Quella sera, prima del tramonto, alcune donne lavavano della
biancheria, sull'ultimo gradino della scalinata che conduceva allo
stagno di Siloam. Ognuna di esse era inginocchiata davanti ad un
gran vaso di terra. Una ragazzina ai piedi della scala, forniva loro,
dell'acqua, e riempiva l'anfore mentre cantava. La canzone era allegra,
e, senza dubbio, allietava il loro lavoro. Di tanto in tanto esse si
alzavano sulla punta dei piedi e guardavano su per l'altura di Ophel,
ed attorno alla cima di quel che ora è il monte dell'Offesa, allora
debolmente rischiarato dal sole morente. Mentre esse affaticavano le
mani, strofinando e torcendo la biancheria nei bacini, due altre donne
vennero a loro, ognuna con un'anfora vuota sulle spalle.
— «La pace sia con voi» — disse una delle nuove venute.
Le lavandaie tralasciarono il lavoro e si alzarono, asciugandosi le
mani, e scambiando il saluto.
— «È quasi notte. — È ora di tralasciare.» —
— «Non v'è fine al lavoro,» — fu la risposta.
— «Ma v'è un'ora per riposare, e....» —
— «Per sentire ciò che vi può esser di nuovo» — suggerì un'altra.
— «Che novità avete?» —
— «Come? non avete sentito nulla?» —
— «No.» —
— «Dicono che sia nato Cristo,» — disse l'altra principiando a
raccontare.
Era curioso il vedere i visi delle lavandaie illuminarsi per
l'interesse; le anfore, in un attimo, furono tramutate in sedili per le
proprietarie che sedettero in giro e si fecero attente.
— «Cristo?» interruppero le ascoltatrici curiose.
— «Così dicono». —
— «Chi lo dice?» —
— «Tutti; è una voce comune». —
— «V'è almeno chi lo creda?» —
— «Ieri tre uomini attraversarono Cedron sulla via di Sheckem» —
rispose l'oratrice cercando di dissipare l'incertezza. — «Ognuno di
essi guidava un cammello d'un bianco candido e più grande di alcun
altro mai visto in Gerusalemme». —
Gli occhi e le bocche delle donne si spalancarono.
Per provare com'erano grandi e ricchi gli uomini la narratrice
continuò: — «Essi sedevano sotto a tende di seta, le fibbie delle loro
selle erano d'oro, come la frangia delle loro briglie; i campanelli
erano d'argento, e sembravano produrre col loro suono una vera armonia.
Nessuno li conosceva. Uno di essi parlò e rivolse a tutti quelli che
si trovavano sulla strada, anche alle donne ed ai fanciulli, questa
domanda: — «dov'è colui ch'è nato Re degli Ebrei?» — Nessuno rispose,
nessuno capì quello che volevano dire; così essi passarono oltre
dicendo questa frase: — «Noi abbiamo visto la sua stella a levante,
e siamo venuti ad adorarlo.» — Lasciarono la questione da decidere al
Romano ch'era alla porta; e questi, certo sapiente non più dei semplici
viandanti, la lasciò chiarire ad Erode.» —
— «Dove sono essi adesso?» —
— «Al Khan. Centinaia di persone sono già state a vederli e ve ne vanno
ancora a centinaia.» —
— «Chi sono?» —
— «Nessuno lo sa. Si dice che siano Persiani, uomini sapienti i quali
parlano colle stelle. — Profeti forse come Elia e Geremia.» —
— «Che cosa vogliono dire, dicendo Re degli Ebrei?» —
— «Intendono Cristo, e dicono ch'egli sia appena nato.» —
Una delle donne sorrise e riprese il suo lavoro dicendo:
— «Bene, dopo che l'avrò visto ci crederò.» —
Un'altra seguì il suo esempio: — «Bene, quando io lo vedrò far
risuscitare un morto ci crederò,» —
Una terza disse calmamente: — «Egli è stato annunciato da molto tempo.
Mi basterà vedergli risanare un lebbroso.» —
Esse si fermarono a discorrere finchè calò la notte, e, favorite
dall'aria frizzante, si diressero verso casa.
. . . . . . .
A sera avanzata, sul principio della prima veglia, ebbe luogo nel
palazzo del monte Sion un'assemblea di forse cinquanta persone, le
quali non si riunivano mai se non per ordine d'Erode, e solo quando
egli chiedeva di conoscere qualcheduno dei misteri più profondi della
legge e della storia ebraica. Era insomma un'assemblea composta dei
maestri dei collegi sacri, dei principali sacerdoti e dei dottori più
conosciuti per fama nella città, dei capi dei differenti partiti, dei
commentatori delle differenti credenze, principi dei Sadduce, oratori
farisei, calmi e posati filosofi del Socialismo degli Esseni.
La camera dove si teneva l'adunanza apparteneva ad una delle corti
interne del palazzo. Essa era abbastanza vasta e di stile romano. Il
terreno era pavimentato in marmo; le pareti, senza finestre, erano
dipinte a quadri color giallo zafferano; un divano ricoperto di cuscini
gialli, formato in guisa da formare la lettera U, coll'insenatura
rivolta alla porta, occupava il centro della camera. Nell'arco del
divano, o per meglio dire nella curva della lettera, si trovava un
immenso tripode d'oro, curiosamente intarsiato d'oro e d'argento.
Appeso a metà del soffitto, con sette braccia, ognuna delle quali
portava una lampada accesa, v'era un gran lampadario trattenuto da una
corda. Tanto il divano come la lampada erano di stile ebraico puro. La
comitiva dai costumi uniformi, eccettuato nei colori, si accomodò sul
divano secondo l'uso Orientale. Era composta in gran parte di uomini
d'età avanzata; i loro visi erano coperti da folte barbe; avevano
nasi larghi e grandi occhi neri, ombreggiati da folte ciglia; il loro
portamento era grave, dignitoso, quasi patriarcale. In breve questa era
l'adunanza del Sinedrio.
Quegli che sedeva davanti al tripode, nel posto che si può chiamare
il centro del divano, avendo tanto a destra che a sinistra i suoi
colleghi, evidentemente era il presidente dell'adunanza, e avrebbe
subito attirata l'attenzione dello spettatore. Egli era di una
complessione gigantesca, ma ridotto ad una magrezza spaventosa; dalla
veste bianca, che gli scendeva dalle spalle formando profonde pieghe,
non si scorgevano indizi di carne: non si vedeva null'altro che un
orribile ed angoloso scheletro. Le sue mani, mezzo nascoste dalle
maniche di seta rigata in bianco e rosso, erano appoggiate sulle
ginocchia.
Mentre parlava alzava di quando in quando, tremando, il pollice della
mano destra e sembrava incapace d'altri movimenti. La sua testa era
calva e lucida; pochi capelli, d'un bianco argenteo, gli circondavano
la nuca; le sue tempia erano profondamente incavate; profonde rughe
gli solcavano la fronte sporgente; gli occhi avevano lo sguardo velato
e smarrito; il naso era affilato; la parte inferiore del volto era
coperta da una barba fluente e bianca come quella d'Aronne. Tale era
Hillele il Babilone! Alla stirpe dei profeti, da lungo tempo estinti
in Israele, succedettero molti dottori fra i quali egli primeggiava
per saggezza, e assomigliava ad un profeta in tutto, meno che nella
sua ispirazione divina. All'età di centosei anni, egli era ancora il
Rabbino maggiore del Grande Collegio.
Sulla tavola davanti a lui era disteso un rotolo di pergamena, vergata
in caratteri ebraici, e ritto, dietro a lui, stava un paggio riccamente
vestito.
Una discussione aveva avuto luogo, ed ora ch'era finita, ciascuno stava
in attitudine di riposo. Il venerando Hillele, senza muoversi, chiamò
il paggio:
— «Vien qui.» —
Il giovane s'avanzò rispettosamente.
— «Va e di' al Re che siamo pronti a dargli una risposta.» —
Il ragazzo ubbidì.
Poco dopo entrarono due ufficiali, e si fermarono ritti uno a ciascun
lato della porta. Li seguiva lentamente un personaggio strano: un
vecchio avvolto in un abito di porpora, orlato di scarlatto, stretto
alla vita da una fascia d'oro, sottile e pieghevole come pelle; le
fibbie delle sue scarpe luccicavano di pietre preziose, una stretta
corona di filigrana splendeva da una _tarbooshe_ della più soffice
felpa cremisi, che, avvolgendogli la testa, gli scendeva sulle spalle e
sulla nuca, lasciando scoperti la gola ed il collo. Un pugnale pendeva
al suo fianco. Camminava con passo titubante appoggiandosi con tutto il
suo peso ad un bastone. Raggiunto il divano si fermò ed alzò gli occhi
da terra: accorgendosi solo allora della compagnia, vivamente eccitato
dalla presenza d'essa, si alzò volgendo lo sguardo altero, tetro,
sospettoso e minaccioso, come di persona spaventata ed in cerca d'un
nemico.
Tale era Erode il Grande, una persona avvilita dalle orribili malattie,
una coscienza macchiata di delitti, una mente intelligentissima,
un'anima gemella a quella di Cesare: aveva sessantatre anni, ma
custodiva con gelosa vigilanza il suo trono, spadroneggiando con
potenza assoluta e inesorabile crudeltà.
Vi fu un'agitazione generale nell'assemblea; i più vecchi si
inchinavano riverenti, i più nobili si alzavano, o s'inginocchiavano
colle braccia sul petto.
Dopo aver osservato intorno a sè, Erode s'avanzò sino al tripode
dirimpetto al venerabile Hillele che incontrò il suo freddo sguardo
abbassando la testa ed alzando le mani.
— «La risposta» — disse il Re, con aria altera, rivolgendosi a
Hillele, e, piantandoglisi davanti col suo bastone, ripetè: — «La
risposta!» —
Gli occhi del patriarca, splendevano dolcemente: egli rispose
alzando la testa e fissando l'inquisitore, mentre i suoi colleghi gli
prestavano una speciale attenzione:
— «La pace del Signore, d'Abramo, d'Isacco e di Giacobbe sia teco, o
Re!» —
Dal tono della voce sembrava che invocasse qualcheduno, poi, avendo
cambiato tono, continuò:
— «Tu ci hai chiesto dove si suppone sia per nascere Cristo.» —
Il Re fece un segno d'approvazione, sebbene i suoi occhi malvagi
restassero fissi sul saggio: — «Questa è la domanda» — disse.
— «Allora, o Re, io parlo per me e pei miei fratelli qui presenti, e
dico: — «in Betlemme, nella Giudea.» — Hillele diede un'occhiata alla
pergamena sul tripode, e facendo cenno col suo dito tremulo, continuò.
— «In Betlemme nella Giudea, com'è scritto dal profeta: «E tu, Betlemme
nella terra di Giudea, non sei affatto l'ultima fra le terre di Giuda
perchè da te uscirà un governatore che saprà dominar il mio popolo
Israele.» —
Il viso d'Erode si rannuvolò, e mentre pensava i suoi occhi si
posarono sulla pergamena. I presenti non respiravano nemmeno, ed erano
silenziosi come lui. Finalmente egli si volse e lasciò la camera.
— «Fratelli» — Hillele disse — «abbiamo terminato.» —
La compagnia si alzò e partì in gruppi.
— «Simeone» — chiamò Hillele.
Un uomo, sulla cinquantina, ma ancora nel fior della vitalità, gli
rispose e si diresse verso di lui che soggiunse: — «Prendi la sacra
pergamena, figlio mio, ed arrotolala accuratamente.» —
L'ordine fu eseguito.
— «Offrimi il tuo braccio; monterò in lettiga.» —
L'uomo robusto s'inchinò; il vecchio accettò l'aiuto offertogli, e si
diresse con fatica alla porta.
Così se ne andarono il famoso Rabbino e Simeone, suo figlio, il quale
doveva essere il suo successore in saggezza e sapienza.
. . . . . . .
I re magi si trovavano ancora svegli a sera avanzata sotto un'arcata
del Khan. Le pietre che servivano loro da giacigli erano alte in
modo ch'essi potevano guardare, attraverso l'arco della finestra,
l'immensità del cielo. Mentre ammiravano le stelle scintillanti,
pensavano alla prossima Rivelazione.
Cosa accadrebbe? Si trovavano alfine in Gerusalemme; alla porta avevano
chiesto di Colui che cercavano; avevano annunziata la sua nascita;
ora non restava loro che di trovarlo. Colla speranza di riuscire
s'affidarono allo Spirito, ed in attesa d'udire la voce di Dio od un
segno dal cielo, non potevano prender sonno.
Mentre si trovavano così agitati e commossi, un uomo s'avanzò:
— «Svegliatevi» — disse loro, — «vi porto un messaggio che non può
essere protratto.» —