CAPITOLO XVII.

Non lontano dal dovar sorgeva un gruppo di palme che proiettavano la

loro ombra parte sulla terra e parte sull'acqua. Un usignolo cantava

fra le fronde: Ben Hur si fermò ad ascoltare: in un altro momento le

note dell'uccello avrebbero scacciata ogni sua preoccupazione, ma il

racconto dell'Egiziano era troppo grave perchè egli lo dimenticasse.

La notte era placida. Non un soffio increspava la superficie delle

onde. Tutte le stelle d'Oriente splendevano in cielo. L'estate regnava

sovrano.

La fantasia di Ben Hur era accesa, ogni suo nervo teso, la sua volontà

titubante. In questo stato d'anima le palme, il cielo, l'aria gli

sembravano quelle della lontana zona meridionale in cui aveva cercato

rifugio Balthasar nella sua disperazione; lo specchio tranquillo dello

stagno gli faceva pensare al piccolo lago tributario del Nilo sulle cui

sponde lo spirito era apparso al sant'uomo. E se non a caso si fosse

presentata questa somiglianza? Se la visione fosse per apparire anche

a lui? Si fermò, desideroso insieme e spaurito. Quando alfine questa

febbre si calmò e gli permise di rientrare in se stesso, cominciò a

pensare.

Lo scopo della sua vita gli era stato spiegato. In tutte le sue

riflessioni anteriori, la visione di una grande voragine gli si

era presentata dinanzi, così grande che non gli era stato possibile

colmarla o girarvi attorno. Quand'egli sarebbe stato perfezionato

nell'arte della guerra, e avesse conosciuto e bene il mestiere del

capitano come quello del soldato, a quale scopo avrebbe dirette le sue

forze? Naturalmente sognava la rivoluzione. Ma per spingere gli uomini

alla rivolta, per assicurarsi l'appoggio degli amici od aderenti, oltre

alle cause generali di odio e di malcontento, erano necessarie cause

immediate, pretesti, e sopratutto una mèta. Bene combatte chi ha un

affronto da lavare, un torto da vendicare; ma ancor meglio combatte,

chi, spronato dai torti ricevuti, vede chiaramente davanti a sè la mèta

gloriosa dei suoi sforzi, una mèta che gli darà insieme balsamo per le

sue ferite, ricompensa al valore, riconoscenza dopo morte.

Naturalmente il suo esercito lo avrebbe trovato fra i suoi campaesani.

Le sofferenze di Israele erano comuni a tutti i figli di Abramo,

ed erano una leva sufficiente per muovere la nazione. — Sì la causa

esisteva; — ma il fine quale doveva essere?

Ore, giorni interi, aveva dedicato allo studio di questa parte del

suo piano, e, sempre, con la medesima conclusione, una vaga, incerta

idea d'indipendenza nazionale. Bastava questa? Non poteva rispondere

negativamente, perchè avrebbe abbattuto d'un colpo tutte le sue

speranze; non poteva rispondere di si, perchè il suo giudizio glielo

vietava. Non era neppur sicuro che Israele sarebbe bastata da sola

a combattere vittoriosamente contro Roma. Bene conosceva le immense

risorse del suo nemico; le sue armi, le sue arti, superiori alle armi.

Un'alleanza universale — ahimè! era cosa impossibile, tranne che —

quante volte vi aveva pensato! — un eroe sorgesse dal seno di una delle

nazioni oppresse, e, con le sue vittorie, riempisse il mondo del suo

nome, chiamando tutti i popoli sotto al suo stendardo. Quale gloria per

la sua Giudea se essa fosse chiamata ad esser la Macedonia di questo

nuovo Alessandro! Ma ancora, ahimè! sotto il governo dei Rabbini, il

coraggio era possibile, non la disciplina. L'antico scherno di Messala

nel giardino d'Erode gli risuonava nell'orecchio: — «Tutto ciò che gli

Ebrei conquistano nei primi sei giorni lo perdono nel settimo.» —

Così avvenne che ogni volta che giungeva davanti a quella voragine,

si soffermava irresoluto sull'orlo di essa. Aveva finito col deporre

la speranza e fidarsi nel caso, che, Dio volente, avrebbe fatto saltar

fuori il sospirato eroe.

Tale essendo lo stato dell'anima sua non è necessario di indugiarci

sopra gli effetti della sommaria esposizione che Malluch gli aveva

fatta del racconto di Balthasar. L'aveva udita con una immensa,

stupefacente soddisfazione, col sentimento che qui finalmente era la

soluzione di tutto il problema, che l'eroe ricercato era qui ed era un

figlio della tribù leonina, e Re degli Ebrei! Dietro l'eroe, il mondo

in armi!» —

Il Re implicava un regno; egli sarebbe stato un guerriero glorioso come

Davide, saggio e magnifico come Salomone; il suo regno sarebbe stato lo

scoglio contro il quale si sarebbe frantumata la potenza Romana. Una

guerra colossale si sarebbe accesa, e dopo l'agonia di un mondo, la

pace — la pace sotto il dominio Giudeo.

Il cuore di Ben Hur palpitava forte, apparendogli improvvisamente la

visione di Gerusalemme, capitale del mondo, e Sion il trono del Padrone

Universale.

Gli era sembrata una grande fortuna dover trovare nella tenda l'uomo

che aveva veduto il Re. Lo avrebbe udito parlare, avrebbe appreso

da lui i particolari del grande mutamento futuro, e specialmente il

tempo in cui avrebbe avuto luogo. Se fosse imminente, egli avrebbe

abbandonata la campagna di Massenzio, e avrebbe intrapresi subito i

lavori di organizzazione e d'armamento delle tribù d'Israele.

Ora, come abbiamo visto, Ben Hur aveva inteso dalle labbra di Balthasar

medesimo il miracoloso racconto. Era egli soddisfatto?

Una grande incertezza lo turbava ed oscurava i suoi pensieri intorno al

futuro. L'incertezza riguardava più il regno che il Re.

«Che cosa sarebbe mai questo regno?» — quest'era la domanda che gli

martellava incessantemente il cervello.

Così di buon'ora sorgevano quelle questioni che dovevano accompagnare

il Bambino alla sua morte e sopravvivere a lui — incomprensibile ai

giorni suoi, oggetto di controversia ai tempi nostri — un enigma a

tutti quelli che non sanno comprendere la dualità dell'essere umano: —

l'anima immortale nel corpo perituro.

— «Che cosa sarà mai?» — egli si chiedeva.

Per noi o lettore, la risposta è stata data dal Bambino medesimo; ma

Ben Hur non aveva udite che le parole di Balthasar. — «Su questa terra,

vi è un regno che non è terreno — non per gli uomini ma per le loro

anime, tuttavia un dominio di impareggiabile gloria.» —

Qual meraviglia, se alla mente di un giovine quelle parole suonavano

come un indovinello?

— «La mano dell'uomo non c'entra.» — egli disse, con la disperazione

nel cuore. — «Il Re di un tal regno non ha bisogno d'uomini, nè

d'operai, nè di consiglieri, nè di soldati. La terra deve finire,

essere poi rifatta, e nuovi principî di governo devono essere

sostituiti agli antichi. — Qualche cosa di superiore alle armi deve

trovarsi che scalzi dal suo trono la Forza. Ma che cosa?» —

O lettore!

Ciò che noi non possiamo vedere egli non poteva comprendere. La potenza

dell'Amore non era ancora apparsa chiaramente ad alcun uomo. E nessuno

era venuto a predicare che pel governo degli uomini e per gli scopi di

quello — la pace e l'ordine — l'Amore è più grande e più efficace della

Forza.

In mezzo a queste fantasticherie, una mano gli fu posta leggermente

sulle spalle.

— «Io devo dirti una parola, o figlio di Arrio» — disse Ilderim,

fermandosi al suo fianco. — «Una parola e poi mi ritirerò, perchè la

notte sta per venire.» —

— «Io ti do il benvenuto, sceicco.» —

— «Quanto alle cose che hai udito or ora» — continuò Ilderim, senza

interrompersi — «presta fede a tutto, tranne a ciò che riguarda

il Regno che il Bambino inizierà sulla terra. Non prendere alcuna

risoluzione finchè non avrai udito Simonide, mercante, e ottimo uomo

qui in Antiochia, al quale ti presenterò. Egli ti citerà tutti i

detti dei tuoi profeti, indicando pagina e libro, cosicchè nessuno

potrà negare che il Bambino sarà Re degli Ebrei in realtà — sì, per lo

splendore di Dio! un Re come lo fu Erode, ma migliore e più grande. E

allora, vedi, tu assaporerai la dolcezza della vendetta. Ho detto. La

pace sia con te.» —

— «Fermati, sceicco!» —

Ilderim non udì.

— «Ancora Simonide!» — disse Ben Hur con amarezza — «Simonide qui,

Simonide lì, ora dalla bocca di uno, ora dalla bocca di un altro.

Questo servo di mio padre non vuol dunque lasciarmi in pace più mai?

Ma egli è ricco, e in ciò almeno è più sapiente dell'Egiziano. Ah,

pel sacro Patto! non è all'uomo che tradì la fede che un suo simile ha

riposto in lui, che io andrò a cercare conforto! Ma ascolta! un canto!

— è la voce di una donna, o di un angelo? Si avvicina.» —

Dal lago, nella direzione del dovar, venivano le note di una canzone.

La voce melodiosa correva lungo l'acque e fra i tronchi delle palme;

presto si distinse il tuffo di remi, muoventisi in ritmo lento; poi

si udirono le parole — parole in lingua greca purissima, l'idioma

che meglio di ogni altro linguaggio di quel tempo si prestava

all'espressione degli affetti.

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 71 / 155 题