Ad un miglio e mezzo, forse a due miglia al sud-est di Betlemme, v'è
una pianura separata dalla città da una lieve salita. Essendo ben
riparata dai venti del nord, la valle era ricoperta di siccomori, di
quercie nane e di pini, mentre, nelle vallette e nei burroni attigui,
v'erano boschi d'olivi e di gelsi; tutto ciò insomma che in tale
stagione è prezioso per il sostentamento delle pecore, e delle capre.
Dalla parte più lontana della città, vicinissimo ad un promontorio,
v'era un altura detta _màràh_ o capanna per le pecore, vecchia
di parecchi secoli. In qualche incursione, da lungo dimenticata,
l'edificio era stato scoperto e quasi demolito. L'umile recinto rimase
tuttavia intatto il che era la cosa più importante pei pastori che
pascolavan i loro armenti più in là della casa stessa. Il muro di
pietra, attorno al recinto era dell'altezza di un uomo, però non così
alto da impedire talvolta ad una pantera o ad un leone, affamati dalla
solitudine, di saltar dentro arditamente. Nella parte interna del muro,
come sicurezza maggiore al pericolo continuo, era stata piantata una
siepe, idea assai fortunata perchè ora una rondine non poteva penetrare
nei cespugli più alti, muniti com'erano di enormi spine puntute al
pari dei chiodi. Il giorno degli avvenimenti, che si compirono nei
precedenti capitoli, un certo numero di pastori in cerca di strade
nuove pel loro gregge, si dirigevano a questa pianura e sin dal mattino
di buon'ora i boschetti avevan echeggiato di chiamate, di colpi di
scure e di belati di pecore e di capre, dei tintinnii di campanelli,
del mugghiar del bestiame e dell'abbaiar dei cani.
Quando il sole tramontò, essi si diressero verso il _màràh_ e verso
il cader della notte avevan tutto in salvo nei campi; poi accesero il
fuoco più vicino alla porta, fecero una modesta cena e si sedettero a
chiacchierare lasciando uno di essi a far la guardia. Ve n'erano sei
di codesti uomini, escludendo il guardiano, e, poco dopo, si riunirono
in gruppo vicino al fuoco, alcuni sedendosi, altri giacendo bocconi.
Siccome, abitualmente, essi andavano a capo scoperto, i loro capelli
pendevano a fitte ciocche, ruvidi, bruciati dal sole, sui loro colli.
La barba copriva loro le gole e scendeva fluente sul petto; mantelli
dalla pelle di capretto e di agnello, con sopra il vello, li coprivano
dalla nuca fino alle ginocchia lasciando le braccia scoperte; larghe
cinture attillavano il vestito alla vita; i sandali eran della qualità
più ordinaria; dalle loro spalle destre pendevano dei sacchetti
contenenti viveri e pietre, scelte per servire alle fionde, delle quali
eran armati; per terra, vicino a ciascuno, giaceva il proprio arco,
come arma di difesa.
Tali erano i pastori della Giudea!
In apparenza ruvidi e selvaggi come i cani magri che sedevano vicino a
loro, attorno al fuoco; venendoli però a conoscere erano schietti e di
cuore tenero: conseguenza questa dovuta in parte alla vita primitiva
che conducevano, ma principalmente al loro pensiero costante delle cose
belle e gentili.
Essi si posero a parlare fra loro; ed i loro discorsi non s'aggiravan
che sul loro greggie, tema alquanto arido pel mondo, pure un tema che
rappresentava tutto il mondo per essi.
I grandi eventi che maturarono le nazioni e cambiarono i padroni del
mondo, sarebbero state bagatelle per loro, se per caso essi fossero
venuti a conoscerli. Di quello che stava facendo Erode in questa
o quella città, costruendo palazzi e ginnasi e seguendo pratiche
proibite, giungeva loro notizia di tanto in tanto. Come era uso di
quei tempi, Roma non attendeva che le persone si informassero di lei:
essa faceva sì che tutti sapessero della sua potenza. Sopra le colline
lungo le quali egli conduceva il suo greggie, o nelle corti ov'egli lo
ricoverava, non di rado il pastore era sorpreso dal suono di trombe e
facendo capolino dalla capanna scorgeva una coorte, qualche volta una
legione in marcia; e quando i brillanti pennacchi scomparivano e le
truppe eran passate, egli pensava al significato delle aquile, agli
elmi dorati dei soldati, e alla bellezza di una vita così diversa dalla
sua.
Pure questi uomini, rozzi e semplici com'erano, avevano cognizioni e
saggezza tutte proprie.
Al sabato solevano purificarsi, ed andare nelle Sinagoghe, a sedersi
sulle panche più lontane dall'arca.
Quando il _hazan_ portava la Torah in giro, nessuno la baciava con
maggior zelo; allorchè lo sheliach leggeva il testo, nessuno ascoltava
l'interprete con fede più assoluta; e nessuno riteneva più di lui del
discorso del predicatore, o se ne dava pensiero dopo. In un verso del
Shema essi trovarono tutte le dottrine e tutta la legge della loro
modesta vita; seppero che il loro Signore era un Dio, e che dovevano
amarlo con tutta l'anima. Ed essi l'amavano, e tale era la loro
saggezza, che sorpassava quelle dei Re.
Mentre chiaccheravano e avanti che la prima veglia fosse finita, uno
dopo l'altro, i pastori si addormentarono, ciascuno sdraiato nel posto
ove era seduto. La notte, come la maggior parte delle notti d'inverno
nei paesi montuosi, era chiara, frizzante, e splendente di stelle.
Non v'era vento. L'atmosfera non era mai stata così pura, e la calma
regnava silenziosa; era un sacro raccoglimento, pareva che il cielo si
chinasse per sussurrare qualche cosa di buono alla terra che ascoltava.
Presso la porta, rannicchiato nel suo mantello, il guardiano
passeggiava; a volte si fermava, attratto da un rumore fra il gregge
addormentato, o dallo strido di uno sciacallo vagante lontano sui
monti. La mezzanotte non giungeva mai; ma finalmente suonò. Il suo
compito era terminato; ora incominciava l'ora del sonno col quale
il lavoro benedice i suoi figli affaticati! Egli si mosse verso il
fuoco, ma si fermò; attorno a lui splendeva una luce delicata e bianca
come quella della luna. Aspettò ansioso. La luce si ingrandì; le cose
dapprima invisibili, apparvero; egli vide tutto il campo, e tutto ciò
che esso conteneva di messi. Un brivido più acuto di quello dell'aria
frizzante — un brivido di timore — lo pervase. Egli guardò in alto; le
stelle non c'erano più; la luce si affievoliva languidamente; mentre
egli guardava, assunse un color argenteo vivo: allora, terrorizzato,
gridò, — «Svegliatevi, svegliatevi!» —
I cani si alzarono ed abbaiando si misero a correre. Il gregge si riunì
sbalordito.
Gli uomini balzarono in piedi, con le armi in mano.
— «Cos'è accaduto?» — domandarono ad una voce.
— «Guardate!» — gridò il guardiano, — «il cielo arde!» —
Tutto ad un tratto la luce divenne di uno splendore abbagliante, e essi
si coprirono gli occhi, e s'inginocchiarono; poi, mentre le loro anime
erano accasciate dal timore, coprendosi il volto, caddero accecati e
tramortiti, e sarebbero certamente morti dallo spavento, se una voce
non avesse esclamato:
— «Non temete!» —
Essi ascoltarono.
— «Non temete. Porto delle buone nuove che procureranno a tutti una
gioia immensa.» —
La voce, d'una dolcezza e d'una serenità più che umana, bassa, e
chiara, penetrò in tutto il loro essere, e li rassicurò. Si alzarono
sulle ginocchia, e, guardando rispettosamente, videro, nel centro di un
globo luminoso, l'apparizione di un uomo, coperto di una veste tutta
bianca; sopra le spalle aveva le ali lucenti e spiegate; sulla fronte
gli splendeva una stella, di uno splendore incessante, lucente come
Espero le sue mani erano rivolte a loro in atto di benedizione; il suo
viso era sereno e divinamente bello.
Essi avevano sovente udito parlare, ed avevano loro stessi, nella loro
ignoranza, parlato di angeli; ed ora non dubitarono, ma si dissero
internamente che la gloria di Dio era a loro vicina, e che questi era
colui, che, in antico, era comparso innanzi al profeta, sulle rive
dell'Ulai.
Subito l'angelo continuò:
— «Per voi è nato, in questo giorno, nella città di Davide, un
Salvatore, ch'è Cristo, il nostro Dio!» —
Ancora vi fu una pausa, mentre le parole si infiggevano nelle loro
menti.
— «E questo sia per voi un indizio», — disse poi il messo celeste.
— «Voi troverete il bambino, avvolto in fascie, coricato in una
greppia.» —
L'angelo non parlò più; le buone nuove erano state date; però rimase
lì, per un po'. Ad un tratto la luce, della quale egli era il centro,
divenne rosea ed incominciò ad oscillare; poi, più in alto, a una
distanza visibile, gli uomini videro uno sfolgorìo di ali bianche, ed
un andirivieni di forme radiose, e udirono voci come di una riunione di
persone, che cantassero all'unisono.
— «Gloria a Dio nel cielo, e sulla terra pace e benevolenza verso gli
uomini.» —
Non una volta ma molte volte ciò fu ripetuto, poi l'araldo, alzò
gli occhi; le sue ali si aprirono maestosamente, mostrando la parte
superiore bianca come la neve e l'inferiore variopinta come madreperla.
Quando furon aperte del tutto egli si librò lentamente, e, senza
sforzo, si allontanò cinto dalla luce come da un nembo sfolgorante. Per
lungo tempo ancora, dopo ch'egli se n'era andato, dal cielo si udì il
ritornello, diventato fioco per la distanza: — «Gloria a Dio in cielo,
e in terra pace, e benevolenza verso gli uomini.» —
Allorchè i pastori ritornarono completamente in sè, si fissarono l'un
l'altro stupiti, finchè uno di essi disse: — «Era Gabriele, il messo
che Dio invia agli uomini.» —
Nessuno rispose.
— «Cristo il Signore, è nato; non disse egli così?» — insistè quegli.