Non lontano dal dovar sorgeva un gruppo di palme che proiettavano la
loro ombra parte sulla terra e parte sull'acqua. Un usignolo cantava
fra le fronde: Ben Hur si fermò ad ascoltare: in un altro momento le
note dell'uccello avrebbero scacciata ogni sua preoccupazione, ma il
racconto dell'Egiziano era troppo grave perchè egli lo dimenticasse.
La notte era placida. Non un soffio increspava la superficie delle
onde. Tutte le stelle d'Oriente splendevano in cielo. L'estate regnava
sovrano.
La fantasia di Ben Hur era accesa, ogni suo nervo teso, la sua volontà
titubante. In questo stato d'anima le palme, il cielo, l'aria gli
sembravano quelle della lontana zona meridionale in cui aveva cercato
rifugio Balthasar nella sua disperazione; lo specchio tranquillo dello
stagno gli faceva pensare al piccolo lago tributario del Nilo sulle cui
sponde lo spirito era apparso al sant'uomo. E se non a caso si fosse
presentata questa somiglianza? Se la visione fosse per apparire anche
a lui? Si fermò, desideroso insieme e spaurito. Quando alfine questa
febbre si calmò e gli permise di rientrare in se stesso, cominciò a
pensare.
Lo scopo della sua vita gli era stato spiegato. In tutte le sue
riflessioni anteriori, la visione di una grande voragine gli si
era presentata dinanzi, così grande che non gli era stato possibile
colmarla o girarvi attorno. Quand'egli sarebbe stato perfezionato
nell'arte della guerra, e avesse conosciuto e bene il mestiere del
capitano come quello del soldato, a quale scopo avrebbe dirette le sue
forze? Naturalmente sognava la rivoluzione. Ma per spingere gli uomini
alla rivolta, per assicurarsi l'appoggio degli amici od aderenti, oltre
alle cause generali di odio e di malcontento, erano necessarie cause
immediate, pretesti, e sopratutto una mèta. Bene combatte chi ha un
affronto da lavare, un torto da vendicare; ma ancor meglio combatte,
chi, spronato dai torti ricevuti, vede chiaramente davanti a sè la mèta
gloriosa dei suoi sforzi, una mèta che gli darà insieme balsamo per le
sue ferite, ricompensa al valore, riconoscenza dopo morte.
Naturalmente il suo esercito lo avrebbe trovato fra i suoi campaesani.
Le sofferenze di Israele erano comuni a tutti i figli di Abramo,
ed erano una leva sufficiente per muovere la nazione. — Sì la causa
esisteva; — ma il fine quale doveva essere?
Ore, giorni interi, aveva dedicato allo studio di questa parte del
suo piano, e, sempre, con la medesima conclusione, una vaga, incerta
idea d'indipendenza nazionale. Bastava questa? Non poteva rispondere
negativamente, perchè avrebbe abbattuto d'un colpo tutte le sue
speranze; non poteva rispondere di si, perchè il suo giudizio glielo
vietava. Non era neppur sicuro che Israele sarebbe bastata da sola
a combattere vittoriosamente contro Roma. Bene conosceva le immense
risorse del suo nemico; le sue armi, le sue arti, superiori alle armi.
Un'alleanza universale — ahimè! era cosa impossibile, tranne che —
quante volte vi aveva pensato! — un eroe sorgesse dal seno di una delle
nazioni oppresse, e, con le sue vittorie, riempisse il mondo del suo
nome, chiamando tutti i popoli sotto al suo stendardo. Quale gloria per
la sua Giudea se essa fosse chiamata ad esser la Macedonia di questo
nuovo Alessandro! Ma ancora, ahimè! sotto il governo dei Rabbini, il
coraggio era possibile, non la disciplina. L'antico scherno di Messala
nel giardino d'Erode gli risuonava nell'orecchio: — «Tutto ciò che gli
Ebrei conquistano nei primi sei giorni lo perdono nel settimo.» —
Così avvenne che ogni volta che giungeva davanti a quella voragine,
si soffermava irresoluto sull'orlo di essa. Aveva finito col deporre
la speranza e fidarsi nel caso, che, Dio volente, avrebbe fatto saltar
fuori il sospirato eroe.
Tale essendo lo stato dell'anima sua non è necessario di indugiarci
sopra gli effetti della sommaria esposizione che Malluch gli aveva
fatta del racconto di Balthasar. L'aveva udita con una immensa,
stupefacente soddisfazione, col sentimento che qui finalmente era la
soluzione di tutto il problema, che l'eroe ricercato era qui ed era un
figlio della tribù leonina, e Re degli Ebrei! Dietro l'eroe, il mondo
in armi!» —
Il Re implicava un regno; egli sarebbe stato un guerriero glorioso come
Davide, saggio e magnifico come Salomone; il suo regno sarebbe stato lo
scoglio contro il quale si sarebbe frantumata la potenza Romana. Una
guerra colossale si sarebbe accesa, e dopo l'agonia di un mondo, la
pace — la pace sotto il dominio Giudeo.
Il cuore di Ben Hur palpitava forte, apparendogli improvvisamente la
visione di Gerusalemme, capitale del mondo, e Sion il trono del Padrone
Universale.
Gli era sembrata una grande fortuna dover trovare nella tenda l'uomo
che aveva veduto il Re. Lo avrebbe udito parlare, avrebbe appreso
da lui i particolari del grande mutamento futuro, e specialmente il
tempo in cui avrebbe avuto luogo. Se fosse imminente, egli avrebbe
abbandonata la campagna di Massenzio, e avrebbe intrapresi subito i
lavori di organizzazione e d'armamento delle tribù d'Israele.
Ora, come abbiamo visto, Ben Hur aveva inteso dalle labbra di Balthasar
medesimo il miracoloso racconto. Era egli soddisfatto?
Una grande incertezza lo turbava ed oscurava i suoi pensieri intorno al
futuro. L'incertezza riguardava più il regno che il Re.
«Che cosa sarebbe mai questo regno?» — quest'era la domanda che gli
martellava incessantemente il cervello.
Così di buon'ora sorgevano quelle questioni che dovevano accompagnare
il Bambino alla sua morte e sopravvivere a lui — incomprensibile ai
giorni suoi, oggetto di controversia ai tempi nostri — un enigma a
tutti quelli che non sanno comprendere la dualità dell'essere umano: —
l'anima immortale nel corpo perituro.
— «Che cosa sarà mai?» — egli si chiedeva.
Per noi o lettore, la risposta è stata data dal Bambino medesimo; ma
Ben Hur non aveva udite che le parole di Balthasar. — «Su questa terra,
vi è un regno che non è terreno — non per gli uomini ma per le loro
anime, tuttavia un dominio di impareggiabile gloria.» —
Qual meraviglia, se alla mente di un giovine quelle parole suonavano
come un indovinello?
— «La mano dell'uomo non c'entra.» — egli disse, con la disperazione
nel cuore. — «Il Re di un tal regno non ha bisogno d'uomini, nè
d'operai, nè di consiglieri, nè di soldati. La terra deve finire,
essere poi rifatta, e nuovi principî di governo devono essere
sostituiti agli antichi. — Qualche cosa di superiore alle armi deve
trovarsi che scalzi dal suo trono la Forza. Ma che cosa?» —
O lettore!
Ciò che noi non possiamo vedere egli non poteva comprendere. La potenza
dell'Amore non era ancora apparsa chiaramente ad alcun uomo. E nessuno
era venuto a predicare che pel governo degli uomini e per gli scopi di
quello — la pace e l'ordine — l'Amore è più grande e più efficace della
Forza.
In mezzo a queste fantasticherie, una mano gli fu posta leggermente
sulle spalle.
— «Io devo dirti una parola, o figlio di Arrio» — disse Ilderim,
fermandosi al suo fianco. — «Una parola e poi mi ritirerò, perchè la
notte sta per venire.» —
— «Io ti do il benvenuto, sceicco.» —
— «Quanto alle cose che hai udito or ora» — continuò Ilderim, senza
interrompersi — «presta fede a tutto, tranne a ciò che riguarda
il Regno che il Bambino inizierà sulla terra. Non prendere alcuna
risoluzione finchè non avrai udito Simonide, mercante, e ottimo uomo
qui in Antiochia, al quale ti presenterò. Egli ti citerà tutti i
detti dei tuoi profeti, indicando pagina e libro, cosicchè nessuno
potrà negare che il Bambino sarà Re degli Ebrei in realtà — sì, per lo
splendore di Dio! un Re come lo fu Erode, ma migliore e più grande. E
allora, vedi, tu assaporerai la dolcezza della vendetta. Ho detto. La
pace sia con te.» —
— «Fermati, sceicco!» —
Ilderim non udì.
— «Ancora Simonide!» — disse Ben Hur con amarezza — «Simonide qui,
Simonide lì, ora dalla bocca di uno, ora dalla bocca di un altro.
Questo servo di mio padre non vuol dunque lasciarmi in pace più mai?
Ma egli è ricco, e in ciò almeno è più sapiente dell'Egiziano. Ah,
pel sacro Patto! non è all'uomo che tradì la fede che un suo simile ha
riposto in lui, che io andrò a cercare conforto! Ma ascolta! un canto!
— è la voce di una donna, o di un angelo? Si avvicina.» —
Dal lago, nella direzione del dovar, venivano le note di una canzone.
La voce melodiosa correva lungo l'acque e fra i tronchi delle palme;
presto si distinse il tuffo di remi, muoventisi in ritmo lento; poi
si udirono le parole — parole in lingua greca purissima, l'idioma
che meglio di ogni altro linguaggio di quel tempo si prestava
all'espressione degli affetti.