CAPITOLO II.

Il nostro uomo era ammirevole per le proporzioni del corpo, più

tarchiato che alto. Slegando la corda di seta che gli stringeva

il _kufiyeh_ alla testa, lo cacciò indietro in modo da lasciar

completamente scoperto il viso, un viso energico, abbronzito; la fronte

era bassa e spaziosa, il naso aquilino, gli occhi fatti a mandorla;

i capelli fitti, ruvidi, di un lucido metallico, gli scendevano sulle

spalle in molte treccie e gli davano un'aria originale. Assomigliava ai

Faraoni o agli ultimi Tolomei: a Mizraim, padre della razza egiziana.

Indossava il _kamis_, camicia di un tessuto di cotone bianco, scendente

fino ai piedi, dalle maniche strette, aperta davanti, e ricamata sul

collo e sul petto. Sopra questa portava un soprabito di lana marrone,

chiamato _aba_, con sottana lunga, maniche corte, foderato intieramente

di stoffa di seta e di cotone ed orlato tutt'all'ingiro da una lista

giallo scura. I piedi erano calzati da sandali legati con striscie

di pelle morbida. Una fusciacca gli attorniava la vita e fermava il

_kamis_.

Bisogna notare che il viaggiatore dimostrava un gran coraggio, giacchè

s'arrischiava solo nella traversata del gran deserto, ch'è ritrovo di

leoni, di leopardi e di uomini selvaggi. Non portava con sè alcun'arma,

nemmeno il bastone adoperato per guidare i cammelli. Quindi si poteva

dedurne la sua missione pacifica: o egli era straordinariamente audace

o godeva di una straordinaria protezione.

Le membra del viaggiatore erano indolenzite per il lungo e faticoso

cammino; si stropicciò le mani, battè i piedi per terra come per

isgranchirli, passeggiò in su e in giù davanti al quadrupede fedele,

che s'era sdraiato socchiudendo gli occhi, felice di quel po' d'erba

che aveva trovato. L'uomo, ogni tanto, si fermava, facendosi ombra

col palmo della mano, e, scrutando in lontananza, il suo volto si

rannuvolava come per un disinganno subìto, di guisa che chi lo avesse

osservato avrebbe capito com'egli avesse atteso qualcuno e avrebbe

nel medesimo tempo provato la curiosità di conoscere il motivo che

aveva condotto un viaggiatore in un paese così poco civile. Sebbene

ad osservarlo paresse il contrario pure non era da metter in dubbio

ch'egli fosse certo dell'arrivo della persona attesa. Nel frattempo si

diresse alla lettiga e, dalla cassa opposta a quella ch'egli medesimo

aveva occupata, tolse una spugna, un piccolo recipiente d'acqua, e lavò

gli occhi, le narici e il muso del cammello. Dalla stessa cassa tolse

un panno rotondo, a righe bianche e rosse, un mucchio di bacchette ed

un grosso bastone. Quest'ultimo era composto di diversi pezzi posti

l'uno dentro l'altro, i quali, poi, uniti insieme, formavano un bastone

più alto della sua persona. Dopo aver piantato il bastone in terra e

averlo circondato di bacchette, lo coprì col panno, a guisa di tenda,

e gli parve, lì sotto, di essere in una casa, molto più piccola, è

vero, di quella degli Arabi, ma simile, sotto ogni aspetto, ad una

di esse. Sempre dalla cassa, prese un tappeto di forma quadra, e ne

ricoprì il suolo entro la capanna testè fabbricata. Preparata in tal

modo la tenda, uscì, e si mise a spazzare con cura il terreno che

la circondava. Eccettuato uno sciacallo che scorrazzava in distanza,

e un'aquila che si dirigeva verso il sasso di Akaba, il deserto era

silenzioso e vuoto come silenziosa e vuota era la volta del cielo.

Il viaggiatore si rivolse al cammello dicendo a voce bassa e in una

lingua sconosciuta al deserto:

— «Siamo lontani da casa, o veloce mio corsiero, ma Dio è con noi.

Bisogna aver pazienza.» —

Levò dei fagioli da una tasca della sella, li mise in un sacco che

appese sotto al collo dell'animale, e, quand'ebbe visto l'accoglienza

fatta al cibo, si guardò intorno e tornò a scrutare l'immensità del

deserto sul quale il sole dardeggiava infuocato.

— «Verranno — disse assai calmo fra sè. — Colui che mi ha guidato li

guida. Mi terrò pronto a riceverli.» —

Dalle tasche interne della tenda e da un cesto di vimini che formava

parte del mobilio, levò il necessario per approntare una colazione:

piatti di terra, intessuti di paglia, vino in piccoli fiaschi di pelle,

carne di montone affumicata, _shami_ o melagrane siriane, piene di

semi, datteri dell'_El Shelebi_, eccellenti, cresciuti nei _nakhil_ o

frutteti dell'Arabia Centrale; formaggio come le «fette di latte» di

Davide, e pane, fatto col lievito, proveniente dal forno della città.

Tutto questo egli aveva portato con sè, ed ora poneva premurosamente

sotto la tenda, sul tappeto. In fine prese tre pezze di seta per

coprire, secondo l'uso delle persone più altolocate dell'Oriente,

le ginocchia degli invitati durante il pasto, e da ciò si poteva

comprendere quante fossero le persone da lui attese a partecipare alla

sua colazione. Tutto era pronto. Egli uscì dalla tenda e un punto nero

gli apparve lontano, nel deserto. Rimase come pietrificato a quella

vista; gli occhi gli si dilatarono, sentì un brivido pervadere la sua

persona. Il punto nero si avvicinava sempre più, mutava colore ed era

divenuto grande, quasi quanto una mano; infine, a poco a poco, prese

proporzioni definite. Era un dromedario quasi uguale a quello del

nostro viaggiatore, alto e bianco, portante un _houdah_, o lettiga dei

passeggieri dell'Indostan.

L'Egiziano incrociò le mani sul petto e guardò verso il cielo.

— «Dio solo è grande» — esclamò reverentemente e cogli occhi pieni di

lagrime.

Lo straniero s'accostò e si fermò. Sembrava si ridestasse da un lungo

sonno. Osservò il cammello inginocchiato, la capanna, e l'uomo che

se ne stava fermo davanti alla porta, in atto di supplica; incrociò

le mani, abbassò il capo e si mise a pregare silenziosamente. Poco

dopo scese dal collo del cammello, e, posto il piede sulla sabbia,

si avanzò verso l'Egiziano nel medesimo momento che questi muoveva ad

incontrarlo. Si guardarono fissi, per un momento, poi si abbracciarono,

e ognuno mise il braccio destro sulla spalla dell'altro ed il sinistro

sui fianchi, posando il mento sul petto, reciprocamente, prima a

sinistra, poi a destra.

— «Pace sia con te, o servo del vero Dio!» — esclamò lo straniero.

— «Sii il ben giunto, o fratello della vera fede! Anche a te pace» —

rispose l'Egiziano con fervore.

Il nuovo venuto era un uomo alto e magro, dal viso grande, dagli occhi

infossati, dai capelli e dalla barba bianca, dalla carnagione di un

colore tra la cannella ed il bronzo. Anch'egli era privo d'armi.

Il suo costume era Indiano; gli copriva il capo uno scialle che

scendeva sulla nuca a pieghe profonde, a guisa di turbante; il suo

vestito era come quello dell'Egiziano, eccettuata l'_aba_, ch'era più

corta, e lasciava intravvedere dei larghi calzoni ben aderenti, però,

al collo del piede. In luogo dei sandali portava delle mezze scarpe di

pelle rossa, terminate a punta. Meno le scarpe, dalla testa ai piedi,

era vestito di tela bianca. Aveva un bel portamento, un'aria dignitosa,

severa. Visvamitra, uno dei più grandi eroi ascetici dell'Iliade

orientale, avrebbe potuto aver in lui un perfetto rappresentante. Era

un uomo degno, in sapienza, di esser figlio di Brahma e ne incarnava la

devozione.

Nei suoi occhi era rispecchiata una grande vitalità, ma quando rialzò

il viso dal petto dell'Egiziano, essi erano pieni di lagrime.

— «Dio solo è grande!» — esclamò sciogliendosi dall'abbraccio.

— «E benedetti siano quelli che lo servono!» — rispose l'Egiziano

meravigliato della parafrase della sua esclamazione di poc'anzi. — «Ma

attendiamo — aggiunse — attendiamo: l'altro viene laggiù.» —

Si volsero verso il nord ov'era già in vista un terzo cammello, bianco

come i precedenti, e che s'avanzava dondolandosi come una nave in alto

mare.

Attesero, rimanendo vicini l'uno all'altro e silenziosi, finchè giunse

il nuovo viaggiatore che discese ed avanzò ad incontrarli.

— «Pace a te, o mio fratello» — egli disse mentre abbracciava

l'Indiano. E l'Indiano rispose: — «Sia fatto il volere di Dio!» —

L'ultimo arrivato non rassomigliava affatto ai suoi amici; la sua

persona era più snella; la carnagione bianca; un volume di capelli

chiari ondulati coronava la sua testa piccola ma bella, e i suoi grandi

occhi neri davano segno di molta intelligenza, di natura sincera e di

un carattere forte.

Aveva il capo scoperto ed era privo di armi. Sotto le pieghe della

coperta bianca, ch'egli indossava con grazia, appariva una tunica

scollata e dalle maniche corte, fermata alla vita da una cintura che

gli scendeva quasi fino alle ginocchia, lasciando nudi il collo, le

braccia, e le gambe. I piedi calzavano dei sandali. Aveva cinquant'anni

e forse anche di più ma non li dimostrava. Gli anni avevano dato solo

una certa austerità al suo contegno e una certa moderazione alla sua

parola, ma non gli avevano aggrinzito il viso o imbiancati i capelli.

Aveva un fisico robusto e un'immensa intelligenza. Non fa mestieri il

dire di che paese egli fosse: s'egli non era di Atene dovevan essere

Greci per lo meno i suoi antenati.

Quando l'Egiziano ebbe terminato di abbracciarlo disse con voce tremula:

— «Iddio mi fece arrivare qui per il primo; quindi io so di essere

scelto come ospite dei miei fratelli. La tenda è al suo posto

e la tavola è preparata per noi. Lasciatemi esercitare le mie

mansioni.» —

Prendendoli per mano li fece entrare; tolse loro i sandali, lavò loro

i piedi, e gettò dell'acqua sulle loro mani, ch'essi quindi asciugarono

con salviette.

Poi, dopo aver lavate anche le proprie mani, egli disse;

— «Bisogna aver cura della nostra persona, fratelli, come lo richiede

il nostro ufficio, e mangiare per renderci forti onde compiere il

nostro dovere durante il rimanente della giornata. Mentre mangeremo

impareremo a conoscerci vicendevolmente, e ci diremo l'un l'altro i

nostri nomi, le nostre patrie, e i nostri intenti.» —

Li accompagnò al posto che aveva loro destinato e li fece sedere in

modo che si potessero trovare di fronte.

Contemporaneamente le loro teste si chinarono, le loro mani

s'incrociarono sul petto, ed essi recitarono, in coro, ad alta voce,

questo semplice ringraziamento:

— «O padre dell'Universo, o nostro Dio! Tutto quello che abbiamo qui

è tuo; accetta i nostri ringraziamenti e benedicici, perchè possiamo

continuare sempre ad agire secondo i tuoi desideri.» —

All'ultima parola essi alzarono gli occhi e si guardarono in faccia

meravigliati. Ognuno di loro aveva parlato in una lingua sconosciuta

agli altri; eppure tutti e tre avevan compreso perfettamente ciò che

s'era detto. Le loro persone tremarono per l'emozione, perchè, dal

miracolo, essi dicevano di riconoscere la presenza divina.

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 11 / 155 题