona la quale sapeva dove esse erano
celate, e, nella esaltazione del momento, la loro scoperta gli sembrava
già vicina, un evento di prossima attuazione. Con tutti questi pensieri
e sentimenti pensava con una specie di mistica certezza che Iddio stava
per presceglierlo al compimento di una grande missione.
Di tanto in tanto, richiamando le parole di Ilderim, egli si
meravigliava donde l'arabo avesse tratte le informazioni sul suo conto;
non da Malluch certamente; non da Simonide, l'interesse del quale
stava al contrario nel celare ogni cosa. Messala? L'idea era ridicola.
Ogni congettura approdava al medesimo risultato negativo. — «Meno
male» — egli pensava consolandosi che da qualunque fonte lo sceicco
avesse appreso il suo nome e i particolari della sua vita, non poteva
essere che da un amico, il quale, come tale, si sarebbe a suo tempo
dichiarato. — «Un po' di pazienza, un po' di attesa» — forse la gita
dello sceicco in città aveva relazione con l'affare; possibilmente la
lettera favorirebbe una completa rivelazione.
E paziente egli sarebbe stato se solamente egli avesse potuto
accertarsi che Tirzah e sua madre lo attendevano in circostanze tali da
permettere anche ad esse le medesime speranze che egli nutriva; se, in
altre parole, la coscienza non lo pungesse con mille accuse per la sua
inazione.
Per isfuggire a questi rimorsi, egli si diede a passeggiare sotto gli
alberi dell'Orto, ora fermandosi a osservare i raccoglitori di datteri,
ora a seguire i voli degli uccelli che andavano a nascondersi nel
fogliame delle palme, ora le corse dello sciame delle api, che ronzando
circondavano i cespugli fioriti e carichi di bacche.
Più a lungo indugiò lungo le sponde del lago. Quelle limpide acque,
appena increspate dal vento, che venivano con mormorìo sommesso
a lambire voluttuosamente le rive, gli richiamavano l'immagine
dell'Egiziana e la sua meravigliosa bellezza, e il ricordo di quella
sera allietata dalle parole e dal canto di lei, gli riempiva il cuore
di una grande dolcezza. Ripensava al fascino dei suoi modi, all'armonìa
del suo riso, alle sue lusinghe e alle sue blandizie, al tepore molle
di quella manina che stringeva la sua sopra il pomo del timone. Da lei
il suo pensiero correva a Balthasar, e alla sua miracolosa narrazione;
e da lui al Re dei Giudei, che il santo uomo con tanta profondità
di convinzione diceva vivo e annunziava vicino. E qui la sua mente
si arrestò, indagando il mistero di quello strano personaggio, e
traendo da quelle riflessioni la soddisfazione di cui andava in cerca.
Nulla è più facile della confutazione di un pensiero contrario ai
nostri desideri, e Ben Hur rifiutò energicamente la definizione data
da Balthasar del regno che doveva venire. Il concetto di un regno
spirituale, se non era intollerabile alle dottrine Sadducee di cui
era imbevuto, gli sembrava una deduzione tratta dalle profondità di
una fede troppo astratta e sognatrice. Un regno della Giudea, ah sì,
quello era più comprensibile; un tale regno era già esistito e per la
stessa ragione potrebbe ritornare! E accarezzava il suo orgoglio il
pensare un regno nuovo, più vasto nei suoi dominii, più ricco e più
splendido dell'antico; un Re sotto il quale egli troverebbe e servizio
e vendetta. In questa condizione d'animo egli ritornò al _dovar_.
Terminata la colazione, per occupare il pomeriggio, Ben Hur fece
condurre davanti alla tenda il cocchio che egli sottopose ad un attento
esame. Questa parola non rende che poveramente lo studio e la cura
ch'egli pose nell'osservare ogni minimo particolare del veicolo. Con
una soddisfazione che apparirà più comprensibile in seguito, vide che
il modello era Greco, a suo avviso preferibile a quello Romano. Era più
ampio nello spazio fra ruota e ruota, più basso di sala e più pesante;
ma lo svantaggio del peso maggiore sarebbe più che compensato dalla
resistenza dei suoi Arabi. In generale i costruttori di cocchi in Roma
fabbricavano solamente veicoli da corsa, sacrificando la sicurezza alla
leggerezza, e la resistenza alla grazia; mentre i carri di Achille e
del _Re degli uomini designati per la guerra e i suoi pericoli_ erano
ancora i tipi preferiti nelle gare Istmiche e d'Olimpia.
Poi attaccò i cavalli e li guidò sul campo delle esercitazioni, dove
per parecchie ore li tenne sotto il giogo, obbligandoli ad ogni genere
di evoluzioni. Quando ritornò al padiglione sul far della sera, il suo
animo si era calmato e aveva deciso di sospendere ogni passo riguardo
a Messala fin dopo la giornata delle corse. Il piacere di misurarsi
col suo nemico al cospetto di tutto l'Oriente era una voluttà di cui
egli non sapeva privarsi. La sua fiducia nella propria abilità e nel
risultato finale era assoluta. Quanto ai cavalli, essi sarebbero stati
i suoi compagni nella gloriosa impresa.
— «Ch'egli stìa all'erta! Ch'egli badi! Nevvero, Antares, Aldebran?
Nevvero Rigel, buon cavallo? E tu Altair, Re dei corsieri, non dovrà
egli temerci? Buoni, buoni!» —
Così parlava ai cavalli negli intervalli di riposo, andando dall'uno
all'altro, e accarezzando loro le guancie e i colli.
Sul far della notte Ben Hur sedeva davanti alla porta della tenda,
aspettando Ilderim, non ancora ritornato dalla città. Non provava
impazienza, nè dubbio, nè timore. Lo sceicco almeno avrebbe parlato.
Anzi, fosse la soddisfazione dell'ottimo lavoro prestato dai cavalli,
o la dolce stanchezza che succede a una giornata di tanta fatica, o
la cena a cui aveva fatto largo onore, o la reazione, che, per una
provvida legge di natura tien sempre dietro al momento di depressione
e di tristezza, il giovane si trovava di ottimo umore, e quasi felice.
Gli sembrava che la Provvidenza lo avesse preso sotto la sua speciale
protezione.
Finalmente si udì lo scalpitare di un cavallo, e Malluch smontò davanti
alla tenda.
Ben Hur non fece domande, ma entrò nel recinto dove pascolavano i
cavalli. Aldebran gli si avvicinò, come profferendo i suoi servigi.
Egli lo accarezzò affettuosamente, ma passò a scegliere un altro
cavallo, non uno dei quattro: questi erano sacri alla gara. In breve
tempo i due cavalieri percorrevano rapidamente e in silenzio la via
della città.
Prima d'arrivare al Ponte Seleucio, essi attraversarono il fiume su di
una barca, e penetrarono nella città dal lato occidentale. Il cammino
era più lungo, ma Ben Hur lo accettò senza far parola, pensando che
fosse una precauzione necessaria.
Passarono il molo di Simonide, e, davanti alla porta del grande
magazzeno, Malluch fermò il suo cavallo.
— «Siamo giunti» — egli disse — «smonta.» —
Ben Hur riconobbe la località.
— «Dov'è lo sceicco?» —
— «Vieni con me. Te lo mostrerò.» —
Un custode prese i cavalli, e quasi prima che Ben Hur si rendesse
chiaramente conto di quanto avveniva, egli si trovò di nuovo davanti
alla porta della casa sopra il terrazzo, e intese una voce: — «In nome
di Dio, entrate.» —