CAPITOLO IV.

L'Egiziano e l'Indiano si guardarono reciprocamente; il primo fece un

cenno colla mano; il secondo salutò e principiò: — «Nostro fratello ha

parlato bene. Possan le mie parole essere così saggie come le sue.» —

Egli s'interruppe, riflettè un istante, poi ricominciò:

— «Voi potete chiamarmi, fratello, col nome di Melchiorre. Io vi

parlo in una lingua che, se non è la più vecchia del mondo, fu almeno

la prima a scriversi — intendo dire il Sanscrito dell'India. Io son

Indiano di nascita. Il mio popolo fu il primo ad avviarsi pel cammino

della sapienza, il primo a distinguerla nei varî rami delle scienze,

il primo a renderla bella. Checchè avvenga d'ora in poi i quattro Vedi

devono essere conservati perchè son le prime fonti della religione

e della cultura dello spirito. Da essi derivarono gli Upa-Vedi, che

come furon dettati da Brahma, trattano di medicina dell'arte della

guerra, dell'architettura, della musica e delle 64 arti meccaniche: i

Vedi Angas dettati da saggi ispirati e dedicati all'astronomia, alla

grammatica, alla prosodia, alla pronuncia, alle bellezze ed incanti,

ai riti religiosi e alle cerimonie: gli Upa-Angas scritti dal sapiente

Vyâsa e dedicati alla cosmogonia, alla cronologia, e alla geografia;

inoltre il Ramayana e il Mahabhârata, poemi eroici, sono destinati alla

perpetuazione dei nostri Dei e dei nostri semi Dei. Questi, o fratello,

sono i sûtra, o grandi libri di riti sacri. Per me ora non servono

più; tuttavia in eterno resteranno ad illustrare il genio incomparabile

della mia razza. Essi erano promesse di rapida perfezione. Voi chiedete

perchè le promesse caddero? Ahimè! I libri stessi chiusero tutte le

porte del progresso e sotto pretesto di cura delle anime i loro autori

divulgarono il principio fatale che un uomo non deve dedicarsi alle

scoperte o alle invenzioni perchè Iddio lo ha provveduto di tutte le

cose che gli abbisognano. Quando tale comandamento divenne legge sacra

la lucerna Indiana si sprofondò in un pozzo, ove, d'allora in poi,

rischiarò strette mura ed acque amare. Queste allusioni, fratello, non

provengono dall'orgoglio come ben capirète quando vi avrò detto che

i sûtra insegnarono che v'è un Dio supremo chiamato Brahma, e anche

che i Purâna o poemi sacri degli Upa-Angas, ci parlano della virtù,

delle opere buone, e dell'anima. Così se mio fratello mi concederà di

parlare — e l'oratore s'inchinò rispettosamente davanti al Greco — dirò

che secoli avanti che il suo popolo fosse conosciuto, le due idee Dio

ed Anima assorbivano già tutte le forze dell'intelletto Indiano. Per

spiegarmi meglio lasciatemi dire che Brahma è indicato dagli stessi

libri sacri come una triade — Brahma — Vishnù — Shiva. Di questi Brahma

si dice sia stato l'autore della nostra razza, creando la quale egli

la divise in quattro rami. Prima egli popolò la terra, e i cieli; indi

preparò la terra per gli spiriti terrestri; dalla di lui bocca furon

poi create le caste Brahmine a lui più prossime per somiglianza, più

sublimi e più nobili, uniche maestre esplicatrici dei Vedi, che, nel

medesimo tempo egli dettava ordinatissimi e pieni di utili cognizioni.

Dalle sue braccia uscirono i Kshatriya o guerrieri; dal suo petto,

la sede della vita, vennero i Vaisya, o pastori, o coltivatori, o

mercanti; dal suo piede, in segno di degradazione, scaturirono i sudra,

o schiavi, destinati a servire le altre classi, lavoratori, artigiani

e così via. Prendete nota per di più, che la legge, nata con loro,

proibiva all'uomo di una data classe di divenire membro di un'altra; il

Brahmino non poteva iniziarsi ad un ordine più basso; s'egli violava le

leggi del suo grado diveniva un bandito, abbandonato da tutti meno chè

dai banditi compagni a lui.

A questo punto l'imaginazione del Greco, precorrendo sopra a

tutte le conseguenze di tale degradazione, ebbe uno slancio

superiore all'interesse fin qui dimostrato ed esclamò: — «In

tale stato, o fratello, si trovano quanti abbisognano di un Dio

misericordioso!» —

— «Sì, aggiunse l'Egiziano, di un Dio misericordioso come il

nostro.» —

Le ciglia dell'Indiano si contrassero dolorosamente ma quando

l'emozione fu passata egli procedette con voce raddolcita.

— «Io nacqui Brahmino. La mia vita, per conseguenza, fu regolata da

leggi fino al minimo atto, fino alla mia ultima ora. Il primo mio

cibo, il mio battesimo, la prima volta che vidi il sole, l'iniziazione

mia nel primo ordine, furono celebrati con testi sacri e con rigide

cerimonie. Io non potevo camminare, mangiare e dormire senza la tema

di violare una legge. E vi sarebbe stato, o fratello, un castigo per

l'anima mia! A seconda dei gradi di peccato, la mia anima sarebbe

andata nell'uno o nell'altro dei cieli; in quello d'Idra ch'è il più

basso, o nel più alto che è quello di Brahma; oppure sarebbe stata

respinta per risorger alla vita sotto il corpo di un verme, d'una

mosca, di un pesce, oppure di un bruto. La ricompensa per la perfetta

osservanza sarebbe stata la Beatitudine, o l'assorbimento nell'Essere

di Brahma che non sarebbe stato tanto un'altra esistenza quanto

piuttosto un assoluto riposo.» —

L'Indiano si fermò un momento per pensare, poi, continuando, disse:

«Il compito dello stadio della vita di un Brahmino chiamato del primo

ordine è quello della vita di studioso. Quando fui pronto ad entrare

nel second'ordine — cioè quando fu il momento di ammogliarmi, di

divenire capo di famiglia io dubitavo di tutto persino di Brahma: ero

un eretico. Dalla profondità del pozzo, cioè dall'oscurità in cui mi

trovavo nella mia ignoranza, avevo scoperto una luce verso l'alto,

verso l'orifizio di esso, e desideravo intensamente di salire a livello

di quella fiamma luminosa. Finalmente — oh con quali anni di fatiche

affannose! — potei trovarmi in pieno giorno e ammirai il principio

della vita, l'elemento principale delle religioni, il vincolo migliore

fra l'anima e Dio: l'amore!»

La faccia del buon uomo, tutta grinze, s'imporporò all'improvviso ed

egli congiunse le mani con forza. Ne seguì un silenzio durante il quale

gli altri lo guardavano, e il Greco in ispecie, cogli occhi pieni di

lagrime.

Finalmente egli ripigliò:

— La felicità dell'amore sta nell'azione; la prova è ciò che uno è

disposto di fare per altri. Io non poteva trovar un minuto di riposo.

Brahma aveva riempito il mondo di tante persone misere. I Sûdra

chiedevano consigli a me e così facevano i devoti e le vittime. L'isola

di Gang e Lagor era situata ove le acque sacre del Gange scompaiono

nell'oceano Indiano. All'ombra del tempio costruitovi pel sapiente

Kapila, in una riunione di preghiere coi discepoli che la memoria

beatificata dell'uomo santo tiene intorno alla casa, tentai di trovar

riposo. Ma due volte all'anno venivano pellegrinaggi Indiani. La loro

miseria rinforzò il mio amore. Contro il suggerimento che mi spingeva

a parlare tenni il silenzio poichè una parola contro Brahma o la

triade dei Sûtra mi avrebbe perduto, e mi avrebbe condannato un atto

di gentilezza coi banditi Brahmini che ogni tanto si trascinavano a

morire sopra le sabbie ardenti, o una benedizione concessa, o una tazza

d'acqua data; ed io sarei divenuto uno di coloro che son paria per la

famiglia, per il paese, per la propria casta. L'amore vinse! Io parlai

ai discepoli nel tempio; mi trascinarono fuori; parlai ai pellegrini;

mi cacciarono a sassate dall'isola. Sulle strade maestre tentai di

predicare: i miei uditori mi fuggivano o attentavano alla mia vita.

In tutta l'India infine non v'era luogo ov'io potessi trovare asilo o

salvezza. Nemmeno fra i banditi, perchè, nonostante fossero caduti in

peccato credevano tuttora in Brahma.

Nella mia miseria cercavo un po' di solitudine, nella quale nascondermi

da tutti meno che da Dio. Seguii il corso del Gange fino alla sorgente

all'Hymalaya. Quando entrai nel valico a Hurdwar, dove il fiume, nella

sua immacolata purezza, slancia la sua corrente fra le bassure melmose,

pregai per la mia razza, e mi credetti perduto a lei per sempre. Fra

gole, fra rupi, attraverso ghiacciai, vicino a cime che sembravano

attingere le stelle, continuai la mia via fino al Lang Tso, un lago

di meravigliose bellezze, addormentato ai piedi del Tigri Gange,

e del Kailas Parbot, giganti che sfoggiano la loro corona di neve

biancheggiante in eterno di faccia al sole. Là, al centro della terra,

dove l'Indo, il Gange ed il Brahmaputra, nascono per correre nei loro

alvei rispettivi; dove l'umanità prese la sua dimora e si divise per

popolare il mondo, lasciando Balk, la madre delle città, ad attestare

il gran fatto; dove la Natura, ritornata alle sue primitive condizioni

e sicura nelle sue immensità, invita il sapiente e l'esiliato con

promessa di salvezza ad uno e di solitudine all'altro, là io mi

recai per restar solo con Dio, pregando, digiunando, attendendo la

morte.» —

La sua voce si abbassò e le mani ossute si strinsero in una fervida

stretta.

— «Una notte camminavo presso la spiaggia del lago e parlavo al

silenzio ascoltatore: — «Quando verrà Iddio a redimerci? Non vi sarà

mai salvezza?» — allorchè, all'improvviso una luce cominciò ad ardere

tremula fuori dell'acqua; una stella si sollevò e si mosse verso di me,

soffermandosi sul mio capo. Lo splendore mi abbagliò. Mentre giacevo

a terra udii una voce di dolcezza infinita: — «Il tuo amore ha vinto.

Che tu sia benedetto, o figlio dell'India! La Redenzione è prossima.

Con due altri dell'estreme parti della terra tu vedrai il Redentore

e sarai testimone della sua venuta. Di buon mattino alzati, va ad

incontrare queste due persone e poni tutta la tua fede nello Spirito

che ti guiderà.» — E da allora la luce rimase meco: così sapevo ch'era

la presenza visibile dello Spirito. Il mattino dopo cominciai a far

ritorno nel mondo abitato, dalla via donde ero venuto. In una fenditura

della montagna avevo trovato una pietra di notevole valore che vendetti

a Hurdwar. Da Lahwe, per Cabul, e Yezd giunsi ad Ispahan. Là comperai

il cammello e quindi fui condotto a Bagdad, non aspettando le carovane.

Viaggiai solo senza paura perchè lo Spirito era ed è tuttora con me.

Quale gloria è la nostra, o fratelli! Noi vedremo il Redentore, gli

parleremo, lo adoreremo! Ho finito.» —

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 13 / 155 题